Una risposta alle crisi matrimoniali
In un rapporto dal titolo “Relazione sull’Evoluzione della Famiglia in Europa 2007″, la Rete Europea dell’Istituto di Politica Familiare ha evidenziato come nel periodo 1980 – 2005, tra divorzi, aborti, calo delle nascite, invecchiamento e insufficienza di politiche di sostegno, la famiglia monogamica rischi di scomparire dal panorama continentale.
Per cercar di capire le cause profonde di questa crisi e trovare delle risposte per un rinnovato e rafforzato legame matrimoniale, ZENIT si è rivolto al dott. Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta che insieme a Rachele Barchiesi, ha appena pubblicato il libro “Amori difficili. La crisi della relazione interpersonale e il trionfo dell’ambiguità” (San Paolo Edizioni, 272 pagine, 13 Euro).
In Europa ogni 30 secondi c’è un divorzio, mentre in Italia, ogni giorno, ci sono 200 separazioni e 100 divorzi. Che cosa sta succedendo? E’ un sintomo di decadenza morale o è il matrimonio a non essere più adeguato ai tempi?
Cantelmi: Il problema non è il matrimonio o la moralità, ma il fatto che l’unica soluzione prospettata di fronte ad una forte conflittualità, oggi, sia la fuga. Ogni situazione va analizzata nello specifico e sarebbe sciocco fare di ogni erba un fascio, ma ciò che appare evidente oggi è che al momento della fatica, dello scontro e dell’incomprensione l’unica strada percorribile è scappare l’uno dall’altro.
Normalmente, se due persone litigano la soluzione più semplice che viene loro proposta è: “Se litigate vuol dire che non state bene assieme”. E anche nel mio ambito di lavoro, spesso si consiglia immediatamente la fine del rapporto, la separazione.
Ma, possibile che non vi sia un altro modo di affrontare il conflitto, possibile che siamo incapaci di gestirlo e superarlo? Il fatto che le relazioni affettive oggi siano divenute molto instabili non significa che si deve rinunciare per forza all’idea di famiglia.
Si tratta di trovare nuove strade per affrontare la conflittualità, a partire dal dato semplice ma mai scontato che le frustrazioni appartengono alla realtà e non esiste realtà, per quanto edulcorata dal consumismo, che possa risultare pienamente gratificante.
Spesso i nostri rapporti sono basati sul falso presupposto di un’intesa naturale e indefettibile, fatta di attrazione fisica, di amore romantico, di sentimenti condivisi in modo assoluto e perenne. In realtà nelle storie d’amore, come in tutte le relazioni interpersonali, è insita una dose di conflittualità, data dalla diversità e soprattutto dalla posizione individuale di ciascuno.
Perché oggi sembra così difficile, se non a volte impossibile, costruire relazioni affettive stabili e durature?
Cantelmi: C’è una grande illusione oggi, che viene fortemente alimentata dai mass media: quella di trovare vie brevi per la felicità, ricette fai-da-te per la realizzazione individuale. Questa ricerca può ingannare profondamente, perché le vie brevi sono molto semplici e immediate, ma un progetto d’amore richiede del tempo. Tutti cerchiamo l’emozione immediata, costruiamo dei rapporti affettivi basati quasi esclusivamente sulla ricerca dell’emozione, e siamo portati a lasciar perdere tutto, quando non proviamo più nulla. Costruire sull’emozione significa però rinunciare completamente alla progettualità, alla capacità di gestire un rapporto nel tempo. L’amore è un terreno complesso, come l’essere umano, e non può essere ridotto alla sua componente più immediata, qual è la passione, che pure ne fa parte.
Perché le persone preferiscono sedersi davanti alle telecamere del programma del momento piuttosto che sviluppare relazioni sociali per trovare l’anima gemella?
Cantelmi: Perché siamo l’esercito dei narcisisti, immersi nella cosiddetta “cultura della visibilità”, che privilegia l’esperienza visiva rispetto agli altri tipi di conoscenza e di esperienza. È anche per questo che nasce l’esigenza di esaltare gli aspetti esteriori e superficiali della realtà a scapito dei suoi contenuti profondi.
La televisione assolve egregiamente questo compito: chi compare in tv – speaker, cantante, attore o sconosciuto – diventa un personaggio, un modello o addirittura un mito, seduce la fantasia di noi spettatori, ci affascina e ci suscita desideri narcisistici di visibilità. Questa è la civiltà delle immagini e della spettacolarizzazione per cui si enfatizzano e si sopravvalutano gli aspetti legati alla visibilità, al look, alla ossessiva importanza attribuita alla moda e alla pubblicità, che abbelliscono e allo stesso tempo alterano, rendendo le persone qualcosa che non sono. Il modo di apparire ha acquisito un peso determinante anche nella costruzione delle relazioni sociali: facilita l’assunzione, favorisce la carriera, è l’arma più efficace nella competizione e non da ultimo è fondamentale nella scelta del partner.
Nascere belli è già la premessa di una vita felice, perché rende più facile il rapporto con gli altri. Essere belli, dunque, è diventata quasi un’esigenza e se tali non si nasce, bisogna diventarlo con ogni mezzo anche con quello chirurgico. L’immagine diventa centrale anche per stare insieme.
Siamo spinti sempre di più ad esistere solo in funzione del nostro aspetto esteriore, curando il corpo con grande minuzia come se l’essenza di una persona fosse rintracciabile esclusivamente nel suo aspetto, come se solo lì fosse ciò che siamo. L’altro diventa essenzialmente un oggetto che gratifica i propri bisogni narcisistici e le relazioni amorose hanno la funzione di confermare l’immagine positiva e superficiale e lieta di noi stessi. Sviluppare un rapporto nel tempo, attraverso la conoscenza e il confronto ci porrebbe altrimenti in una posizione di estrema vulnerabilità, ci esporrebbe ad aspetti più profondi e anche negativi di noi stessi, che da bravi narcisisti ci risultano insopportabili ed inaccettabili.
Tratto da ZENIT – Agenzia d’informazione internazionale
