Bimbi terminali: terapia del dolore, non eutanasia

bambini20che20giocanoUn’importante rivista medica riporta uno studio intitolato: «Considerazioni fatte dai genitori di bambini in fin di vita per cancro, sull’affrettarne la morte» e subito si pensa: «La gente vuole l’eutanasia».

In realtà, lo studio dice ben altro, ma dobbiamo fare un passo indietro per capirlo. Quale genitore, al vedere il proprio figlio che non trova per ore e giorni requie al suo dolore non spera che, se non c’è altra strada, il figlio muoia? È comprensibile. Ma attenzione: i genitori sono più inclini a chiedere di affrettare la morte se c’è dolore gravissimo – scrivono gli autori dello studio – piuttosto che se il bimbo è in coma e quelli che reclamano un miglior trattamento del dolore sono il doppio di quelli che sono portati a chiederne la morte. Questo è già un punto interessante: non si chiede di metter fine a una «vita non degna di essere vissuta» – come argomenta qualche fautore dell’eutanasia di chi ha incoscienza e mancanza di autodeterminazione –, ma di far cessare il dolore.

Ma se è comprensibile la richiesta di morte, la risposta non è mai l’eutanasia, non solo per motivi morali, ma anche perché un’altra strada c’è: il buon uso dei farmaci contro il dolore. Gli autori scrivono infatti a conclusione dello studio: «L’attenzione verso il dolore e la sofferenza e verso il loro trattamento possono mitigare tra i genitori di bambini con cancro le idee sull’affrettarne la morte».

Insomma, si chiede la morte solo se non si sa o non si vede che il dolore può essere curato. Ma talora non abbiamo buoni esempi. Un nostro recente studio mostrava come un’alta percentuale di reparti di rianimazione per neonati troppo spesso non usa abbastanza analgesia. E anche all’estero la situazione è simile. Un’altra nostra analisi in via di pubblicazione mostra addirittura come quasi non esistano studi per la cura del dolore specificamente indirizzati ai pazienti disabili mentali, nei quali la semplice vista di un ago, di un camice, o una puntura può determinare reazioni gravi.

Dunque bisogna curare il dolore; e conoscerlo bene per non ingannarsi. Esistono strumenti talora raffinati, come il dosaggio di ormoni nella saliva o tabelle studiate per anni: la valutazione estemporanea fatta da parenti o medici non è tante volte attendibile, un dolore insopportabile viene sottovalutato e uno che il paziente riesce a dominare genera angoscia in chi vede e sembra intollerabile.

Ma la vita di una persona non può dipendere dalla fatica di un’altra, sia pure un genitore che può risentire della propria ansia e paure.

Non curare e non riconoscere oggettivamente il dolore e passare a pensieri di morte può essere ‘comprensibile’, ma non è ‘razionale’. Ma se si tratta di trovare scorciatoie, la nostra società è all’avanguardia, certo più che nella lotta al dolore. Perché è più facile far accomodare all’uscio dell’eutanasia un anziano che impegnarsi in un cammino sia medico contro la depressione che sociale contro la solitudine. È più facile lasciare che i genitori che vedono il figlio soffrire ne chiedano la morte, piuttosto che insistere per un corretto trattamento che ci coinvolge con il paziente e la sua famiglia, non ci lascia ‘indenni’ dal contatto con chi soffre. Viviamo in una società delle scorciatoie: vale per il dolore fisico così come per quello psicologico. Vogliamo provare a creare una società della solidarietà?

Dal blog di Carlo Bellieni

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