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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; Chiesa</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Educare i giovani alla giustizia e alla pace</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 18:05:49 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto]]></category>
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		<description><![CDATA[Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno? Nel Salmo 130 troviamo una bellissima immagine. Il Salmista dice che l’uomo di fede attende il Signore «più che le sentinelle l’aurora» (v. 6), lo attende con ferma speranza, perché sa che porterà luce, misericordia, salvezza. Tale attesa nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/06/benedettoxvi_saluto_finestraR375.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2205" title="benedettoxvi_saluto_finestraR375" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/06/benedettoxvi_saluto_finestraR375-300x204.jpg" alt="benedettoxvi_saluto_finestraR375" width="300" height="204" /></a>1.Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno? Nel Salmo 130 troviamo una bellissima immagine. Il Salmista dice che l’uomo di fede attende il Signore «più che le sentinelle l’aurora» (v. 6), lo attende con ferma speranza, perché sa che porterà luce, misericordia, salvezza. Tale attesa nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni.</p>
<p>Vi invito a guardare il 2012 con questo atteggiamento fiducioso. È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno.</p>
<p>In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere.[…] Vorrei dunque presentare il Messaggio per la XLV Giornata Mondiale della Pace in una prospettiva educativa. […] Essere attenti al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare,non è solamente un’opportunità, ma un dovere primario di tutta la società, perla costruzione di un futuro di giustizia e di pace.</p>
<p>Sitratta di comunicare ai giovani l’apprezzamento per il valore positivo della vita,suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del Bene.È un compito,questo, in cui tutti siamo impegnati in prima persona. Le preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo, esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro. Nel momento presente sono molti gli aspetti che essi vivono con apprensione: il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica,della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale.[…]</p>
<p><strong>I RESPONSABILI DELL’EDUCAZIONE</strong></p>
<p>2. L’educazione è l’avventura più affascinante e difficile della vita. Educare – dal latino educere – significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona.Tale processo si nutre dell’incontro di due libertà, quella dell’adulto e quella del giovane. Esso richiede la responsabilità del discepolo, che deve essere aperto a lasciarsi guidare alla conoscenza della realtà, e quella dell’educatore, che deve essere disposto a donare se stesso.</p>
<p>Per questo sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. Il testimone è colui che vive per primo il cammino che propone.[…] Vorrei rivolgermi[…] ai responsabili delle istituzioni che hanno compiti educativi: veglino con grande senso di responsabilità affinché la dignità di ogni persona sia rispettata e valorizzata in ogni circostanza.Abbiano cura che ogni giovane possa scoprire la propria vocazione, accompagnandolo nel far fruttificare i doni che il Signore gli ha accordato. Assicurino alle famiglie che i loro figli possano avere un cammino formativo non in contrasto con la loro coscienza e i loro principi religiosi.[…]</p>
<p>Mi rivolgo poi airesponsabili politici, chiedendo loro di aiutare concretamente le famiglie e le istituzioni educative ad esercitare il loro diritto-dovere di educare.Non deve mai mancare un adeguato supporto alla maternità e alla paternità.Facciano in modo che a nessuno sia negato l’accesso all’istruzione e che le famiglie possano scegliere liberamente le strutture educative ritenute più idonee per il bene dei propri figli.[…]</p>
<p><strong>EDUCARE ALLA VERITÀ E ALLA LIBERTÀ</strong></p>
<p>3. Sant’Agostino si domandava: «Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem? – Che cosa desidera l’uomo più fortemente della verità?» (Commento al Vangelo di S. Giovanni, 26,5). Il volto umano di una società dipende molto dal contributo dell’educazione a mantenere viva tale insopprimibile domanda. […]</p>
<p>«Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (Sal 8,4-5). È questa la domanda fondamentale da porsi: chi è l’uomo? L’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità – non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita – perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Riconoscere allora con gratitudine la vita come dono inestimabile, conduce a scoprire la propria dignità profonda e l’inviolabilità di ogni persona. Perciò, la prima educazione consiste nell’imparare a riconoscere nell’uomo l’immagine del Creatore e, di conseguenza, ad avere un profondo rispetto per ogni essere umano e aiutare gli altri a realizzare una vita conforme a questa altissima dignità.[…]</p>
<p>È compito dell’educazione quello di formare all’autentica libertà. Questa non è l’assenza di vincoli o il dominio del libero arbitrio, non è l’assolutismo dell’io. L’uomo che crede di essere assoluto, di non dipendere da niente e da nessuno, di poter fare tutto ciò che vuole, finisce per contraddire la verità del proprio essere e per perdere la sua libertà. L’uomo, invece, è un essere relazionale, che vive in rapporto con gli altri e, soprattutto, con Dio. L’autentica libertà non può mai essere raggiunta nell’allontanamento da Lui.</p>
<p>La libertà è un valore prezioso, ma delicato; può essere fraintesa e usata male. «Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all’opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione, perché separa l’uno dall’altro, riducendo ciascuno a ritrovarsi chiuso dentro il proprio “io”.</p>
<p>Dentro ad un tale orizzonte relativistico non è possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune» (Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’apertura del Convegno ecclesiale diocesano nella Basilica di san Giovanni in Laterano, 6 giugno 2005).</p>
<p>Per esercitare la sua libertà, l’uomo deve dunque superare l’orizzonte relativistico e conoscere la verità su se stesso e la verità circa il bene e il male. Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce lo chiama ad amare e a fare il bene e a fuggire il male. […]</p>
<p>4. È importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità profonda dell’essere umano. È la visione integrale dell’uomo che permette di non cadere in una concezione contrattualistica della giustizia e di aprire anche per essa l’orizzonte della solidarietà e dell’amore. […]</p>
<p><strong>EDUCARE ALLA PACE</strong></p>
<p>5. La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità. La pace è anzitutto dono di Dio. Noi cristiani crediamo che Cristo è la nostra vera pace: in Lui, nella sua Croce, Dio ha riconciliato a Sé il mondo e ha distrutto le barriere che ci separavano gli uni dagli altri (cfr Ef 2,14-18). […]</p>
<p><strong>ALZARE GLI OCCHI A DIO</strong></p>
<p>6. A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire con forza: «Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero» (Benedetto XVI,Veglia con i Giovani, 20 agosto 2005).[…]</p>
<p>Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo.</p>
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		<title>La tentazione del Natale</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 17:51:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[carron]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>

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		<description><![CDATA[L'articolo di don Julián Carrón pubblicato sull'Osservatore Romano del 24 dicembre 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/12/sacra_famiglia_11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2936" title="Natale" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/12/sacra_famiglia_11-300x190.jpg" alt="Natale" width="300" height="190" /></a>Per descrivere la nostra umanità e per guardare in modo adeguato noi stessi in questo momento della storia del mondo, difficilmente potremmo trovare una parola più adeguata di quella contenuta in questo brano del profeta Sofonìa: «Rallégrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele». Perché? <strong>Che ragione c’è di rallegrarsi, con tutto quello che sta accadendo nel mondo</strong>? Perché «il Signore ha revocato la tua condanna».</p>
<p>Il primo contraccolpo che hanno provocato in me queste parole è per la sorpresa di come <strong>il Signore ci guarda: con uno sguardo che riesce a vedere cose che noi non saremmo in grado di riconoscere se non partecipassimo di quello stesso sguardo sulla realtà</strong>: «Il Signore revoca la tua condanna», cioè <strong>il tuo male non è più l’ultima parola sulla tua vita</strong>; lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; <strong>lo sguardo con cui ti rimproveri in continuazione non è vero</strong>. <strong>L’unico sguardo vero è quello del Signore</strong>. E proprio da questo potrai riconoscere che Egli è con te: se ha revocato la tua condanna, di che cosa puoi avere paura? «Tu non temerai più alcuna sventura». Un positività inesorabile domina la vita. Per questo &#8211; continua il brano biblico &#8211; «non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia». Perché? Perché «il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente». Non c’è un’altra sorgente di gioia che questa: «Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (Sof 3,14-17).</p>
<p>Che queste non sono rimaste solo parole, ma si sono compiute, è ciò che ci testimonia il Vangelo; nel Bambino che Maria porta in grembo, quelle parole sono diventate carne e sangue, come ci ricorda in modo commovente Benedetto XVI: «<strong>La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti &#8211; un realismo inaudito</strong>» (Deus caritas est, 12). Ed è un fatto talmente reale nella vita del mondo che non appena Elisabetta riceve il saluto da Maria, il bambino che porta nel grembo – Giovanni – sussulta di gioia. Quelle del Profeta non sono più soltanto parole, ma si sono fatte carne e sangue, fino al punto che questa gioia è diventata esperienza presente, reale: «Ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,39-45).</p>
<p><strong>Domandiamoci: il cristianesimo è un devoto ricordo o è un avvenimento che accade oggi esattamente come è accaduto duemila anni fa</strong>? Guardiamo i tanti fatti che i nostri occhi vedono in continuazione, che ci sorprendono e ci stupiscono, a cominciare da quel fatto imponente che si chiama Benedetto XVI e che ogni volta fa sussultare le viscere del nostro io. <strong>C’è Uno in mezzo a noi che fa sussultare il “bambino” che ciascuno di noi porta in grembo, nel nostro intimo, nella profondità del nostro essere</strong>. Questa esperienza presente ci testimonia che l’episodio della Visitazione non è soltanto un fatto del passato, ma è stato l’inizio di una storia che ci ha raggiunto e che continua a raggiungerci nello stesso modo, attraverso incontri, nella carne e nel sangue di tanti che incontriamo per la strada, che ci muovono nell’intimo.</p>
<p>È con questi fatti negli occhi che possiamo entrare nel mistero di questo Natale, evitando il rischio del “devoto ricordo”, di ridurre la festa a un puro atto di pietà, a devozione sentimentale. In fondo, tante volte la tentazione è di non aspettarsi granché dal Natale. Ma a chi è data la grazia più grande che si possa immaginare &#8211; vederLo all’opera in segni e fatti che Lo documentano presente &#8211; è impossibile cadere nel rischio di celebrare la nascita di Gesù come un “devoto ricordo”. Non ci è consentito! E non perché siamo più bravi degli altri fratelli uomini, non perché non siamo fragili come tutti, <strong>ma perché siamo riscattati di continuo da questo nostro venir meno per la forza di Uno che accade ora e che revoca la nostra condann</strong>a.</p>
<p>È solo con questi fatti negli occhi che potremo guardare il Natale che viene: non con una nostalgia devota, non col sentimento naturale che sempre provoca in noi un bambino che nasce e neppure con un vago sentimento religioso, ma in forza di una esperienza (perché tutto il resto non produce altro che una riduzione di “quella” nascita). Dove si rivela veramente chi è quel Bambino è in questa esperienza reale: il figlio di Elisabetta ha sussultato di gioia nel suo grembo. È il rinnovarsi continuo di questo avvenimento che ci impedisce di ridurre il Natale e che ce lo può fare gustare come la prima volta.</p>
<p><strong>di Julián Carrón &#8211; Tratto da <a href="http://tracce.it/default.asp?id=411&amp;id_n=26192" target="_blank">Tracce.it</a></strong></p>
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		<title>La vacanza e il destino</title>
		<link>http://www.sicomorogiulianova.it/2011/08/la-vacanza-e-il-destino-2/</link>
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		<pubDate>Sat, 06 Aug 2011 20:34:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>

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		<description><![CDATA[Appunti da alcune conversazioni con don Giussani di   giessini, universitari   e giovani lavoratori negli anni &#8216;60 e &#8216;70.
Li riproponiamo nella loro pur evidente sinteticità. Dalla nostra   storia, suggerimenti per vivere bene il presente
Il tempo della libertà
Non è un dover fare, ma un dover essere. La vacanza è il  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/giussaninatalesalvagente.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1389" title="giussaninatalesalvagente" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/giussaninatalesalvagente.jpg" alt="giussaninatalesalvagente" width="300" height="201" /></a>Appunti da alcune conversazioni con don Giussani di   giessini, universitari   e giovani lavoratori negli anni &#8216;60 e &#8216;70.<br />
Li riproponiamo nella loro pur evidente sinteticità. Dalla nostra   storia, suggerimenti per vivere bene il presente</em></p>
<p><strong>Il tempo della libertà</strong><br />
Non è un dover fare, ma un dover essere. La vacanza è il   tempo della libertà, non come liberazione dallo studio, ma perché   obbliga alla fatica e alla responsabilità della libertà e   della sincerità. È il tempo in cui viene a galla quello che   vuoi veramente.<br />
C&#8217;è in me la presenza di qualche cosa di reale come il mare e le   montagne. Io sono sempre io.<br />
Il tempo della vacanza è quello della personalità. Salvare   la permanenza di un criterio (momento di fedeltà e di continuità).<br />
Dopo un po&#8217; di tempo anche la novità cessa e provoca la noia. La   novità è la vera ricerca del nostro destino. Fare attenzione   agli altri.<br />
Adattarsi a un ambiente non vuol dire compromettersi con esso.<br />
Mali:<br />
- considerare il riposo come un dimenticare quello che è accaduto   prima<br />
- assenza di un programma<br />
- accettare di recitare una parte che mi renda più simpatico a quelli   che mi circondano<br />
- paura di rimanere soli, che nasconde spesso la paura della responsabilità   del tempo<br />
Fissare dei punti nella giornata (sapere ciò a cui si va incontro)   di cose serie, di preghiera.<br />
Saper riprendere sempre. Scrivere. Raggio estivo. Disporsi a vivere con   bontà. Discrezione con l&#8217;ambiente.<br />
Evitare certe esperienze.<br />
<em>Appunti da un Raggio, 9 giugno 1962</em></p>
<p><strong>Lavoro e riposo</strong><br />
Il lavoro esprime la vita come vita, ingombra la vita tutta quanta. Il   lavoro in senso stretto &#8211; l&#8217;andare in un determinato posto, oppure mettersi   a compiere determinate azioni di cui si deve rispondere, a cui è   legata una remunerazione che permette di vivere &#8211; occupa la vita più   che il riposo, più che il dormire. Ecco, il lavoro contende col   riposo lo spazio della vita, ed è abbastanza impressionante questo   binomio (impressionante nel senso giusto della parola), perché è   proprio l&#8217;uomo a essere diviso tra una quantità di inerzia e una   quantità di energia. Comunque, il lavoro contende col sonno il primato   nell&#8217;occupare tutte le ore della nostra vita.<br />
Noi usiamo la parola &#8220;lavoro&#8221; anche in senso più largo,   proprio come sinonimo di &#8220;vita&#8221;, cioè come espressione   di noi. E, infatti, quando andiamo via, per chi riesce a essere fedele,   a seguirci fedelmente anche in vacanza, qual è l&#8217;impressione rispetto   alle vacanze che si facevano prima? Prima erano vuote e ora, invece, si   sentono piene. O quando andiamo in gita insieme, facendola secondo il nostro   spirito, dove sta la differenza? Quando uno torna a casa la sera non finisce   tutto, non è di fronte a una cosa finita. Perché vacanze   e gite sono diverse? Perché costituiscono un lavoro. Tanto è   vero che tanti si impressionano, tanti si fermano e non ci seguono più   per questo, perché se procedessero, se seguissero, alla fine di   una giornata (gita) o alla fine di quindici giorni (vacanza) come noi li   impostiamo, il tempo sarebbe pieno, chiunque lo sentirebbe pieno, sentirebbe   che non ha perso tempo, cioè che ha lavorato.<br />
<em>Esercizi Gl, Varigotti, 2 maggio 1964</em></p>
<p><strong>Coscienza e compagnia</strong><br />
Dalla vita e dal crescere non c&#8217;è vacanza. Quindi per il periodo   particolare dell&#8217;estate sottolineiamo due punti.<br />
La nostra è eminentemente una vita, quindi non si tratta di momenti   staccati, che possono anche colpirci e impressionarci fortemente, ma che   non ci richiamano, non ci introducono, non si risolvono in una vita.<br />
Sono due le caratteristiche particolari della vita d&#8217;estate:<br />
1) la coscienza. La vacanza è il momento in cui più liberamente   e tranquillamente si può prendere coscienza. Ci accorgeremo di vivere   la nostra libertà, infatti, se avremo coscienza. Momento di libertà   è quando più facilmente si può entrare in noi stessi;<br />
2) la compagnia. Essere intransigenti nell&#8217;impostare la nostra compagnia.   Guardiamo all&#8217;espressione chiara e netta per giudicare la compagnia. E   per mantenere questo, continuiamo il riferimento con la comunità.<br />
<em>Scuola Gs, 6 giugno 1965</em></p>
<p><strong>In cammino<br />
</strong> La sequela è giocare il senso di se stessi. Allora il seguire diventa   un lavoro, perché colui che tu segui, ciò che segui, non   ti mette davanti il significato di te, perché questo lo farà   Cristo venendo alla fine del mondo. Ma colui che segui, giocando, rischiando   te stesso, ti mette davanti il senso di te dentro un determinato gesto.   Perché il senso di noi stessi lo vedremo con evidenza alla fine;   ma prima della fine c&#8217;è tutta quanta la trama di gesti che si chiama   vita. Per esempio, una vacanza &#8211; non come la concepiscono tutti (tutti!)   &#8211; che diventi un cammino, un passo nel cammino verso una maturità   maggiore di sé: una coscienza maggiore dell&#8217;istante come rapporto   col destino, una coscienza maggiore del nesso tra il proprio io e gli altri   (comunione), una coscienza maggiore del nesso fra il gesto effimero, il   gesto mio e la presenza delle cose (ordine). Così uno scopre, in   quel frangente, un miglioramento di sé, scopre un senso più   grande di se stesso.<br />
<em>équipe Clu, 2 settembre 1978</em></p>
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		<title>Si può essere “cattolici democratici” senza essere più cattolici?</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2011 11:49:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[mancuso]]></category>
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		<category><![CDATA[scola]]></category>
		<category><![CDATA[socci]]></category>

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		<description><![CDATA[Vito Mancuso è un tipo minuto dall’aria dimessa e stropicciata. E’ uno dei figli spirituali del cardinal Martini e oggi è approdato a scrivere per Repubblica.

Commentando la nomina del cardinale Scola a Milano, ha spiegato che “la questione è politica” (curioso modo di considerare la Chiesa): siccome la Curia di Milano è stata per trent’anni nell’orbita di Martini e della sua corrente, secondo Mancuso tale doveva restare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/07/scola.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2905" title="scola" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/07/scola.jpg" alt="scola" width="300" height="291" /></a>Vito Mancuso è un tipo minuto dall’aria dimessa e stropicciata. E’ uno dei figli spirituali del cardinal Martini e oggi è approdato a scrivere per Repubblica.</p>
<p>Commentando la nomina del cardinale Scola a Milano, ha spiegato che “la questione è politica” (curioso modo di considerare la Chiesa): siccome la Curia di Milano è stata per trent’anni nell’orbita di Martini e della sua corrente, secondo Mancuso tale doveva restare.</p>
<p>Invece con Scola il “cattolicesimo democratico” avrebbe subito – a suo dire – “un’umiliazione pesante” perché avrebbe perso “l’unico punto di riferimento nazionale”.</p>
<p>Benedetto XVI – afferma l’intellettuale di Repubblica – scegliendo Scola ha scelto di “contrastare frontalmente” quella linea “cattolico democratica”.</p>
<p>In pratica, se così stessero le cose, dovremmo concludere che il papa ha deciso di restituire a Milano il cattolicesimo tout court, senza aggettivi. E ci sarebbe solo da rallegrarsene.</p>
<p>Ma la chicca dell’articolo di Mancuso è un’altra, quella dove si apprende che egli è il confidente segreto dello Spirito Santo. Scrive infatti: “non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo”.</p>
<p>Evidentemente lo Spirito Santo ha detto a Mancuso che preferiva Ravasi.</p>
<p>La singolare idea del cattolicesimo che ha Mancuso è stata bocciata duramente, mesi fa, da Civiltà Cattolica e da Vincenzo Vitale nel libro “Volti dell’ateismo”.</p>
<p>Quelle pagine mostrano che Mancuso sarà anche all’interno del “cattolicesimo democratico”, ma – visti tutti i dogmi di fede che nega – sta al di fuori del cattolicesimo.</p>
<p>Me ne dispiace molto. Ho avuto occasione di incontrare Mancuso di recente e voglio raccontare l’episodio.</p>
<p>Ho accettato l’invito al programma di Corrado Augias in onda su Rai 3 verso mezzogiorno per un’intervista sul mio libro appena uscito, “La guerra contro Gesù”.</p>
<p>Sapevo che il salotto di Augias non è affatto neutro e che il conduttore, pure lui giornalista di Repubblica, è animato da forti sentimenti anticattolici (che scatenano ricorrenti proteste su “Avvenire”).</p>
<p>Io stesso, nel mio libro, lo pizzicavo su alcune assurdità da lui scritte a proposito di cristianesimo (pure durante la trasmissione ho dovuto contestargli un’altra castroneria).</p>
<p>Dunque non mi sono stupito quando i curatori del programma mi hanno informato che in studio era stato chiamato pure Vito Mancuso.</p>
<p>Mi ha divertito che Augias avesse voluto “un rinforzo”. Sinceramente – lo dico senza protervia – la cosa non mi ha affatto impensierito.</p>
<p>Ma non era finita. Augias – per sentirsi ancora più al sicuro – ha deciso di procedere così: lui poneva una domanda, solitamente molto dura con la Chiesa, spesso una requisitoria.</p>
<p>Io ero chiamato a rispondere e Mancuso poi era invitato a replicare alla mia risposta. Cosicché avevano sempre la prima e l’ultima parola. Ha fatto sistematicamente così.</p>
<p>Così ho dovuto digerire delle assurdità che facevano veramente venire l’orticaria: sentir ripetere per l’ennesima volta, dopo il secolo dei genocidi perpetrati dalle ideologie atee, che “il monoteismo” (genericamente inteso) sarebbe fonte di intolleranza è veramente insopportabile.</p>
<p>Certo, la prassi adottata da Augias non è un esempio di conduzione seria e ‘super partes’. Ma in fondo mi aspettavo cose del genere (quando non si hanno argomenti si ricorre ai mezzucci). Però le sorprese non erano finite.</p>
<p>Ho infatti scoperto lì, direttamente in trasmissione, che – insieme al mio – il conduttore aveva deciso di parlare anche di un altro libro (di Matthew Fox, “In principio era la gioia”), pubblicato in una collana curata da Mancuso stesso. Ovviamente un libro contro la dottrina cattolica.</p>
<p>Un’altra scorrettezza perché – non essendo stato informato, come era doveroso fare – mi sono trovato a dover discutere di un testo che non conoscevo, mentre Mancuso sapeva in anticipo che si sarebbe trattato del mio libro.</p>
<p>Il volume di Fox peraltro serviva ad Augias solo ad alimentare la polemica anticattolica, perché – ho scoperto in seguito – era già stato presentato in quella trasmissione.</p>
<p>Mi sono detto: ma quanto sono insicuri dei propri argomenti se devono ricorrere a questi miseri sistemi? Perché sono così impauriti da un confronto libero e paritario?</p>
<p>Naturalmente io ho detto comunque alcune cose e – stando alla quantità di mail che ho ricevuto – credo di averlo fatto anche in maniera efficace.</p>
<p>Ma adesso devo dirvi ciò che mi ha sconcertato.</p>
<p>Il volume di Fox si scaglia contro la dottrina del peccato originale, come se questa realtà fosse stata torvamente inventata dalla Chiesa per colpevolizzare gli uomini.</p>
<p>E Mancuso ha proclamato le stesse idee nei suoi libri e in quella trasmissione.</p>
<p>Interpellato in proposito io ho osservato semplicemente che il peccato originale è un fatto così evidente, tangibile, che chiunque può constatarlo nella sua esperienza quotidiana, tanto è vero che poeti non credenti come Charles Baudelaire e Giacomo Leopardi hanno descritto benissimo questa condizione decaduta dell’uomo, desideroso di felicità, ma strutturalmente incapace di conquistarla.</p>
<p>La nostra umanità è inquinata dal dolore, dal male e dalla morte. E’ un fatto, una realtà che tutti – in ogni istante – ci troviamo amaramente a constatare.</p>
<p>Ciò dimostra – ho concluso – che non è per nulla la Chiesa ad aver “inventato” il peccato originale, ma – al contrario – è lei l’unica ad aver dato una spiegazione della nostra condizione: la sua dottrina del peccato originale infatti fornisce l’unica ragione esauriente del guazzabuglio disperante in cui l’uomo, dalla sua nascita, si trova “gettato”.</p>
<p>Non solo. La Chiesa non si limita a rivelare all’uomo le cause di questa condizione, comunque misteriosa, ma annuncia e propone Gesù, il salvatore, l’unico che questa condizione può redimere, che può capovolgere il segno mortifero dell’esistenza e cambiare radicalmente il nostro destino infelice. Donando la felicità.</p>
<p>A questo punto è intervenuto Mancuso che ha cominciato una sua requisitoria: il peccato originale – a suo dire – è stato inventato nel V secolo da S. Agostino e nel 418, al Concilio di Cartagine, la Chiesa ha reso dogma il pensiero di Agostino.</p>
<p>Incredulo per questa assurdità ho obiettato che la dottrina del peccato originale c’è già in san Paolo, cioè all’origine del cristianesimo.</p>
<p>Mancuso lo ha negato dicendo testualmente che in san Paolo vi sarebbe soltanto il parallelismo fra Adamo e Cristo. Non sapevo se mettermi a ridere o a piangere. Possibile che un semplice giornalista come me debba svelare a uno che si fa presentare come “teologo” (e addirittura “teologo cattolico”) che San Paolo ha scritto, all’incirca nell’anno 58, la fondamentale Epistola ai Romani e che nel capitolo quinto di tale Epistola si trova già espressa nel dettaglio la dottrina del peccato originale?</p>
<p>Non contento di quella topica Mancuso negava che il peccato originale fosse una condizione dell’uomo e insisteva nel dire che la Chiesa imputava agli uomini un peccato non commesso.</p>
<p>Mi è stato facile invitare Mancuso a leggere almeno il Catechismo della Chiesa Cattolica dove sta scritto a chiare lettere che il peccato originale è stato da noi “contratto”, ma non “commesso” e che è “condizione di nascita e non atto personale” (n. 76).</p>
<p>Sapevo peraltro che Mancuso nega una quantità di altri dogmi della Chiesa. E’ capace di scrivere una cosa del genere: “non c’è alcuna esigenza di credere nella sua (di Gesù, nda) risurrezione dai morti per essere salvi”.</p>
<p>Vitale, dopo un’accurata disamina di queste mancusate, conclude che egli, negando “diversi dogmi fondamentali per la fede” come “peccato originale, immacolata concezione, immortalità dell’anima, eternità dell’inferno, si colloca volontariamente non solo al di fuori della teologia, ma anche al di fuori della dottrina cattolica e della Chiesa”.</p>
<p>Io, dopo l’articolo di Mancuso su Milano, mi limito a domandarmi solo se si possa essere “cattolici democratici” senza essere cattolici. Chissà che ne pensa il cardinal Martini.</p>
<p><a href="http://www.antoniosocci.com/2011/07/si-puo-essere-cattolici-democratici-senza-essere-piu-cattolici/" target="_blank">Antonio Socci</a></p>
<p>Da “Libero”, 3 luglio 2011</p>
<p>Post scriptum:</p>
<p>Mancuso ha testualmente scritto:</p>
<p>“Oggi non c’è più nessuno così tra i vescovi delle principali diocesi italiane, ai cattolici progressisti di questo paese è stata tolta anche l’ultima possibilità di avere un punto di riferimento nella gerarchia, e non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha ispirati quattro, e non uno solo”.</p>
<p>Mi chiedo: esiste forse un vangelo “cattolico democratico” o “progressista”. E quale sarebbe dei quattro?</p>
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		<title>Quella radice che dà forza</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 19:51:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I  cristiani non devono avere paura, ha detto il Papa parlando alle  Pontificie Opere Missionarie. Non devono avere paura di proclamare il  Vangelo, anche se «sono attualmente il gruppo religioso che soffre il  maggior numero di persecuzioni», ha ricordato. E basta pensare alle  cronache dall’Iraq all’Egitto, al Pakistan, all’Orissa, al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/05/Cristo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2877" title="Cristo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/05/Cristo-300x298.jpg" alt="Cristo" width="300" height="298" /></a>I  cristiani non devono avere paura, ha detto il Papa parlando alle  Pontificie Opere Missionarie. Non devono avere paura di proclamare il  Vangelo, anche se «sono attualmente il gruppo religioso che soffre il  maggior numero di persecuzioni», ha ricordato. E basta pensare alle  cronache dall’Iraq all’Egitto, al Pakistan, all’Orissa, al Sudan, e  avere anche una vaga memoria della ferocia subita, per domandarsi  istintivamente: non aver paura? </span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">E come si fa, in certi posti, a non  avere paura? Perfino lontano dagli scenari sanguinosi, nel civile sicuro  orizzonte occidentale, non ci vuole un po’ di coraggio forse  semplicemente per palesarsi cristiani in un mondo secolarizzato? (Nelle  scuole, nei luoghi di lavoro, quella tacita pressione a richiudere la  fede in una camera privata, interiore, a non portarla nell’arena del  vivere comune).</p>
<p>Non dobbiamo avere paura, dice Benedetto XVI, e  le sue parole riecheggiano quel &#8220;non abbiate paura&#8221; di Giovanni Paolo II  la cui eco è risonata il primo maggio in una piazza San Pietro gremita e  commossa. Già, non dobbiamo; ma, come si fa a non avere paura? Come  fanno i cristiani in vaste zone del mondo a vivere, e a restare e a  testimoniare il Vangelo, nella minaccia che incombe? E come facciamo più  modestamente noi, a non trovare più comodo e conveniente allinearci,  omologarci al conformismo della cultura dominante?</p>
<p>Non bisogna  avere paura, già; ma, come diceva Manzoni, il coraggio uno non se lo può  dare. E allora un ascoltatore distratto potrebbe pensare a un  imperativo morale che ci venga comandato, cui con le nostre forze  dobbiamo aderire; come soldati, ai quali sia stato inculcato un senso  militare dell’onore, e non ne possano venire meno.</p>
<p>Ma c’è un  passaggio nel discorso di Benedetto XVI che di quel &#8220;non abbiate paura&#8221; è  la chiave di volta, e che nella sintesi dei titoli dei giornali rischia  forse di non essere abbastanza notato. «Condizione fondamentale per  l’annuncio è lasciarsi afferrare completamente da Cristo», dice il Papa:  in questo essere afferrati è la &#8220;linfa vitale&#8221; del cristiano e  dell’annuncio cristiano. Affermazione che, a guardarla dalla platea di  un cristianesimo formalmente e distrattamente ereditato – come è per non  pochi in Occidente – è un capovolgimento radicale della questione.  Perché la vulgata appresa da molti della nostra generazione – forse per  colpa anche nostra, noi alunni svogliati – sembrava insistere sul  cristianesimo come un &#8220;dover essere&#8221;, un dovere aderire a una morale,  uno sforzarci di virtù.</p>
<p>E invece la condizione fondamentale per  vivere la fede e annunciarla, ricorda Benedetto, è «lasciarsi afferrare  completamente da Cristo». Un essere presi, conquistati, abitati; non un  doverismo, un ferreo imporsi una legge da osservare. Come Benedetto XVI  ha scritto nell’incipit della <em>Deus caritas est</em>, «all’inizio  dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea,  bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona». E dunque quel  &#8220;non abbiate paura&#8221; che da Giovanni Paolo II a Benedetto ci viene  ripetuto non è l’ordine di aderire a un imperativo sia pure superiore,  ma è l’esortazione a lasciarsi semplicemente afferrare da Cristo.</p>
<p>Certo,  anche questo comporta una paura, in uomini educati al culto di sé  stessi, e di sé padroni; è un abbandonarsi, e anche questo richiede  coraggio. Certo, ognuno può obiettare di essere inadeguato e incapace,  non assolutamente all’altezza di quel compagno. Ma il nostro Dio,  ricorda il Papa, è uso a mettere il suo tesoro in &#8220;vasi di creta&#8221;. E la  creta è terra, comune, e fragile. Però nella forma del vaso è fatta per  accogliere. «L’anima non è che una cavità che egli riempie», ha scritto  Clive Staples Lewis – l’autore di <em>Cronache di Narnia</em> – con  l’intuizione folgorante del poeta. E dunque noi vasi di creta, materia  da poco; ma, colmati, capaci anche di un’appartenenza più grande della  paura.</span></div>
<div><strong><span id="ctl00_MasterContent_Autore">Marina Corradi tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/QUELLA+RADICE+CHE+D+FORZA_201105160804428300000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a><br />
</span></strong></div>
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		<title>Buona Pasqua!</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2011 08:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA["Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione,vuota anche la vostra fede"(1Cor 15, 14s).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/resurrezione.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2867" title="resurrezione" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/resurrezione-150x150.jpg" alt="resurrezione" width="150" height="150" /></a>&#8220;Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione,vuota anche la vostra fede&#8221;(1Cor 15, 14s).</strong></p>
<p>La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull&#8217;uomo, sull&#8217;essere dell&#8217;uomo e sul suo dover essere &#8211; una sorta di concezione religiosa del mondo &#8211; ma la fede cristiana è morta.</p>
<p>Gesù in tal caso non è più il criterio di misura; criterio è soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi, La nostra valutazione personale è l&#8217;ultima istanza.</p>
<p>Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell&#8217;uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poiché allora Dio si è veramente manifestato. <strong>(Benedetto XVI)</strong>.</p>
<p><strong>Tratto dal blog di <a href="http://annavercors.splinder.com/" target="_blank">Anna Vercors</a></strong></p>
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		<title>Ma non possiamo, per noia, farci stranieri a noi stessi</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2011 08:26:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
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		<description><![CDATA[Una riflessione potente, qualche pensiero rischioso e un compito]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una riflessione potente, qualche pensiero rischioso e un compito</strong></p>
<p>«Non siamo forse noi diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo?»: incontrando queste parole nel discorso del Papa, mi è tornata in mente la pietra che segna il confine fra Turchia e Grecia. Uscivo in auto dal territorio della Turchia, oltrepassavo la striscia fra Stato e Stato che si chiama &#8220;Terra di nessuno&#8221;, entravo nel primo metro di terreno greco, e mi son visto davanti la pietra che annuncia la Grecia: «Ellàs, chòra ton christianòn», Grecia, Terra di cristiani.</p>
<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/nulla.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2863" title="nulla" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/nulla-300x199.jpg" alt="nulla" width="300" height="199" /></a>Ho guardato a lungo quella scritta, incantato. C’è dunque un popolo sulla Terra che ti accoglie a braccia aperte e per rallegrarti ti avverte: «Qui sei fra cristiani».</p>
<p>Che vuol dire: nella tua religione. Cioè: nella tua fede. Cioè: nella tua cultura. Cioè: nella tua patria. Cioè: nel tuo paese. Cioè: nella tua casa. Cioè, alla fin fine: nella tua famiglia.</p>
<p>I greci sono il popolo che ha introdotto nella storia il concetto di «straniero» come parlante altra lingua. I greci dicevano che gli stranieri parlano «la lingua delle rondini». Sto per esprimere un concetto delicato, e non vorrei essere frainteso: per i greci, tu eri fuori casa quando eri fuori della lingua greca; per i romani, quando eri fuori dell’impero; per noi oggi, che viaggiamo spesso, la vera sensazione di essere lontani da casa ce la dà il trovarci fuori del cristianesimo.</p>
<p>In tal senso (ecco il punto delicato, che non vorrei fosse frainteso), la Turchia ci è più lontana degli Stati Uniti, Istanbul – purtropo – più di New York. Tu vai a New York e ti senti nel tuo mondo, vai a Istanbul e ti senti in un altro mondo. Ora, che cosa dice il Papa, dicendo che «l’Occidente, noi, Paesi centrali del cristianesimo, annoiati della nostra storia e cultura», «siamo diventati un popolo dell’incredulità», e dobbiamo stare attenti a non diventare «un non-popolo»?</p>
<p>Dice che la storia che stiamo avviando non va nella prosecuzione della storia che abbiamo alle spalle, ma segna una contraddizione. Il disagio, il senso d’insicurezza che avvertiamo nei lunghi viaggi, quando usciamo dalle aree della civiltà cristiana, lo avvertiamo anche in quel viaggio nel tempo che è la vita: settanta, cinquanta, quaranta, trenta anni fa, la nostra vita, la nostra civiltà, la nostra Europa, erano più vincolate al cristianesimo, se allora eravamo un popolo cristiano, la progressiva perdita di valori cristiani rischia di farci diventare un non-popolo. Mezzo secolo fa sarebbe stato inconcepibile per l’Europa il pensiero di darsi una Costituzione in cui non fossero affermate le sue radici cristiane. Perché esse non sono una valutazione ideologica, sono storia.</p>
<p>Ignorare le radici cristiane vuol dire ignorare la storia. Diventare &#8220;stranieri a se stessi&#8221;.</p>
<p>Se posso permettermi un altro pensiero rischioso (ma non vorrei che alla fine del discorso fossero troppi), rinnegarsi. Da popolo diventare non­popolo. Cioè, per coloro che sono giunti alla conclusione della vita, essere nati in una civiltà e morire in un’altra. Non per la forte attrazione di un’altra civiltà, ma, dice il Papa, perché «annoiati della propria storia e cultura».</p>
<p>È importantissimo il termine &#8220;noia&#8221;, che indica stanchezza e indifferenza: non a caso, in Italia, lo scrittore che ha scritto un romanzo intitolato &#8220;La noia&#8221;, aveva esordito con un altro romanzo intitolato &#8220;Gli indifferenti&#8221;. Sono la noia e l’indifferenza a portare un popolo a perdere i suoi valori e diventare un non-popolo.</p>
<p>C’eravamo tanto interrogati, sui significati di quei romanzi. Le storia letterarie ce ne han presentati parecchi. Ecco che oggi ne scopriamo un altro.</p>
<p><strong>Ferdinando Camon tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/farci+stranieri+a+noi+stessi_201104230821030570000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a><br />
</strong></p>
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		<title>Gesù regna attraendo</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 16:02:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>

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		<description><![CDATA[Due delle meditazioni preparate per la Via Crucis del Papa
Seconda stazione 
Gesù è caricato della Croce
Pilato esita, cerca un pretesto per rilasciare Gesù, ma cede alla volontà che prevale e rumoreggia, che si appella alla Legge e lancia insinuazioni.
Continua a ripetersi la storia del cuore ferito dell’uomo: la sua meschinità, la sua incapacità a sollevare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/croce10.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2859" title="croce10" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/croce10-300x225.jpg" alt="croce10" width="300" height="225" /></a>Due delle meditazioni preparate per la Via Crucis del Papa</strong></p>
<p><strong>Seconda stazione</strong><em> </em></p>
<p><em>Gesù è caricato della Croce</em></p>
<p>Pilato esita, cerca un pretesto per rilasciare Gesù, ma cede alla volontà che prevale e rumoreggia, che si appella alla Legge e lancia insinuazioni.</p>
<p>Continua a ripetersi la storia del cuore ferito dell’uomo: la sua meschinità, la sua incapacità a sollevare lo sguardo da sé per non lasciarsi ingannare dalle illusioni del piccolo tornaconto personale e librarsi in alto, portato nel volo libero della bontà e dell’onestà.</p>
<p>Il cuore dell’uomo è un microcosmo.</p>
<p>In esso si decidono le sorti grandi dell’umanità, si risolvono o si accentuano i suoi conflitti. Ma la discriminante è sempre la stessa: prendere o perdere la verità che libera.</p>
<p>Umile Gesù, nello scorrere quotidiano della vita il nostro cuore guarda in basso, al suo piccolo mondo, e, tutto preso dalla contabilità del proprio benessere, resta cieco alla mano del povero e dell’indifeso che mendica ascolto e chiede aiuto. Tutt’al più si commuove, ma non si muove.</p>
<p>Vieni, Spirito di Verità, avvinci il nostro cuore e attiralo a te. «Custodisci sano il suo palato interiore, perché possa gustare e bere la sapienza, la giustizia, la verità, l’eternità» (1)!</p>
<p><strong>Undicesima stazione</strong></p>
<p><em>Gesù è inchiodato sulla Croce</em></p>
<p>Gesù crocifisso è al centro; l’iscrizione regale, alta sulla Croce, schiude le profondità del mistero: Gesù è il Re e la Croce il suo trono. La regalità di Gesù, scritta in tre lingue, è un messaggio universale: per il semplice e il sapiente, per il povero e il potente, per chi si affida alla Legge divina e per chi confida nel potere politico. L’immagine del Crocifisso, che nessuna sentenza umana potrà mai rimuovere dalle pareti del nostro cuore, resterà per sempre la Parola regale della Verità: «Luce crocifissa che illumina i ciechi» (2), «tesoro coperto che solo la preghiera può aprire» (3), cuore del mondo.</p>
<p>Gesù non regna dominando con un potere di questo mondo, lui «non dispone di alcuna legione» (4). «Gesù regna attraendo» (5): il suo magnete è l’amore del Padre che in lui si dona per noi «fino all’infinita fine» (6). «Nulla si sottrae al suo calore» (7)!</p>
<p>Signore Gesù, crocifisso per noi! Tu sei la confessione del grande amore del Padre per l’umanità, l’icona della sola verità credibile. Attiraci a te, perché impariamo a vivere «per amore del tuo amore» (8).</p>
<p>Vieni, Spirito di Verità, aiutaci a scegliere sempre «Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze, per scoprire nell’impotenza esterna del Crocifisso la potenza sempre nuova della verità» (9).</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>1) Commento al vangelo di Giovanni 26,5</p>
<p>2) Cfr. Discorso 136, 4.</p>
<p>3) Cfr. Ib. 160, 3.</p>
<p>4) Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano 2011, p. 214.</p>
<p>5) Cfr. Gv 12, 32.</p>
<p>6) H. U. von Balthasar, «Tu coroni l’anno con la tua grazia», Milano 1990, p. 188.</p>
<p>7) Sal 18 (19), 7.</p>
<p> <img src='http://www.sicomorogiulianova.it/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> Le Confessioni 2, 1, 1; 11, 1, 1.</p>
<p>9) Cfr. Benedetto XVI, Gesù di Nazaret&#8230;, o.R., pp. 217-218.</p>
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		<title>Il Papa: seguire Gesù in croce, partendo dal cuore</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 11:50:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per la Via Crucis da lui presieduta il Venerdì Santo Benedetto XVI ha chiesto a una monaca agostiniana di scrivere le meditazioni. Abbiamo cercato suor Maria Rita Piccione, per farci raccontare il lavoro che ha preparato
Quella telefonata suor Maria Rita Piccione, monaca agostiniana di clausura, proprio non se l’aspettava. Era il primo febbraio. Dall’altra parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/via_crucis.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2853" title="VATICAN GOOD FRIDAY CHURCH ABUSE" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/via_crucis.jpg" alt="VATICAN GOOD FRIDAY CHURCH ABUSE" width="265" height="200" /></a>Per la Via Crucis da lui presieduta il Venerdì Santo Benedetto XVI ha chiesto a una monaca agostiniana di scrivere le meditazioni. Abbiamo cercato suor Maria Rita Piccione, per farci raccontare il lavoro che ha preparato</strong></p>
<p>Quella telefonata suor Maria Rita Piccione, monaca agostiniana di clausura, proprio non se l’aspettava. Era il primo febbraio. Dall’altra parte della cornetta il Segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone aveva una comunicazione per lei: «Il Santo Padre le chiede di scrivere le meditazioni della Via Crucis». Quarantotto anni, originaria di Siena, suor Rita dal 2008 risiede nel monastero dei Santi Quattro Coronati a Roma, quando è stata eletta madre Preside della Federazione dei Monasteri agostiniani d’Italia. «Quella richiesta non era l’ultimo dei miei pensieri, proprio era al di fuori di ogni mio pensiero», ricorda con schiettezza toscana.</p>
<p><strong>Suor Rita, come ha reagito alla notizia?</strong></p>
<p>Sinceramente ero disorientata, perplessa. Avevo la percezione che quella richiesta non cadesse sul terreno giusto, insomma un incarico superiore alle mie possibilità. E il cardinale Bertone che mi diceva: «Non vorrà dire di no al Santo Padre?». Vede, noi, come ordine agostiniano, abbiamo nelle nostre Costituzioni un particolare amore e devozione alla Chiesa e al Pontefice. Alla fine, ci siamo dati un giorno di tempo.</p>
<p><strong>Durante il quale lei cosa ha fatto?</strong></p>
<p>Ho pregato e ho chiesto a chi mi conosceva di aiutarmi a prendere questa decisione. Erano tutti contenti della scelta del Papa. Accettare per me è stato un gesto di fede, di obbedienza alla Provvidenza che aveva deciso tutto. Ho pensato: se ha fatto fino a questo punto, porterà sicuramente a compimento quest’opera. Dal momento in cui ho detto sì ho percepito cosa vuol dire abbandonarsi allo Spirito Santo. Di più: ho fatto esperienza dell’azione, della presenza dello Spirito Santo quando non si oppongono barriere. Questo ha significato accettare in anticipo che questo lavoro avrebbe potuto non andare bene, non essere accettato. Ma il mio problema non poteva essere far vedere quanto valevo. Dovevo solo aderire. Prima di scriverla ho dovuto fare io la mia Via Crucis.</p>
<p><strong>Come ha impostato il lavoro?</strong></p>
<p>Il primo pensiero è stato: se queste riflessioni sono state richieste a una monaca di vita contemplativa il primo contributo è vivere anche questo gesto per come io vivo: nella preghiera, semplicemente. Per la stesura volevo, dove era possibile, seguire il vangelo di san Giovanni perché nella Via Crucis emerge il messaggio della gloria. Mi sono messa in ascolto di questo testo. La parola tocca il cuore: scaturisce una riflessione, si formula una richiesta. Ecco, lo schema per ogni stazione era pronto: testo evangelico, breve riflessione, una preghiera che si modula come confessione e invocazione.</p>
<p><strong>In che senso?</strong></p>
<p>Il cuore dell’uomo si sente interpellato dall’umanità di Gesù, e nello stesso tempo riconosce la propria realtà invocando l’aiuto per essere sempre più conforme a Lui. Come sguardo più complessivo di tutte le stazioni, ho tenuto presente la frase di san Pietro nella Prima lettera: «Cristo Gesù patì per voi lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme». Il cammino verso la croce è un esempio concreto che Gesù dà per vivere certi tratti di croce che la vita presenta. Nelle preghiere delle stazioni c’è come l’orma di Gesù che noi siamo invitati a seguire. La vita buona del Vangelo la si impara semplicemente mettendosi al seguito di Cristo, cercando, partendo dal cuore, di conformare il più possibile la nostra vita alla Sua. Come sottolinea sant’Agostino, la discriminante non sta nelle opere, ma nel cuore. È necessario tornare all’intimo della coscienza, guardare alla radice nascosta: Gesù, il germe di vita divina che tutti abbiamo. Tornare a vivere sotto lo sguardo misericordioso di Dio, che, come dice sant’Agostino, «è più intimo a me di quanto lo sia io stesso».</p>
<p><strong>Mi sembra che il pensiero del vescovo di Ippona faccia un po’ da substrato alla stesura di questa Via Crucis.</strong></p>
<p>È un patrimonio che mi appartiene, che mi ha plasmato. Visibile, in queste meditazioni, sicuramente in alcune espressioni agostiniane, ma soprattutto nella centralità dell’umanità di Cristo che è stato un momento importante nella vita del Santo. Nel libro VII delle Confessioni, avendo ormai acquisito un buon patrimonio di conoscenza della verità sant’Agostino si interroga con queste parole: «Perché non posso godere di Dio?». Non può perché non è ancora umile, quell’umiltà che permette di «abbracciare l’umile Gesù. Non avevo capito quanto la Sua debolezza fosse maestra». Questo è lo sfondo agostiniano che sta alla base delle meditazioni. Una Via Crucis molto umana.</p>
<p><strong>Tratto da <a href="http://www.tracce.it/">Tracce.it</a> &#8211; Intervista a cura di Paola Bergamini</strong></p>
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		<title>LA SANTITA&#8217; &#8211; Udienza generale di mercoledì 13 aprile 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 16:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto xvi]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
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 Cari fratelli e sorelle
nelle Udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti Santi e Sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/papa.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-2834" title="papa" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/papa-300x265.gif" alt="papa" width="300" height="265" /></a> </p>
<p> Cari fratelli e sorelle</p>
<p>nelle Udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti Santi e Sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (<em>Gal</em> 2,20). Seguire il loro esempio, ricorrere alla loro intercessione, entrare in comunione con loro, “ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla Fonte e dal Capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso del Popolo di Dio” (Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. <a href="http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html"><em>Lumen gentium</em></a> 50). Al termine di questo ciclo di catechesi, vorrei allora offrire qualche pensiero su che cosa sia la santità.</p>
<p><strong>Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti.</strong> San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (<em>Ef</em> 1,4). <strong>E parla di noi tutti.</strong> Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (<em>Col</em> 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr <em>Gv</em> 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. <strong>La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. </strong>[…]</p>
<p>Ma rimane la questione: <strong>come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze? <strong>La risposta è chiara: una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni</strong>, </strong><strong><strong>perché è Dio, il tre volte Santo (cfr <em>Is</em> 6,3), ch</strong>e ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma</strong>. […]</p>
<p>Ma Dio rispetta sempre la nostra libertà e chiede che accettiamo questo dono e viviamo le esigenze che esso comporta, chiede che ci lasciamo trasformare dall’azione dello Spirito Santo, conformando la nostra volontà alla volontà di Dio.</p>
<p>Come può avvenire che il nostro modo di pensare e le nostre azioni diventino il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo? Qual è l’anima della santità? Di nuovo il Concilio Vaticano II precisa; ci dice che la santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta. “«Dio è amore; chi rimane nell&#8217;amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (<em>1Gv</em> 4,16). Ora, Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr <em>Rm</em> 5,5); <strong>perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui.</strong> Ma perché la carità, come un buon seme, cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l&#8217;aiuto della grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all&#8217;Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all&#8217;abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all&#8217;esercizio di ogni virtù. La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr <em>Col</em> 3,14; <em>Rm</em> 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Forse anche questo linguaggio del Concilio Vaticano II per noi è ancora un po&#8217; troppo solenne, forse dobbiamo dire le cose in modo ancora più semplice. <strong>Che cosa è essenziale?</strong> <strong>Essenziale è non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell&#8217;Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l&#8217;esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni.  Mi sembra che questa sia la vera semplicità e grandezza della vita di santità: l’incontro col Risorto la domenica; il contatto con Dio all’inizio e alla fine del giorno; seguire, nelle decisioni, gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato, che sono solo forme di carità. Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza per la carità verso Dio e verso il prossimo” (</strong><a href="http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html"><strong><em>Lumen gentium</em></strong></a><strong>, 42). Questa è la vera semplicità, grandezza e profondità della vita cristiana, dell&#8217;essere santi. </strong></p>
<p>Ecco perché sant’Agostino, commentando il capitolo quarto della <em>Prima Lettera di san Giovanni</em>, può affermare una cosa coraggiosa: “<em>Dilige et fac quod vis</em>”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”. E continua: <strong>“Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell&#8217;amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene”</strong> (7,8: <em>PL</em> 35). Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Dio, perché Dio è amore. Così vale questa parola grande: “<em>Dilige et fac quod vis</em>”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”.</p>
<p>Forse potremmo chiederci: possiamo noi, con i nostri limiti, con la nostra debolezza, tendere così in alto? La Chiesa, durante l’Anno Liturgico, ci invita a fare memoria di una schiera di Santi, di coloro, cioè, che hanno vissuto pienamente la carità, hanno saputo amare e seguire Cristo nella loro vita quotidiana. Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. <strong>In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità.</strong></p>
<p>Nella comunione dei Santi, canonizzati e non canonizzati, che la Chiesa vive grazie a Cristo in tutti i suoi membri, noi godiamo della loro presenza e della loro compagnia e coltiviamo la ferma speranza di poter imitare il loro cammino e condividere un giorno la stessa vita beata, la vita eterna.</p>
<p>Cari amici, come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! <strong>Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana</strong>. Ancora una volta san Paolo lo esprime con grande intensità, quando scrive: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (<em>Ef</em> 4,7.11-13). Vorrei invitare tutti ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. <strong>Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore.</strong> Grazie.</p>
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