Gaudì, il monaco della materia
Gaudí, l’asceta attratto dalla fisicità che sapeva contemplare il divino nello spazio e nella circostanza. Vita di un moderno impresentabile
Articolo di Mattia Ferraresi – Tratto da Tempi.it
Antoni Gaudí aveva fretta di essere battezzato. Il giorno della nascita del quinto figlio, i signori Gaudí avevano fatto una gran corsa verso la chiesa di Sant Pere Apostol, nella cittadina catalana di Reus, in quell’angolo della costa in cui il castigliano è una lingua straniera. Dopo un travaglio complicato, il piccolo Antoni era nato estremamente gracile e non c’era bisogno del parere dei medici per capire che le cose avrebbero potuto mettersi male. Dunque, la prima cosa da fare era mettere al sicuro l’anima. Nell’inizio di Gaudí è impresso un sigillo a due facce: c’è la confusione, l’incoscienza, la fretta disordinata di una vita povera che lotta per non disperdersi nella miseria; e insieme c’è la certezza che è l’anima che va messa al sicuro, e tutto il resto verrà. Il libro di Gijs van Hensbergen, intitolato semplicemente Gaudí, è un’impresa ardita non già verso la ricostruzione monomaniacale della vita di un genio contemporaneo, quanto nella rievocazione di uno spirito umano e del suo temperamento enigmatico, tanto mansueto da generare opere monumentali e tanto estraneo dall’idea di uomo da mettersi al servizio degli uomini. Proprio mentre là fuori l’impianto già malandato della cultura veniva destrutturato per mettere finalmente sul trono tutto ciò che di più ostile alla vita dell’uomo si trovasse in circolazione.
Ossessionato dalle abitudini
L’autore dispone i dettagli della vita di Gaudí su un canovaccio narrativo, dove il saggio flirta con il romanzo senza mai arrivare all’adulterio, e racconta con parole semplici un personaggio che oggi non otterrebbe una patente di normalità dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Un alienato ossessionato dalle abitudini, un cenobita laico, quindi sostanzialmente un impresentabile al consesso della società civile; a dispetto del maledettismo che trasuda dalle biografie economiche, gli ultimi quindici anni della sua vita sono la ripetizione ad libitum di uno schema quotidiano: la Messa mattutina, la passeggiata al tramonto per confessarsi, la recita dell’Angelus. Gesti che scandiscono l’incedere del lavoro. In una rara intervista rilasciata nel 1913 al giornale di Montevideo, offre una sintesi in brutta copia della sua personalità: «Gli uomini si possono dividere in due tipi: uomini di parole e uomini d’azione. I primi parlano, i secondi agiscono. Io appartengo al secondo gruppo. Mi mancano i mezzi per esprimermi in modo adeguato. Non sarei in grado di spiegare a qualcuno i miei concetti artistici. Non li ho ancora concretizzati. Non ho mai avuto il tempo di riflettere su di essi. Ogni mia ora è stata dedicata al lavoro».
Per l’occhio postmoderno tutto questo pragmatismo è inaccettabile. Soprattutto se paragonato al tema religioso che dà sostanza alla vita di Gaudí: che scandalo che una traveggola cruciforme, una immateriale deviazione del sentimento generi un desiderio per il dato fisico. Ma, a quanto pare, Gaudí è diventato l’“Architetto di Dio” per amore della materia.
Nella famiglia di Gaudí abbondavano gli artigiani del metallo, specialmente calderai e ramai, un’eredità di cui il giovane Antoni aveva preso a essere fiero dagli anni dell’adolescenza. «Possiedo la capacità di comprendere lo spazio – diceva – perché sono figlio, nipote e pronipote di ramai. Mio padre lo era; e anche mio nonno. Mio nonno materno era un marinaio, e anche i marinai sono gente di spazio e circostanza. Tutte queste generazioni di persone mi hanno fornito una certa preparazione». Nell’estate del 1867, il diciassettenne Gaudí e i due inseparabili amici visitano per la prima volta i ruderi del monastero cistercense di Poblet, che diventa immediatamente il più incredibile dei siti archeologici agli occhi curiosi di Antoni.
La settimana tragica
Quelle rovine scomposte, devastate dai briganti, erano state un tempo essenziali per le sorti del cristianesimo in Catalogna. La Chiesa aveva resistito per quattrocento anni nella periferia del regno moro di Tolosa incarnandosi nell’austerità architettonica dei cistercensi. Guardando ciò che restava di quel complesso di archi e volte mozze, Gaudí rimane incantato dalle strutture e dall’ingombro di significati che hanno da raccontare: in quei muri c’è un destino. Assieme all’amico Toda giura di spendere ogni attimo della giornata per riedificare Poblet. Nell’obiettivo implicito di far rivivere un mondo che tutti davano per morto, Gaudí riuscirà molto più di quanto potesse immaginare in quel pomeriggio dell’adolescenza.
Se la sua opera inizia fra i ruderi, è fra altri ruderi che si riaccende la vocazione del Gaudí maturo, l’architetto affermato che vive comodamente a Park Güell. La mattina del 26 luglio 1909 Barcellona sperimenta la furia della piazza. Da alcuni giorni la città era in agitazione contro il governo per gli esiti tragici dela campagna in Marocco e la sera prima la Guardia Civil aveva cosparso di sabbia le strade attorno a Plaça Catalunya perché gli zoccoli della cavalleria facessero più presa sul terreno nell’ora della carica. Le contestazioni diventano una bolgia che per associazione illogica passa dal potere del governo a quello della Chiesa, scatenando un pandemonio che prende «l’aspetto caotico di un quadro di Hieronymus Bosch», dove le prostitute conducono manipoli di guerriglieri e i manifestanti devastano chiese e conventi alla ricerca di prove scabrose per condannare il sordido potere ecclesiale. Nella notte avida in cui ventitré fra chiese e conventi finiscono fra le fiamme, Gaudí intuisce che la Sagrada Familia, il suo capolavoro, dovrà espiare i peccati dei nemici della Chiesa e riportare alla vita quel mondo che gli uomini stavano dando alle fiamme. Era andata così anche davanti ai ruderi di Poblet. Sarebbe andata così anche dopo quella sua strana morte, investito da un tram e a lungo scambiato per un vagabondo in ospedale, quando le sue opere hanno continuato a crescere con quella lieta tenacia che è segno del mecenatismo divino.
