Tutti lebbrosi
Mi ha decisamente disgustato il modo in cui Repubblica presenta l’inizio di una sperimentazione con staminali embrionali.
Il giornalista sostanzialmente dice: che bisogno abbiamo di un dio, se i miracoli ce li fa la scienza?
Che poi essa li faccia con succo di bambini è – sembra – solo il tassello in più al trionfo sulla bieca Chiesa.
Mi ha ricordato in modo fortissimo il “se ti chinerai e mi adorerai io darà tutto questo in mano tua…” della tentazione evangelica. Non ci si sofferma a pensare che anche il fatto che l’uomo possa volare, possa parlare istanteamente con l’altra parte del mondo, possa vedere cose piccolissime e lontanissime sono miracoli. Miracoli a cui siamo abituati, perché in fondo non sono altro che usare di quella natura e di quella intelligenza di cui il Creatore ci ha dotati. Ad allontanarci da Dio non è utilizzare quello che ci ha dato, ma il farlo a spese di vite innocenti.
Cent’anni fa si viveva meno anni di adesso, e quei miracoli di prima non esistevano ancora. Ma il bisogno di Dio non è cambiato, semmai è cresciuto: più abbiamo e più ci rendiamo conto che quello che abbiamo non ci basta.
E forse allora ci può accadere di capire meglio un altro passo evangelico:
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Dieci sono stati guariti, ma uno solo è stato salvato. Non ci accada di guarire per una morte, per perderci.
Tratto dal blog Berlicche
