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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; Culture e religioni</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>C’è una finta pietà che usa il Vangelo per &#8220;tradire&#8221; gli ultimi</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 17:52:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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Di  fronte all’ondata di migrazioni, alla strage di coloro che perdono la  vita in mare, di fronte alla dura alternanza di reazioni che in tutti  sorgono di fronte a questi fatti, il Corriere della Sera attraverso la penna colta e ben lavorata di Claudio Magris ricorre al  Vangelo. All’imperio supplicante, alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/immigrati_sbarchi_tragediaR400.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2807" title="immigrati_sbarchi_tragediaR400" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/immigrati_sbarchi_tragediaR400-300x206.jpg" alt="immigrati_sbarchi_tragediaR400" width="300" height="206" /></a>Di  fronte all’ondata di migrazioni, alla strage di coloro che perdono la  vita in mare, di fronte alla dura alternanza di reazioni che in tutti  sorgono di fronte a questi fatti, il <em>Corriere della Sera</em> attraverso la penna colta e ben lavorata di Claudio Magris ricorre al  Vangelo. All’imperio supplicante, alla carità suprema di accogliere gli  ultimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Vangelo ha fondato in Europa per  secoli ogni slancio di carità, ogni pazienza verso coloro che si  sarebbero lasciati morire. Coi mattoni invisibili del Vangelo sono state  costruite case della carità, ospedali, portici per gli indigenti, opere  pie, ospizi, ricoveri di ogni genere. E’ stato così, sarà così. In  nessuna parte del mondo come nelle terre visitate dal Vangelo è stata  combattuta l’ingiustizia sociale e accolto il bisogno del povero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giornale della borghesia laica del  nord ricorre dunque a quelle parole di Gesù che siamo pronti a aureolare  di dolcezza e bontà, e invece sono sì buone ma dure e portatrici di  durezza. L’esperienza che faccio di guidare il Banco di Solidarietà  nella mia città mi mostra sempre che gli ultimi non sono “gradevoli”.  Che la lotta alla povertà non è una passeggiata romantica né una azione  che ti fa stare bene e in pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre una dura speranza, una dura  felicità. E a volte un viso duro per affrontare i tanti problemi che la  presenza degli ultimi comporta. Della durezza di questa esperienza fa  parte anche la consapevolezza di non riuscire a soccorrere tutto quel  che si vorrebbe e di cui c’è bisogno. Magris invita dunque a riaprire il  Vangelo e poi mestamente s’avvia a concludere che le masse di questi  ultimi che avanzano verso di noi difficilmente saranno mai i primi. E  dunque finisce, con la sua amarezza scrupolosa e aspra per smentire  quello stesso Vangelo che aveva invitato ad aprire. In quelle pagine,  infatti, Gesù racconta di ultimi che saranno i primi nel Regno dei  cieli. Invita a non usare solo categorie mondane, storiciste, per  valutare il destino degli uomini. I quali, agli occhi del pietoso  Magris, finiscono invece per essere inchiodati proprio a un destino  infame senza prospettiva.</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"></p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbero   solo le nostre mani, le nostre povere mani, a poter garantire agli   ultimi di diventare primi. Leggere il Vangelo come manuale di sociologia   o come pio inventario di consigli morali può portare a questi errori.   Leggerlo senza considerare che la vera profonda giustizia per l’uomo &#8211;  per il povero come per il ricco, per l’uomo in salute come per lo   sfortunato &#8211; viene da Dio, è nel cuore di Dio significa non leggere il   Vangelo ma il programma di un partito dei buoni. Il quale partito &#8211; come   tutti i partiti &#8211; è abile nel vedere quel che gli interessa per  affermare  la sua ideologia da opporre a quella di avversari che,  naturalmente,  diventano automaticamente il partito dei cattivi. E  dunque vede l’arrivo  dei miseri, la loro maledetta morte, la loro  sciagura che è anche la  nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma finge di non vedere quel che ha mostrato qualche giorno fa con cruda  evidenza un bel reportage su <em>Avvenire</em> (anche qualche vescovo dovrebbe  leggerlo) su come funziona il racket  violentissimo e infame di coloro  che offrono tali viaggi agli ultimi (e  spesso anche ai penultimi e non  solo). Gente che vive in alberghi  lusso ammassa dei disgraziati che per  venire in Italia (in un&#8217;Italia  immaginata più che reale) sganciano quote  alte di denaro, si  sottomettono a umiliazioni e soprusi. Con ingenuità e  remissione.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse  occorrerebbe più sforzo di  istruzione in quelle terre per correggere  anche tali ingenuità e  remissività, più cooperazione per la caccia a  queste mafie, più aiuto  alle società di partenza prima che la si debba  dare &#8211; ma quanta e per  quanto riusciremo &#8211; ai singoli o a grappoli  d’uomini sperduti in mare.  Non si usi il Vangelo per affondare  definitivamente questi poveri  cristi nella loro ultimità. Non sia il  nostro sguardo disperato, pigro,  breve, non sia il modo per decretare  una ingiustizia suprema, quasi  fossimo dei buoni ma impotenti. Affidiamo  il destino dei poveri (e  nostro) a un Dio più giusto e potente di noi. E  usiamo tutta  l’intelligenza e la passione di cui siamo capaci per  leggere le  situazioni, e intervenire animati dal bene, sapendo che siamo  limitati.  E poveri cristi pure noi.</p>
<p><strong><br />
© Riproduzione Riservata. &#8211; tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2011/4/12/SBARCHI-Rondoni-c-e-una-finta-pieta-che-usa-il-Vangelo-per-tradire-gli-ultimi/2/167178/" target="_blank">IlSussidiario.net</a> &#8211; articolo di Davide Rondoni</strong><br />
</span></span></p>
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		<title>Shahbaz Bhatti. Il testamento spirituale                                                                                      «Non ho più paura alcuna, dedico la mia vita a Gesù»</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Mar 2011 18:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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		<category><![CDATA[islam]]></category>
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		<description><![CDATA[“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.<br />
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.<br />
Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune».<br />
Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.<br />
Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.<br />
Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.<br />
Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: «Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi».<br />
I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.<br />
Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati.<br />
Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.</p>
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		<title>E il lupo disse all’agnello: “Intollerante!”</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Dec 2010 20:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bioetica e rispetto della vita]]></category>
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“Intolleranti!”. Così – testualmente – giovedì scorso il regime  comunista cinese ha definito la Chiesa cattolica che protestava per  l’ennesimo abuso di Pechino: il regime ha nominato vescovo un suo  burocrate pretendendo di imporlo ai cattolici.
Avete capito bene: i persecutori definiscono “intolleranti” i  perseguitati. Non solo. I carnefici comunisti addirittura aggiungono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/cina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2640" title="cina" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/cina-300x200.jpg" alt="cina" width="300" height="200" /></a>“Intolleranti!”. Così – testualmente – giovedì scorso il regime  comunista cinese ha definito la Chiesa cattolica che protestava per  l’ennesimo abuso di Pechino: il regime ha nominato vescovo un suo  burocrate pretendendo di imporlo ai cattolici.</p>
<p>Avete capito bene: i persecutori definiscono “intolleranti” i  perseguitati. Non solo. I carnefici comunisti addirittura aggiungono che  la vittima, cioè la Chiesa, “limita la libertà religiosa”. Testuale. In  queste surreali e sfacciate dichiarazioni c’è tutta l’assurdità del  nostro tempo.</p>
<p>I comunisti cinesi hanno massacrato i cattolici costringendoli alle  catacombe, hanno rinchiuso nei loro bestiali lager sacerdoti e vescovi,  facendoli crepare, hanno torturato in ogni modo i credenti, pure  imponendo loro dei burocrati di regime come vescovi, ma quando le  vittime protestano i carnefici li definiscono “intolleranti”.</p>
<p>Invece di farsi massacrare e perseguitare in silenzio questi odiosi cattolici osano perfino lamentarsi. Che pretese.</p>
<p>I compagni cinesi fanno come il lupo di Fedro che accusava l’agnello  di prepotenza. Ma il lupo di Fedro ha molti emuli anche in Italia, fra i  compagni italiani e nella sinistra tv che fa “Vieni via con me”.</p>
<p>L’altroieri per esempio sull’Unità Gianni Cuperlo, braccio destro di  D’Alema e già leader dei giovani comunisti, occupandosi della richiesta  del Cda della Rai di far parlare anche i malati che lottano per la vita a  “Vieni via con me” (come hanno potuto farlo la Welby ed Englaro) ha  testualmente scritto: “considero questo atto un grave errore di metodo e  di principio”, addirittura “un precedente inquietante”.</p>
<p>Cuperlo ha bollato questa richiesta di pluralismo e di libertà di  parola come una minaccia alla “concezione aperta e laica del servizio  pubblico”, una “violazione” di principio con un fondo “autoritario”.</p>
<p>Sì, avete letto bene: autoritario non è chi usa servizio pubblico,  pagato da tutti, infischiandosene perfino del consiglio di  amministrazione, del presidente e del direttore generale, per imporre il  proprio punto di vista come “pensiero unico”, senza tollerare storie e  vite diverse.</p>
<p>No, “autoritario” – secondo il comunista Cuperlo – sarebbe la  dirigenza della Tv che invita far parlare anche i malati silenziati e  soli (sono tremila famiglie che lottano per la vita), che chiedono una  volta tanto di poter far sentire il proprio inno alla vita.</p>
<p>Il prepotente sarebbe l’agnello.</p>
<p>Un rovesciamento della frittata analogo a quello di Michele Serra  anche lui proveniente dalla storia comunista (si è iscritto al Pci nel  1974, quando c’era Breznev, immaginate che scuola di sensibilità umana  ha avuto…).</p>
<p>Serra, uno degli autori del programma “Vieni via con me”, l’altro  giorno sulla Repubblica è arrivato a scrivere – con tono che parrebbe  ironico – che i malati che lottano per vivere, contro gravi malattie,  sarebbero coloro che desiderano “rimanere in vita a oltranza” e, insieme  ai cattolici che se ne fanno portavoce, li ha bollati come “forti che  protestano contro deboli”.</p>
<p>I forti sarebbero quelli oppressi dalla malattia e silenziati dalla Tv.</p>
<p>Fra i “deboli” di cui parla Serra ci sarebbe la signora Welby, il cui  caso in tv ha avuto da solo più spazio di tutte le tremila famiglie di  ammalati che lottano “a oltranza” per la vita.</p>
<p>Ebbene, la signora Welby è intervenuta sulla polemica relativa al  pluralismo stabilendo che “non c’è bisogno di alcun contraddittorio”  (Corriere della sera, 29/11).</p>
<p>Ha parlato lei. Gli altri devono contentarsi di ascoltarla, ma “non  c’è bisogno”, afferma la signora, che dicano la loro e raccontino a loro  volta la loro storia, diversa dalla sua (che bell’esempio di  tolleranza).</p>
<p>Naturalmente anche “la coppia milionaria Fazio-Saviano”, come li  chiama Luca Volonté, fa sapere al consiglio di amministrazione e ai  vertici della Rai che loro se ne infischiano della richiesta di  pluralismo arrivata appunto dal Cda, perché loro fanno come gli pare e  piace e, usando la tv pubblica, si ritengono in diritto di discriminare  chi vogliono, a partire dai più deboli e poveri, i malati.</p>
<p>“Concedere” – dicono proprio così: concedere, come se la televisione  fosse roba loro – il diritto di parola agli altri ammalati che incitano a  lottare per la vita, è – a loro avviso – “inaccettabile”.</p>
<p>Ne fanno addirittura “una ragione di principio”. Sì, perché è noto  che loro amano i principi. Hanno perfino chiamato il (post) comunista e  il (post) fascista a declamarli: infatti è da comunisti e fascisti che  dobbiamo imparare…</p>
<p>Il principio che Fazio e Saviano amano di più è quello per cui  parlano solo loro e decidono loro chi ha diritto di parlare. Insieme ai  principi amano le regole, ma per gli altri.</p>
<p>Di quelle che richiedono pluralismo nel servizio pubblico televisivo non si danno pensiero.</p>
<p>L’idea che le loro opinioni e i loro proclami senza contraddittorio  siano sottoposti a un diritto di replica – affermano testualmente – “ci  pare lesiva della libertà autorale, della libertà di scelta del  Pubblico, e soprattutto della libertà di espressione”.</p>
<p>Firmato: Fabio Fazio, Roberto Saviano e gli autori di “Vieniviaconme”</p>
<p>Cioè, traduciamo: voi italiani pagate il canone e noi vi facciamo i  nostri comizi a senso unico e se pretendete di dire la vostra o di  sentire anche un punto di vista diverso ledete la nostra libertà di  espressione. E addirittura “la libertà di scelta del Pubblico”.</p>
<p>In realtà tutti i programmi del servizio pubblico sono tenuti a  rispettare sempre il pluralismo, non solo politico, ma culturale. Dopo  questi precedenti c’è il rischio che in Rai ognuno cominci a fare come  gli pare e piace e ognuno si appropri di un pezzo di palinsesto.  Fregandosene dei vertici aziendali.</p>
<p>Pensate cosa accadrebbe se Rai 1 decidesse di portare al festival di  Sanremo – davanti a 10 milioni di persone – un rappresentante del  Movimento per la vita a fare un discorso in difesa della vita umana  nascente…</p>
<p>Dopo il precedente di “Vieni via con me” potrebbe benissimo farlo. E  il Pd? E i radicali? E la sinistra tv? E i finiani? Scatenerebbero il  finimondo. Perché solo loro possono pontificare  e declamare i loro  valori senza alcun contraddittorio e senza voci alternative.</p>
<p>Una lettrice mi ha inviato questa divertente lettera:</p>
<p><em>“Ieri per curiosità sono andata sul sito di ‘Vieni via con me’ ed ho cliccato sulla rubrica ‘i vostri elenchi’. </em></p>
<p><em>Ho dato un’occhiata  ai messaggi postati e c’era di tutto: elenco  delle proprietà benefiche del peperoncino, elenco di quante puzzette in  media fa una famiglia italiana all’anno e così via.</em></p>
<p><em>Allora ho voluto lasciare anche io il mio contributo ed ho  elencato gli otto motivi per cui non val la pena guardare la loro  trasmissione. </em></p>
<p><em>Alla sera sono andata a riguardarmi gli elenchi (io lo avevo  inviato alle 17): c’era persino l’elenco postato due minuti prima (  21.30), ma del mio nemmeno l’ombra… Eppure non c’era nemmeno una  parolaccia! Perché allora censurare?”.</em></p>
<p>La cosa tragicomica è che questi radical-chic ogni volta si fanno  belli con la famosa frase che attribuiscono a Voltaire: “non condivido  quello che dici, ma sono pronto a dare la vita perché tu possa  continuare a dirlo”.</p>
<p>A parole – per autocertificarsi tolleranti e di ampie vedute – fanno  questa dichiarazione d’intenti. Dopodiché si fanno in quattro per  occupare tutta la scena e silenziare o squalificare chi è diverso da  loro.</p>
<p>Post scriptum: vorrei informare questi signori (e anche il Corriere  della sera che recentemente ha usato la citazione in una campagna  pubblicitaria) che quella frase, in realtà, Voltaire non l’ha mai  pronunciata.</p>
<p>In effetti risale alla scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, che la scrisse nel 1906 in “The Friends of Voltaire”.</p>
<p>In compenso Voltaire ne disse un’altra: “écrasez l’infame!”. Che vuol  dire “schiacciate l’infame”, laddove “infame” sarebbe il credente.  Ecco, citino questa, che è davvero di Voltaire e che esprime decisamente  meglio la cultura radical-chic.</p>
<p><strong><a href="http://www.antoniosocci.com/2010/11/e-il-lupo-disse-allagnello-intollerante/" target="_blank">Antonio Socci</a></strong></p>
<p><strong>Da “Libero” 28 novembre 2010</strong></div>
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		<title>Sagrada Familia, qui c&#8217;è tutto il cristianesimo</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2010 12:32:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<description><![CDATA[«Un giorno, un architetto andò a trovare Gaudì. Era al tavolo, intento a  fissare un pezzo di carta: “Guardi, qui c’è tutto il cristianesimo”,  gli spiegò. Quella era la pianta della Sagrada Família». Basterebbe  questo episodio raccontato da Joan Bassegoda i Nonell, tra i massimi  esperti mondiali di Antoni Gaudí, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/sagrada1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-2540" title="sagrada" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/sagrada1-195x300.png" alt="sagrada" width="195" height="300" /></a>«Un giorno, un architetto andò a trovare Gaudì. Era al tavolo, intento a  fissare un pezzo di carta: “Guardi, qui c’è tutto il cristianesimo”,  gli spiegò. Quella era la pianta della Sagrada Família». Basterebbe  questo episodio raccontato da Joan Bassegoda i Nonell, tra i massimi  esperti mondiali di Antoni Gaudí, per capire che la Sagrada è più di una  chiesa. E perché quel che succederà il 7 novembre, quando Benedetto XVI  consacrerà questa «Bibbia di pietra» nel cuore dell’Europa, è un evento  epocale.</p>
<p>Classe 1930, Bassegoda per 32 anni (fino al 2000) è stato  titolare della Real Catedra Gaudí. Architetto e storico, al genio  catalano ha dedicato varie opere (la più recente pubblicata in Italia è <em>Gaudí. L’architettura dello spirito</em>,  Ares 2009). Ma il suo non è tanto un interesse accademico per Gaudí,  quanto una sorta di amicizia, nata a distanza con un artista scomparso  quattro anni prima che Bassegoda nascesse: «E il fratello di mio nonno  era compagno di studi di Gaudí, così si può dire che io sia un  “gaudinista” di terza generazione». Alla vigilia della visita del Papa,  lo abbiamo incontrato nella sua casa a Barcellona.</p>
<p><strong>Che uomo era Gaudí?</strong><br />
Uno  che parlava poco, ma quando parlava lo faceva in maniera molto  ponderata. E non era un inventore, ma un grande “copista”: anziché  inventare forme nuove, ha messo in architettura tutte le forme che ha  trovato in natura. Perché lì c’è una geometria diversa da quella degli  architetti: in natura non troveremo mai una retta, un piano o un punto,  sono astrazioni nate con Euclide e i Greci. Pensi invece al corpo umano,  o a un albero: questa è la geometria frutto della creazione di Dio.</p>
<p><strong>Per questo nelle sue opere non si trovano mai due elementi uguali, come in natura?</strong><br />
Gaudí  non aveva bisogno di ripetere una soluzione: guardandosi attorno,  trovava tutte le forme che gli servivano. Non è paragonabile, quindi, a  nessun altro nella storia dell’architettura: i suoi edifici sono diversi  da tutti gli altri, oltre ad essere diversi tra loro. Guardi, per  esempio, la casa Pedrera e la casa Batlló: pur essendo molto vicine nel  tempo, sono completamente diverse. Il segreto di Gaudí è questo: mentre  tutti gli architetti si sono copiati l’uno con l’altro, lui ha copiato  la natura.</p>
<p><strong>Da dove proveniva questo approccio?</strong><br />
Innanzitutto,  prendiamo la sua famiglia: non c’erano né architetti né pittori, ma  calderai e contadini. Se un calzolaio crea un paio di scarpe, non punta  alla perfezione geometrica, ma obbedisce alla forma del piede. Gaudí ha  imparato così questa capacità di vedere le cose come sono. Un giorno, ad  un falegname che gli chiedeva un consiglio per una sedia, ha risposto:  «Metti il gesso su questa tavola e siediti». Solo in questo modo può  essere comoda. In Gaudí tutto è semplice: forse per questo, molti fanno  fatica a comprenderlo.</p>
<p><strong>Che cosa intende?</strong><br />
Noi  siamo portati ad essere intellettuali, invece lui guardava la realtà  per com’è. Non per come dovrebbe essere. La domenica, per esempio, dopo  la messa faceva due passi con qualche allievo fino al porto. Lì  osservava le onde che sbattevano contro il molo: quel che lo catturava,  però, non era la geometria dei blocchi di cemento, ma le forme sempre  diverse che l’acqua creava. Per questo, come mi faceva notare un  messicano appassionato di surfing, alcuni archi di Gaudí hanno la stessa  forma delle ondate che si vedono ad Acapulco. E i campanili della  Sagrada Família corrispondono alla forma delle colate di sabbia bagnata.</p>
<p><strong>Per Gaudí, quindi, seguire la realtà diventa un criterio costruttivo&#8230; </strong><br />
È  il giudizio più semplice: vedere le cose come sono. Non come ci  spiegano che devono essere. Per questo, Gaudí sosteneva che gli  architetti del Rinascimento fossero solo dei decoratori, perché ciò che  creavano doveva sottostare alla simmetria e alla prospettiva, il che non  è reale. Mentre l’architettura popolare, dove tutto nasce per la  necessità e non per l’invenzione dell’uomo, è quella più vera.</p>
<p><strong>Qual era il rapporto di Gaudí coi suoi operai?</strong><br />
Con  loro c’era un’amicizia. E un’identificazione totale. Quando s’è  ammalato Juan Matamala, uno dei suoi scultori, Gaudí è andato a trovarlo  in ospedale: è la stessa idea che regge la Sagrada Família. Per lui, i  rapporti tra operai e padroni devono rispecchiare quelli tra san  Giuseppe, la Madonna e Gesù. Poi si sa che molti muratori, usciti dai  loro cantieri, andavano alla Sagrada a vedere come lavoravano quelli di  Gaudí. Lui stava sempre con loro: per i balconi di casa Pedrera, per  esempio, è stato da mattino a sera nell’officina dei forgiatori,  mostrando come fare.</p>
<p><strong>Quale peso aveva la fede, in questo suo modo di guardare la realtà?</strong><br />
Gaudí  sapeva che la natura è opera di Dio, per cui bisogna seguire i principi  che Dio ha posto. L’uomo sviluppa semplicemente la creazione, non la  inventa. Gaudí, ad ogni modo, ha avuto la possibilità di scegliere tra  la fede e la posizione dei rivoluzionari anticlericali, con cui aveva  dei rapporti. E ha scelto la prima. Credo che questa sua libertà, ora  che è in corso il processo di beatificazione, sia molto importante. Come  ha raccontato un suo collaboratore, questa lotta è durata per tutta la  vita. È sempre stato un uomo intero.</p>
<p><strong>Una delle cose che  colpiscono di più, nella Sagrada Família, è vedere che tutto ha un  perché, come un simbolo che vuole trasmettere un significato oltre la  pietra&#8230;</strong><br />
Infatti la Sagrada è detta «la Bibbia di pietra»,  perché vi si trova tutta la simbologia cristiana. Lo stesso vale anche  per le opere non religiose, come la casa Batlló, che è coronata dalla  croce. Non esiste mai una cosa senza simbolo.</p>
<p><strong>Inoltre, nelle sue opere ogni cosa è in funzione dell’uomo.</strong><br />
Pensi  che, alla casa Batlló, alcune finestre hanno dei piccoli buchi per far  entrare l’aria fresca dall’esterno: una sorta di sistema di aria  condizionata. Come gli è venuta questa idea? Per lui, il punto non era  compiere uno sforzo di immaginazione ma guardare la realtà e trasferirla  nell’architettura. Questa è l’originalità: tornare all’origine. Non  vuol dire allontanarsi dalla realtà, ma arrivare alla realtà.</p>
<p><strong>Da qui viene l’idea di riutilizzare tutto?</strong><br />
Certo.  Gli avanzi della fabbrica diventano mattoni neri, gli aghi da cucire  finiscono nelle grate delle finestre, cocci di ceramica vanno a comporre  dei mosaici&#8230; Così è nato il <em>trencadís</em>, la tecnica con cui i  materiali scartati potevano formare un disegno nuovo. Sempre per  collaborare con il vero architetto, Dio.</p>
<p><strong>E darGli gloria&#8230; </strong><br />
Gaudí  è sempre riuscito a vedere nella natura le forme del Creatore. Per lui  la fede non è cieca: vede la Gloria di Dio. Noi facciamo fatica, perché  siamo abituati ad un mondo dove tutto è regolato da una legge che  definisce. Invece Gaudí non dava definizioni.</p>
<p><strong>Qual è il valore della visita del Papa per la Spagna e l’Europa intera?</strong><br />
Credo  che sia fondamentale. Per questo, c’è già chi organizza delle proteste.  Ma è la migliore pubblicità: se lo stupido applaudisse, sarebbe vero il  contrario. Non che per me sia la prima volta: quando è venuto Giovanni  Paolo II, l’ho accompagnato alla cattedrale e alla tomba di  sant’Eulalia. Ma con Benedetto XVI è un’occasione davvero speciale,  perché avviene in un’epoca di profondo razionalismo. Mentre la Sagrada è  l’opera di un uomo che sapeva usare la ragione, per capire la realtà.  Consacrando la Sagrada Família, il Papa consacra tutto Gaudí.</p>
<p><strong>Tratto da <a href="http://www.tracce.it/default.asp?id=329&amp;id_n=18512" target="_blank">Tracce.it</a> di Fabrizio Rossi</strong></p>
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		<title>Sarà possibile cambiare le cose?</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Nov 2010 17:28:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia, non puoi salvarle tutte, e lo stesso succede su tante altre spiagge. Inutile, non puoi cambiare le cose». Il bambino si chinò a raccogliere un’altra stella e gettandola in acqua rispose: «Ho cambiato le cose per questa qui»
Ho pensato molto prima di scrivere questo editoriale, perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/stella_marina_1024.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2528" title="stella_marina_1024" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/stella_marina_1024-300x225.jpg" alt="stella_marina_1024" width="300" height="225" /></a>«Ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia, non puoi salvarle tutte, e lo stesso succede su tante altre spiagge. Inutile, non puoi cambiare le cose». Il bambino si chinò a raccogliere un’altra stella e gettandola in acqua rispose: «Ho cambiato le cose per questa qui»</strong></p>
<p>Ho pensato molto prima di scrivere questo editoriale, perché c’erano (e  ci sono) due aspetti che in questi giorni mi colpiscono della realtà che  ci circonda: da un lato la questione del bene, nel senso che diventa  sempre più insopportabile un mondo dei <em>mass-media</em> che sa solo  comunicare il male, il negativo, con un compiacimento morboso e inutile.  Non voglio guardare la TV o ascoltare le notizie in modo da dovere  essere io il giudice, quasi che mi si chieda ogni volta di individuare e  condannare il colpevole.<br />
Dall’altro lato il problema del <em>politically correct</em>, per cui di certe questioni, come del rapporto con l’islam, bisogna parlare solo in certi termini.</p>
<p>E allora ho letto quanto ha detto a proposito dell’islam il Vescovo libanese Raboula Antoine Beylouni, censurato persino dall’<em>Osservatore Romano</em>.   Ciò che dice mi pare tra l’altro in sintonia con quello che andiamo  pubblicando sul sito, sperando che i rapporti tra gli uomini delle  religioni sappiano trovare ragioni di rispetto, nell’assoluta  consapevolezza che «solo la verità ci farà liberi».<br />
Riporto quanto affermato (e censurato), per amore di verità:</p>
<blockquote><p>«Ecco le difficoltà con cui ci confrontiamo. Il Corano inculca al  musulmano l’orgoglio di possedere la sola religione vera e completa,  religione insegnata dal più grande profeta, poiché è l’ultimo venuto. Il  musulmano fa parte della nazione privilegiata e parla la lingua di Dio,  la lingua del paradiso, l’arabo. Per questo affronta il dialogo con  questa superiorità e con la certezza della vittoria.<br />
Il Corano, che  si suppone scritto da Dio stesso da cima a fondo, dà lo stesso valore a  tutto ciò che vi è scritto: il dogma come qualunque altra legge o  pratica.<br />
Nel Corano non c’è uguaglianza tra uomo e donna, né nel  matrimonio stesso in cui l’uomo può avere più donne e divorziare a suo  piacimento, né nell’eredità in cui l’uomo ha diritto a una doppia parte,  né nella testimonianza davanti ai giudici in cui la voce dell’uomo  equivale a quella di due donne ecc.<br />
Il Corano permette al musulmano  di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto  con ciò che pensa e crede.<br />
Nel Corano vi sono versetti contraddittori  e versetti annullati da altri, cosa che permette al musulmano di usare  l’uno o l’altro a suo vantaggio; così può considerare il cristiano  umile, pio e credente in Dio ma anche considerarlo empio, rinnegato e  idolatra.<br />
Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i  cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre  la religione con la forza, con la spada. La storia delle invasioni lo  testimonia. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa,  né per loro né per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e  musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i “Diritti umani”  sanciti dalle Nazioni Unite.<br />
Di fronte a tutti questi divieti e  simili argomenti dobbiamo eliminare il dialogo? No, sicuramente no» […]  «Peggio ancora, talvolta ci sono interlocutori del clero che, nel  dialogo, per guadagnarsi la simpatia del musulmano chiamano Maometto  profeta e aggiungono la famosa invocazione musulmana spesso ripetuta  “Salla lahou alayhi wa sallam” (che la pace e la benedizione di Dio  siano su di lui).»</p></blockquote>
<p>E non posso che riportare, come motivo e ragione di speranza, quanto Margherita Coletta, nel bel libro di Lucia Bellaspiga <em>Il seme di Nassiriya</em>,  ha raccontato per indicare quello che a lei sembra essere il cammino  giusto per una autentica convivenza umana. Mi auguro che sia di stimolo a  tutti coloro che non si rassegnano e che desiderano essere nella vita  protagonisti:</p>
<blockquote><p>«Un giorno una tempesta terribile si  abbatté sulla costa, scaraventando sulla riva migliaia e migliaia di  stelle marine che restavano immobili e morivano sulla spiaggia. Tutti  stavano a guardare esterrefatti e nessuno faceva niente. Tra la gente,  tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino che fissava le piccole  stelle di mare. All’improvviso lasciò la mano del padre, si chinò, ne  raccolse tre e le riportò in acqua, poi corse indietro e ripetè la  cosa&#8230; Un uomo che era lì gli disse: «Ci sono migliaia di stelle marine  su questa spiaggia, non puoi salvarle tutte, e lo stesso succede su  tante altre spiagge. Inutile, non puoi cambiare le cose». Il bambino si  chinò a raccogliere un’altra stella e gettandola in acqua rispose: «Ho  cambiato le cose per questa qui». L’uomo fece lo stesso&#8230; Poi furono in  quattro, poi in cento, poi migliaia di persone che buttavano stelle di  mare in acqua.»</p></blockquote>
<p>Noi, col sito CulturaCattolica.it,  vogliamo essere come quel bambino, ingenuo certamente, ma l’unico capace  di fare andare avanti il mondo, consapevoli che, come dice il poeta  francese Charles Péguy, «Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto  felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia» (<em>Il portico del mistero della seconda virtù</em>, in <em>I Misteri</em>,  Jaca Book, 1997, p. 167): quell’incontro che è la certezza di una presenza, della grande Presenza di Gesù.</p>
<p><strong>Tratto da <a href="http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=3&amp;id_n=19597" target="_blank">Cultura Cattolica</a> di Enrico Leonardi</strong></p>
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</ul>
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		<title>Giustizia evangelica</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 23:07:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ultima polemica ferragostana in Gran Bretagna la dice lunga sulla crisi identitaria di quel Paese.
Lord  Mackay of Clashfern, ex Lord Chancellor e Lord Advocate of Scotland  durante i governi Thatcher e Major, è uno dei giuristi più stimati e  prestigiosi di Scozia.
Ottantatreenne ma ancora più che mai  combattivo, Lord Mackay ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/08/Bibbia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2370" title="Bibbia" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/08/Bibbia-300x235.jpg" alt="Bibbia" width="300" height="235" /></a>L’ultima polemica ferragostana in Gran Bretagna la dice lunga sulla crisi identitaria di quel Paese.<br />
Lord  Mackay of Clashfern, ex Lord Chancellor e Lord Advocate of Scotland  durante i governi Thatcher e Major, è uno dei giuristi più stimati e  prestigiosi di Scozia.<br />
Ottantatreenne ma ancora più che mai  combattivo, Lord Mackay ha patrocinato la campagna lanciata dalla  Scottish Bible Society (SBS), che ha avuto come oggetto l’invio  di  centinaia di Bibbie ai tribunali ed ai magistrati scozzesi, per  invitarli a riflettere sui valori cristiani della giustizia e della  misericordia.<br />
Di fronte al dilagare dei Muslim Arbitration Tribunal,  in cui si applica la sharia, ed al fatto che proprio in Scozia, lo  scorso marzo, abbia debuttato il primo studio legale britannico  specializzato in diritto islamico, Lord Mackay ha tenuto a ribadire che  la prospettiva cristiana della giustizia e le Sacre Scritture continuano  a rappresentare «una fonte ed un testo fondamentale per il sistema  giuridico scozzese».<br />
La SBS, di cui lo stesso Lord Mackay è presidente onorario, ha accompagnato le copie delle Bibbie con un opuscolo intitolato “<em>La Bibbia nel sistema giuridico scozzese: una guida per gli operatori del diritto</em>”,  nel quale si ricorda, tra l’altro, che la stessa Regina, durante la  cerimonia di incoronazione, ha accettato il testo sacro cristiano come «<em>Royal Law</em>», legge reale.<br />
L’iniziativa  non ha registrato alcuna reazione da parte dei musulmani, i quali non  hanno avuto nulla da ridire. Qualche islamico ha addirittura visto di  buon occhio il fatto che ci siano nel Regno Unito persone che ancora  credono in Dio e non si vergognano della propria religione.<br />
Una proluvie di durissime proteste è, invece, piovuta dal mondo laicista ed ateo della cosiddetta “intellighenzia” <em>liberal</em>.  Terry Sanderson, capo della National Secular Society, si è ferocemente  opposto all’iniziativa, arrivando a sostenere che «il contenuto della  Bibbia sarebbe addirittura più imbarazzante della sharia». Proprio così,  per Sanderson la legge coranica sarebbe un male minore rispetto alla  legge cristiana fondata sulle Sacre Scritture. L’assunto del presidente  della National Secular Society si fonda sul fatto che «uccidere streghe e  omosessuali, e lapidare gli adulteri sono chiaramente tutti precetti  legali sanciti nel libro sacro ai cristiani». E ha pensato pure di  essere spiritoso quando si è chiesto: «Come potrebbe mantenersi  l’itticoltura scozzese se venisse introdotto il divieto biblico di  mangiare vongole? O come potrebbe svilupparsi la manifattura tessile  delle Shetland, se si dovesse applicare il divieto di confezionare abiti  con differenti materiali, come prescrive la Bibbia?».</p>
<p>La cosa  più triste – e davvero sintomatica della crisi identitaria del popolo  britannico – è che quelli come Sanderson parlano e giudicano cose che  non conoscono. Se leggessero davvero la Bibbia scoprirebbero che essa è  composta di due parti, l’Antico ed il Nuovo Testamento. Ed è proprio la  seconda parte – quella in cui risiede l’originalità del cristianesimo  realizzatasi attraverso l’incarnazione divina – che completa e dà un  senso a tutto il testo sacro.<br />
Sanderson non sa, semplicemente, che  cosa sia il cristianesimo. E’ ancora fermo ai precetti del giuridismo  farisaico e ignora che nella storia dell’umanità ha fatto irruzione un  avvenimento capace di rivoluzionare lo stesso concetto di giustizia. E’  nel Vangelo – parte integrante, sostanziale e illuminante della Bibbia –  che lo stesso Cristo impone il superamento del rigido formalismo  farisaico: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e  dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt. 5, 20).<br />
Non può  esservi giustizia senza carità. Questo è l’annuncio cristiano diffuso  attraverso il Vangelo. Una giustizia priva di carità porta  inevitabilmente alla divisione, e cessando di essere mediazione di  amore, origina il paradosso dell’antica saggezza: <em>Summum ius summa iniuria</em>.<br />
Non  c&#8217;è ingiustizia più grande verso un uomo, insegna il Vangelo, che  quella di arrestarsi alla giustizia formale come suprema relazione con  lui, rifiutando così di entrare in comunione personale d’amore.<br />
La  vera giustizia biblica – che Sanderson degrada ad un gradino inferiore  rispetto alla sharia – è quella che introducendo una prospettiva di  carità porta a considerare l’altro come persona, anzi come fratello in  Cristo.<br />
Per questo non si può affermare, come ha fatto Sanderson, che  il senso di giustizia che si trova nella Bibbia sarebbe ancora peggiore  di quello rinvenibile nel corano.<br />
In realtà il grande limite  dell’islam è quello di non riconoscere che l’infinita misericordia di  Dio si sia incarnata in Gesù Cristo.<br />
Per comprendere meglio questo  concetto, e quindi la vera differenza tra islam e cristianesimo, basta  considerare un episodio accaduto proprio a ferragosto, quando Sanderson  ha lanciato la polemica. Mentre celebravamo la Festa dell’Assunta,  infatti, in Afghanistan due adulteri, una donna di ventitré anni e un  uomo di ventotto, venivano condannati a morte e lapidati, com’è stato  ufficialmente riferito da Mohammad Ayob, governatore del distretto di  Imam Sahib, nella provincia di Kunduz. Erano circa un centinaio le  persone radunatesi per ascoltare la sentenza di condanna e per assistere  alla lapidazione della coppia. I due, rei confessi, sono stati condotti  davanti alla folla, e in piedi, con le mani legate, uno accanto  all’altro, hanno subito il supplizio della lapidazione.<br />
Questa scena  me ne ha fatta venire in mente un’altra accaduta duemila anni fa in  Palestina. Quella volta, però, la folla pronta con le pietre in mano a  lapidare un’adultera, fu fermata da un Uomo che si limitò ad un solo  commento: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Questo, infatti,  è uno di quegli insegnamenti biblici che i laicisti alla Sanderson,  purtroppo, non conoscono.<br />
Non è quindi così peregrina la proposta di Lord Mackay di far dare ai magistrati una ripassatina di Vangelo.<br />
E  confesso che sei io fossi un imputato non mi dispiacerebbe davvero che  il mio giudice, prima di emettere la sentenza, ricordasse alla propria  coscienza qualche passo della Bibbia in tema di giustizia. Magari  proprio quel passo in cui si dice: «Con lo stesso metro con cui  giudicherete, sarete giudicati.</p>
<p><strong>Gianfranco Amato &#8211; tratto da <a href="http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&amp;id_n=18972" target="_blank">CulturaCattolica.it</a></strong></p>
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		<title>Del Noce: gli orrori dell&#8217;uomo di Marx</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 10:45:05 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/08/delnoce.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-2339" title="delnoce" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/08/delnoce.jpeg" alt="delnoce" width="280" height="224" /></a>Un  punto essenziale che va subito precisato è che, di fronte alla linea  Cartesio-Hegel-Marx, Augusto Del Noce (di cui ricorrono domani i  cent’anni della nascita) ha proposto una diversa lettura della filosofia  moderna. È un altro volto della filosofia moderna quello che Del Noce  vede snodarsi da Cartesio in avanti per giungere a Rosmini e Gioberti  passando attraverso Malebranche e Vico, un percorso che permette di  recuperare la ricchezza tematica e la forza teorica del pensiero  cattolico italiano dell’Ottocento – un pensiero in grado di contrastare  quella dilagante secolarizzazione che fiorisce dall’abbraccio tra  l’ateismo comunista e l’ideologia borghese nella loro lotta contro la  religione cristiana.</p>
<p>E grande fu lo scalpore suscitato  dall’interpretazione che Del Noce dette del marxismo. Erano anni, quelli  dal Sessanta in avanti, in cui la cultura marxista poteva dirsi  sostanzialmente egemone. Egemone e in grado di risucchiare al suo  interno sia gran parte del mondo cattolico che di quello laico.  L’alleanza dei cattolici con i comunisti si basava sul rifiuto,  teorizzato soprattutto da Franco Rodano, del materialismo storico e  dell’ateismo marxista e sull’accettazione dell’analisi marxiana come  scienza della società capace di offrire una oggettiva lettura della  realtà sociale, lettura che, considerata appunto oggettiva, avrebbe  messo nelle mani dei rivoluzionari lo strumento più adeguato per  cambiare finalmente la storia dell’umanità.</p>
<p>Se questa era la  prospettiva del &#8220;cattocomunista&#8221;, per molta cultura laica un marxismo  depurato dai suoi tratti metafisici deterministici veniva a configurarsi  come una forma di neoilluminismo quale punto di riferimento per  progetti di rinnovamento sociale. E, dunque, «l’idea del socialismo  liberale o dell’azionismo e quello del cattolicesimo comunista hanno  questa radice comune: la convinzione che il marxismo possa essere  riassorbito in una sintesi culturale di tipo superiore» (Rocco  Buttiglione).</p>
<p>Ebbene, di fronte a siffatta situazione, la  reazione di Del Noce fu decisa, intransigente, e si sviluppa sulla base  della convinzione che l’egemonia culturale dei comunisti era potuta  crescere a motivo del fatto che sia i cattolici sia i laici non  rivoluzionari, ma soprattutto i cattolici, non avevano sottovalutato la  forza del pensiero filosofico di Marx. In Marx la filosofia, da  contemplazione o comprensione della realtà, si trasforma in rivoluzione:  un progetto destinato a cambiare dalle radici l’intero volto della  storia umana.</p>
<p>E se quel che conta, nella prospettiva  rivoluzionaria, è il risultato politico, allora è chiaro che idee  metafisiche, religiose e ideali etici o diventano semplici strumenti del  progettato <em>regnum hominis</em> o sono rigettati come ostacoli alla  creazione di questa nuova luminosa realtà totalmente umana. Non è  possibile per il comunista pensare ad una verità trascendente da cui  poter emettere un giudizio sul processo e gli esiti dell’azione  rivoluzionaria. Quello che i cattolici non avevano compreso, ad avviso  di Del Noce, è che la non-filosofia di Marx esige l’annientamento del  cristianesimo.</p>
<p>È un’ingenuità, insomma, distinguere il lato  buono del marxismo (la proposta del rinnovamento sociale) dal lato  cattivo (il corollario ateo). La realtà, afferma Del Noce, è ben  diversa: l’ateismo in Marx non è un elemento di cui ci si possa  tranquillamente disfare, esso permea di sé il suo programma dall’inizio  alla fine. Il marxismo è il punto di arrivo del razionalismo europeo, di  un razionalismo che elude, con una decisione arbitraria, il problema  dell’esistenza di Dio, che rigetta senza alcuna argomentazione  ragionevole il dogma del peccato originale e che, di conseguenza, eleva  la politica a religione, istituzionalizza il culto idolatrico di una  umanità divinizzata e pretende di realizzare, per mezzo della pratica  della rivoluzione, «il Regno millenario della libertà».</p>
<p>Da qui  l’inconciliabile contrasto tra cristianesimo e progetto rivoluzionario  marxista: è il &#8220;Regno di Dio&#8221; trasportato in questo mondo l’idea guida  del rivoluzionario, la cui meta finale è la divinizzazione dell’umanità.  E per realizzare questo &#8220;Paradiso in terra&#8221; ogni mezzo – anche il più  atroce e disumano – è giusto e legittimo: tutto va cancellato e raso al  suolo, unicamente dalle macerie del passato può sorgere il nuovo mondo.  Ora, però – è questa la tesi sostenuta da Del Noce ne <em>Il suicidio della rivoluzione </em>–  proprio perché, sulla base dell’eliminazione del dogma del peccato  originale, il marxismo ha preteso di realizzare il &#8220;Totalmente Altro&#8221;  sulla faccia della terra, esso è condannato al suicidio.</p>
<p>La  rivoluzione, dovendo fare tabula rasa – dato che, per dirla con il  Mefistofile di Goethe, «tutto ciò che esiste è degno di perire» – è  destinata a creare attorno a sé un deserto al cui orizzonte si staglia  la triste figura del più spietato dittatore. E che la Rivoluzione – un  evento, leggiamo ne <em>Il problema dell’ateismo</em>, che sulla  negazione del passato prefigura «una società senza Stato, senza Chiese,  senza eserciti, senza delitti, senza magistratura, senza politica» – sia  un progetto distruttivo e autodistruttivo è un’idea che Del Noce ebbe  il coraggio e la lungimiranza di proporre in anni in cui la dottrina  marxista era egemone in Italia e in non pochi Paesi fuori Italia.</p>
<p>Un’intuizione,  la sua, che non molto tempo dopo doveva trovare conferma nel collasso  storico dell’Unione Sovietica e nella più diffusa consapevolezza  dell’insostenibilità teorica di quel &#8220;progetto gnostico&#8221; che, teso a  rovesciare il mondo, è condannato ad un necessario autodissolvimento  generatore di immani tragedie umane. Aveva pienamente ragione Paul  Claudel: chi immagina per i suoi simili il paradiso in terra, sta in  realtà preparando per loro un molto rispettabile inferno.</span></div>
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<div><span id="ctl00_MasterContent_Autore"><strong>Dario Antiseri &#8211; tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Cultura/del+noce+orrori+uomo+marx_201008100832530500000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></div>
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		<title>Dall’India all’Ue: ecco a chi fa comodo la &#8220;guerra&#8221; ai cristiani</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 19:15:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture e religioni]]></category>

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Nell’epoca aurea del politically correct, quando è d’obbligo prestare somma attenzione alla tutela di  qualsivoglia diritto di qualsivoglia minoranza (e non importa se il  “diritto” è in realtà figlio degenere della dittatura del desiderio),  può sembrare esagerato e fuori luogo parlare di “guerra ai cristiani”.  Eppure sono centinaia ogni anno gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/cina_cattoliciR375.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2285" title="cina_cattoliciR375" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/cina_cattoliciR375-300x204.jpg" alt="cina_cattoliciR375" width="300" height="204" /></a>Nell’epoca aurea del <em>politically correct,</em> quando è d’obbligo prestare somma attenzione alla tutela di  qualsivoglia diritto di qualsivoglia minoranza (e non importa se il  “diritto” è in realtà figlio degenere della dittatura del desiderio),  può sembrare esagerato e fuori luogo parlare di “guerra ai cristiani”.  Eppure sono centinaia ogni anno gli episodi che testimoniano di  un’ostilità nei confronti dei seguaci di quel crocifisso che anche  recentemente è stato trascinato nell’aula di un tribunale internazionale  in nome della libertà di pensiero. Violenze, sopraffazioni,  persecuzioni vengono operate da singoli, gruppi organizzati, partiti  politici, apparati statali, pubbliche istituzioni, in nome e per conto  di ideologie politiche o di convinzioni religiose piegate alla logica  del potere. Come ai tempi di Erode e di Pilato, l’irriducibilità di  Cristo produce fastidio, paura, insofferenza, ostilità. O una malcelata  indifferenza destinata a soccombere alla logica del più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Titolo provocatorio &#8211; <em>Guerra ai cristiani</em> &#8211; quello scelto da Mario Mauro per il libro realizzato insieme a  Vittoria Venezia e Matteo Forte per i tipi di Lindau. Ma dalle sue  pagine trasuda la cruda verità di avvenimenti che si sono succeduti in  Cina, India, Nord Corea, Iraq, Pakistan, Turchia, Indonesia, Somalia,  Nigeria, Cuba, solo per citare i più eclatanti. E che hanno avuto come  protagonisti e vittime vescovi, sacerdoti, suore, padri di famiglia,  studenti, donne e bambini. Colpevoli, al fondo, di testimoniare Gesù, a  volte soltanto di credere in Lui, in una situazione in cui si deve  credere ad altro, ai valori stabiliti dal potere o alla religione di  Stato imposta da chi siede nella stanza dei bottoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma accanto all’ostilità esplicita e  “riconoscibile a vista”, ce n’è un’altra più sottile e non meno  insidiosa nei confronti del cristianesimo. È quella che si consuma negli  uffici degli organismi internazionali “super partes” o nelle aule dei  Parlamenti dove la democrazia è (apparentemente) di casa. Dove in nome  del rispetto di certe minoranze viene stravolto il concetto di  matrimonio e di famiglia, dove le radici cristiane dell’Europa vengono  cancellate in omaggio alle “magnifiche sorti e progressive” di una  modernità che si afferma facendo a meno di Dio. E così il Vecchio  continente &#8211; sempre più vecchio perché sempre meno animato da motivi  forti con cui guardare al futuro &#8211; rischia l’abiura di ciò che lo ha  fatto nascere. E l’ascesa del relativismo sta trasformando l’Europa da  patria del diritto in supermarket dei diritti, dove il valore della  persona finisce annacquato in una melassa di pseudo-valori.</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"></p>
<p style="text-align: justify;">Si  arriva così al paradosso di affermare una democrazia che presume di  poter fare a meno del cristianesimo, dimenticando la lezione di  Tocqueville corroborata da secoli di storia. “La consustanzialità del  cristianesimo alla democrazia &#8211; scrive a questo proposito Mauro &#8211; è data  dalla sua dimensione universale, dalla sua espressione comunitaria, per  cui la vita comune realizza l’ideale di fratellanza, e dalla concezione  laica della politica, secondo la quale &#8211; nella convinzione che non  tutto può sottostare al potere di Cesare &#8211; reato e peccato non  coincidono”.</p>
<p style="text-align: justify;">La disponibilità a incontrare l’altro in  quanto uomo, di riconoscere nella fede e nel pensiero del prossimo un  sincero tentativo di risposta alla domanda di significato che abita il  cuore di ciascuno, rappresenta l’aspetto essenziale della presenza  cristiana nella storia. Una presenza che chiede piena libertà di  espressione non come affermazione di un privilegio o difesa di un  gruppo, ma come possibilità riconosciuta a ciascuno in forza del suo  essere uomo. Per questo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno più  volte sottolineato che la libertà religiosa è <em>conditio sine qua non </em>per l’esercizio di qualsiasi diritto.</p>
<p style="text-align: justify;">È dura la battaglia per riaffermare il  pieno diritto di cittadinanza del cristianesimo a ogni latitudine,  comprese le aule del Parlamento europeo. Una battaglia che è insieme  difensiva e offensiva, ed esige l’intelligenza e la capacità di trovare  alleati anche tra coloro che, pur non condividendo la fede in Gesù, sono  convinti che l’emarginazione dei suoi seguaci sarebbe una perdita secca  per l’intera umanità. Molti i nemici, molte le difficoltà con cui  misurarsi, ma uno sguardo positivo sulla realtà è ancora possibile. Ed è  da questo sguardo positivo che è possibile ripartire e continuare a  sperare, senza ingenuità ma con la certezza che c’è Chi ha segnato per  sempre la storia.</p>
<p style="text-align: justify;">In forza di questa certezza si può  affermare che “le ideologie, i fondamentalismi e i relativismi sono  accomunati dall’abbandono della verità, dal mancato riconoscimento  dell’essere come principio della realtà e dall’utilizzo del potere per  dare una nuova base alla realtà. La storia delle grandi dittature del  passato ci insegna che Dio fa paura a chi ha la pretesa di sostituirsi a  Lui. Ma la storia ci ha insegnato anche che alla lunga la furia  ideologica che ha nella negazione della libertà religiosa il suo  strumento di massima distruzione della dignità dell’uomo, viene  sconfitta dalla prorompenza della fede e dal desiderio di libertà degli  uomini”.</p>
<p style="text-align: justify;">Giorgio Paolucci &#8211; tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=101460" target="_blank">IlSussidiario.net</a></p>
<p></span></span></p>
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		<title>Se la realtà non è segno, l’io e Dio sono &#8220;solo&#8221; cultura</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 17:48:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture e religioni]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
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La filosofia, si sa, è la più strana delle discipline. Per molti è solo la materia “per la quale e senza la quale tutto rimane tale e quale”. Purtroppo o per fortuna, invece, la filosofia è la forma con cui concepiamo la realtà e non è possibile non averne una; anche la negazione della filosofia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/cubo_rubikR375.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2240" title="cubo_rubikR375" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/cubo_rubikR375-300x204.jpg" alt="cubo_rubikR375" width="300" height="204" /></a>La filosofia, si sa, è la più strana delle discipline. Per molti è solo la materia “per la quale e senza la quale tutto rimane tale e quale”. Purtroppo o per fortuna, invece, la filosofia è la forma con cui concepiamo la realtà e non è possibile non averne una; anche la negazione della filosofia è una filosofia. Che ne sia la causa o conseguenza, è la filosofia che presenta i modi di pensare la vita, i significati delle parole, la società. Insomma, la cosiddetta mentalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci chiediamo, allora: a che punto siamo? Quale mentalità la filosofia odierna sta contribuendo a creare o quale si impegna a riflettere? La mentalità filosofica di oggi è dominata da quello che si chiama “naturalismo”. In che cosa consiste? De Caro (in Calcaterra, <em>Pragmatismo e filosofia analitica </em>2006) identifica tre leggi portanti: l’esclusione di oggetti non naturali, l’antifondazionalismo e la continuità scienza-filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono due modi di intendere queste leggi. Il primo è uno scientismo duro (Dennett, per fare un nome). In questa versione esiste solo quello che la scienza “positiva” &#8211; in particolare la fisica &#8211; riconosce o arriverà a riconoscere, non c’è nessuna fondazione del nostro sapere al di là della conoscenza “scientifica” e la filosofia stessa è parte della scienza e come tale verrà pian piano dissolta in essa.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un’altra versione, più soft o pluralista, che pur mantenendo le medesime leggi, le interpreta nel senso che negli oggetti naturali devono essere inclusi anche i prodotti culturali (McDowell), che la scienza non può avere a sua volta pretese fondative e che il sapere filosofico-umanistico può convivere con quello scientifico: “un modesto realismo non metafisico, adeguatamente conforme ai risultati delle scienze” (Putnam).</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"></p>
<p style="text-align: justify;">Le due versioni, però, condividono un assunto: essere naturalisti significa sostenere che “il mondo è causalmente chiuso” (Määttänen). Ciò significa che anche nella seconda versione si può accettare che esista una “cultura” con tutti i suoi significati belli e profondi, si può pensare che ci siano ragionamenti non scientifici eppure validi e persino che si deve essere “realisti”. In molte versioni esiste anche un’ontologia, cioè un chiedersi quale sia la natura degli oggetti. In fondo si va molto vicino a un ragionevole senso comune ormai lontano dagli eccessi del nichilismo di fine Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, con quel nichilismo &#8211; soprattutto nella sua versione “gaia” espressa da Del Noce &#8211; c’è una sottile affinità perché anche per il naturalismo l’ambito della realtà, per quanto ampio e non più in dubbio quanto alla sua esistenza, è chiuso, cioè non funziona mai come “segno”. Così emerge quella che era la radice comune a ermeneutica e analitica: negare che la realtà funzioni come segno e che quindi possa rimandare a un’altra realtà completamente oltre sé (meta-fisica) e che possa provocare interpretazioni la cui validità dipende dall’aver più o meno compreso quella realtà metafisica.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si esclude il valore del segno, i suoi terminali, l’io e Dio &#8211; per semplificare <em>à la</em> Newman &#8211; non hanno più senso se non come valori culturali. Si arriva così all’estrema ammissione di un naturalista scientista come McGinn: “L’essenza di un problema filosofico è l’inspiegabile salto, il passaggio da una cosa all’altra senza nessuna idea di quale sia il ponte che permette questo passaggio” (<em>The Mysterious Flame</em>, 2002). La filosofia &#8211; parole sue &#8211; è perciò “futile”. Paradossale destino: si studia tanto per tornare a “tutto rimane tale e quale”. Il modo normale (“naturale” e non “naturalista”) di pensare tende invece a sostenere che si pensa proprio per conoscere e cambiare la realtà, che oggetto del pensiero sia tutta la realtà, fisica o meta-fisica, e che tutto possa essere letto come “segno”. La curiosa alleanza tra l’intellettualismo scientista e l’irrazionalismo del nostro proverbio fa nascere il sospetto che pensare il “segno” sia antipatico a tutti quelli che hanno un pregiudizio da difendere e che hanno già deciso di non voler essere disturbati da troppe domande.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=97020" target="_blank">IlSussidiario.net</a> di Giovanni Maddalena</p>
<p></span></span></p>
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		<title>Laica cultura e inimmaginabile fantasia di Dio</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 17:39:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Culture e religioni]]></category>
		<category><![CDATA[cocefisso]]></category>
		<category><![CDATA[corte europea]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Weiler]]></category>

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		<description><![CDATA[Un ebreo in tribunale per difendere il crocifisso. La storia, che Dio guida con fantasia per noi inimmaginabile, doveva riservarci anche questo. Aveva la kippah in testa, il tradizionale copricapo ebraico, Joseph Weiler, l’autorevole giurista della New York University, il difensore del crocifisso. O meglio il difensore della storia e della autentica laicità. Perché l’avvocato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/crocifisso.intero.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2236" title="crocifisso.intero" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/crocifisso.intero-220x300.jpg" alt="crocifisso.intero" width="220" height="300" /></a>Un ebreo in tribunale per difendere il crocifisso. La storia, che Dio guida con fantasia per noi inimmaginabile, doveva riservarci anche questo. Aveva la kippah in testa, il tradizionale copricapo ebraico, Joseph Weiler, l’autorevole giurista della New York University, il difensore del crocifisso. O meglio il difensore della storia e della autentica laicità. Perché l’avvocato che ha rappresentato il ricorso di otto Stati su dieci alla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, volto a difendere il diritto di esporre il crocifisso in luoghi pubblici nel nostro Paese non ha usato argomenti religiosi. Non ha poggiato le sue argomentazioni sulla sua o sull’altrui fede. No, ha parlato di storia, di diritto dei popoli opposto alle sentenze di una Corte Centrale. Una requisitoria &#8220;laica&#8221; per difendere il nostro più caro simbolo religioso. Perché il cristianesimo è una cosa del genere. Non chiede nessun diritto speciale per esistere. Gesù Cristo non ha chiesto nessun diritto speciale. E, analogamente, anche il segno della sua presenza non chiede diritti speciali. Ma d’esser trattato con argomenti laici, validi per tutti.<br />
Per tutti i simboli (come ha sostenuto Weiler) e per tutti i popoli. L’ebreo che ha difeso il crocifisso, infatti, non ha invocato argomenti particolari. Ha difeso il diritto di un popolo a esprimere la propria storia con i propri simboli, senza cedere al ricatto di qualcuno che in nome di logiche assolutiste e irrispettose della storia vuole far sparire quei simboli.</p>
<p>Anche solo il fatto che l’esponente autorevole, e culturalmente ferrato, di una religione diversa dal cristianesimo abbia difeso il crocifisso basterebbe a smascherare tutte le fumose, faziose e in fondo banali motivazioni di chi non vuole più il crocifisso tra i piedi perché se ne sente &#8220;offeso&#8221;. Weiler, che come ogni ebreo raffinato non ha rinunciato a ricorrere a paradossi e a ironie, ha fondato la sua difesa su una idea più storica, leale e aperta di laicità. Contro ogni riduzione &#8220;fobica&#8221; della laicità ad avversione contro ciò che è religioso (e più precisamente cristiano).</p>
<p>Non sappiamo se l’arringa del professor avvocato Weiler, uno tra i giuristi più stimati al mondo e uomo di vasta attenzione all’arte e anche alla poesia, avrà successo. Non sappiamo se i giudici della Corte Europea sapranno cogliere il valore delle sue argomentazioni. Non sappiamo se ci &#8220;obbligheranno&#8221; a togliere i crocifissi dai luoghi pubblici, dando vita a un fenomeno di &#8220;smontaggio&#8221; dei simboli storici e costitutivi di un popolo da cui poi sarà difficile salvarne anche uno solo (perché via il crocifisso se urta, e non la bandiera, o le parole dell’inno, o le facciate dipinte, i monumenti ?).</p>
<p>Ci aveva avvisati il poeta Eliot: se minate il fondamento di una cultura e di una storia, pensate che poi possano resistere a lungo i suoi frutti? Dall’avversità al cristianesimo potrebbero essere travolti i frutti di civiltà di cui tutti godono senza magari neanche saperne l’origine. Non sappiamo cosa succederà. Forse dovremo tornare a rigare un crocifisso sui muri di nascosto, vicino ai luoghi di preghiera o di sofferenza. La fede non teme la scomparsa dei crocifissi dai luoghi pubblici, perché tale scomparsa non è una sconfitta della fede, ma della storia e della laicità. Però sappiamo una cosa: come dicono i nostri fratelli in umanità di fede musulmana, Dio è davvero grande se oggi un ebreo ha autorevolmente e appassionatamente difeso il Crocifisso. E questo per noi che abbiamo una fede semplice, laica, per noi che abbiamo un cuore lieto e in allerta è già una vittoria. Ne ringraziamo Dio, e il professor Weiler. Se non dà troppo fastidio a certi opinion leader ci permettiamo di chiamarlo &#8220;miracolo&#8221;. </span></div>
<div><strong><span><br />
</span></strong></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Autore"><strong>Davide Rondoni tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/crocifisso+rondoni_201007010644044130000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></div>
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