Cortina di ferro: la memoria non sbiadisca

POPIELUSZKO2_161881aLettera ad Avvenire

Caro Direttore, domenica 8 novembre, giornata piovosa e grigia, era proiettato a Milano in anteprima il bellissimo film «Popieluzko. La libertà è in noi». Il film è veramente imperdibile: fa rivivere l’entusiasmo del popolo polacco che lotta per un ideale vero, l’eroismo di tanta gente comune nella stagione esaltante di Solidarnosc, la figura di un prete che si coinvolge con la sua gente e la serve fino al sacrificio supremo, prete esemplare (proprio in questo anno sacerdotale!) di cui è stato avviato il processo di beatificazione. Il tutto in una ricostruzione assolutamente fedele. Vedendo però la sala semivuota, ci si domanda: non farà questo film la stessa fine di Katyn, poco considerato dai critici e poco proiettato nelle sale? I giovani non sanno pressoché nulla della storia della Polonia e gli adulti (o molti di loro) forse preferiscono dimenticare, e fingere che non siano mai avvenute le efferatezze durate in fondo fino a vent’anni fa – proprio in questi giorni si festeggia la caduta del Muro – !
Silvana Rapposelli

Non ho visto il film e non posso quindi entrare nel merito di un giudizio artistico sull’opera. Colpisce però anche me il destino che sembra abbattersi sul film dedicato al cappellano di Solidarnosc dopo aver coinvolto nei mesi scorsi l’opera di Andrzej Wajda sull’eccidio di Katyn (ricordato proprio ieri in questa stessa pagina nella testimonianza di don Wojciech Ulaczyk).

Pubblicità sotto tono, poche copie della pellicola e poche sale coinvolte, celere scomparsa dalla programmazione. A Milano è visibile in un’unica sala che, guarda caso, è un cinema parrocchiale. Può anche darsi che questi film non siano forse lo strumento migliore per ricordare la brutalità del regime che per quasi mezzo secolo ha spaccato in due l’Europa, ma la memoria dei fatti che rievocano va comunque tenuta viva.

Come non ricordare che l’epopea di Solidarnosc si è sviluppata in simbiosi con la testimonianza vibrante del papato di Giovanni Paolo II. Il messaggio antitotalitario, di rivendicazione tenace, inflessibile del rispetto per la dignità dell’uomo, il richiamo alle radici fondanti l’identità della Polonia e dell’intero continente europeo sono i caposaldi del riscatto dall’oppressione del regime imposto alla Polonia alla fine della Seconda guerra mondiale.

Filiazione di quel comunismo con centro a Mosca che ha segregato e oppresso l’Europa dell’Est umiliandone la storia, mortificandone l’anima e frenando lo sviluppo economico di quei popoli. Alla liberazione seguita alla caduta del Muro, il riavvicinamento con l’Occidente è stato rapido, ma altrettanto veloce è stata anche la perdita di memoria sul male compiuto in tutte le dittature comuniste.
L’ideologia marxista-leninista, in ogni Paese dove si è storicamente realizzata, ha stritolato la libertà civile e di coscienza e ha instaurato regimi basati sulla delazione, la negazione dei diritti, la violenza, l’eliminazione degli avversari. Dobbiamo farne memoria per scongiurare che ciò che è stato debellato a costo di tanto dolore possa riaccreditarsi e ripresentarsi.

È un’opera educativa da svolgere sottraendola al rischio di nuove e diverse etichettature ideologiche. Ci preme, però, che chi non ha vissuto gli anni segnati dalla Cortina di ferro, sappia quale ferita quell’oppressione ha prodotto nelle persone e nelle comunità. E che sappia altrettanto bene a chi si deve il riscatto.
Tra costoro, ai primi posti, c’è don Jerzy Popieluszko.

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