Fuori dalla palude
No, i cartoni animati di Walt Disney non mi piacciono. Prendono le favole e ne fanno un polpettone moralista. Nella migliore delle ipotesi.
Non per niente la Disney è andata a ramengo. Uccisa da new agismi e Re Leone, Koda e figli di Pippo vari. Per non parlare di Winnie Pooh. Ouch.
Poi, la Pixar. E quel geniaccio di Lasseter. Ogni film più bello del precedente, senza sbagliare un colpo. Fino a guadagnare abbastanza da prendere in mano il vecchio colosso bolso.
Ecco, nonostante questo alla “Principessa e il ranocchio”, il primo film animato tradizionalmente della nuova gestione, non avrei dato un soldo. Stella in cielo alla Pinocchio. Protagonista in sospetto di politically correct. Voodoo – e quando mai?
Invece…
Invece è una sorpresa. Non solo il film è godibile, bene animato. Non solo musiche e canzoni sono azzeccate. Ma per la prima volta, seppure in maniera velata, un film targato Disney appare addirittura cristiano.
No, non farò spoiler. Ma la stella che in Pinocchio era solo un volontarismo peloso qui ha ben altra valenza e ruolo. Prestate attenzione a ciò che muove una certa lucciola – a differenza degli altri protagonisti. E al nome del suo vero amore.
La “principessa” del titolo, dura e pragmatica, ad un certo punto dice all’insetto: “Il fatto di desiderare una cosa non la rende reale”. Ma risulterà invece essere proprio quell’amore l’unica cosa non illusoria di tutte le loro peripezie. Già, perché la differenza tra ciò che si desidera e ciò di cui si ha bisogno – vale a dire, la realtà – è proprio il tema portante della pellicola. Che consiglio, senza riserve, a grandi e piccini.
La Disney è cambiata. In meglio. E a quanti non gradiscono la svolta, non resta che madare giù il rospo. O ranocchio che dir si voglia.
Tratto dal blog di Berlicche
