Quanta fretta di maternità artificiale

aborti1Tratto da Samizadt on line di Carlo Bellieni

“Il mio bimbo-miracolo”: così vengono chiamati di solito i bambini arrivati dopo fecondazione artificiale. Ma qui la storia è diversa. E’ quella di Jennifer Openshaw, un mito dell’economia USA, famosa editorialista di giornali di economia ed ex Vicepresidente della Bank of America; e comincia quattro anni fa – racconta lei stessa su MarketWatch del 13 ottobre- , con un viaggio a Firenze, in un momento di crisi al termine di una lunga storia d’amore. E a Firenze, in Piazza della Signoria, incontra il suo futuro marito. Si sposano dopo un viaggio a Positano e vogliono avere un figlio. Ma lei ha 42 anni e qui iniziano i problemi: dopo 18 mesi ancora nulla. Si incamminano allora nel sentiero della fecondazione artificiale: “Ne avete letto. IUI,  IVF… li abbiamo provato tutti. Cariche di ormoni. Mi dovevo fare iniezioni ogni giorno per mesi.” Ma non funziona. Allora cercano una donatrice di ovuli e al tempo stesso si indirizzano verso l’adozione. Ed entrambe le strade vanno avanti: ma il giorno prima che la donatrice iniziasse il trattamento ormonale che l’avrebbe portata a produrre l’ovulo necessario, la Openshaw mentre fa esercizio di Pilates si sente male, le viene da vomitare. Sarà l’influenza? No: è semplicemente e naturalmente incinta. Ora, con la sua piccola Gianna in braccio, tira le somme di quello che ha appreso dalla vicenda: “Essere pazienti: la vita arriva; aver fede: quando una porta si chiude, un’altra si apre; capire (grazie a mio marito) che avere un figlio può non essere un dolce, ma è la glassa sulla torta”.

Questa storia ci ricorda un’altra celebre donna, Brigitte-Fanny Cohen, responsabile dei servizi di medicina della rete TV France2, che dopo aver passato anni a consumarsi dietro tentativi di aver un figlio in vitro, finalmente ne adotta uno in Russia e subito dopo resta incinta. Ha scritto un libro sulla sua esperienza: “Un bebé, ma non ad ogni costo” (Ed. J’ai lu) dove racconta le sue traversie con la FIV, e riporta un parere del Comitato nazionale francese di Bioetica (1994) che parla della “precipitazione” con cui si ricorre alla FIV in certi casi di infecondità “la cui durata e bilancio preliminare non giustificano un intervento”.

Insomma, due storie di donne che ci danno una serie di insegnamenti: vale davvero la pena di aspettare un’età poco feconda per fare i figli, talora sedotti da certa pubblicistica che mostra l’evento riproduzione come facile e procrastinabile? E’ corretto, come politica procreativa, pensare solo a come correre ai ripari di fronte alla sterilità, o non sarebbe molto meglio che tutti, singoli e Stato, ci si desse da fare per superare le cause dell’infecondità che spesso sono legate all’ambiente e all’inquinamento? Infine, viene da domandarsi se le donne conoscano davvero bene il loro corpo (chi mai lo insegna?) tanto da conoscere i periodi più fecondi nei loro cicli mestruali, cosa che favorisce la fecondità più che la stessa FIV, secondo uno studio recente condotto in Irlanda. E non è dunque corretta la legge italiana che prevede di accertare la sterilità prima di adire alla FIV?

Nel mio caso forse un aiuto psicologico sarebbe stato più adatto della FIV- scrive la Cohen -. Perché non mi è mai stato proposto di incontrare uno psicologo? Bisogna aspettare che sia la paziente a richiederlo?” Ma la storia francese conclusa con due figlie ci dà un ultimo segnale da meditare: “Molti si stupiscono per questa doppia filiazione. Molti non osano domandare: ma le ami in modo uguale? Certo che le amo ugualmente. Quello che presentivo prima che la medicina si accanisse sul mio caso è che la genetica non è la garanzia di amore materno”.

Già: l’adozione oggi diventa forse un modo di filiazione di serie B, un sistema cui si ricorre quando la tecnica non funziona. Forse; ma anni di fatica per vincere i pregiudizi non possono essere cancellati – ci dice la Cohen – da una anacronistica superiorità della filiazione biologica: ogni bimbo è un dono e, aggiungiamo, nessuno, bimbo o adulto, è un diritto per qualcun altro.

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