Alla fine

hopper4In una sua opera teatrale, Processo e morte di Stalin, il grande scrittore Eugenio Corti ci narra della morte del despota comunista.
Lo spietato dittatore, che ordinava personalmente la morte di migliaia di persone al giorno, agonizza per ore sul pavimento della sua dacia. Circondato dai suoi scagnozzi, avidi, ansiosi di dividersi il potere.
Nonostante la consapevolezza delle sue colpe immani si prova pietà per il tiranno schiantato. Si spera in un barlume di consapevolezza, di pentimento. Prima della fine.
Certo, può farlo chi pensa – come i cristiani – che questo possa contare qualcosa. Che ci si possa pentire del male. Che esista il bene, il male. Che non sia indifferente, relativo, quello che facciamo, speriamo, crediamo.

Nelle risposte alle domande che hanno affollato i post di queste settimane mi ha impressionato una cosa. La fermezza con cui chi non crede condanna quel male che nega possa esistere, eppure riconosce. E l’esitazione di chi crede a condannare chi pur si sa colpevole. Meglio: a farsi boia del malvagio.
Perché il cristiano sa che il male alberga in ognuno di noi, e solo riconoscerlo può salvarci da esso.

Il pentimento non nasce dal nulla. Chiunque può pentirsi del male fatto. Ma raramente lo si fa, se non si vuole vedere che ci si è sbagliati. Se non ci si riconosce bisognosi.
Hitler avrebbe potuto pentirsi. Ma non lo ha fatto; storicamente, non lo ha fatto, neanche di fronte all’evidente fallimento.
Il male non è pazzia, un impulso momentaneo; non nasce dal niente. Il male è piena avvertenza e deliberato consenso. Al male. O meglio: ad allontanarsi dal bene. Perché il male non è niente altro che un allontanarsi progressivo dal bene, dandosi mille ragioni, diecimila giustificazioni.
So quello che faccio. E’ la natura. L’istinto. In fondo cosa importa. Siamo fatti così. Tanto è lo stesso. E’ quello che voglio. Devo averlo.
E si finisce con un corpicino pallido in fondo ad un pozzo, una fossa, una pattumiera.

Mengele deve essere fermato. Ma non si trovano ragioni per fermare chi fa scempio di embrioni. No, il Nobel non lo meriterebbe neanche se avesse trovato la cura per il cancro; eppure è lecito distruggere vite in cerca di cure che non si sa se mai arriveranno. E ci si arrabbia, si accusa di oscurantismo e di limitare quella sacra scienza che pure era la stessa del medico nazista. Perché non si può usare di un uomo se non si considera quell’uomo una cosa. Se non lo si considera irrilevante. E questo comincia, letteralmente, dal piccolo.

Eppure c’è differenza tra i medici che usano di quelle pratiche e Mengele. Non nella sostanza dell’atto; ma nell’avvertenza con cui viene compiuto. Manca consapevolezza; la coscienza è compressa, perché raramente riusciamo o vogliamo vedere ciò che è così importante eppure pressoché invisibile. Credo che se molti si rendessero conto veramente di quello che stanno facendo urlerebbero di dolore. Pietà di loro: non sanno quello che fanno.

Ma cosa fare, una volta che ci se ne rende conto? Come fermare il male?
Se a volte alcune persone sono l’epicentro del male – Hitler, Stalin – la lontananza dal bene è una scelta che non può essere arrestata eliminando il malvagio. Si può combatterlo; si può fermarlo combattendo. Ma non ci si deve illuderlo di eliminarlo. Non è distruggendo la clinica che fa gli aborti , o uccidendo chi li pratica, che si elimina la volontà dell’aborto. Tagliare la parte malata raramente guarisce la malattia, se non se ne cura la causa prima.

Quello che si può fare è, ogni giorno, portare un poco di luce. Con la propria vita, non c’è altro mezzo. Mettendosi in gioco pienamente, senza tirarsi indietro, fino al sacrificio di sé: rendere sacro quel pezzo di universo che ci circonda. Sacro perché possa venire il bene; perché quella lontananza si trasformi in vicinanza, perché la fonte della luce e della gioia e della felicità e di tutte le cose possa alla fine giungere, e renderci ciò che dobbiamo essere.

Tratto dal blog di Berlicche

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