Perché siamo sempre più sterili e vecchi: appunti per ripartire

borgnacorradiUna cosa che impressiona, girando per l’Italia e l’Europa, sono le vetrine di profumerie e farmacie: è il trionfo dei prodotti anti età. Tonificanti, leviganti, disperatamente liscianti. Per donne, e per uomini. Il vero imperativo morale dell’Europa unita, viene da pensare, è: restare giovani. Gli esperti sui rotocalchi si affannano a spiegare come si fa: diete, ginnastica, bisturi. Tutti a dirci come sembrare giovani. Nessuno che ci spieghi come si affronta la vecchiaia. O almeno quella svolta fra i cinquanta e i sessanta, che espelle definitivamente dall’orbita della giovinezza. I primi acciacchi, i figli grandi, la prospettiva della pensione. Come si sta, di fronte agli anni che passano? Lo chiediamo a Eugenio Borgna, psichiatra e scrittore, 79 anni.

Professore, giornali e tv ci istigano a mantenerci “tonici”, ma noi lo sappiamo, a una certa età, che stiamo inesorabilmente cambiando…

Ogni tappa della vita, i vent’anni, i trenta, i quaranta, è una svolta; ma quella fra i cinquanta e i sessanta è la più radicale. La cosa che più incide sull’accettazione di questo passaggio è la solitudine, che a questa età si fa più acuta e immanente. Non parlo necessariamente di una solitudine oggettiva: non basta avere una famiglia, per non essere soli. Può esistere una solitudine interiore anche quando si è padri e madri e mogli. Si può essere soli tra figli e nipoti, perché nel primo mostrarsi della vecchiaia la divaricazione degli orizzonti di senso si fa incolmabile. Significa che fino a una certa età, gli ideali si realizzano in famiglia, nel fare crescere i figli, e nel lavoro. Ma soprattutto finché si è giovani le prospettive appaiono sconfinate, e l’orizzonte aperto a tutte le strade possibili. Dopo i cinquanta si realizza improvvisamente che il futuro non è più infinito; che la strada ha un termine. È il nocciolo di ciò che Emily Dickinson chiama “infinitudine finita”. Gli orizzonti sconfinati cominciano a mostrare i loro confini. La vera frattura è dunque nel restringersi degli orizzonti infiniti.

Per le donne c’è anche la fine della fecondità.

Certo c’è anche questo, ma rientra nella più ampia chiusura di orizzonti: essere belli, avere successo, essere desiderati. A livello patologico in questa età possono insorgere problemi psichici tipici, paradigmatici: il senso di vuoto può arrivare a generare sindromi allucinatorie, che hanno proprio lo scopo di riempire quel vuoto, di ricreare un dialogo interiore. È una età in cui si cammina ai bordi degli abissi. Si salva chi ha uno spettro di risorse interiori tali da sopravvivere anche nel restringimento degli orizzonti concreti.

E chi invece fa più fatica?

Chi ha puntato tutto, nei primi cinquant’anni, su risorse “deperibili”, come la bellezza, il successo, l’invidia. In questo deperimento delle risorse può accadere di perdere la certezza di essere capaci di realizzare ancora ciò che dà senso alla vita. Quando invece si hanno in sé delle frecce non ancora consunte si può affrontare questo cammino sui confini dell’abisso.

Quale abisso?

Se si perde la consapevolezza di potere realizzare cose che diano senso alla vita, allora tutto crolla. È questa l’ora in cui altre risorse interiori, cui molti da giovani non hanno mai attinto e di cui nemmeno sono stati consapevoli, devono venire a galla.

Ma non c’è su di noi una pressione forte, come una censura e una bugia collettiva, che spinge invece ad aggrapparsi agli idoli della giovinezza?

Certo, se si impedisce alle risorse interiori di emergere, ci si aggrappa a quegli idoli.
Come certe figure tragiche di vecchie signore tirate, truccate, abbronzate, che si incrociano nel centro di Milano o Roma o in Riviera…
È vero, tragiche, perché senza alcuna altra possibilità che restare attaccate a ciò che non possono più essere.

Ma come si fa, professore, a tirare fuori le proprie risorse?

Le nostre risorse sono essenzialmente legate a impulsi dialogici. Occorre uscire dall’egocentrismo e comprendere e condividere la fragilità di chi ci sta accanto. Ci si salva se si sa vivere insieme all’altro, nella comunione della vita e della sofferenza. L’aprirsi alla sofferenza dell’altro fa sì che anche io viva.

La strada passa dunque per quell’ineludibile volto dell’altro, per quel “tu” di cui lei parla spesso.

Inesorabilmente. Anche se comincia con il guardarsi dentro; cosa che molti, a cinquant’anni, non hanno mai fatto. È il momento di ascoltare se stessi, di affacciarsi sul proprio pozzo interiore, quindi riscoprire le domande originarie che spesso rimangono sepolte in noi dal rumore e dalle parole vuote.
Ma tutti abbiamo questo pozzo?

Tutti hanno questo pozzo, ma pochi ci guardano dentro, e reggono alla fatica e al dolore di ricordare le ferite che non possono essere umanamente sanate. Ora, verso la vecchiaia, occorre fare emergere le forze che già c’erano, ma venivano seppellite da altre cose: da ciò che è imposto dalla cultura dei media – la stessa per cui gli adolescenti oggi sono quasi impossibilitati a conoscere se stessi.
C’è anche chi ci guarda, in quel pozzo, ma è divorato dalla nostalgia di quello che è stato.
Anche la nostalgia delle cose più belle, come della maternità, può essere soltanto un idolo.
Ma pensare che tutto ciò che è più bello è alle spalle non è forse vero, quando si sono compiuti sessant’anni?
Il guardarsi indietro senza sapere dare un senso al passato uccide il futuro. Sognare di ripetere ciò che eravamo, come nel tempo ciclico dei greci, fa del passato una gabbia che chiude le porte alla speranza.
Speranza. Ma è possibile, regge davvero una speranza al di fuori della fede?

Certo è più difficile, ma è possibile se si crede in una solidarietà e missionarietà laica.
Personalmente, tutta la solidarietà laica di questo mondo non mi impedisce di pensare che fra trent’anni non saremo che un mucchio di ossa…
Forse però possiamo concordare nel dire che la speranza è sempre nel volto dell’altro. La speranza, che è l’antagonista della angoscia, che la contiene negli argini. Poi c’è la speranza umana, e quella paolina, che fa affrontare le tempeste.
Professore, un geriatra che ho intervistato tempo fa mi ha detto: «L’uomo è il solo animale vivo anche quarant’anni dopo la fine della sua età feconda. È inspiegabile, è un’anomalia biologica». Lei cosa risponderebbe?

Che ci sono in un uomo orizzonti sconfinati, al di là del puramente biologico. Questa è la psichiatria tedesca degli anni Trenta, secondo cui al di là del biologico l’uomo è un guscio vuoto, e la morte è una grazia. Ed è in fondo il darwinismo sociale, che dice che oltre ciò che è biologico non c’è niente.


Ma quando la cultura dominante ci costringe a “restare giovani”, non ci dice in fondo proprio questo?

Certo. Ma noi non siamo riducibili all’aspetto biologico. Ho assistito recentemente ai voti di una giovane donna bellissima e ricca di talento, che si è fatta monaca benedettina. È una folle quella ragazza, è una deviante? In realtà siamo portatori di impulsi straordinariamente più forti della pura biologia.

Qual è la bellezza del “buon invecchiare”?

Mi viene in mente il mio maestro, Carlo Lorenzo Cazzullo, che pur essendo uomo di potere nel suo cuore è rimasto sempre adolescente: ha mantenuta viva la torcia.
Quale torcia?

La capacità di vivere ciò che accade come se non fosse mai accaduto prima. La capacità di stupirsi, lo thauma, che per i greci era il fondamento di ogni espressione filosofica. L’aprirsi ogni giorno di nuovo a ciò che accade agli altri. Qualcosa che mi sembra di riconoscere anche nello sguardo di Benedetto XVI – come il filo di un’adolescenza interiore che gli si scorge negli occhi. Il contrario del chiudersi in sé, che è la morte.

Tratto da Tempi.it di Marina Corradi

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