Il collasso del mistero

manoL’intervista a Ruggero Guarini

È «il culto delle cose umane». I giudizi tronfi che hanno fatto del suicidio di Monicelli un atto di coraggio. La sicurezza dell’ottimismo progressista. E la «superstizione laicista», che si è dimenticata del dubbio di Sofocle… Lo scrittore RUGGERO GUARINI racconta l’egolatria da pavoni che prende il posto della gratitudine. «Quella di svegliarsi la mattina»

di Alessandro Stoppa – Tratto dalla rivista Tracce

A sentir parlare Ruggero Guarini, pensi a quanto tutto fosse già racchiuso in una parola scritta duemila e quattrocento anni fa. To deinotaton. Uno dei termini più ambigui con cui è stato definito l’uomo. La sua traduzione ha diviso gli studiosi nei secoli; Guarini la prende da Heidegger: «Nulla di più inquietante dell’uomo s’aderge». Primo coro dell’Antigone di Sofocle. Lo scrittore napoletano ripassa a voce alta i versi della tragedia greca. L’uomo che varca il mare. Che doma le fiere. Mai sprovvisto davanti a ciò che lo attende. «Padrone assoluto dei segreti della tecnica… Ha trovato rimedio a mali irrimediabili…». Ma allora perché Sofocle aveva «uno sguardo allarmato sull’uomo?». Fra tutti gli esseri, il più inquietante, scrisse. Ne parlò come di un prodigio, insieme mirabile e terribile. Guarini si risponde da solo: «Perché vedeva già che l’uomo non si sarebbe fermato davanti a nulla». Dice che Sofocle viveva un dubbio: «Non dava per scontato che tutto ciò che è possibile all’uomo è bene. Oggi, questo dubbio, non lo si ha più».
È lo stesso motivo per cui lui si è infuriato davanti allo sproloquio di commenti che hanno riempito i giornali sul suicidio di Mario Monicelli. «Giudizi tronfi e sicuri». Non c’è niente che lo innervosisca di più. Hanno detto che quello del regista è stato «un atto di libertà», «una grande dimostrazione di coraggio», che «lo ha ringiovanito di 50 anni». E tanto altro. Ma «come ci si può permettere di parlare del presunto coraggio di un gesto inesplicabile?». Un’arroganza. Che per lui non è un problema di forma, né di etica o di idee politiche, ma ha a che fare direttamente con «il collasso del senso del mistero». E non filosofeggia. Parla dello «svegliarsi la mattina senza stupirsene più». Facendoti pensare a quella richiesta, affidata ad alcuni suoi versi scritti più di dieci anni fa, e che sembrano una preghiera: «Infine chiunque tu sia / di ancora stupirmi non sazio, / di non avermi ancora ti ringrazio / buttato via».

Di fronte al suicidio di Monicelli, lei ha detto: «In certi commenti vedo la totale mancanza di pietas, dell’elemento religioso della vita. Mentre si tratta di un momento dell’esserci umano che esige misericordia e silenzio». Che cosa intende per «elemento religioso della vita»?
Una cosa semplice, l’umiltà di riconoscere che siamo dipendenti da forze superiori a noi. Questa umiltà, il riconoscimento di questa assoluta evidenza, si sono perduti. E lo si vede, ad esempio, nella sicurezza con cui si scodellano giudizi così tronfi, fino ad arrivare a quel grottesco “elogio” del suicidio del povero Monicelli. È un’idolatria demenziale quella che spinge a sdottoreggiare così.

Perché idolatria?
Certe sciocchezze si possono dire solo se si è deciso di anteporre a tutto la propria ragione, il proprio ego. È un’idolatria oggi diffusa un po’ dovunque, ma in modo speciale in Europa e nel nostro Paese, dove si esprime in molte posizioni, insieme comiche e burbanzose, del demi-monde culturale italiano. Credo che oggi non ci sia nulla di più rozzo e superstizioso del sentimento di fatuo, spensierato orgoglio che contraddistingue il laicismo italiano.

Da dove viene questo “orgoglio”?
La radice è quella che chiamerei egolatria. Da noi domina una cultura centrata sul culto dell’uomo, che si vuole – come Dio – causa sui. Per questa cultura è fondamentale riconoscere all’uomo il diritto e la capacità di determinare se stesso. Proprio questo è il seme ultimo di quella superstizione laicista che fomenta la veemente sicurezza con cui si sostengono molte battaglie, a mio avviso semplicemente empie: fecondazione in vitro, matrimoni gay, adozioni per gli omosessuali… Fino a quell’aggressione al linguaggio e al simbolico che è l’abolizione – nella legislazione familiare spagnola – dei termini e dei concetti di “padre” e “madre”. Quale stolta stravaganza! Il fatto che ormai si tende ad accettare tutto questo senza batter ciglio sottintende l’idea che sia bene dire sì a tutte le possibilità che sono in mano all’uomo. E questo trova una delle sue forme più diffuse nello scientismo. Che non è soltanto un giusto e razionale apprezzamento delle possibilità che vengono date dalla scienza.

E che cos’è?
Non c’è dubbio che l’umanità attende di approfittare di tutte le potenzialità che la scienza e la storia danno: ma chi l’ha detto che l’accettazione cieca di tutto il “possibile” – scientifico, tecnico, storico – sia necessariamente un tratto positivo? E non, invece, fatale? Persino i grandi pensatori pre-cristiani, come Sofocle, avevano dubbi seri: lo sguardo allarmato di Sofocle non colpisce tanto l’homo faber come tale, e forse nemmeno le possibilità dischiuse dalle sue capacità: colpisce la sua fede cieca nella bontà dei risultati della sua azione.

Intende questo quando parla di «culto dell’uomo»?
Stato, Nazione, Partito, Masse, Storia, Sesso… Sono solo alcune delle tante “cose umane, troppo umane” che negli ultimi due secoli sono state venerate come idoli e difese con una furia che si è spesso rivelata la caricatura di una fede religiosa. In questo il laicismo italiano è diverso dalla cultura laica di altri Paesi. In quelli anglofoni, per esempio, nemmeno atei e miscredenti vivono immersi in una cultura che li istiga, come accade qui, a idolatrare la Storia o lo Stato… Io credo che una delle tragedie della cultura italiana, anche di quella “alta” o che si crede tale, è il fatto di essere contraddistinta appunto da un elemento di storiolatria. Le cui radici vanno dal materialismo storico marxista allo storicismo assoluto crociano in salsa liberale. Il progressismo italiano sacralizza cose umane. Ne è un esempio la nostra Costituzione, considerata intoccabile.

Che cosa c’entra con questo il sentimento religioso, l’umiltà di cui parlava prima?
Stiamo parlando di temi di fronte a cui l’uomo dovrebbe essere dubbiosamente umile. Invece, non sono nemmeno più sentiti e considerati come problemi. Tanta sicurezza porta a posizioni tragicamente superficiali. Che oggi è aggravata da una novità.

Quale?
Fino a qualche tempo fa, anche molti fra coloro che aderivano al diffuso ottimismo progressista del nostro tempo sospettavano che la ragione non bastasse a giustificare questa loro fiducia. Oggi, invece, è tutto ovvio e pacificato: ciò di cui prima si riconosceva la problematicità, oggi è dato per scontato e inoppugnabile.

Ma che cosa permette a lei di mantenere quella posizione di “umiltà”?
Non so rispondere fino in fondo a questa domanda. Di certo contano i fondamenti dell’educazione che ho ricevuto. Che è l’educazione ricevuta da tutta la mia generazione, in cui sono confluiti due elementi principali: il cristianesimo – che ci raggiungeva da tante strade diverse – e uno studio serio della letteratura pre-cristiana, che è anch’essa uno straordinario giacimento di esperienze religiose. Del resto, una delle più grandi imprese pedagogiche dell’Europa cristiana fu la ratio studiorum dei gesuiti, che all’apprendimento della tradizione cristiana affiancò lo studio dei classici pagani.

Perché un’educazione così risponderebbe all’“orgoglio” del vuoto culturale di oggi?
In quei fondamenti, studiati seriamente, non è possibile trovare nulla della spensierata sicumera idolatrica del progressismo moderno. Perché gli antichi riconoscevano la costituzione enigmatica della vita. Oggi, invece, il senso del mistero è al collasso: non si riesce a vedere il mistero da nessuna parte. Non ci si stupisce più di nulla, nemmeno di svegliarsi la mattina. Il vero grande problema è la morte della meraviglia.

Lei vive questo stupore?
La mia generazione ha custodito almeno una briciola di senso del sacro. Che significa fare un’esperienza, semplicissima e alta al tempo stesso, che è quella della pura e semplice gratitudine del fatto miracoloso di esserci. Un tempo, lo stupore era un tratto comune a tutti: credo non ci fosse un solo uomo in Europa per il quale la proposizione più importante di Leibniz non fosse comprensibile. Mi riferisco all’affermazione con cui ha posto la domanda metafisica fondamentale: «Perché esiste qualcosa anziché il nulla?». Oggi, persino nella preghiera, la dimensione della “richiesta” ha preso il sopravvento su quella della stupita gratitudine.

Che cosa mette a rischio lo stupore?
La banalizzazione universale. Dalla quale i rappresentanti del laicismo italiano sono “parlati”. Non sono loro a parlare, non parlano da sé, sono “parlati” dai pregiudizi della superstizione moderna. Che tradisce una paura. Come abbiamo visto nel caso di quei commenti, che hanno la presunzione di sapere cosa possa accadere nell’animo di un uomo che si toglie la vita e pretendono di applicare a un evento così misterioso i miseri concetti della loro ideologia: libertà, scelta, coraggio… Questa fenomenologia ha a che fare con la paura e con la vanità. Per questo, dopo la morte di Monicelli, mi è venuta l’immagine dei “pavoni suicidari”. Che fanno la ruota sulla pubblica scena con le penne dei suicidi altrui. Questa vanità, l’egolatria prende il sopravvento quando si pensa che la storia abbia liquidato una volta per tutte il senso del sacro: è un processo di estinzione fomentato dal movimento della modernità. Che in Italia assume forme più gravi che altrove. Fra cui anche una sempre maggiore riluttanza della Chiesa, o quanto meno di tanti suoi preti, a parlare di quelle “cose ultime” che nella tradizione catechistica erano chiamate novissimi.

La perdita del senso del mistero ha un legame con quello che il recente rapporto del Censis ha fotografato come “assenza del desiderio”?
Credo di sì. Perché proprio la sfrenata voglia di essere – come dice un’orribile espressione che suona come un imperativo – “al passo con i tempi” è ciò che va contro il desiderio. Anzi, è uno schiacciamento del desiderio, una specie di negazione, la sua soppressione a vantaggio di un culto della conformità allo spirito del proprio tempo. Che cosa vuol dire infatti essere “al passo con i tempi” se non essere, sic et sempliciter, dei perfetti conformisti? Nella Russia staliniana voleva dire approvare i gulag. Nella Germania nazista, i lager… È esattamente il contrario del desiderio: se un uomo è abitato da un desiderio vero, ha in sé qualcosa che tende sempre a resistere o a contrapporsi allo spirito del tempo.

Perché?
Perché in ogni desiderio si afferma un legame con qualcosa di superiore. Basti pensare a questo: la qualità del tempo presente, la qualità di un qualsiasi momento storico, come la si può giudicare? C’è bisogno di confrontarla con qualcos’altro. Con che cosa? Non solo con il passato. Ma con qualcosa di superiore. Che non può esserci offerto dalla semplice lettura del presente e del passato.

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