Un balcone, una casa, un Papa e l’amore
Maria non ha braccia. O meglio, sono talmente piccole e malformate che praticamente non si vedono, sotto la felpa. Una suora la tiene in braccio come fosse una bambina dai capelli grigi. Di suore toste è piena la balconata che dà sull’interno di questa straordinaria cittadella della carità.
Al di fuori uno dei peggiori quartieri della città. Dentro, sembra di stare in un altro mondo, migliore, ordinato, armonico.
Un’armonia nata per accogliere chi armonico non è, chi è talmente fuori posto da non trovare posto là fuori.
Dove chi si illude di essere a posto scaccia, rifiuta chi non entra in quella personalissima idea dell’ordine e della felicità che nasce dall’egoismo e da una grande solitudine.
Quando ero piccolo qui a Torino lo chiamavano “il Cottolengo“. Noi bambini sussurravamo di deformità mostruose, come una specie di circo degli orrori. E certo non capivamo il suo vero nome, “Piccola Casa della Divina Provvidenza”. Una casa dove Dio provvede ai suoi figli. Tramite le sue mani, le mani del suo corpo che è la Chiesa.
Solo il cristianesimo ha osato tanto, ha fatto tanto. Non rupi e forni, ipocrite parole e dimenticanze. La piccola Casa è una montagna immensa nel cui cuore caldo sono accolti coloro che sono l’immagine di Cristo sulla terra. E il Vicario di Cristo l’altro ieri è venuto a vedere, ad abbracciare quelle icone di sangue e carne.
Caritas Christi urget nos, sta scritto sotto la statua di quel santo di duecent’anni fa e sulla parete della sua opera. L’amore di Cristo ci spinge, ci sospinge: sospinge noi.
Sospinge me, le suore, l’uomo della sicurezza che sembra David Morse, Maria, i vecchi sulla sedia a rotelle, l’anziana down dal sorriso dolcissimo, e anche quell’omino dalle spalle puntute vestito di bianco, che ci ha salutato tra la pioggia scrosciante.
E sospingerebbe anche voi, se vi lasciaste andare.
Tratto dal blog Berlicche
