L’Italia che non c’è e quella che non si vuole
Si dimettono a raffica gli esponenti del comitato che doveva architettare le celebrazioni del centocinquantenario dell’unità di Italia. Dicono per problemi di età (oh, sarebbe la prima volta!) e di tempo e di “dissintonia” con la lega. Fini, quasi come un novello Benso di Cavour, dice che il federalismo fiscale “va bene, però mi raccomando l’Unità”.
Zaia, presidente veneto, dice che o si fa sul serio quel federalismo oppure lui manda tutto a ramengo. In Sicilia dicono di temere quel federalismo (proprio loro che hanno una regione a statuto più che speciale con addirittura un governo autonomo – e sempre incasinato). Si torna a parlare di separazione della Romagna dall’Emilia, anche se secondo me i romagnoli devono fare una nazione di matti non una regioncina amministrativa. Insomma, l’Italia che si appresta a festeggiare la sua “unità” appare sgangherata e divisa soprattutto su cosa diventare.
Questo problema politico e culturale esige una idea forte e una pazienza altrettanto forte. Italia federale, dunque. E grande lavoro culturale per rendere orgogliosi delle medesime cose questi concittadini di Dante e Michelangelo (e di Ferrari e di Caruso) e capaci di intendersi su alcune grandi questioni. Si può pure “disfare” l’Italia voluta da chi ha vinto nell’800, ma gli Italiani restano sempre da fare.
Altri chiamano questa faccenda emergenza educativa. L’architettura di un paese ha poca importanza se i suoi abitanti hanno il cuore e la mente disfatti.
dr tratto da IlClandestinozoom
