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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; Cinema</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Non lasciarmi</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 18:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[In un'Inghilterra dove l'aspettativa di vita è arrivata ai 100 anni grazie a un rigoroso programma di donazione degli organi, si intrecciano le esistenze di tre ragazzi donatori.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/07/non_lasciarmi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2908" title="non_lasciarmi" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/07/non_lasciarmi.jpg" alt="non_lasciarmi" width="200" height="284" /></a>Splendido melodramma gentile e sofferto diretto dal regista di un unico film, l&#8217;interessante <em>One Hour Photo</em>,  e di parecchi videoclip musicali. Il suo nome è Mark Romanek e vale la  pena segnarselo perché è riuscito in un&#8217;impresa. Realizzare un film di  fantascienza senza effetti di qualsiasi tipo e sorretto soltanto  dall&#8217;interpretazione di tre giovani attori, Keira Knightley, Andrew  Garfield e Carey Mulligan, uno più bravo dell&#8217;altro, e soprattutto  prendendo dalla fantascienza il vero cuore, nemmeno troppo nascosto: le  domande di senso. Da questo punto di vista, il film, sospeso in  un&#8217;atmosfera indefinita e segnato da colori autunnali, si configura come  un grande film sulla domanda fondamentale dell&#8217;essere umano. Chi sono  io? Qual è il mio destino? A che cosa servo? Perché vivere e morire?  Sono le domande che i tre protagonisti si pongono, sempre e  continuamente. Se le pongono nell&#8217;infanzia – il prologo del film –  vissuta all&#8217;interno delle mura apparentemente calde e accoglienti del  college di Hailsham gestito da una preside (Charlotte Rampling) materna e  severa nei confronti di questi orfani di padre e di madre e dal destino  segnato. Se le pongono nel rapporto tra di loro e nelle contraddizioni  tipiche dell&#8217;adolescenza, quando l&#8217;amicizia e l&#8217;amore si confondono,  quando bisogna convivere con i sentimenti più diversi e quando le  pulsioni sessuali rischiano di prendere il sopravvento. Soli di fronte a  un mondo che – eccezion fatta per un&#8217;insegnante del college – non si  accorge nemmeno della loro esistenza, i tre ragazzi cercano, come  riescono, di farsi compagnia nell&#8217;affronto di un dolore che pare certo e  davanti a un destino che pare prestabilito sin dai primi momenti della  loro vita. Eppure i tre sognano che l&#8217;amore e l&#8217;amicizia tra loro duri  per sempre o sperano, almeno, di ottenere dal Potere una deroga, qualche  anno in più, prima del distacco inevitabile. Sperano contro ogni  speranza. Sono almeno due i livelli con i quali accedere al film: il  primo è eminentemente cinematografico. <em>Non lasciarmi</em> porta avanti lo stesso discorso di <em>Gattaca</em>,  capolavoro della fantascienza delle domande degli anni 90, e Romanek,  attraverso uno stile sobrio, privo di fronzoli, rimane ancorato  all&#8217;essenziale. Più del non senso di un mondo in cui il progresso  tecnologico ha ridotto l&#8217;uomo a oggetto di consumo, conta il cuore di  questi ragazzi che amano, sperano, vivono e soffrono di fronte alla  contraddizione della vita che appartiene a tutti, per cui si ama per  sempre, nonostante l&#8217;amore sia, per sua natura terrena, finito. Scrive  ne <em>Il piccolo principe</em> Saint-Exupéry: “La prova che il piccolo  principe è esistito sta nel fatto che era bellissimo, che rideva e che  voleva una pecora. Quando uno vuole una pecora è la prova che esiste”.  La prova che i tre ragazzi esistono e sono uomini è che si amano e  desiderano farlo per sempre. In questo senso, Romanek, da un punto di  vista stilistico, riprende con grande rispetto il cinema di Kubrick, il  cui 2001, oltre a essere il capolavoro definitivo del cinema delle  domande fondamentali della vita, è anche uno dei film di culto del  regista di <em>One Hour Photo</em>. Stesso approccio scientifico, stessa  apparente freddezza rispetto alla sofferenza dei protagonisti che  sembrano lasciati soli a se stessi. Eppure, a ben vedere, come nel  finale di <em>Orizzonti di gloria</em>, o in tanti momenti di <em>Barry Lyndon</em> e dello stesso <em>2001</em>,  Kubrick piange sommessamente e in silenzio sulle tante crudeltà che il  Destino infligge ai suo personaggi, così fa anche Romanek, nelle  sequenze in ospedale con protagonisti i donatori e nel finale, carico di  attesa davanti a un orizzonte assai evocativo.<br />
La seconda chiave di lettura è quella metaforica e simbolica. Il film,  solo a una prima frettolosa analisi, parla di altro da noi, di un altro  luogo e di un altro tempo. In realtà <em>Non lasciarmi</em> parla del qui  ed ora. Lo dicono i toni fiabeschi e anche kafkiani del prologo; lo dice  la mancanza praticamente assoluta di riferimenti spazio-temporali, ma  lo dice soprattutto l&#8217;idea di fondo del film, e cioè che tutti siamo  “donatori”.</p>
<p><strong>Simone Fortunato tratto da <a href="http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1502" target="_blank">Sentieri del Cinema</a></strong></p>
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		<title>Habemus Papa, non manca Dio, ma l&#8217;uomo</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 11:42:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Uno &#8220;strizzacervelli&#8221; è chiamato a risolvere il caso del neo-Papa che non accetta l&#8217;elezione e scappa. Lo psicoanalista Luigi Ballerini ha visto per noi il nuovo film di Nanni Moretti. Dove «l&#8217;inadeguatezza umana è spacciata per inconsistenza»
Quello che rende Habemus Papam un’occasione mancata non è tanto l’assenza di Dio, ma la totale assenza dell’uomo. Nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/moretti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2850" title="moretti" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/moretti.jpg" alt="moretti" width="275" height="165" /></a>Uno &#8220;strizzacervelli&#8221; è chiamato a risolvere il caso del neo-Papa che non accetta l&#8217;elezione e scappa. Lo psicoanalista Luigi Ballerini ha visto per noi il nuovo film di Nanni Moretti. Dove «l&#8217;inadeguatezza umana è spacciata per inconsistenza»</strong></p>
<p>Quello che rende Habemus Papam un’occasione mancata non è tanto l’assenza di Dio, ma la totale assenza dell’uomo. Nel film di Nanni Moretti, nessun personaggio ha lo spessore proprio dell’umanità: ciascuno è ridotto a macchietta e caricatura. E la vita stessa è ridotta a teatro, non a caso la narrazione si serve de Il gabbiano di Cechov.</p>
<p>Gli anziani cardinali sono ritratti con ridicoli aspetti infantileggianti, costretti a gigionare più o meno goffamente dentro la divisa porporata. Anche quando giocano non lo fanno con la serietà dei bambini, piuttosto nella riduzione dell’infanzia pensata spesso dagli adulti. Fra loro, forse l’unico che spicca è Gregori, il candidato forte all’elezione pontificia, le cui parole sono limitate, ma i cui sguardi preoccupati sono spesso densi di dignità e vigore. O quanto meno si distingue, dando l’impressione che stia pensando qualcosa, che si stia facendo un’idea personale di ciò che accade e cerchi delle possibili soluzioni. Perché l’irrealtà del collegio cardinalizio morettiano non è appena nel fatto che quegli uomini non pregano, ma che non pensano nemmeno.</p>
<p>Poi c’è Moretti attore, che interpreta lo psicoanalista chiamato a “studiare” il caso del Papa riluttante. Il personaggio è un professionista senza alcuna credibilità, un soggetto da cui nessuno andrebbe mai in cura: idem la moglie (Margherita Buy), che fa lo stesso mestiere. Entrambi preda delle loro stesse questioni, compiono errori grossolani: saltano alle conclusioni senza verificare se esista davvero una domanda; peggio, confondono ingenuamente l’affermazione gridata e ripetuta «aiutatemi!» con una richiesta di cura, quando dovrebbero sapere che tale dichiarazione non basta affatto: l’analisi non è un atto transitivo, compiuto sul soggetto da un esperto, ma la forma di un rapporto sempre a due, un lavoro comune. In particolare, la Buy si porta al bar (ma perché?) il suo paziente, neanche avesse dietro un barboncino-toy, inserendolo senza ragione in un contesto inadeguato e in cui stona.</p>
<p>Ma è il novello Papa che sconcerta. Di lui non sappiamo nulla fino a che non lo vediamo agire una vera e propria drammatizzazione isterica, con grida al limite del patetico davanti al finestrone spalancato su Piazza San Pietro con la folla in attesa. Lo sentiamo lamentarsi urlando di notte, come solo uno psicotico: più che in Vaticano sembra di trovarsi in un manicomio pre-Basaglia e Moretti più che uno psicoanalista pare uno psichiatra di guardia notturna forzato nell’impersonale stanzino di un ospedale. Il personaggio, ben interpretato da Michel Piccoli, oscilla fra la drammatizzazione isterica sempre in agguato e lo sguardo catatonico proprio della demenza: quel modo stordito e straniato che ha di osservare la realtà mentre vaga per Roma senza meta lo documenta a lungo.</p>
<p>C’è un grande rischio nel film di Moretti: che tutto questo impianto venga scambiato per la “profondità” dell’uomo, la sproporzione del limite umano di fronte a un’impresa impossibile, al suo destino forse: «L’inadeguatezza dell’uomo», come ha detto lo stesso regista. Ma Habemus Papam è tutta superficie, condita con qualche &#8211; anche coraggiosa &#8211; sciocchezza psicosimile (la tiritera sul “deficit di accudimento” della Buy-psicoanalista) e un po’ di espedienti pseudo-culturali (l’inserimento, non pienamente riuscito, di Cechov e il teatro).</p>
<p>Non c’è traccia di pensiero, non c’è meditazione alcuna. Per questo manca l’uomo: di fronte a una situazione drammatica non si vede elaborazione, ma solo una smarrita emozione con le conseguenti reazioni. Cancellato il dramma, resta appunto la commedia, peraltro senza svolgimento né evoluzione. Assistiamo a una riduzione dell’umano in cui il limite viene spacciato per inconsistenza strutturale, per inadeguatezza di principio di fronte al reale e alle questioni che pone. Tutti poveretti al mondo.</p>
<p>Non è vero invece che l’uomo è nulla. Come non è vero che è definito da un tale coacervo di contraddizioni incomprensibili. Il punto distintivo del soggetto non è, innanzitutto, la sua inadeguata fragilità, ma è la dignità che nessuna condizione contraddittoria può sottrarre. E la libertà, che gli permette sempre di pensarsi legato a un altro, cui rivolgersi per chiedere e ricevere anche ciò che eventualmente gli manca.</p>
<p>È per questo che nel film di Moretti nessuno prega: non perché manchi Dio cui rivolgersi, ma perché mancano gli uomini della domanda.</p>
<p><strong><a href="http://www.tracce.it/default.asp?id=329&amp;id_n=21598" target="_blank">Tratto da Tracce.it</a></strong></p>
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		<title>Un film discusso, i lettori e noi</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 19:45:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Caro direttore,
tutti  (o quasi) i giornali sono stati sostanzialmente d’accordo con quando  titolato in prima pagina e nelle analisi interne di &#8220;Avvenire&#8221;: nel film  &#8220;Habemus Papam&#8221; di Nanni Moretti c’è un ritratto umano, ma manca la  fede. Ancora una volta, nei nostri tempi, in un’opera artistica, del  cattolicesimo viene messa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/689px-Avvenire_logo.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-2838" title="689px-Avvenire_logo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/689px-Avvenire_logo-300x261.png" alt="689px-Avvenire_logo" width="300" height="261" /></a>Caro direttore,<br />
tutti  (o quasi) i giornali sono stati sostanzialmente d’accordo con quando  titolato in prima pagina e nelle analisi interne di &#8220;Avvenire&#8221;: nel film  &#8220;Habemus Papam&#8221; di Nanni Moretti c’è un ritratto umano, ma manca la  fede. Ancora una volta, nei nostri tempi, in un’opera artistica, del  cattolicesimo viene messa in evidenza la dimensione orizzontale, non  quella verticale. Ancora una volta ho ripensato a quanto l’allora  cardinale Joseph Ratzinger disse nel 1988, e ribadì nel 1991, in &#8220;Svolta  per l’Europa?&#8221;: «Nella letteratura contemporanea, nell’arte figurativa,  nei film e nelle rappresentazioni teatrali domina prevalentemente  un’immagine cupa dell’uomo. Ciò che è grande e nobile desta a priori  sospetto; dev’essere tolto dal suo piedistallo e ridimensionato».  Cordialmente,</p>
<p align="right"><strong>Raffaele Vacca &#8211; Fondatore del Premio Capri S. Michele</p>
<p></strong></p>
<p>Gentile direttore,<br />
rientrato  in Assisi dopo un’indimenticabile giornata trascorsa a Roma con un caro  amico, mi sono ritrovato anch’io, quasi per caso, alla proiezione  dell’Habemus Papam di Nanni Moretti, solleticato da un battage mediatico  che negli ultimi giorni era diventato sempre più insistente. Speravo,  in cuor mio, che la pellicola potesse raffigurarmi il successore di  Pietro con tratti di umanità. La realtà, purtroppo, è ben altra: il film  mi è apparso una cinica pantomima, di linguaggio ibrido (tra il comico,  il realistico e l’introspettivo, senza essere né l’uno, né l’altro, né  l’altro ancora), dove l’icona impenetrabile diveniva eroe dello  sberleffo, dove la norma ripiegava nella normativa a rovescio, dove la  sacralità cedeva il posto al ridicolo e il sentire individuale, che  avrei voluto realmente conoscere, era ridotto ad una pietosa e  incomprensibile sindrome di Peter Pan. Vorrei dire ai curatori del film  che è difficile emulare Pirandello o Svevo se non si possiedono analoghe  qualità artistiche&#8230;</p>
<p align="right"><strong>Luigi Proietti, Tordibetto di Assisi (Pg)</strong></p>
<p>Gentile direttore,<br />
ho  visto ieri Habemus Papam di Moretti. Ma no, si sbaglia Salvatore Izzo.  Non c’è offesa, non c’è dileggio, per me neanche satira o facile ironia,  che francamente era quello che &#8220;sospettavo&#8221; prima della visione. Anzi, è  un racconto a modo suo intimamente religioso. Certo, di una religiosità  molto umana, popolaresca, un po’ &#8220;alla romana&#8221; ma senza cadere mai nel  solito cinismo e mai nell’anticlericalismo (altra intenzione che  &#8220;sospettavo&#8221; prima di vederlo…). Su tutto, poi, una interpretazione del  candidato-Papa di Michel Piccoli con toni di una misura e di una  simpatia umana straordinari: nessun altro film laico ha mai raccontato  in modo così umanamente affettuoso e rispettoso la figura di un Papa (e  anche quella degli altri porporati e abitanti del Vaticano). Credo che,  alla fine, questo è un film che resterà tra i film più paradossalmente  cattolici. Con grande stima e molti cordiali saluti.</p>
<p align="right"><strong>Sisto Gungui Malli, Brescia</strong></p>
<p>Caro direttore,<br />
«Il  Papa di Moretti? Ritratto umano ma senza fede»: la lettura  dell’articolo di Marina Corradi (Avvenire del 15 aprile) mi è stata di  grande conforto; mi sento meno solo nel sostegno della Fede che, all’età  di 84 anni, ho ancora la grazia di conservare, nonostante le  distrazioni e i dubbi di certa scienza. Vado ripetendo Domine non sum  dignus ma, come scrive il mio &#8220;coscritto&#8221; cardinale Martini  nell’articolo pubblicato da Avvenire dello stesso giorno, mi sorregge la  Speranza del Suo incontro, quando verrà la mia ora.<br />
<strong>F.B.</strong></p>
<p><em>Interroga e  provoca diversi (e persino opposti) pareri l’ultimo film di Nanni  Moretti. Si dirà che questo è quanto un’opera che aspira a essere d’arte  può e deve fare, anche se non sempre ci riesce. Ma io – che ancora non  ho trovato tempo e modo per vedere &#8216;Habemus Papam&#8217;, e che ho già  affidato alla critica bella e acuta di Marina Corradi la &#8216;lettura  ufficiale&#8217; della pellicola (Avvenire, venerdì 15 aprile) – lascio  volentieri la parola ad alcuni dei lettori e amici che ci stanno  scrivendo in proposito con gusto, passione e – requisito essenziale –  rispetto e buona creanza. Secondo un costume che è regolarmente  praticato sulle pagine di Avvenire e anche altrove, ma che altrove –  quando è Avvenire a praticarlo – suscita evidentemente stupore e  soprattutto clamore. </em></p>
<p></span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><em>Me ne occupo, qui, proprio per questo.La lettera  aperta di Salvatore Izzo, valente vaticanista dell’Agi (una delle  principali agenzie di stampa italiane), proponeva domenica scorsa un  punto di vista argomentato e diverso dal nostro, con una proposta di  &#8216;boicottare&#8217; il film morettiano articolata con la verve caratteristica  di quel collega giornalista che conosco e apprezzo da tempo. Per questo  gli ho assegnato, in questa pagina di dialogo, il nobile spazio che – di  quando in quando – diamo a liberi contributi, interni ed esterni al  giornale, di quel tenore (&#8217;In cauda venenum&#8217;) o di tenore opposto  (&#8217;Dulcis in fundo&#8217;). </em></span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><em>Siamo fatti così, guarda un po’, noi giornalisti  del quotidiano d’ispirazione cattolica. E lo facciamo così, questo  giornale. Con la libertà di ragionare, di scegliere e di pubblicare  anche opinioni altrui, a volte pure in forma di &#8216;ripresa&#8217; da altri  giornali. Perché ricordo quello che i nostri lettori sanno già  benissimo? Perché quella mordace lettera è diventata la &#8216;parola&#8217; di  questo giornale. </em></span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><em>Salvatore Izzo da qualcuno è stato addirittura  proclamato sacerdote, anzi &#8216;Monsignore&#8217;. Potrei alzare le spalle e  persino sorriderci su&#8230; Ma poi, domenica sera, in tv, qualcuno ha  proposto a Moretti stesso una domanda sull’«editoriale di Avvenire»  (testuale) che avrebbe proposto il boicottaggio preventivo del suo  film&#8230; Adesso, qualcuno dirà che me la prendo sempre con Fabio Fazio e  con il suo programma. Ma che cosa ci posso fare se Fazio fa spesso e  volentieri operazioncine di questo tipo?Come posso non ricordare che è  stato Fazio ad aver fatto finta di non vedere un mese di campagna di  Avvenire («Fateli parlare») per chiedergli di dare voce in un suo  programma di successo anche ai malati (e ai loro familiari) descritti  come «vite indegne» da chi aveva fatto scelte di tipo eutanasico? E come  faccio a non ricordarmi di aver personalmente scritto in  quell’occasione almeno tre editoriali (che forse erano davvero «di  Avvenire») per chiedergli non di portare in tv «portavoce» di un qualche  movimento, ma di fare intelligentemente e onestamente spazio a storie  vere (e silenziate) di sofferenza, di solidarietà e di bellissima  resistenza umana e civile al dolore e all’abbandono di disabili e malati  gravi? </em></span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><em>Come faccio a non rammentare di aver avuto per tutta risposta  una paradossale &#8216;lezione&#8217; sulla libertà di chi non fa posto nei suoi  programmi (e Avvenire quando mai glielo aveva chiesto?) a «portavoce di  movimenti pro-life»? Insomma, gli editoriali di Avvenire sono tali, e  meritevoli d’attenzione, solo quando lo decide Fazio. Forse  semplicemente (e legittimamente, ci mancherebbe) lui Avvenire non lo  legge. Il problema è che quando non vuole – o non può – evitarlo, ne  parla lo stesso, a sproposito.</em></span></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><em>Quasi come Moretti che dice – a quanto  pare anche a noi – «prima andate a vedere il mio film». Beh, è  esattamente quello che i nostri critici hanno fatto, e Moretti in realtà  lo sa. Risposta furba, la sua, a una domanda sbagliata e furbetta. I  nostri lettori, che stupidi non sono, hanno deciso – o decideranno – in  tutta libertà che cosa farsene di questa storia di celluloide. Io avrei  ancora intenzione di andare a vederla (da cronista vado sempre alla  &#8216;fonte&#8217;), ma se continua così mi faranno passare la voglia&#8230;</em></span></p>
<p><span><strong>Tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Lettere/Un+film+discusso+i+lettori+e+noi_201104190713272100000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><em><br />
</em></span></p>
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		<title>Il Papa di Moretti? Ritratto umano ma senza la fede</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 18:43:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Piazza  San Pietro è colma di fedeli, la fumata è bianca, la finestra è già  aperta. «Habemus Papam», si annuncia. Ma il Papa non si affaccia. Il  Papa di Nanni Moretti  è amnesico, e drammaticamente depresso dopo  l’elezione. Si chiude nelle sue stanze fra la costernazione dei  cardinali e del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">Piazza  San Pietro è colma di fedeli, la fumata è bianca, la finestra è già  aperta. «Habemus Papam», si annuncia. Ma il Papa non si affaccia. Il  Papa di Nanni Moretti  è amnesico, e drammaticamente depresso dopo  l’elezione. Si chiude nelle sue stanze fra la costernazione dei  cardinali e del mondo intero. Viene convocato in Vaticano un famoso  psicoanalista, che naturalmente è Moretti stesso; ma il Papa scappa,  vaga sui bus di Roma, sogna di far l’attore mentre Moretti, prigioniero  del Conclave, gioca a scopa con i principi della Chiesa. Il mondo però  non può attendere oltre: il Papa, ricondotto a San Pietro, annuncia Urbi  et Orbi che non ce la fa, nello sgomento collettivo, e rinuncia.<br />
<em><br />
<a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/habemus.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2819" title="habemus" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/habemus-300x209.jpg" alt="habemus" width="300" height="209" /></a>Habemus Papam </em>è  un film ben fatto. Si sorride nell’ironia e autoironia di Moretti, che  avviluppa questo moderno “gran rifiuto” nel consueto groviglio di una  tentacolare psicoanalisi che avviluppa ogni cosa, senza peraltro  guarirne nessuna. Come non sorridere guardando la elegante faccia da  &#8220;sessantottato&#8221; di Moretti che racconta ai cardinali perché la moglie,  naturalmente anche lei psicoanalista, lo ha lasciato per un altro  psicoanalista? E quel Papa smarrito, un grande Michel Piccoli, non fa  forse tenerezza mentre cerca se stesso per Roma, e non si trova? Anche i  cardinali sono raccontati con una simpatia affettuosa, uomini semplici  che giocano a carte e a pallavolo per ingannare l’attesa. Purtroppo,  appunto, questa Chiesa amichevolmente raccontata dietro le quinte del  Conclave sta per finire: giacché il successore di Pietro, smarrito,  rifiuta.</p>
<p>Insomma, questa volta non la Messa (per citare un suo precedente film, <em>La Messa è finita</em>,  del 1985), ma proprio la Chiesa è finita. Non c’è acrimonia nel film,  anzi quasi un’ombra di malinconia. Come le condoglianze di Moretti al  capezzale di una grande vecchia, per cui si aveva una qualche simpatia.  Chi guarda, pure sorridendo, non può non vedere però che questa Chiesa  non è quella reale, ma quella che Moretti immagina.</p>
<p>Fateci caso:  tra i 107 cardinali che vegliano in un momento così grave, c’è chi fa i  puzzle e chi beve tranquillanti, ma il regista non ne immagina nemmeno  uno che preghi. Già, che preghi: non uno che domandi a Dio. Una  dimenticanza non casuale. Nello sguardo di Moretti la Chiesa è fatta  solo dagli uomini, e Dio è il grande latitante – per non parlare dello  Spirito Santo, che in questa elezione avrebbe clamorosamente fallito. E  come il povero Papa depresso, anche i cardinali, pure così simpatici,  sembrano prescindere dal primo fondamento della fede cristiana: cioè  l’essere in Cristo, cioè il radicale costante rapporto con la carnale  concretezza di Cristo. Brava gente, generosa, che però non sa a che  santo votarsi. Certo, una Chiesa senza Cristo sarebbe destinata a  finire. Non è andata così, da duemila anni a questa parte, ed è strano.  Tutti gli imperi, i regni, i partiti, le rivoluzioni, tramontate. E il  trono di Pietro ancora lì – inspiegabile.</p>
<p>Lo sguardo pure acuto  di Moretti vuole vedere nella Chiesa solo una faccenda di uomini.  Cresciuto nei tentacoli di una psicoanalisi di cui sa sorridere, Moretti  non si accorge che la Chiesa di <em>Habemus Papam</em> è solo, per  usare il gergo psicoanalitico, una sua “proiezione”. Ha immaginato la  morte di una Chiesa vecchia e confusa, ma gliene è sfuggita l’essenza:  l’essere la Chiesa “corpo e membra” di Cristo. Film elegante, con bravi  interpreti, che può piacere a Cannes. Il film di cui il pubblico,  uscendo dalle sale, dirà: carino e intelligente. Attenzione però a  quella profonda dimenticanza, a quel non sapere vedere l’essenziale in  questa vecchia Chiesa, che tuttavia sopravviverà anche a Freud e ai suoi  eredi. Cioè, grazie delle gentili condoglianze, ma la Chiesa – cioè  noi, credenti in Cristo – siamo ancora piuttosto vivi.</span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Autore"><strong>Marina Corradi &#8211; tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Spettacoli/film+moretti+habemus+papam_201104150913456000000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></div>
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		<title>Da rivedere &#8211; Una storia vera</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 17:23:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un uomo anziano affronta un viaggio impossibile – attraversando  l’America a bordo di un tagliaerba – per riconciliarsi con il fratello  malato con cui aveva interrotto ogni rapporto vent’anni prima. In una  sorta di percorso espiatorio, fatto di incontri e circostanze, il film  ci mostra una singolare figura ricca di umanità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/02/una-storia-vera.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2759" title="una storia vera" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/02/una-storia-vera.jpg" alt="una storia vera" width="153" height="222" /></a>Un uomo anziano affronta un viaggio impossibile – attraversando  l’America a bordo di un tagliaerba – per riconciliarsi con il fratello  malato con cui aveva interrotto ogni rapporto vent’anni prima. In una  sorta di percorso espiatorio, fatto di incontri e circostanze, il film  ci mostra una singolare figura ricca di umanità e di sofferta conoscenza  della vita, e il suo stupore di fronte al creato.</p>
<p>Il vero “ritornello”  che funge da legante e rivelatore è il cielo stellato: segno reale e  misterioso, luogo delle domande più profonde, prima immagine e  conclusiva, quando, dopo l’incontro tra i fratelli, il viaggio  idealmente continua verso le stelle.</p>
<p>Un viaggio come una via crucis,  dove ogni passo, carico di peccato, diventa leggero quando viene  confessato a sé stessi e al mondo, alla conquista di pace e perdono.</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=172" target="_blank">Sentieri del Cinema</a></p>
<p><iframe title="YouTube video player" width="640" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/MsuaFRb204k" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Povera Maria, nessuno le chiese scusa</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Feb 2011 11:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Maria Schneider]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi alcuni andranno in piazza in difesa della donna, della figura della donna e di come oggi se ne abusa in ogni ambito: spettacolo, cronaca, gossip ed altro.
Gli organizzatori che hanno promosso questa manifestazione sono però quelle che hanno, fino a ieri, promosso una cultura che non solo ha reso il sesso oggetto e lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/02/maria_schneider.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2748" title="maria_schneider" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/02/maria_schneider.jpg" alt="maria_schneider" width="249" height="179" /></a>Oggi alcuni andranno in piazza in difesa della donna, della figura della donna e di come oggi se ne abusa in ogni ambito: spettacolo, cronaca, gossip ed altro.</p>
<p>Gli organizzatori che hanno promosso questa manifestazione sono però quelle che hanno, fino a ieri, promosso una cultura che non solo ha reso il sesso oggetto e lo ha banalizzato, ma si è spinto anche oltre, promuovendo, in una difesa distora della donna, l&#8217;aborto come diritto, il divorzio facile come rimedio, profilattici ai ragazzi, educazione sessuale in pura funzione fisica che di rispetto della sacralità della persona.</p>
<p>Hanno invaso di vagonate di donne nude copertine e siti di giornali di riferimento. Hanno bollato come vecchie e sorpassate le opinioni di chi vuole riportare il discorso in un ambito più umano.</p>
<p>Un moralismo e una manipolazione (evidentemente solo politica) che puzza ancora una volta di una verità a senso unico: la loro. E invece non è di contrapposizione manipolata quello di cui abbiamo bisogno tutti.</p>
<p>Non sentirete oggi parlare di donne come Eluana Englaro, di Asia Bibi, della signora che ospita i poveri a Rimini, di Margherita Coletta. Non sono funzionali al messaggio politico dei &#8220;maitre a penser&#8221; di oggi.</p>
<p>E tal proposito, vi consigliamo di leggere questo articolo, tratto da Sentieri del Cinema di Beppe Musicco, su Maria Schneider, protagonista del film Ultimo tango a Parigi, e di come come le persone, in nome di una certa cultura, possano prendere ed usare altre persone. Una donna, guarda caso.</p>
<p><strong><br />
Povera Maria, nessuno le chiese scusa</strong><br />
Chi era giovane negli anni ’70 ricorda ancora il grande scalpore che avvolse <em>Ultimo tango a Parigi</em> e lo scandalo che alcune scene suscitarono (soprattutto la celeberrima  sodomizzazione con il burro), al punto che la censura decise di  distruggere tutte le copie. Tutta pubblicità gratuita, come molti  protagonisti del tempo ammisero. Il film scandalo di un uomo e una donna  che infrangono le regole diede improvvisa notorietà a Maria Schneider,  ma evidentemente fu pagata a caro prezzo: dopo il film successivo, <em>Professione reporter</em> di Antonioni, la Schneider ebbe solo piccole parti in prodotti per la  tv; in compenso da subito denunciò l’abuso che era stato fatto di lei  nel film, forzandola psicologicamente a tal punto da sentirsi  violentata.</p>
<p>Una cosa che non si stancò mai di ripetere, ma che  evidentemente non interessava a chi esaltava il film come un capolavoro  assoluto, che avrebbe contribuito a cambiare i costumi della società.  Infatti questo è successo, tanto che agli occhi ormai abituati a tutto  dello spettatore contemporaneo, le scene scandalose appaiono ormai  ampiamente superate dal gusto dei tempi, mentre sono sempre meno quelli  che si arrischierebbero a definire il film un capolavoro.</p>
<p>Queste cose ci  vengono in mente in questi giorni, dopo la notizia della morte di Maria  Schneider, che almeno in questa occasione avrebbe meritato qualcosa di  più delle parole pronunciate di Bernardo Bertolucci, regista di <em>Ultimo tango a Parigi</em>: “Mi spiace che non ci sia stato il tempo di chiedere scusa a Maria”. In 37 anni, poverino, non l’ha mai trovato.</p>
<p><strong>Beppe Musicco</strong></p>
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		<title>Senna</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Feb 2011 11:01:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un documentario? Molto di più. Senna, diretto da Asif Kapadia (regista  inglese di origine indiana), racconta sì la vita e la morte del grande  pilota Ayrton Senna, e lo fa con l’utilizzo di immagini di repertorio  notevolissime (della famiglia e degli archivi della Formula 1). Ma è un  film a tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/02/senna.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2745" title="senna" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/02/senna.jpg" alt="senna" width="200" height="296" /></a>Un documentario? Molto di più. Senna, diretto da Asif Kapadia (regista  inglese di origine indiana), racconta sì la vita e la morte del grande  pilota Ayrton Senna, e lo fa con l’utilizzo di immagini di repertorio  notevolissime (della famiglia e degli archivi della Formula 1). Ma è un  film a tutti gli effetti, con l’uso sapiente di tutti i possibili mezzi,  tecnici e narrativi, che il cinema – il grande cinema, vorremmo dire –  mette a disposizione (non a caso produce la Working Title, notissima  casa cinematografica inglese, che ha relizzato da Quattro matrimoni e un  funerale a Notting Hill).</p>
<p>C’è l’infanzia e l’ascesa di un eroe, ma  anche la sua tragica fine (Senna morì l’1 maggio 1994 a Imola in un  incidente quasi assurdo per la sua dinamica), la sua grande passione per  le corse e il suo coraggio – che per i detrattori diventava temerarietà  – e il suo incredibile talento (vinse tre titoli mondiali), l’amore per  la sua famiglia e la sua grande fede, il fascino (ricambiato) sulle  belle donne, gli avversari che diventano “antagonisti” in senso  narrativamente forte, scene d’azione (con le telecamere montate sulle  macchine da corsa) di grande impatto emotivo, la lotta per le vittorie  con suspense quasi da “thriller” sottolineata da musiche toccanti… E poi  sentimenti forti, tanto che in vari momenti si fatica a trattenere la  commozione. Anche se non si conosce nulla di questo sport e di questo  straordinario campione.<br />
Soprattutto, non c’è furbizia in questa operazione. Anzi: se Senna è un  bellissimo film, assolutamente da non perdere, è perché chi l’ha  realizzato – ottenendo il difficile beneplacito della famiglia, che  aveva sempre bocciato operazioni analoghe – si è mosso con grande  rispetto verso il personaggio Ayrton, riuscendo così a restituire  davvero la sua ricca umanità. Umanità raccontata dai tanti che gli  volevano bene: dai genitori alla sorella, dai giornalisti ai manager,  perfino dal medico ufficiale delle corse (latitano un po’ i colleghi  automobilisti).</p>
<p>Impressiona in particolare quel carattere vitale ma  anche pronto a incupirsi, il desiderio di migliorarsi sempre e di non  tirarsi mai indietro, lo straordinario rapporto con la famiglia, l’amore  per il suo popolo davvero speciale (una delle scene più emozionanti è  quando per la prima volta Senna vince in maniera epica il Gran Premio  del Brasile, in condizioni fisiche proibitive), il suo rapporto con Dio  fino all’ultimo giorno della sua vita: il ringraziamento per il suo  talento e le sue vittorie (“Ho sentito la sua presenza”, disse dopo la  prima vittoria), il conforto nei momenti di difficoltà (e dopo un grave  errore che provoca un incidente, “ho imparato molto, mi sono avvicinato a  Dio”), quasi il presentimento dell’abbraccio con il Padre la mattina di  quella tragica corsa…<br />
Sono notevoli anche la ricostruzione della rivalità acerrima con Alain  Prost (ma che bello l’epilogo di questo rapporto controverso: c’era  anche Alain – oggi nel Consiglio della Fondazione Senna – a sollevare la  bara ai funerali) e la sua battaglia con il “sistema”, che a un certo  punto lo prende di mira (il boss della F1, il francese Jean-Marie  Balestre, parteggiava spudoratamente per Prost), immagini mai viste  prima di riunioni tra capi e piloti dove emerge l’onestà e il carattere  fiero di Ayrton, la sua insofferenza alle ingiustizie (tra cui una  squalifica vergognosa) e alle falsità; anche il senso di disagio in  un’occasione in cui è lui, per reazione, a compiere una brutta  scorrettezza al rivale di sempre.</p>
<p>E quando, per cambiamenti tecnologici  nefasti, le macchine presero il sopravvento sull’uomo causando in pochi  mesi incidenti gravi e talvolta mortali, fu l’unico a lanciare –  inascoltato – il campanello d’allarme. Quella mattina dell’1 maggio  1994, scosso dalla morte del pilota Ratzenberger in prova, sembrava non  voler scendere in pista per il GP di Imola. Andò, invece, incontro al  suo Destino, quasi con consapevolezza. Una morte che fece piangere tante  persone, non solo chi genitori e congiunti ma sportivi, appassionati,  l’intero popolo brasiliano. Una morte che faceva interrogare, per la sua  fatalità (se l’impatto fosse avvenuto poco sopra o poco sotto si  sarebbe salvato; il corpo era senza fratture). Una morte che diventa un  abbraccio eterno, come svela la lapide sulla sua tomba, con la frase di  San Paolo: “Niente mi potrà separare dall’amore di Dio”.</p>
<p><strong>Antonio Autieri tratto da <a href="http://www.sentieridelcinema.it/">Sentieri del Cinema</a></strong></p>
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		<title>The blind side</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Nov 2010 19:59:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Può succedere che un ragazzo senza casa né famiglia, apparentemente  già sconfitto dalla vita, diventi una stella dello sport? Sì, può  succedere. E lo racconta il film The Blind side, diretto da John  Lee Hancock: la protagonista è una madre di famiglia (Lee Ann Tuohy,  interpretata da Sandra Bullock) che incontra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/blind-side.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2573" title="blind side" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/blind-side.jpg" alt="blind side" width="200" height="297" /></a>Può succedere che un ragazzo senza casa né famiglia, apparentemente  già sconfitto dalla vita, diventi una stella dello sport? Sì, può  succedere. E lo racconta il film <em>The Blind side</em>, diretto da John  Lee Hancock: la protagonista è una madre di famiglia (Lee Ann Tuohy,  interpretata da Sandra Bullock) che incontra il giovane “Big Mike” Oher,  un ragazzo orfano di padre e con la madre tossicodipendente, che  frequenta la stessa scuola dei suoi figli. Vedendolo camminare a capo  scoperto di notte sotto la pioggia, Lee Ann e suo marito sono mossi a  pietà e decidono di ospitarlo a dormire a casa propria. “Big Mike” non  brilla affatto a scuola e, nonostante la sua stazza gigantesca, è un  ragazzo timidissimo e inoffensivo: col tempo la famiglia Tuohy si  affeziona a lui e “scommette”, letteralmente, sulla sua redenzione. Così  quella che doveva essere l’accoglienza di pochi giorni diventa  un’adozione in piena regola. Nel frattempo Mike diventa un ottimo  giocatore di football americano e, con l’aiuto di un’insegnante privata,  i suoi voti riescono a migliorare consentendogli di diplomarsi contro  ogni previsione e di andare all’Università, dove ottiene un ingaggio da  parte di una prestigiosa squadra di football americano: i “Baltimore  Ravens”.<br />
Storia vera a lieto fine di un amore gratuito, <em>The Blind Side</em> mescola impegno e commedia riuscendo a comunicare in maniera leggera un  tema serio come quello della scommessa sull’educazione. Grande  interpretazione di Sandra Bullock (premiata con un Oscar, un Golden  Globe, uno Screen Actors Guild Award, un Teen Choice Award e vari altri  premi come migliore attrice protagonista) e degli altri attori, che  “reggono” degnamente una sceneggiatura anch’essa ottima.<br />
Nonostante il film possa apparire poco appetibile ad un pubblico  italiano a causa dei riferimenti al complicatissimo sistema scolastico  americano e al football come metafora della vita (proprio questo ne  aveva inizialmente scoraggiato la distribuzione nei cinema nazionali),  esso promette di appassionare gli spettatori grazie alla storia  edificante e profondamente umana, specialmente per chi ama le storie di  “successi imprevedibili”.</p>
<p><strong>Gianmaria Spagnoletti tratto da <a href="http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1305" target="_blank">Sentieri del Cinema</a></strong></p>
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		<title>Uomini di Dio</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Nov 2010 19:55:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Uomini di Dio]]></category>

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		<description><![CDATA[A Cannes 2010, dove vinse il gran premio della Giuria al festival  di Cannes (in pratica il secondo premio, ma meritava la Palma d’oro),  sorprese la commozione e la stima conquistata in una critica che non ama  certo i film “religiosi”. Ma ancor più clamoroso è stato poi il  clamoroso successo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/uomini_di_Dio.jpg"><img class="size-full wp-image-2569 alignleft" title="uomini_di_Dio" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/uomini_di_Dio.jpg" alt="uomini_di_Dio" width="200" height="285" /></a>A Cannes 2010, dove vinse il gran premio della Giuria al festival  di Cannes (in pratica il secondo premio, ma meritava la Palma d’oro),  sorprese la commozione e la stima conquistata in una critica che non ama  certo i film “religiosi”. Ma ancor più clamoroso è stato poi il  clamoroso successo in Francia (dove il fatto che racconta è ben noto,  mentre da noi molto meno) con oltre tre milioni di spettatori nelle  prime settimane di uscita che hanno già visto trasformando <em> Des hommes et des dieux</em> in un fenomeno culturale imprevedibile.<br />
Il titolo italiano <em> Uomini di Dio</em> ha fatto discutere: la  traduzione letterale sarebbe &#8220;Uomini e dei&#8221;, a sottolineare il rapporto  tra diverse religioni e non la focalizzazione solo su &#8220;questi&#8221; uomini di  Dio. Però poi il film di Xavier Beauvois fa una scelta (narrativa) di  campo: racconta la vita e la morte di un gruppo di monaci cistercensi  francesi nell’Algeria degli anni 90, insanguinata dalla guerra tra i  terroristi del Fronte Islamico di Salvezza e il regime militare corrotto  dell’epoca. I sette vivono nel convento di Thibirine nell’amore,  ricambiato, per la popolazione musulmana dei dintorni, che vede nei  monaci cattolici un punto di riferimento e di sicurezza. E anche di  aiuto concreto soprattutto per le cure mediche che uno dei religiosi  (frère Luc) riesce ad assicurare a tutti, senza distinzioni, ma con  particolare riguardo a donne e bambini. Le cose, si avverte, non però  così idilliache – e infatti i fondamentalisti della GIA erano in azione  già da anni – ma è la strage di un gruppo di operai croati cristiani, in  un cantiere nei dintorni, da parte dei rivoluzionari islamici a far  capire ai monaci che sono in pericolo. Di lì a poco un’irruzione nel  convento farà temere il peggio, ma non avrà conseguenze; anzi, instilla  nel capo dei terroristi una forma di rispetto per frère Christian de  Chergé, priore del convento, fermo nella sua fede (i terroristi, fra  l’altro, irrompono, la notte di Natale) e mite al tempo stesso. Ma nel  gruppo di religiosi serpeggia la paura, non tutti sono disposti ad  aspettare una morte, possibile se non probabile. Passeranno lunghi mesi,  tra la tentazione di scappare e tornare in Francia e la convinzione di  assolvere a un compito più grande, nella fede profonda in Cristo e  nell’amicizia reciproca tra di loro, confortando un’ancor più impaurita  popolazione misera e bisognosa del loro aiuto. Finché il momento del  martirio, per sette di loro, si compirà. Importa sapere se furono  davvero i terroristi che li rapirono o l’esercito che li inseguiva per  far ricadere su di loro il sangue dei monaci?<br />
<em> Uomini di Dio</em> ha appunto il merito di rievocare una pagina nota  (dalle prime tensioni del 1993 all’uccisione del 1996) a pochi del lungo  capitolo dei martiri cristiani del 900. Il regista Xavier Beauvois, con  uno stile austero degno di maestri del passato quali Dreyer e Bresson e  solo qualche accenno retorico ma giustificato nel finale, mette in luce  l’umanità dei religiosi, nei quali alberga l’umanissima paura ma anche  un amore incrollabile in Cristo e nel loro prossimo. Anche dei  terroristi, di cui non ci si augura il male (vengono curati anche loro,  la morte del capo suscita compassione); ma il film non fa sconti sulla  loro crudeltà, come si vede bene nella scena del massacro degli operai  croati.<br />
Ma prevale l&#8217;amore, in questo film, che fa dire a frère Christian (al  libro Più forti dell’odio, da cui sono tratte lettere e testi del priore  e dei suoi confratelli, si ispira il film) in un testamento che il film  fa “leggere” nel finale, parole che non sfuggono il martirio ma nemmeno  lo cercano (temendo che la colpa ricada indistintamente sull’amato  popolo algerino). Soprattutto parole, commoventi, che esaltano la vita  più che la morte, abbracciando anche l’assassino di cui non si conosce  ancora il volto ma di cui si intuisce l’arrivo.</p>
<p>Antonio Autieri tratto da <a href="http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1331" target="_blank">Sentieri del Cinema</a></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="640" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/43erhkzmj5Y?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="640" height="385" src="http://www.youtube.com/v/43erhkzmj5Y?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Al cinefestival di Roma la scuola non ha futuro</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Nov 2010 17:07:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/la-scuola-è-finita-locandina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2521" title="la-scuola-è-finita-locandina" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/la-scuola-è-finita-locandina-210x300.jpg" alt="la-scuola-è-finita-locandina" width="210" height="300" /></a>«Io  sono un professore. E conosco professori che acquistano droga dai loro  allievi. Qualche collega si offenderà per quello che dico. Ma questa è  la realtà». Che fatti simili accadano, si può discuterne. Che diventino  lo snodo centrale di <em>La scuola è finita</em> – primo film italiano  in concorso al Festival di Roma, che lunedì ospiterà Bruce Springsteen –  spiega la forte perplessità (per usare un eufemismo) con cui la  pellicola del professore Valerio Jalongo è stato accolta ieri alla  rassegna romana.</p>
<p>Come il titolo annuncia, della realtà  scolastica questo film (interpretato da Valeria Golino, Vincenzo Amato,  Fulvio Forti e Antonella Ponziani, dal 12 novembre nei cinema) fornisce  un ritratto a dir poco desolante. Jalongo dice di parlarne per  esperienza diretta: «Per tre anni ho girato un video-diario delle mie  esperienze d’insegnante. Vi posso garantire che tutto quello che vedete  in <em>La scuola è finita</em> è vero. Il clima depresso, privo di  slanci, la mancanza di gioia. E poi gli ambienti degradati, la noia e il  cinismo dei ragazzi, la tacita tolleranza verso la droga, che circola  liberamente in aule e cortili. Nel 68 si lottava contro l’autoritarismo  dei professori. Ma oggi siamo arrivati all’eccesso opposto».</p>
<p>Il  che può anche essere condivisibile. Quel che appare discutibile, invece,  è il sistema adottato dai due insegnanti del film – la Golino e Amato –  proprio per recuperare il ragazzo che spaccia durante la ricreazione.  Lei sceglie la via sentimentale. «Ma poiché è una donna, oltre che  un’insegnante – ammette l’attrice –, finisce per provare per l’allievo  un sentimento eccessivo, ambiguo». Il professore, invece, decide di  avvicinarlo mettendosi al suo stesso livello. «Così si mostra amante del  rock, emulo di discorsi e atteggiamenti adolescenziali – spiega  l’attore –. E assieme a lui arriva perfino a drogarsi». Ma non teme, il  professore Jalongo, che tutto ciò possa risultare diseducativo proprio  per quei ragazzi ai quali dice di aver dedicato il film? «Io preferisco  professori come questi – risponde –, che sbagliano, ma almeno in buona  fede, piuttosto che quelli annoiati, demotivati, che vivono la scuola  senza gioia e come se fosse una semplice routine. Almeno loro cercano di  risolvere i problemi». Riuscendoci? No, almeno a giudicare dai  disastrosi risultati.</p>
<p>«Ma il film non poteva proporre un finale  positivo – motiva la sceneggiatrice Francesca Marciano –,  perché non  sarebbe stato aderente alla realtà. La storia del nostro protagonista  rappresenta quella di moltissimi, autentici studenti. E la loro realtà è  questa».</p>
<p>«Il mio film non vuole essere una denuncia sociale  contro l’inadeguatezza della scuola – aggiunge il regista –, ma il  racconto di un percorso interiore di liberazione. Forse alla fine,  nonostante tutto, il protagonista avrà conosciuto qualcosa di sé. Forse  avrà capito gli errori degli adulti. Forse tutto questo lo aiuterà a  rendersi libero». Già. Forse.</span></div>
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<div><strong><span id="ctl00_MasterContent_Autore">Giacomo Vallati Tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Spettacoli/cinema+festival+roma_201010300917097400000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a><br />
</span></strong></div>
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