Così John Le Carré sfida Santoro e Veltroni

lecarre_johnR400Quando si pensa al declino italiano vengono subito in mente lo stock del debito pubblico, la mancanza di grandi imprese che fanno ricerca di base, la dipendenza energetica del Paese, la situazione politica che è sempre al limite del ballo di San Vito. Tutto questo è vero, ma è solo un aspetto del possibile, ma ancora evitabile, declino. Un Paese si misura anche dalla sua produzione culturale, dalla vivacità e dalla capacità dei protagonisti culturali.

Ad Annozero di Michele Santoro, giovedì scorso, sono venuti alla ribalta della manifestazione, nella piazza di Fontana di Trevi a Roma, i nostri cineasti e produttori televisivi che protestano, tanto per cambiare, contro la politica del governo per l’industria dello spettacolo. Walter Veltroni, noto intellettuale politico italiano, applaudiva quasi commosso. Però sono anni che questi operatori culturali non fanno un film degno di questo nome, che continuano a sfornare commedie “svaccate” o intimistiche che nel circuito internazionale non interessano a nessuno. Anche quando si mettono a raffigurare scenari storici o autobiografici, riescono a fare “buchi” di bilancio nelle produzioni da provocare brividi alla schiena.

Poi ci sono gli autori di libri che non sfondano mai le frontiere. Tutta roba italianissima, basata sui luoghi comuni di una storia da vulgata o di riflessi culturali impastati con i ritagli della nostra “libera” stampa. Per rompere la crosta del conformismo deve scendere in campo un giornalista come Giampaolo Pansa per stilare un romanzo in controtendenza come I tre inverni della paura. Il risultato è che Pansa non può nemmeno presentare più i suoi libri perché bisogna mobilitare, per difenderlo fisicamente da contestatori, plotoni di polizia.

Attenzione poi a infilarsi nei canali televisivi. Va di moda in questi tempi una serie di Romanzo criminale, dove si ricostruiscono in stretto romanesco, e in scene da “macelleria”, le gesta della banda della Magliana, dove naturalmente compaiono mafia, servizi deviati, servizi normali, affaristi di ogni tipo, riciclatori di denaro che sembrano tutti d’accordo e vanno a pranzo e cena sempre insieme nell’indifferenza o nella convivenza dello Stato. Alla fine i banditi-romani sembrano della vittime del sistema. Non parliamo di altre amenità televisive, di ricostruzioni di delitti, di storie di terrorismo. Si può sconfinare nel delirio.

È inevitabile, per chi ancora ami leggere una storia di thrilling o di spionaggio, aspettare sempre che esca l’ultimo libro di John Le Carré. Sembra di essere degli orfani che girano per le biblioteche. Nel suo ultimo libro, tradotto in italiano con Il nostro traditore tipo, lo scrittore nostalgico della “guerra fredda”, quando era personalmente coinvolto nei servizi inglesi, offre uno spaccato delle scorrerie finanziarie di questo periodo, dei grandi riciclaggi internazionali di denaro sporco operati dalle mafie di tutto il mondo. Con uno stile di rara eleganza (il racconto a incastro con continui flash-back come i film degli effetti speciali) Le Carré riesce anche a costruire i personaggi delle sue “spie”, quelli rancorosi, quelli che rimpiangono la vecchia Inghilterra, quelli che preferiscono non vedere e non intervenire. In più, costruisce una normale storia d’amore. Senza mai ricorrere a truculenze gratuite, Le Carré tiene il lettore con il fiato sospeso in attesa della conclusione della storia.

Il dono della spy-story e del thrilling l’aveva anche Alfred Hitchcock, grande regista cinematografico inglese. Nei suoi film scorreva pochissimo sangue. Anzi quasi mai. Bastava una sedia spostata, la comparsa di un personaggio, il gesto lento di un attore a creare brivido e suspence. Sia il compianto Hitchcock che Le Carré sembrano i descrittori di fatti umani, di storie complicate che non si curano di conformismi culturali, di mode, di luoghi comuni sigillati e controfirmati dagli apparati mediatici. Non hanno mai insegnato nulla ai nostri scrittori e ai nostri registi. Un vero peccato.

Tratto da IlSussidiario.net di Gianluigi Da Rold

2 Responses to “Così John Le Carré sfida Santoro e Veltroni”
  1. Riguardo a alle reazioni violente che il pensiero revisionista di
    Pansa suscita, mi viene da domandarmi: ma come si può pensare di parlare non dico di democrazia (perchè io mi guarderi di dare il “Demos” a delle bestie. Io amo gli animali, amo il cane ma delle volte lo devo tenere al guinzaglio),ma di
    LIBERTÀ DI PAROLA , se orde di giovani professantisi “”studenti” impediscono e assalgono verbalmente un uomo che per esperienza vissuta racconta un punto di vista della storia che o per volontà o per ignoranza non ci hanno tramandato?
    Bisogna stare attenti perchè mettere in discussione solamente una parte dei fatti del dopo guerra, significa attirarsi il tribunale dell’inquisizione. Mi fanno ridere , perchè si reputano progressisti, laici, , amanti della Verità.
    E non si rendono conto di quanto le loro menti siano colme di dottrine, prese con l’amo deli granndi ideali comunisti, del pacifismo, e delle ideologie estremiste antifasciste, che alla fine dato il loro carattere oltranzista, giungono, nei metod,i a combaciare con quelle Fasciste. Non cè solo il consumismo come manovratore delle masse, ma anche tutti i filri ideologici che distorcono la realtà .
    E’ difficile, se non impossibile dare corpo ad nuovo corso politico , sociale e culturale se ancora se ancora il pensiero intelletuale, e parte dell’immaginario collettivo è vincolato al trauma del “VENTENNIO” e della guerra che ne è conseguita. Per creare qualcosa di nuovo ci vuole Immaginazione, I più grandi capolavori del Cinema, e qui mi riallaccio ai “Paladini” del cinema come valore culturale (Veltroni ecc..) oltre che di foraggio monetario, hanno avuto bisogno di grande immaginazione creativa. E la si può ottenere solo coordinado tutta la complessità del Set e del dopo SET (POST-PRODUZIONE).

    by David
    on 25. nov, 2010

  2. Chiedo perdono per alcuni errori commessi nello scrivere l’articolo sopra. Purtroppo lo scritto che ero stanco di lavoro ed un poco assonnato. Per esempio la parola giusta è Kratos (che vuol dire POTERE, dal Greco) al posto di Demos(significa popolo, sempre dal Greco) , da cui DemosKratos ovvero Democrazia,

    by David
    on 26. nov, 2010

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