The Truman show
Tratto da Crossing.it
L’avevano chiamato Truman. Così come l’uomo vero, l’unico uomo vero. Un nome che avevano deciso loro, come tutta la sua vita del resto. I suoi genitori, i suoi amici, sua moglie. Fin da piccolo, l’avevano visto e fatto nascere, crescere. Come se fosse davvero l’unico uomo vero.
L’uomo perfetto, fatto nascere perfettamente, con una moglie perfetta e un’amico perfetto. Una vita perfetta. Come se fossero davvero loro a decidere la perfezione di un uomo. I suoi desideri, la sua felicità. Come se fossero davvero loro a decidere quando e come un uomo può essere vero.
“Hai tutto, cosa vuoi di più dalla vita?” pronuncia con una terribile dolcezza Christof, il regista del reality, nell’ultima scena del film mentre il ragazzo fissa quel cielo di carta che fino adesso ha avvolto i suoi sogni. Truman ha una vita serena, circondato da persone che apparentemente lo amano e tutto scorre beato sotto quel finto cielo di carta.
Tutto fino al giorno in cui una ragazza, una semplice comparsa, prende sul serio la sua umanità, per la prima volta la sua umanità, lo guarda come nessuno l’aveva mai guardato prima, lo guarda con uno sguardo sincero. E con voce strozzata gli grida “è tutto falso”. Una frase presto smorzata dalla scusa di una pazzia, dall’offuscamento di mille altri incontri. Ma mai svanita, no, perché si può cancellare un discorso, una risata, un gesto ma non si può cancellare uno sguardo, uno sguardo vero.
E così Truman ogni giorno, ogni così perfetto e così falso giorno, ha come bisogno di rifugiarsi in un angolo a ritagliare gli occhi femminili da fotografie di riviste patinate, nel disperato tentativo di ricostruire il volto di quella ragazza e così destarne il ricordo, e così non dimenticarla mai.
Poi quella telecamera che precipita dal cielo, quei meccanismi dell’auto che vanno in tilt, quella figura del padre, evacuata tempo addietro, nei panni di un barbone…ecco l’imprevisto, lo strappo nel cielo di carta. È la realtà, quella autentica, che bussa alla porta.
La mente di Truman vortica e il suo cuore palpita. Chi sono io? Cos’è questo mondo che ho intorno? Che senso ha tutto questo?
E ora anche noi spettatori di questa menzogna non possiamo tirarci indietro. Perché la domanda di Truman è la domanda di ognuno di noi. È la domanda indistinguibile dell’uomo. È il bisogno di ricercare una risposta nell’esistenza in cui sono immesso. È il grido piangente e supplicante di una verità ultima. Perché la vita di Truman è un po’ la vita di tutti noi.
Tutti noi siamo un po’ Truman in fondo. Lo vediamo nella moda, nei mass media che ci fanno credere in un modello, in una fittizia rete di inganni e omologazioni, lo vediamo nei grandi fratelli e tutti quei programmi che ci sussurrano che per essere felici ci vuole questo, ci vuole una realtà già fatta, una realtà preconfezionata, che ci vuole il successo per essere un uomo vero, lo vediamo nella politica che pensa di essere la salvezza, che pensa di poter dirigere lei la vita dell’uomo, come secondo lei è meglio, quando è meglio ucciderlo, quando è meglio lasciarlo libero di far tutto, quando è meglio non farlo neanche nascere.
E lo vediamo nelle nostre giornate, quando per essere considerati in un certo modo indossiamo una maschera, una maschera che non ci appartiene, solo perché si ha paura di non essere accettati, solo perché si ha paura di essere se stessi.
Solo perché si ha paura della realtà.
E allora anche noi, piccoli Truman, ci troviamo davanti a una scelta. O rimanere per sempre tra quelle mura che ci hanno o ci siamo edificati intorno, oppure buttarci, lanciarci nel reale, senza sapere come andrà a finire, senza sapere se fuori sarà ancora peggio.
“Le stesse finzioni, la stessa ipocrisia, la stessa falsità” forse sì, ha ragione il padrone della tv, però almeno queste saranno autentiche.
E Truman sa già la sua scelta, e con la foto ricomposta di quello sguardo tra le mani, ammaina le vele e spinge verso l’orizzonte, vincendo così pure le sue paure. Truman ha dentro, come ogni uomo delle esigenze di significato che nessun benessere artificiale può soffocare. E il cuore esulta mentre con un sorriso varca quella soglia oscura, verso un cielo più vero e infinito.
