Se mi amate
Un mio collega, l’altro ieri, si domandava se era Mercoledì Santo. “Visto che c’è il Giovedì Santo,e il Venerdì Santo, perché non anche il mercoledì?
E io a spiegare che il mercoledì non era successo niente, niente che sia ricordato in modo particolare in quella settimana di quasi duemila anni fa, a Gerusalemme. Il giovedì quell’ultima cena, quella cattura. Il venerdì il giudizio, la morte. Il sabato l’attesa; la domenica quella Resurrezione che è il senso della nostra fede. Il mio collega ignora, come tanti, che essere cristiano è l’incontro con un fatto storico, con un pane spezzato e del vino versato, con una croce intrisa di sangue, con una tomba vuota. L’essere cristiano ha poco a che fare con generici sentimenti di bontà, con la legalità, perfino con l’astenersi dal vizio. Quelle sono conseguenze. “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. L’ha detto Gesù, a poche ore dalla sua morte. Se mi amate.
E non lo amiamo. Non si può amare un concetto, una idea fumosa. Non abbastanza. E non lo vediamo, non lo conosciamo.
Ogni volta che siamo presi dall’ira, che invidiamo, che ci acceca la gelosia, la pigrizia; che la lussuria ci trascina, comunque la mimetizziamo o la giustifichiamo, con chiunque, uomo, donna, bambino, animale. Ogni volta che rubiamo. Ogni volta che ammazziamo, anche solo con il pensiero. Su quella croce, a quella morte Cristo ci è andato perchè tutte queste cose più non fossero. Perchè tutte queste cose ci fanno ancora la vita misera; ma è un inferno da cui possiamo fuggire proprio per quella morte, quella agonia reale, su quella croce. Quella morte che ha vinto la morte, la morte sua e la morte nostra. La nostra morte finale, e le piccole morti di ogni giorno in cui pensiamo che non ci riguardi, quella croce. Che non riguardi noi. Che non lo amiamo abbastanza.
Voi ch’amate lo criatore (Laudario di Cortona, sec. XIII)
Voi ch’amate lo Criatore, ponete mente a lo meo dolore.
Ch’io son Maria co’ lo cor tristo La quale avea per figliuol Cristo: la speme mia e dolce acquisto fue crocifisso per li peccatori.
Capo bello e delicato, come ti veggio stare enchinato; li tuoi capelli di sangue intrecciati, fin a la barba ne va irrigore.
Voi ch’amate lo Criatore, ponete mente a lo meo dolore.
Bocca bella e delicata, come ti veggio stare asserrata, di fiele e aceto fosti abbeverata, trista e dolente dentr’al mio core.
Voi ch’amate lo Criatore, ponete mente a lo meo dolore.
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Dal blog di Berlicche
