Famiglie
Da un articolo di Vittorio Messori
Famiglie
I giorni natalizi sono inestricabilmente legati a un clima familista (su cui fa leva tutta la pubblicità) che non di rado sembra degenerare nella smanceria, nella svenevolezza.
Bisogna starci attenti, perché sembra che, qui sotto, non ci siano soltanto retorica o violazione del buon gusto o del pudore di cui abbisogna l’intimità degli affetti. In effetti, si sa – o, forse, non lo si sa abbastanza -che il modello di famiglia che ci pare ormai il solo normale è in realtà una creazione recente e un po’ sospetta, venendoci dalla borghesia dell ‘Europa già postcristiana dell’Ottocento.
È quel modello di famiglia (che si sarebbe poi imposto a tutta la società, facendoci dimenticare ogni altro modello) dove gli affetti tra i componenti sono vissuti innanzitutto come sentimenti.
Ora: quello schema e quel clima sono il contrario di quelli della famiglia preborghese, tradizionale; della famiglia cristiana, dove l’ amore c’era, ma era agli antipodi della leziosaggine; dove ogni retorica sdolcinata era bandita nel nome di quel realismo (uno tra i maggiori doni del cristianesimo, e tra i più dimenticati oggi) che sa che la vita è dura; che sa che questo non è il giardino dell’Eden ma spesso, davvero, la lacrimarum vallis di cui parla la Salve Regina; che sa che il volersi bene sul serio non passa attraverso il pacchettino infiocchettato o il melenso coretto -«tanti auguri a te!» -davanti alla torta del giorno del compleanno. Una famiglia dove i figli erano molti e dove molti, certo, morivano presto: ma morivano dopo la nascita, non prima, come adesso.
Era – se stiamo ai documenti e ai ricordi di qualche superstite vegliardo – una famiglia dove il separarsi era impensabile, non solo per le diverse condizioni economiche e sociali, ma perché ben diverso dal nostro era il concetto stesso di amore.
Il punto è importante; eppure, poco si riflette sulla mutazione subita da questa parola che, in ogni suo senso, è centrale per il cristianesimo. In effetti, in quella accezione della borghesia europea secolarizzata che abbiamo fatto nostra, amarsi tra uomo e donna è sinonimo di piacersi , di sentire qualcosa , in particolare attrazione affettiva o sessuale.
E, dunque, amore è sinonimo di sentimento: quando questo finisce, consideriamo finito anche l’amore. In una simile prospettiva, è logico (se non addirittura doveroso) andare alla ricerca di un’altra, di un altro, con cui sia possibile rinnovare un sentimento senza il quale ci pare non possa esistere l’amore tra i sessi.
È probabile che non si sia tenuto conto di questo cambio di significato – e, dunque, di mutazione deformante di clima culturale profondo – quando a ogni costo (e con i risultati disastrosi che si videro) certi movimenti cattolici vollero cercare modi per eliminare il divorzio dalla nostra legislazione. Un tentativo che è fallito ovunque, nell’Occidente moderno: se amore coniugale è sinonimo di reciproca attrazione, poter liberarsi dalla moglie – o dal marito – è una necessità, quando non si «sente» più niente.
Come sempre, l’ etimologia è illuminante: coniugarsi viene da cum e iugare, vuol dunque dire «legarsi assieme sotto il giogo» . È, cioè, l’immagine, per noi ormai impensabile, di un uomo e di una donna che accettano di essere gravati da un giogo comune per trascinare il pesante carro della famiglia attraverso quell’asperrimo terreno che è la vita. I due avendo per giunta – altra prospettiva per noi troppo spesso del tutto inconsueta – come mèta finale, e sola davvero importante: la vita eterna. Si era convinti che, da soli, un bel viso che piace o un sorriso simpatico o un corpo attraente non bastassero per decidere di cum iugare, finché morte non separi.
C’era meno amore? Di certo, c’era meno sentimento. O, almeno, la presenza tangibile e continua di questo non era, come per noi, il sine qua non perché l’unione familiare stesse in piedi. Sicuramente, gli affetti – pur non sentimentali – si allargavano come noi non sappiamo più fare: ad esempio, il «ricovero», l’«ospizio » per i vecchi espulsi dalla famiglia sono tipiche creazioni dell’illuminismo e della sua cultura secolarizzata. In quella «cristiana» erano assurdi: il pensiero stesso che potessero esistere era fonte di scandalo.
I pochi ma densi cenni dei vangeli sembrano lanciarci segnali su questo tipo di famiglia diversa da quella che a noi sembra «normale»: una struttura gerarchica indiscussa persino da Colui che per gli evangelisti è il Figlio stesso di Dio («Stava loro sottomesso» , Lc 2,51), che si accompagnava però a rapporti meno ossessivi, al punto di sorprenderci: « Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti » (Lc 2,43).
Inoltre, una famiglia basata sul «fare» piuttosto che sul «senti- re»: questo può forse contribuire a spiegare l’apparente durezza delle parole di Gesù alla madre. La «forma» di quelle parole non è secondo il nostro sentimentalismo; ma la sostanza è che, alla non sentimentale apostrofe di Cana, Maria replica dicendo ai servi di seguire gli ordini del Figlio il quale, ella non ne dubita, esaudirà la sua richiesta.
Non sono che spunti, bisognosi di sviluppo e di verifica. Occorrerà tornarci sopra, visto che il tema «famiglia» è decisivo per il cristianesimo. Il quale, tra le sue singolarità, ha anche quella di essere la sola religione che, chiamando Dio «Padre» (anzi, Abbà, «babbino», «paparino» , questo appellativo che è solo di Gesù e che invano si cercherebbe nell’ Antico Testamento ne, tantomeno, nei 99 nomi di AlIah islamico) ha una struttura che potremmo definire «familiare». E, in effetti, in questa fede è tutta questione di un Padre, di un Figlio, di figli, di una madre, di fratelli, di sorelle.
Se, dunque, analogia del Dio trinitario e paradigma di tutto il cristianesimo è la famiglia, l’idea che abbiamo di questa, la prospettiva con cui la consideriamo sono decisive per capire la fede. Siamo sicuri che, chiamando Dio «padre», vedendo in Gesù il «figlio» e nei nostri simili i «fratelli», pensiamo alle stesse realtà cui pensa- vano non solo gli evangelisti, ma anche i cristiani che ci hanno preceduti?
