Educazione e famiglia

Educazione_al_lavoro_300Da una presentazione di Berlicche

«Il tema principale, per noi, in tutti i nostri discorsi, è l’educazione: come educarci, in che cosa consiste e come si svolge l’educazione, un’educazione che sia vera, cioè corrispondente all’umano». (Luigi Giussani, “Il rischio educativo”)

1-Ma cos’è l’educazione?
Jungmann diceva: “L’educazione è introduzione alla realtà totale”
Il sostantivo viene dal latino, e-duco, porto fuori, guido qualcuno da quello che è a qualcosa di più ampio. Duco sottintende un’autorità; un’autorità che guida il soggetto (che comunque non è passivo, perché anche lui deve camminare).
La guida, il primo punto naturale di educazione al nuovo essere che cresce è la famiglia.
La famiglia è il primo punto di quello che si può chiamare autorità.
L’autorità ha il compito di proporre quello che arriva dal passato, che possiamo chiamare tradizione, e far capire in quale modo questo corrisponda all’esperienza, cioè alla totalità dei problemi.
Tanto più uno è vivo tanto più tutto è un problema.  L’esperienza è l’impatto della realtà con una persona; la realtà, colpendo una persona, la provoca.
Si tratta insomma di paragonare quanto l’autorità ci propone con la realtà e verificare quanto esso corrisponda.

2-L’uomo dipende, non solo in qualche aspetto dell’esistenza, ma in tutto: chiunque osserva la propria esperienza può scoprire l’evidenza di una dipendenza totale da un Altro che ci ha fatti, ci fa e continuamente ci conserva nell’essere.
Se noi usassimo la nostra coscienza fino in fondo, se riflettessimo su noi stessi, non più bambini ma adulti, quale sarebbe l’evidenza più impressionante? Che in quel dato momento, nell’istante, io non mi sto facendo da me. Per cui io sono “qualcosa-d’altro-che-mi-fa”, sono come fiotto di sorgente.

3-E’ nel bambino che questa dipendenza è più evidente, in quanto da solo non riesce a fare niente. Possiamo dire che dipende, appartiene ai suoi genitori.
L’appartenenza è la dipendenza accettata come tale.
La prima appartenenza, fisiologicamente e socialmente parlando, è quella del genitore, in cui è riflessa l’appartenenza all’Altro.
La famiglia è il luogo dell’educazione all’appartenenza, all’esperienza della paternità e, quindi, della maternità. Nella famiglia è evidente che l’elemento fondamentale di sviluppo della persona sta nell’appartenenza reciproca, coniugata, di due fattori: l’uomo e la donna.
La cultura moderna, che ha estromesso la tradizione dal proprio orizzonte di pensiero e di azione, ha operato la distruzione del valore di una appartenenza, sostituendo ad essa una libertà come non-adesione al Padre, divenendo così sorgente di menzogna.
Una poesia di Ciudakov, poeta clandestino russo del Samizdat, lo definisce come incombente pericolo per tutti: «Quando gridano “un uomo in mare!” il transatlantico grande come una casa si ferma all’improvviso e l’uomo lo pescano con le funi: ma quando fuoribordo è l’anima dell’uomo, quando egli affoga dall’orrore e alla disperazione, nemmeno la sua propria casa si ferma, ma si allontana».

4-Ma nella percezione dell’appartenenza di cui parlavamo prima, in questa trasparenza di coscienza, scaturisce l’esperienza più stimolante, più consolatrice, più affascinante della vita: l’esperienza della gratuità totale del fatto che ci sono. Non c’è niente di più stimolante e di più affascinante: il fatto che ci sono implica la bontà originale, fondamentale e ineludibile dell’Essere, e perciò l’aspetto di dono, di ricchezza positiva, che l’Essere è per tutto ciò cui dà vita.
Ecco, è dentro questa esperienza della gratuità che quel “riflesso esemplare” può avvenire. C’è una caratteristica di gratuità nel temperamento del padre e della madre necessaria perché l’educazione passi.
E’ nell’esperienza della gratuità che il processo di educazione all’appartenenza può realizzarsi tra  genitori e figli.
Un’esperienza di gratuità che ha come due flessioni.
a-La prima è la gratitudine verso l’essere, verso Dio; la gratitudine – si badi – verso Colui che dà la vita, verso Colui di cui è fatta la vita, che diventa gratitudine per il figlio concepito. Luigi Giussani:”Io credo che tutti i difetti più gravi della personalità possano dipendere dalla non gratitudine con cui una donna o un padre hanno aspettato o ricevuto un figlio”.
b-La seconda flessione è lo stupore, la meraviglia in cui si traduce e quasi si concreta il senso della gratuità ultima del rapporto tra l’uomo e la donna. Senza questo senso ultimo di gratuità, perciò di stupore e di meraviglia, dell’uno verso l’altro, l’educazione all’appartenenza diventa difficile, perché quella trasparenza di cui abbiamo parlato non c’è. Se il rapporto fra i due è appesantito perché privo di gratuità, se fra uomo e la donna manca questa percezione di gratuità della presenza dell’uno all’altro, allora il “riflesso esemplare” tarda o viene meno.
Dice il Vangelo: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Ora, amare se stessi non è amare le proprie reazioni (come normalmente accade: questo è l’egoismo); amare se stessi è amare il proprio destino. Perciò non si può amare la propria moglie o il proprio marito, l’altro, senza amore al suo destino (che è identico al mio).

5- Quale atteggiamento occorre avere verso il figlio?
Dovremo ripetere ancora: gratuità, la parola dominante, assolutamente non astratta, per la quale ci sopportiamo a vicenda e per la quale godiamo nella vita.
Si tratta innanzitutto di una gratitudine per la generazione, cioè l’accettazione completa che quel figlio appartenga a sé. In secondo luogo, della riconsegna del figlio all’Altro, a Ciò di cui il figlio è costituito e a cui appartiene in modo totale, sì che questa appartenenza ne costituisca la personalità. Insomma è l’atteggiamento di adesione da parte dei genitori a ciò che costituisce la persona del figlio, il rapporto con l’Essere, con Dio.
Racconta Luigi Giussani: “Ricordo sempre una delle impressioni più grandi che provai nei primi anni di sacerdozio. Veniva una signora a confessarsi tutte le settimane, ma poi, d’improvviso, non venne più. Dopo un mese ritornò: «Sa, non sono venuta perché mi è nata la seconda figlia». E, prima ancora che io potessi dirle “congratulazioni” o “auguri”, proseguì: «Sapesse che impressione ho avuto appena mi sono accorta che si staccava; non ho pensato “è un maschio” o “è una femmina”, ma “ecco, incomincia ad andarsene”».”
Il figlio se ne va, è uguale a dire: “il figlio cresce”. In questo processo l’atteggiamento originale di gratuità può vivere la separazione come occasione di riconoscimento del proprio figlio come qualcosa di diverso (sempre diverso da quello che uno si immaginava, e che ogni momento fa diventare diverso). Il figlio diverso è proprio il segno che appartiene a un Altro.
Se invece questo processo non si segue con gratuità, nasce il rancore: man mano che il figlio se ne va, un rancore più o meno sordo pone il genitore nella solitudine.
L’appartenenza del figlio al genitore è reclamata, in modo recriminatorio, imprigionata dentro uno schema immaginato.
Il metodo per educare all’appartenenza, il metodo, che rappresenta tutto il processo educativo, si può riassumere in una parola: esperienza. Che il figlio realizzi l’esperienza del vivere, del proprio io. E l’esperienza che salva l’appartenenza ad un altro dall’essere alienazione, ed assicura perciò l’identità, così che l’appartenenza all’altro è la propria identità.

6-Questa traiettoria educativa, che si chiama esperienza, ha un dinamismo:
a) La proposta. Il primo aspetto dell’educazione è la proposta, e questa è la propria tradizione assimilata.
b) Il condurre per mano, cioè l’introduzione in una realtà concreta che il figlio possa assimilare. Questo secondo punto è certamente il più delicato, perché deve identificare l’ambito che costituisca possibile assimilazione per il figlio.
c) L’ipotesi di lavoro. Si tratta di un lavoro umano, perciò si intende un’ipotesi di significato. È la tradizione come ragione: tradizione non solo assimilata, ma assimilata nelle sue ragioni, senso e valori.
d) Il rischio. Che aumenta, che è destinato ad aumentare sempre. Proprio perché l’appartenenza è legame e responsabilità, lo spazio della responsabilità salva la santità e l’umanità del legame.
Assicura la vera appartenenza, per cui la proposta, il condurre per mano e l’ipotesi di lavoro come significato, tutto questo deve essere offerto e realizzato con delicatezza, o con discrezione verso la libertà che si evolve, verso la responsabilità del figlio.
Non credo che, tranne la morte, ci siano momenti così dolorosi per un genitore, nella compagnia che dà al figlio, che lasciarlo responsabile: «messo t’ho innanzi, omai per te ti ciba» (Virgilio a Dante).
e) La compagnia stabile, cioè la fedeltà. Dio è fedele. San Paolo osserva che Dio rimane fedele anche se lo tradiamo. Quindi compagnia stabile ai figli, fedeltà ad essi, discreta, sempre pronta ad intervenire, vigilante. Compagnia fino al perdono, all’infinito.

È quanto afferma ne “L’annuncio a Maria” di Claudel il vecchio padre Anna Vercors rivolto alla figlia Violaine: “L’amore del Padre non chiede compenso e il figlio non occorre che lo conquisti o che lo meriti. Come era con lui prima del principio, così resta: suo bene e sua eredità, suo rifugio, suo onore, sua giustificazione“.

Fonti:
Luigi Giussani:

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