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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; Famiglia e coppia</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Bianca come il latte, rossa come il sangue</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Dec 2010 20:33:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
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		<description><![CDATA[Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il  calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il  suo iPod.
Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori &#8220;una  specie protetta che speri si estingua definitivamente&#8221;. Così, quando  arriva un nuovo supplente di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/Bianca-LatteRossa-Sangue_DAvenia_1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2643" title="Bianca-LatteRossa-Sangue_DAvenia_1" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/Bianca-LatteRossa-Sangue_DAvenia_1.jpg" alt="Bianca-LatteRossa-Sangue_DAvenia_1" width="200" height="298" /></a>Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il  calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il  suo iPod.</p>
<p>Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori &#8220;una  specie protetta che speri si estingua definitivamente&#8221;. Così, quando  arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad  accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva.</p>
<p>Ma questo giovane  insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega,  quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio  sogno.</p>
<p>Leo sente in sé la forza di un leone, ma c&#8217;è un nemico che lo  atterrisce: il bianco. Il bianco è l&#8217;assenza, tutto ciò che nella sua  vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il  colore dell&#8217;amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei  capelli di Beatrice.</p>
<p>Perché un sogno Leo ce l&#8217;ha e si chiama Beatrice,  anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e,  come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua  realtà affidabile e serena.</p>
<p>Quando scopre che Beatrice è ammalata e che  la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo  dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire  che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in  qualcosa di più grande.</p>
<p><strong>Bianca come il latte, rossa come il sangue</strong> di <strong>Alessandro D&#8217;Avenia</strong></p>
<p>Mondadori</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.itacalibri.it/Template/detailArticoli.asp?LN=IT&amp;IDFolder=144&amp;IDOggetto=37098" target="_blank">Itaca Libri</a></p>
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		<title>Le cose dietro</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2010 12:41:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
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		<description><![CDATA[Fabio potrebbe guardarti dall&#8217;alto verso il basso, perché è  altissimo, un vero spilungone. Laureato in matematica, l&#8217;informatica è  il suo mestiere. Ma sogna di adattare l&#8217;antica casa in un paesino  piemontese per allargare ulteriormente la sua famiglia sui generis. Si è  seduto con noi per spiegarci perché.
D: Raccontami di te e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/homeprincipale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2544" title="amore" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/homeprincipale-300x219.jpg" alt="amore" width="300" height="219" /></a>Fabio potrebbe guardarti dall&#8217;alto verso il basso, perché è  altissimo, un vero spilungone. Laureato in matematica, l&#8217;informatica è  il suo mestiere. Ma sogna di adattare l&#8217;antica casa in un paesino  piemontese per allargare ulteriormente la sua famiglia sui generis. Si è  seduto con noi per spiegarci perché.</em></p>
<p><strong>D:</strong> <em>Raccontami di te e della tua famiglia: quanti siete?</em><br />
<strong>R:</strong> Per adesso siamo in sette. Tra un mese diventeremo  otto, perché arriverà Simone, il nostro terzogenito. Ci siamo io; mia  moglie Alessia; mia figlia Maria Chiara di sei anni; il secondo figlio  naturale Mattia di quasi due anni; una bambina accolta dal 2006 che  adesso ha circa dieci anni, e poi una mamma in difficoltà con la sua  figlia di un anno.<br />
In passato abbiamo accolto due infanti, due bambine, una piccolissima  per breve tempo, l&#8217;altra da quando aveva quattro mesi fino a 1 anno e  due mesi. Poi questo progetto è terminato perché è andata in adozione.  Siamo ancora in contatto e siamo felicissimi di questo.<br />
<strong>D:</strong> <em>Come nasce questa desiderio di accoglienza? Da dove arriva?</em><br />
<strong>R: </strong>E nato tutto da&#8230; mia moglie. Spesso, secondo me, le mogli <a href="http://www.tempi.it/evidenza/0010178-udienza-papa-la-donna-aiuta-rendere-il-matrimonio-un-cammino-di-santit" target="_blank">sono quelle che tirano</a>.  Se la moglie è convinta di una cosa e il marito è abbastanza aperto, si  possono portare avanti si possono portare avanti delle cose grandi, dei  progetti grandi. Quindi in questo caso è stata mia moglie a premere  sull&#8217;acceleratore. Adesso è a casa che fa la mamma ma era assistente  sociale, e nel suo lavoro era comunque vicino a quella parte della  società che sono le persone più povere.<br />
Quindi è nata in noi questa voglia di non fare solamente le abituali  cose che fanno in tanti, di stare in parrocchia e quindi di andare noi  dai poveri; ma di portare invece un po&#8217; di questi poveri da noi, in casa  nostra. Abbiamo poi trovato una grande assonanza con la comunità di cui  ora facciamo parte, cioè la <a href="http://www.apg23.org/" target="_blank">Papa Giovanni XXIII</a> che è nata da don Oreste Benzi. Piano piano ci siamo avvicinati a  questo mondo che punta proprio sull&#8217;accoglienza all&#8217;interno delle nostre  case.<br />
Abbiamo iniziato il percorso di verifica vocazionale della comunità  Papa Giovanni nel 2006, quando abbiamo iniziato la nostra prima  accoglienza. E da lì questo desiderio, che prima era solamente di  accogliere qualcuno all&#8217;interno della nostra famiglia e per noi di  continuare a fare la nostra vita: avere figli naturali, il lavoro, le  vacanze, e tutte quelle cose che la classica famiglia fa qua in Italia,  questa voglia di accoglienza si è ampliata sempre di più. Si è ampliata  fino a voler diventare, come sta diventando in questi ultimi anni,  diciamo, una voglia di fare proprio dell&#8217;accoglienza la parte  preponderante della nostra vita. E quindi di arrivare a vivere per  l&#8217;accoglienza. Vivere, ovviamente, all&#8217;interno del rapporto grande che  c&#8217;è tra marito e moglie, nell&#8217;amore che bisogna dare ai propri figli.  Ma, tolte queste due grandi priorità, subito dopo viene l&#8217;accoglienza  dei poveri.<br />
<strong>D:</strong> <em>Ma perchè?</em><br />
<strong>R: </strong>Perché ovviamente &#8211; no, &#8220;ovviamente&#8221; non si può si  può dire &#8211; per noi vi è tutto il discorso cristiano. Il discorso che,  per noi, secondo quello che è il percorso di vita nella nostra Comunità,  il motivo per cui si fanno determinate accoglienze è perche Dio ha  visto in noi persone che potevano portare avanti questo suo progetto. E  quindi tutta l&#8217;accoglienza che noi facciamo è rivolta non tanto al dare  una mano a loro quanto al rispetto del progetto di Dio su di noi. Il  vivere all&#8217;interno di una comunità riconosciuta dalla Chiesa ci ha  permesso di essere sicuri di questo; abbiamo tutta una serie di  strumenti per capire effettivamente dov&#8217;è che il Signore ci vuole e  quindi essere sicuri di dove spendere la nostra vita, o come si dice in  comunità &#8220;di non correre invano&#8221;. Di non fare delle cose tanto per farle  ma non per il motivo reale. Che non è quello dell&#8217;accoglienza in sé, ma  quello di seguire il progetto di Dio, che ama tutti noi. Noi dobbiamo  essere strumento di quest&#8217;amore.<br />
Quello che ho descritto è la via tramite la quale io e Alessia siamo sicuri di cosa il Signore vuole per noi.<br />
<strong>D:<em> </em></strong><em>Sono provocatorio. Tu dici sicuri, ma  sicuri di che? Chi vi da questa sicurezza, visto che potrebbe essere  un&#8217;idea che vi siete fatti o che cercano di imporvi?</em><br />
<strong>R:</strong> Bella domanda. Infatti questo è il più grande  problema. Ovviamente nella fede cristiana non c&#8217;è niente di sicuro, di  tangibile. Tutto è lasciato, come dire, alle possibili diverse  interpretazioni, tutto è lasciato non tangibile, nessuno ci dà la  sicurezza che quello che chiamiamo fede sia reale. Il fatto di vivere  all&#8217;interno di una comunità ci permette di avere vicino altre persone  che stanno scommettendo, anche loro, la vita in questo. E&#8217; allo stesso  modo si potrebbe dire ad un cristiano &#8220;perché sei cristiano, che  sicurezza ti dà? Non è che perché sei cristiano ti stanno inculcando  qualcosa che non è reale?&#8221;. Certo che il dubbio ce l&#8217;avremo fino alla  fine. La forza però c&#8217;è, il fatto di essere in tanti ad avere la stessa  fede, questo ci aiuta. Non ci dà la sicurezza, perché ad esempio i  nostri genitori non sono assolutamente d&#8217;accordo. Infatti ci hanno detto  in diverse occasioni che loro avrebbero fatto diversamente. Speravano  per i loro figli, io e Alessia, una vita diversa, una vita tranquilla,  in cui si lavora, bisogna lavorare perché è importante, puntare molto  sul lavoro e sull&#8217;avere dietro qualcosa di tangibile, avere dietro delle  cose. Invece noi non cerchiamo delle cose, cerchiamo degli affetti e di  portare l&#8217;amore di Dio alle persone che incontriamo. E&#8217; questo ci rende  felici. Perché prima di tutto noi vogliamo essere felici e non vediamo  la possibilità per noi di esserlo fuori da questa realtà e fuori  dall&#8217;essere totalmente disponibili verso gli altri. L&#8217;unica cosa che ci  rende felici è questa: il fatto di donarci completamente.<br />
Ovvio che siamo agli inizi e quindi siamo molto entusiasti. I passi da  fare sono tantissimi, però l&#8217;idea di essere totalmente per gli altri e  nulla per noi ci spinge molto a fare ciò che facciamo. Ci spinge e siamo  felici; quando ci riusciamo siamo felici.<br />
<strong>D: </strong><em>Quindi siete felici?</em><br />
<strong>R:</strong> Sì.</p>
<p><strong>D:</strong> <em>Quindi ne vale assolutamente la pena?</em><br />
<strong>R:</strong> Assolutamente.</p>
<p><strong>D:<em> </em></strong><em>Vuoi parlare di altri progetti?</em><br />
<strong>R:</strong> Noi siamo nell&#8217;ottica di chiedere un impegno anche  ad altre persone, e questo significa mettersi in discussione. Spesso  cerchiamo fondi anche perché molte delle attività che noi facciamo come  Comunità sono fuori dall&#8217;Italia, in paesi di missione e lì le risorse  non sono mai abbastanza.<br />
Sabato abbiamo fatto una raccolta fondi, &#8220;<a href="http://www.unpastoalgiorno.org/" target="_blank">Un pasto al giorno</a>&#8220;,  in cui diamo la possibilità a più persone di rendersi partecipi  dell&#8217;aiuto che la comunità dà nei luoghi di missione, in cui i poveri  sono alla porta. Portando sempre l&#8217;ottica dell&#8217;accoglienza, del portare i  poveri in casa nostra, in questo caso nelle missioni, per renderli  autonomi, per dare loro aiuti &#8211; nello specifico anche solo per  permettere a loro di continuare a vivere.<br />
E&#8217; proprio questo lo stimolo grande che don Oreste Benzi ci ha dato nel  momento in cui ha aperto la Comunità al mondo intero. Il 20% della  popolazione mondiale vive per sé stessa e consuma l&#8217;80% delle risorse  del pianeta. L&#8217;ottica dell&#8217;andare verso il povero ci deve essere a 360  gradi, in Italia come altrove.<br />
Questo accogliere, questo andare nei posti di missione è un qualcosa che  aiuta certamente le persone africane, ma aiuta soprattutto noi, a  diventare un po&#8217; più consapevoli del mondo in cui viviamo. Permette a  loro di sopravvivere e di non essere più miseri, aiuta noi ad  avvicinarci a Dio perché, come diceva Don Oreste &#8220;l&#8217;unica condizione per  avvicinarci a Dio è il fatto di essere poveri. Il ricco ha davanti a sé  il denaro, quello è il suo dio, il misero non ha tempo di pensare a  Dio, perché non riesce a soddisfare neanche i bisogni primari. Il povero  ha davanti a sé Dio; dobbiamo diventare tutti poveri.&#8221;</p>
<p><strong>D:</strong> <em>Con i figli tuoi com&#8217;è, loro patiscono il vostro condividere il tempo con altri?</em><br />
<strong>R:</strong> Il tempo che tu dai a queste accoglienze in teoria è  tempo che tu togli ai tuoi figli e questo è vero, perché il tempo alla  fine bisogna pur suddividerlo tra le persone.<br />
Noi pensiamo che il tempo che viene passato a far capire ai tuoi figli  che è importante vivere per gli altri non sia buttato. Si passano dei  valori in questo modo che sono assai più importanti di quei 5-10 minuti  magari condivisi con altre persone. Noi cerchiamo di stare a casa il più  possibile, di passare il più tempo possibile con i nostri figli. Far  capire loro che anche i figli degli altri non sono diversi da loro, è  giusto che tutti abbiano una famiglia. Questo è uno delle profezie più  importanti di Don Oreste, che chiunque ha bisogno di una famiglia, non  solo il minore, anche l&#8217;adulto in difficoltà, anche la ragazza di  strada, chiunque.<br />
Ha bisogno di sentirsi in famiglia, la famiglia è l&#8217;unico modo per  superare tutta una serie di problematiche anche passate che uno può aver  vissuto. Questo sentimento è una delle cose, se non l&#8217;unica, che  dobbiamo trasmettere ai nostri figli, per farli diventare dei veri  adulti. Tutti strumenti per affrontare il mondo. Insegnando che la  felicità non è data dall&#8217;avere tutto subito.<br />
L&#8217;altro aspetto fondamentale che noi viviamo è quello del vivere in  povertà. Limitarsi alle cose che noi abbiamo: le vacanze si fanno nel  posto in cui si possono fare, si spendono i soldi necessari per vivere,  per la scuola, per fare un po&#8217; di sport; ma il lusso si cerca di  rimuoverlo e restituire alle persone che ne hanno più bisogno. Ci sono  diverse famiglie &#8211; compresa la mia &#8211; in cui si tiene solo la parte di  stipendio che serve e tutto il resto lo si dona alla comunità, che lo  utilizza per i bisognosi.<br />
Questo è quanto vogliamo passare ai nostri figli. Poi loro faranno le  loro scelte, seguiranno la nostra strada oppure no, ma va benissimo  così. Avranno imparato, quando saranno adulti, che non bisogna vivere  solamente per sè stessi.</p>
<p><strong>Tratto dal blog di <a href="http://berlicche.splinder.com/" target="_blank">Berlicche</a></strong></p>
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		<title>Sconsagrada familia</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Nov 2010 17:44:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima di pensare ai nuclei familiari che già esistono, bisogna capire come farne nascere altri
Francia e Irlanda. Dietro il Regno Unito, i tre  paesi della penisola scandinava (Finlandia, Norvegia e Svezia), la  Danimarca e infine l’Olanda. Impossibile, a leggere la classifica  europea dei paesi col più alto tasso di fecondità totale (numero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/bambini.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2536" title="bambini" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/bambini.png" alt="bambini" width="276" height="194" /></a>Prima di pensare ai nuclei familiari che già esistono, bisogna capire come farne nascere altri</strong></p>
<p><strong>Francia e Irlanda. </strong>Dietro il Regno Unito, i tre  paesi della penisola scandinava (Finlandia, Norvegia e Svezia), la  Danimarca e infine l’Olanda. Impossibile, a leggere la classifica  europea dei paesi col più alto tasso di fecondità totale (numero medio  di figli per donna), non ricavarne la doppia regola che ad agevolare il  fare figli siano soprattutto il tasso di partecipazione femminile al  mondo del lavoro e la dotazione di servizi per l’infanzia, a cominciare  dai nidi. Quegli otto paesi, infatti, primeggiano per entrambi questi  caratteri.</p>
<p><strong>L’Italia non primeggia</strong> né per il tasso di occupazione  delle donne né per il numero di posti-nido ogni cento bambini fino a tre  anni, entrambi largamente al di sotto della media Ue-15 e pure – meno –  di quella dell’Europa allargata. E fa tanto pensiero democratico  avanzato sostenere che in Italia i figli non si fanno per qualche tara  che derivi dall’azione dei governi e nient’affatto da quella dei suoi  abitanti. Dateci i servizi, dateci il lavoro e vedrete quante famiglie,  quanti figli. Si dà però il caso che l’Emilia Romagna, già dalla fine  degli anni Sessanta all’avanguardia tra tutte le regioni italiane (con  un indice di posti-nido ogni cento bambini migliore di quello europeo,  il cento per cento di posti nelle scuole materne e un’occupazione  femminile di livello europeo) abbia assistito, dall’alto di questi  record, al precipitare delle nascite di anno in anno fino  all’inconsistenza di 0,9 figli per donna nel pieno degli anni Novanta:  un livello da estinzione pressoché fulminea della popolazione e record  del mondo ancora ineguagliato attestante la più cupa depressione delle  nascite. Dalla quale l’hanno salvata non le italiane beneficiate da  tanta abbondanza di lavoro e di servizi per l’infanzia ma un esercito  crescente di stranieri arrivato a risollevare dall’implosione  demografica intere province come quelle di Modena e Reggio Emilia,  giusto le più ricche.</p>
<p><strong>Il modello non ha funzionato in passato,</strong> allorquando a  tenere sul fronte dei figli è stato il mezzogiorno senza lavoro e  servizi, e non il nord con l’uno e gli altri, né mostra di voler  funzionare molto di più oggi. Almeno quattro regioni dell’Italia del  nord (Lombardia e Trentino Alto Adige, Veneto ed Emilia Romagna) reggono  il confronto coi paesi che citavo all’inizio per tasso di occupazione  femminile, posti-nido e scuole materne, ma assieme considerate arrivano a  un tasso di fecondità delle italiane che, dopo tanto faticoso  arrancare, sfiora oggi gli 1,3 figli e non raggiunge gli 1,5 figli in  media per donna nonostante che in quelle regioni oltre un nato su  quattro abbia almeno un genitore straniero. E tutto questo mentre i  paesi che guidano la graduatoria europea oscillano tra il tasso minimo  di oltre 1,7 figli in media per donna dell’Olanda e quello massimo di 2  figli della Francia.</p>
<p><strong>Vediamo bene allora dove sta il problema. </strong>Intanto nella  non famiglia. Da anni abbiamo a che fare con un tasso dei matrimoni che  non riesce a schiodarsi dal 4 per mille annuo o poco più, tra i più  bassi d’Europa, e con una età media al “primo matrimonio” continuamente  crescente, passata negli ultimi vent’anni, per quanto riguarda le donne,  da 25 a 30 anni: tra le più alte d’Europa. Si obietta: non ci si sposa  perché non c’è lavoro, e non ci si sposa ma aumentano le coppie di  fatto. Obiezioni che non tengono. Le coppie di fatto sono ancora oggi  stimate saldamente al di sotto del 5 per cento delle coppie e dunque,  per quanto in aumento, non riescono a sollevarsi dalla marginalità. Di  modo che si arriva dritti alla domanda: non si dovrebbe ancor prima di  guardare a cosa fare per la famiglia che c’è, che esiste, volgere  l’attenzione alla famiglia che non c’è? Che non vede la luce?<br />
<strong><br />
Quanto alla mancanza di lavoro</strong> che impedirebbe ai nostri  giovani di metter su famiglia è il momento di una riflessione un po’ più  approfondita. I dati per farlo ci sono, in un’indagine svolta  dall’Istat nel febbraio 2007 (resa nota nel 2009) e riguardante un  campione di 10.000 individui già precedentemente intervistati in  occasione dell’indagine “Famiglia e soggetti sociali”, condotta  dall’Istat nel novembre 2003. Il dato di gran lunga più decisivo che  quell’indagine ha messo in luce è che, dei giovani di 18-39 anni che  “erano occupati già al 2003 e continuavano a esserlo al 2007” (quando la  loro età era aumentata in corrispondenza, portandosi a 21-42 anni),  solo 27 su 100 hanno lasciato la famiglia di origine nei tre anni e  mezzo intercorrenti tra le due date. Ci si aspetterebbe che quanti hanno  un lavoro di buona stabilità avessero anche un tasso di “uscita di  casa” più alto di coloro che invece un lavoro non ce l’hanno. Doppia  illusione. Intanto perché 27 su 100 che se ne sono andati in tre anni e  mezzo è un dato in sé sconfortante. Eppoi perché quanti non erano  occupati nel 2003 e neppure nel 2007 hanno lasciato le famiglie di  origine in 18 su 100, appena un terzo in meno. Questi dati ci dicono in  maniera inconfutabile che i nostri “giovani” tra i venti e i  quarant’anni sono assai blandamente stimolati a uscire dalle famiglie di  origine per farsene di proprie dal possesso di un lavoro stabile.<br />
Tra il 1988 e il 2006-07 (ultimi dati disponibili) le famiglie fino a  due componenti sono passate da 43 a 54 famiglie su cento, mentre le  famiglie con almeno tre componenti (una coppia con figli) sono scese da  57 a 46 su cento. A questi dati occorre aggiungere, per completare il  quadro, che di dieci nuclei familiari (con esclusione dunque delle  famiglie formate da una sola persona) appena uno ha come persona di  riferimento un giovane (si fa per dire) di meno di trentacinque anni,  mentre gli anziani di 65 e più anni sono rappresentati alla testa delle  famiglie in misura quasi doppia rispetto alla loro proporzione nella  popolazione. Stando così le cose si capisce bene come, più che dalle  parti della famiglia, si continui a scivolare in Italia dalle parti  della “non” famiglia.<br />
<strong><br />
E’ il profilo della famiglia italiana </strong>che minaccia di non  tenere. Contrariamente a quel che si pensa, c’è poca famiglia in Italia.  Non si fa famiglia, non si creano famiglie, istituzionali e non, ai  ritmi che sarebbero necessari. Il nodo, dunque, occorre che venga  sciolto a cominciare dall’inizio. Non si tratta soltanto di avviare  finalmente una organica politica per le famiglie e dunque di servizi per  l’infanzia, bonus alla nascita, quoziente familiare – ovvero una  fiscalità che tenga conto delle fonti di reddito per un verso e del  numero ed età dei componenti delle famiglie per l’altro. Da noi si  tratta anche di mettere nel conto una battaglia culturale di lunga lena  alla quale non ci si può più sottrarre (e che passa attraverso le  scuole, le famiglie, la politica, il tessuto delle associazioni  culturali e solidaristiche, la chiesa e le parrocchie) per tornare a  crescere giovani svegli che non abbiano paura di affrontare la vita e  che rivaluti la valenza solidaristica e comunitaria di una famiglia  ricordata oggi solo nel male, bistrattata da stampa e intellettualità,  raccontata come fuori moda e anacronistica, cellula dell’egoismo invece  che dell’apertura al mondo. E si tratta anche di cercare di abbassare i  livelli di difficoltà che si incontrano per mettersi in coppia e fare  famiglia “quando si è ancora giovani”. Intanto rivalutando il senso  della concreta, fattiva, operosa ricerca del lavoro già dalla scuola e  segnatamente dall’università. E’ grottesco, non trovo un’altra parola,  che nel mondo di oggi i nostri studenti universitari comincino a  guardarsi attorno per vedere quel che possono fare e come e dove, dopo  aver acquisito la laurea mediamente a 26-27 anni. L’università italiana  si è venuta trasformando nella più formidabile fabbrica di disoccupati,  sottoccupati, male occupati e mai occupati a memoria d’uomo. Abbiamo  proporzionalmente meno laureati degli altri paesi europei, che però  trovano più difficoltà che in tutti gli altri paesi europei a trovare  un’occupazione congrua rispetto a quel che hanno studiato. Occorre  creare una reale, operosa e reciprocamente conveniente, continuità tra i  due mondi, facendo sì che l’uno, quello degli studi, sfoci pressoché  naturalmente nell’altro, quello del lavoro, qui compiendosi e  definendosi pienamente. Le tappe lungo questa strada vanno forzate al  massimo, ignorando il fuoco di fila, sin troppo facile da preventivare,  di quanti lamenteranno (lo fanno già oggi, figurarsi)  l’aziendalizzazione dell’università, la privatizzazione degli studi e  simili “figure” ideologiche. E’ da qui che occorre partire per cercare  di “scollare” i giovani tanto dai divani di casa come dai palasport che  ospitano le migliaia e migliaia di partecipanti ai concorsi per un  qualsivoglia posto pubblico.</p>
<p><strong>Bisogna poi prendere di petto</strong> il problema della casa  per le giovani coppie. E non importano neppure grandi piani casa o quel  che sono. Stato e regioni, che spendono un sacco di soldi per servizi  che non servono letteralmente a nulla (avete presente, che so, la  miriade di sportelli informativi e informa giovani che non informano su  alcunché? Oggi poi con Internet, figurarsi. Le migliaia di musei  totalmente inventati dove non va mai nessuno? O, su un altro fronte, i  vaccini antinfluenzali e i parti cesarei spropositati? L’elenco delle  spese inutili è sterminato: hai voglia di finanziare), possono bene  riproporsi di creare le condizioni per bassi affitti per giovani coppie.  Trovare casa in tempi rapidi e alla portata delle tasche normalmente  “povere” di quando si comincia a entrare nella vita e nel lavoro con le  proprie gambe è la prima condizione non soltanto per poter iniziare  concretamente una vita a due ma per poterla anche soltanto immaginare,  “pensare”.<br />
Tremonti ha benedetto il posto fisso, procurandosi consensi a 360 gradi.  Brunetta ha proposto cinquecento euro al mese al giovane che si decida a  uscire di casa. Siamo concreti. Perché si esca di casa occorre intanto  trovarne un’altra decente, in tempi ragionevoli e senza svenarsi. E  avere una prospettiva di lavoro che dev’essere maturata già nel tempo  degli studi, non a studi bell’e conclusi, magari a trent’anni. E’ da qui  che si deve partire.</p>
<p><strong>Tratto da © &#8211; <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/6664" target="_blank">FOGLIO QUOTIDIANO</a> di di Roberto Volpi</strong></p>
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		<title>Rifiutare i bambini? “Verde” ma senza speranza</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 10:44:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
		<category><![CDATA[denatalità]]></category>
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		<description><![CDATA[Quest’estate sulla famiglia e più in generale sulla denatalità in Italia, su giornali italiani e stranieri, sono stati pubblicati molti articoli, statistiche, interviste.
L’Italia spende per la famiglia l’1,4% (cioè sui 22-23 miliardi di euro) del Prodotto interno lordo, lontana dal 2,1% di media nella Ue a 15 e dal 2% della complessiva Unione a 27; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/famiglia1.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-2460" title="famiglia1" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/famiglia1-300x239.jpg" alt="famiglia1" width="300" height="239" /></a>Quest’estate sulla famiglia e più in generale sulla denatalità in Italia, su giornali italiani e stranieri, sono stati pubblicati molti articoli, statistiche, interviste.</strong></p>
<p><strong>L’Italia spende per la famiglia l’1,4% </strong>(cioè sui 22-23 miliardi di euro) del Prodotto interno lordo, lontana dal 2,1% di media nella Ue a 15 e dal 2% della complessiva Unione a 27; la Germania e l’Austria spendono il 2,8%, la Francia il 2,5% ed <strong>i paesi scandinavi oltre il 3%</strong>. L’Italia è uno dei paesi col più basso tasso di natalità del mondo e che spende meno per maternità e famiglia. <strong>Spesso si afferma l’equazione: pochi soldi per le famiglie uguale scarsa natalità. Ma non tutti la pensano così</strong>. Studiosi seri e riconosciuti come tali hanno commentato la situazione italiana diversamente. In particolare Ettore Gotti Tedeschi, professore emerito dell’Università Cattolica e neopresidente dello IOR, ha avuto il coraggio di affermare che <strong>la denatalità è legata soprattutto ad un aspetto culturale</strong>.</p>
<p><strong>Da decenni la cultura laicista occidentale</strong>, appoggiata da giornali e da gruppi economici e scientifici, <strong>va invece affermando l’equazione che meno si è numericamente, più si è ricchi</strong>.</p>
<p>Per Gotti Tedeschi, e noi condividiamo, <strong>questa idea e cultura si sono dimostrate perdenti sotto tutti i punti di vista: economico, sociale, finanziario</strong>. La bassa natalità aumenta la proporzione della popolazione che invecchia e quindi le spese sociali, alimenta la crisi abbassando risparmi e consumi, con conseguente aumento delle tasse che senza un aumento della popolazione non possono diminuire, e causa secondo Gotti Tedeschi i presupposti per la crisi economica.</p>
<p><strong>Inoltre una popolazione che invecchia ha meno propensione al rischio, è meno orientata al futuro</strong>, a produrre, a cambiare e migliorare la società, a spendere ed a investire. Ciononostante da anni c’è chi predica la denatalità e addirittura la decrescita e, adesso che questo si sta verificando, ci si rende conto che tutto ciò non è affatto meglio, e che invece la società deve puntare sulla crescita demografica ed economica che per secoli sono state alla base dello sviluppo occidentale. La conferma la si può vedere guardando ai paesi asiatici o ai paesi emergenti, o andando a ripercorrere la storia economica dell’Europa, in cui la crescita si è verificata con il contemporaneo aumento della popolazione e della qualità della vita, creando un circolo virtuoso.</p>
<p>Bisogna tornare ad avere il coraggio di guardare al futuro, di rischiare sia dal punto di vista economico che culturale che demografico, puntando all’aumento della natalità.</p>
<p>C<strong>hi pensa che per poter fare figli sia necessario uno standard economico di garanzia</strong>, pur essendo il fattore economico importante, <strong>in verità antepone un discorso un po’ egoistico</strong>, che teme che l’aumento dei figli diminuisca il tenore di vita. Esemplare quanto apparso recentemente sull’inserto IO Donna del più importante e diffuso giornale italiano, dove vengono riportate diverse testimonianze che suggeriscono un elogio alla vita senza bambini, cosa non certo nuova, come sottolinea lo stesso inserto che cita libri e film che hanno avuto ampio successo e diffusione.</p>
<p>C’è addirittura chi sostiene che il non procreare non è solo un diritto, che non solo ci si risparmiano problemi e spese, ma che è una scelta “verde”. Preoccupanti i dati riportati che evidenziano una tendenza culturale presente nel mondo occidentale; secondo una ricerca citata dalla Hymas, nel 2002 il 59 % degli adulti americani negavano che una vita senza figli fosse vuota (nell’88, erano il 39 %), e solo il 41 %, nel 2007, pensava che i figli fossero centrali nel matrimonio (erano 65 su cento nel ’90). Sempre i bambini e i giovani sono stati il futuro delle nazioni e delle civiltà, allora per evitare che si avveri la previsione un po’ catastrofista del Washington Post, che ha intitolato un articolo “Italy R.I.P” (requiescat in pace) in cui si prevede che nel giro di qualche decennio gli Italiani saranno solo 10 milioni, <strong>serve un cambio di politica veramente a favore della famiglia e soprattutto un cambiamento a livello culturale</strong>.</p>
<p><strong>Tratto da <a href="http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&amp;id_n=19356" target="_blank">Cultura Cattolica</a> &#8211; di Paolo e Luca Tanduo a cura di Enrico Leonardi</strong></p>
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		<title>Crescita demografica, difesa della famiglia e difesa della vita per uscire dalla crisi</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 10:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
		<category><![CDATA[bagnasco]]></category>
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		<description><![CDATA[Mettendo da parte tutti i personalismi,cambiare si può, ma bisogna fare presto,  ha detto monsignor Bagnasco nella prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana, se si ritardano le decisioni vitali, se non si accoglie integralmente la vita, il nostro Paese rischia molto, il cardinale si riferiva alle riforme urgenti del nostro Paese, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/incredibles.photo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2455" title="incredibles.photo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/incredibles.photo-300x232.jpg" alt="incredibles.photo" width="300" height="232" /></a>Mettendo da parte tutti i personalismi,cambiare si può, ma bisogna fare presto,  ha detto monsignor Bagnasco nella prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana, se si ritardano le decisioni vitali, se non si accoglie integralmente la vita, il nostro Paese rischia molto, il cardinale si riferiva alle riforme urgenti del nostro Paese, e tra queste non può mancare una seria politica familiare che aspetta da troppi anni, di partire.</p>
<p>Il tema della famiglia è stato da sempre tra le preoccupazioni della Chiesa, mi ricordo quando negli anni 70, io giovanissimo redattore del giornale parrocchiale “Il Campanile”,insieme ad altri volenterosi giovani con articoli mirati lanciavamo già allora l&#8217;allarme di una mancanza di politiche familiari e soprattutto mettevamo in risalto il pericolo della cultura sessantottina che mirava a distruggere e cancellare l&#8217;istituzione familiare.</p>
<p>Oggi a distanza di quarant&#8217;anni, <strong>la famiglia, forse, non viene vista più come un peso, un costo, un rischio, un vincolo, ma una risorsa</strong>, e forse, si è finalmente capito che per uscire dalla crisi bisogna rafforzarla, incentivarla e promuoverla, ma bisogna fare in fretta, prima che sia troppo tardi.</p>
<p>Mentre scrivo a Zagabria sono riuniti i presidenti delle conferenze episcopali d&#8217;Europa per discute proprio sul tema “Demografia e Famiglia in Europa”, in particolare ci si interroga come contrastare l’inverno demografico che sta colpendo e spaventando l’Europa e soprattutto quali misure e quale cultura sono necessarie per rinnovare la speranza cristiana nel vecchio continente.</p>
<p>Il crollo demografico europeo solleva gravissime preoccupazioni nei diversi ambiti sociali, sanitari, politici ed economici. <strong>Il crollo delle nascite sta suscitando problemi seri all’intera organizzazione sociale e civile delle nazioni</strong>. La Chiesa non ha la pretesa di proporre soluzioni magiche per risolvere un problema così complesso, ma ha il compito di far risplendere la luce di Dio e suscitare la speranza cristiana tra gli uomini affinché questi riescano ad affrontare seriamente i problemi con fiducia ed entusiasmo.</p>
<p>Interessante l&#8217;intervista del 29 settembre di Antonio Gaspari su Zenit.org, quotidiano online, a padre Duarte da Cunha, segretario Generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d&#8217;Europa,  “<strong>la Chiesa cattolica attraverso i suoi Vescovi sta cercando di svegliare le genti scacciando i fantasmi, vincendo le paure, cercando di infondere fiducia e speranza nella crescita delle famiglie e delle nascite</strong>. (…) l’evoluzione demografica è una questione che coinvolge direttamente la vita delle persone, che implica la decisione di mettere al mondo dei figli, che determina l’impegno per far nascere e sostenere la famiglia, che determina quindi l’evoluzione sociale della civiltà.</p>
<p><strong>La sfida è grande perché, la cultura e la mentalità dominanti sembrano essere condizionate dal consumismo e da una pratica utilitaristica non favorevole alla famiglia ed alla vita nascente.</strong> Nello stesso tempo i timori per il futuro dell’economia non favoriscono la creazione di famiglie con molti figli. La Chiesa è ben consapevole che la famiglia è la cellula fondamentale della società, e per questo motivo vuole affrontare il problema demografico legato alla famiglia. In questo contesto è evidente, e la Chiesa lo sostiene da sempre, che la promozione della natalità deve essere accompagnata dal sostegno alla famiglia. Crescita demografica, difesa della famiglia e difesa della vita, sono intrinsecamente collegate.</p>
<p>Recentemente a Bologna in un seminario promosso dal sociologo professore Pierpaolo Donati, direttore scientifico dell&#8217;Osservatorio nazionale sulla famiglia, s<strong>i è messo in risalto la mancanza di efficaci politiche familiari in tutta la comunità europea, si è fatto poco per aiutare veramente la famiglia</strong>. Il lungo inverno demografico del vecchio continente e in particolare dell&#8217;Italia potrà finire solo se, finalmente, si attiveranno politiche familiari alternative alle attuali forme di welfare, obsolete e ideologiche. Donati auspica per la famiglia quantomeno la stessa dignità che l&#8217;Europa ha per il gender delle pari opportunità. Senza questa scelta di campo l’aria nuova che si respira in Europa sulla famiglia rischierebbe di essere velleitaria.  In Europa da tempo ormai siregistriamo fenomeni di“aumento dei single, delle famiglie senza figli, della monogenitorialità che si accompagna ad un calo dei matrimoni, sono dovuti proprio ad un deficit relazionale”. Esiste un “un progressivo indebolimento delle reti parentali insieme a una perdita del capitale sociale rappresentato dalla famiglia”. “Notiamo – spiega Donati – che n<strong>ei paesi dell’Ue c’è un bisogno insoddisfatto di famiglia perché i governi continuano a considerarla un costo (e quindi un rischio), un vincolo (e non una risorsa)</strong>”. (Stefano Andrini, “Famiglie povere costrette a a pagare più tasse”, 28.9.2010 Avvenire).</p>
<p>Per uscire dalla crisi occorre un radicale cambiamento, un welfare comune per l&#8217;unione europeache aumenti i beni relazionali della famiglia. Bisogna sottolineare, l&#8217;aspetto generativo della famiglia. Occorre una politica ad hoc  che abbia come mission il &#8216;fare famiglia&#8217; ovvero «il creare le condizioni perché sia possibile generare e rigenerare i beni relazionali». <strong>Una ricetta che riguarda da vicino anche l’Italia dove, secondo il sociologo,«le politiche familiari sono deboli e dove chi si prende la responsabilità di una famiglia rischia l’anticamera della povertà perché, ad esempio, paga più tasse dei single e di chi non ha figli</strong>».</p>
<p>E non bastano le iniziative di qualche Paese come quelle del microcredito o del quoziente familiare, per Donati,  sono ancora insufficienti e talvolta inefficaci. Per cambiare rotta, ci vuole un Piano nazionale nel segno della sussidiarietà e della solidarietà che restituisca cittadinanza sociale alla famiglia ponendosi come obiettivo, tra gli altri, una valutazione dell’impatto familiare dei provvedimenti legislativi.</p>
<p>Rozzano MI, 1 Ottobre 2010</p>
<p>Festa di S. Teresa di Gesù Bambino</p>
<p>DOMENICO BONVEGNA                                                                                          <a href="domenicobonvegna@alice.it" target="_blank">domenicobonvegna@alice.it</a> via <a href="http://annavercors.splinder.com/" target="_blank">Anna Vercors</a></p>
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		<title>Il tradimento di mio marito e la croce di Cristo</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2010 19:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
		<category><![CDATA[aldp trento]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni giorno ricevo molte lettere: persone che chiedono aiuto per i loro matrimoni in crisi.
Ogni giorno via posta elettronica ricevo molte lettere: persone prossime alla disperazione, che chiedono aiuto per i loro matrimoni in crisi. Tradimenti, infedeltà, innamoramenti improvvisi, dolori causati dalla fragilità del rapporto. Nonostante questo, ci sono persone che ci testimoniano che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ogni giorno ricevo molte lettere: persone che chiedono aiuto per i loro matrimoni in crisi.</strong></p>
<p>Ogni giorno via posta elettr<a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/09/Nuvole7.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2409" title="Nuvole7" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/09/Nuvole7-300x225.jpg" alt="Nuvole7" width="300" height="225" /></a>onica ricevo molte lettere: persone prossime alla disperazione, che chiedono aiuto per i loro matrimoni in crisi. Tradimenti, infedeltà, innamoramenti improvvisi, dolori causati dalla fragilità del rapporto. Nonostante questo, ci sono persone che ci testimoniano che non esiste circostanza completamente negativa, se è Cristo il cuore della vita. Chi mi scrive appartiene a ogni classe sociale e religiosa.</p>
<p>Mi impressiona, pur non conoscendoli, quello che raccontano. Non hanno nessuno a cui chiedere aiuto. Sembra che ognuno sia solo. E ciò che mi fa male è che molti di loro appartengono a movimenti, o a gruppi ecclesiali. Per cui mi domando: cosa esistono a fare i preti? Dove vivono? Quali sono le loro priorità? Si rendono conto che la gente vive spesso disperata? Credo di no, preoccupati come siamo in faccende che hanno poco o niente a che vedere col ministero sacerdotale. Il modello del curato d’Ars sembra così lontano dalla quotidianità di molti sacerdoti. E chi ne paga le conseguenze è il gregge della Chiesa. Lo dico con cognizione di causa, perché ogni volta che torno in Italia faccio fatica a trovare un prete per confessarmi, per non parlare di quando cerco una chiesa per poter celebrare la Messa fuori dagli orari stabiliti.</p>
<p>Mi sono comprato una piccola valigetta con il necessario per celebrarla tutti i giorni: atto essenziale per me, necessario come l’aria che respiro. È anche vero che non si può ridurre la questione all’assenza di preti, perché il Signore si pone sempre sul nostro cammino, e possiamo confidargli la nostra solitudine. Il problema è a livello personale: siamo o no compromessi con la nostra umanità? Quando la gente mi domandava: «Perché Giussani ha avuto un’attenzione particolare nei tuoi confronti? Ti conosceva da anni, o c’era qualcosa che favoriva questo rapporto?», io rispondevo: «Domande enormi, risposte enormi». Di conseguenza, uomini grandi, uomini nuovi. Vale a dire: quanto più è grande il grido dell’uomo, tanto più cerca persone grandi, in grado di aiutarlo. La mia amicizia con Giussani era nata dal dramma che vivevo, e per questo non avevo nessun timore reverenziale che mi impedisse di cercarlo, senza stancarmi, finché alla fine non mi ha ricevuto. Il mio colloquio con Giussani è stato un incontro evangelico vero e proprio. Per questo motivo mi permetto di pubblicare una lettera che ho ricevuto in questi giorni e che testimonia che non c’è situazione matrimoniale che una persona non possa vivere con libertà. Cioè come una possibilità positiva, che permetta di dire, pur con tutto il dolore: «Tu, oh Cristo mio». Un documento fatto di parole disperate ma che spiega come tutto si giochi nel rapporto tra me e Cristo.</p>
<p><em>Carissimo padre Aldo, da tempo ho in mente di scriverti per raccontarti  quanto è successo in quest’ultimo anno. Mi chiamo Giovanna, sono sposata  con Roberto da vent’anni (più otto di fidanzamento) e ho tre figlie:  Caterina di 19 anni, Benedetta di 15 e Chiara di 12. Appartengo al  movimento di Comunione e Liberazione grazie all’esperienza grande e  affascinante di Gs. Cristo è entrato nella mia vita come un seme, mi si è  conficcato nel cuore. </em></p>
<p><em>Paziente mi ha aspettato. Ha sopportato la mia  scontatezza, la mia superficialità, la mia presunzione. Al momento  opportuno però, è venuto fuori. Si è mostrato attraverso una compagnia  di amici che mi si è stretta intorno e senza mai sostituirsi a me mi ha  accompagnata nelle fasi della vita. Quest’ultimo anno è stato lacerante.  Pensa che io e Roberto abbiamo sempre condiviso l’esperienza di Cl e ho  sempre guardato a lui con stupore nel vederlo così desideroso, pieno di  domande, tanto che mi ha portato ad ascoltarti al Meeting dicendomi:  «Giovanna, vieni con me. In vacanzina ha fatto la testimonianza un certo  padre Aldo. Mi sono commosso nel sentire la sua storia, ho pianto come  non facevo da anni nell’ascoltare la sua vita, sostenuto da don Giussani  con una compagnia amorevole, assoluta, certa. Voglio che la senti  raccontata da Lui». Inutile dirti che sono uscita con la domanda: «Ma è  proprio necessario passare attraverso cose così dure e strazianti per  affidarsi, per riconoscerLo presente qui ora?». </em></p>
<p><em>A ottobre ho scoperto  una lettera che mio marito indirizzava a un’altra donna. Ho scoperto sms  inequivocabili. Mio marito aveva iniziato una vita parallela, uscite  serali, nuove amicizie, ma soprattutto dal 27 ottobre ha cominciato a  guardarmi e dirmi: «Tu non c’entri più, non provo più niente per te».  Non mi era dato sapere dove andasse, cosa facesse, con chi era. Diceva  che andava a scuola di comunità e andava altrove, diceva che andava da  don Carletto e si incontrava con quest’altra persona. A me ripeteva solo  che non era più disposto a niente, che non voleva fare nessun lavoro né  su di sé, né con me. Gli dava perfino fastidio la mia voce. Strazio,  disperazione, dolore. Ero disorientata, avevo perso la capacità di  vedere la realtà, di riconoscerla. Mi ribellavo, urlavo, mi disperavo.  Nemmeno di fronte alle mie figlie cambiavo atteggiamento. Prima di  arrendermi al dolore ho chiamato chi sapevo poteva aiutarmi a sostenere  questa situazione. Grazie a Dio la libertà di domandare non mi è mai  mancata. </em></p>
<p><em>Oggi ringrazio Gesù che mi ha aspettata, che mi ha fatto aprire  la mano, elemosinare, offrire quello strazio. Don Carletto mi ripete  sempre: «Non chiudere la mano, non trattenere, offri tutto. Ma guardati,  chi non vorrebbe avere una figlia come te? Una donna che affronta e  accoglie la realtà con rabbia, ma che ci sta, fino in fondo. Ma chi  parteciperebbe alla croce di Gesù saltando di gioia? Tu sei voluta bene.  Gesù ti vuole bene». Io uscivo, mi guardavo e vedevo la stessa faccia,  gli stessi occhi pieni di pianto e di sonno perso ea non mi sentivo più  sola, bensì insieme a Lui. Quanto furono compagnia i miei amici. Mio  marito invece viveva in casa ma era come se non ci fosse. Intrattabile,  nervoso, con le mie figlie completamente assente. Guardava la mia  disperazione con un sorriso agghiacciante, indifferente. </em></p>
<p><em>Gli chiedevo un  abbraccio, per pietà, e lui mi diceva: «Non sento, non provo, non  posso». Mi ha proposto di vivere in casa come se fossimo separati. Io  gli ricordavo che il il giorno del matrimonio Dio mi aveva fatto una  promessa, io avevo fatto una promessa. Non potevo tirarmi indietro. Io  il mio compito lo sto ancora portando avanti. Nell’aprile di quest’anno  mio marito è uscito di casa. Io quel giorno stesso convinta da una amica  partivo per gli esercizi spirituali. Appena mi sono seduta sulla sedia,  don Carletto mi ha detto: «Perché sei qui? Cosa domandi?». Quelle  parole, sentite migliaia di volte, in quell’istante me le sono sentite  addosso. Io per che cosa vivo? Per quel seme piantato nel cuore,  quell’intuizione che Gesù un giorno aveva suscitato in me. </em></p>
<p><em>Ha cominciato  lì, in quel preciso momento a urgermi il desiderio che se  quell’intuizione non fosse diventata abbraccio di Gesù alla mia vita non  ci sarebbe stata nessuna risposta, nessuna possibilità. Tornata a casa,  con le mie figlie ho cominciato a pregare perché la speranza, la  fiducia non venisse meno. «La vita non è un inganno», ripeto loro.  Guardo Caterina e la vedo certa, decisa, con lo sguardo fisso su Gesù,  sul bene della sua vita. Nonostante me e mio marito, nonostante tutto. </em></p>
<p><em> Mi è vicina, mi vuole bene, come le altre due, così delicate,  introverse, bisognose di punti di riferimento. E mi ripetono spesso:  «Mamma, io da grande voglio essere una mamma come te e voglio voler  bene, come te». Sono segni che mi aiutano a guardare le giornate che  passano con speranza che la mia vita sia sempre più presa da Lui, che  gli resti incollata con quello strumento prezioso che è la libertà che  fa fare passi impensabili. Nei momenti bui mi attacco al telefono, cerco  gli amici. Alcune mattine la domanda, di fronte a Gesù misericordioso e  alla Madonna, è più decisa, altre volte più pretenziosa, più  arrabbiata, altre più discreta. A volte mi inginocchio, apro le mani e  gli dico semplicemente: «Fai Tu, prendi Tu il poco, il niente che ho,  che sono. Sostienimi, dammi forza e coraggio, fai Tu i passi verso di me  che io non riesco a fare verso di Te». </em></p>
<p><em>Caro padre Aldo, il fatto che io  sia qui a scriverti è la prova che niente ferma quel disegno buono che  fa parte di ciascuno di noi. Siamo insieme, tutti chiamati a un compito.  Anche se Roberto non c’è più (purtroppo, perché, nonostante il  tradimento, è mio marito e gli voglio bene), tutto c’entra con me. Non  si elimina niente. La vita ci si fa incontro. Vedo che anche questo  dolore allucinante, se vissuto guardando qualcuno che è più avanti di  me, mi è utile. Non butto via niente. Ti abbraccio forte, abbraccio  forte i tuoi bambini e ti ricordo nella mia preghiera offrendo anche per  te questa fatica. Grazie padre Aldo.</em><br />
Lettera firmata</p>
<p><strong>Padre Aldo Trento</strong></p>
<p><strong>Tratto da <a href="http://www.tempi.it/opinioni/009696-il-tradimento-di-mio-marito-e-la-croce-di-cristo" target="_blank">Tempi.it</a></strong></p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;"><span style="font-family: georgia,serif;"><span style="color: #000080;">Ogni  giorno via posta elettronica ricevo molte lettere: persone prossime  alla disperazione, che chiedono aiuto per i loro matrimoni in crisi.  Tradimenti, infedeltà, innamoramenti improvvisi, dolori causati dalla  fragilità del rapporto. Nonostante questo, ci sono persone che ci  testimoniano che non esiste circostanza completamente negativa, se è  Cristo il cuore della vita. Chi mi scrive appartiene a ogni classe  sociale e religiosa. Mi impressiona, pur non conoscendoli, quello che  raccontano. Non hanno nessuno a cui chiedere aiuto. Sembra che ognuno  sia solo. E ciò che mi fa male è che molti di loro appartengono a  movimenti, o a gruppi ecclesiali. Per cui mi domando: cosa esistono a  fare i preti? Dove vivono? Quali sono le loro priorità? Si rendono conto  che la gente vive spesso disperata? Credo di no, preoccupati come siamo  in faccende che hanno poco o niente a che vedere col ministero  sacerdotale. Il modello del curato d’Ars sembra così lontano dalla  quotidianità di molti sacerdoti. E chi ne paga le conseguenze è il  gregge della Chiesa. Lo dico con cognizione di causa, perché ogni volta  che torno in Italia faccio fatica a trovare un prete per confessarmi,  per non parlare di quando cerco una chiesa per poter celebrare la Messa  fuori dagli orari stabiliti. Mi sono comprato una piccola valigetta con  il necessario per celebrarla tutti i giorni: atto essenziale per me,  necessario come l’aria che respiro. È anche vero che non si può ridurre  la questione all’assenza di preti, perché il Signore si pone sempre sul  nostro cammino, e possiamo confidargli la nostra solitudine. Il problema  è a livello personale: siamo o no compromessi con la nostra umanità?  Quando la gente mi domandava: «Perché Giussani ha avuto un’attenzione  particolare nei tuoi confronti? Ti conosceva da anni, o c’era qualcosa  che favoriva questo rapporto?», io rispondevo: «Domande enormi, risposte  enormi». Di conseguenza, uomini grandi, uomini nuovi. Vale a dire:  quanto più è grande il grido dell’uomo, tanto più cerca persone grandi,  in grado di aiutarlo. La mia amicizia con Giussani era nata dal dramma  che vivevo, e per questo non avevo nessun timore reverenziale che mi  impedisse di cercarlo, senza stancarmi, finché alla fine non mi ha  ricevuto. Il mio colloquio con Giussani è stato un incontro evangelico  vero e proprio. Per questo motivo mi permetto di pubblicare una lettera  che ho ricevuto in questi giorni e che testimonia che non c’è situazione  matrimoniale che una persona non possa vivere con libertà. Cioè come  una possibilità positiva, che permetta di dire, pur con tutto il dolore:  «Tu, oh Cristo mio». Un documento fatto di parole disperate ma che  spiega come tutto si giochi nel rapporto tra me e Cristo.</span></span></div>
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		<title>Una vita grande, una meta da non svuotare</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 19:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
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		<description><![CDATA[« Se penso ai miei anni  di allora: semplice­mente  non volevamo perderci nella nor­malità  della  vita borghese. Volevamo ciò che è gran­de,  nuovo. Volevamo trovare la  vita stessa, nella sua vastità e bellezza». 
Nel messaggio per la  giornata mondiale della gioventù Benedetto XVI si guarda indietro e  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/09/giovaniEU_minori.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2398" title="giovaniEU_minori" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/09/giovaniEU_minori-300x300.jpg" alt="giovaniEU_minori" width="300" height="300" /></a>« S</span><span>e penso ai miei anni  di allora: semplice­mente  non volevamo perderci nella nor­malità  della  vita borghese. Volevamo ciò che è gran­de,  nuovo. Volevamo trovare la  vita stessa, nella sua vastità e bellezza». </span></p>
<p><span>Nel messaggio per la  giornata mondiale della gioventù Benedetto XVI si guarda indietro e  racconta com’era lui, a vent’anni. Certo, riconosce, la sua era una  generazione cresciuta pri­gioniera  del nazionalsocialismo e della  guerra; e però quell’ansia di vita andava oltre la contingen­za   storica: «La gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla ricerca  della vita più grande».</span></p>
<p>La vita, più grande. Non ce ne  ricordiamo anche noi, non leggiamo ancora negli occhi dei figli  quin­dicenni  quelle domande: perché si vive, per anda­re  dove? In  quell’età in cui tutto – forza, curiosità, desiderio – sembra un arco  teso per lanciare la frec­cia  lontano. Quando ancora i ragazzi portano  co­me  scritto addosso un’altra tensione, magari con­fusa,  o  utopistica; desiderio, però, di «vita più gran­de  ». E si è abituati,  nelle case borghesi, a sorridere di queste febbri adolescenziali come di  una ma­­lattia  infantile, che passa. Massì, sogna pura di vin­cere  la  fame nel mondo, o di salvare il pianeta dal­l’inquinamento.  Poi,  passa: vedrai, ne parliamo fra vent’anni.</p>
<p>Allora l’attesa della  «vita più grande» è un sogno vuoto? No, scrive il Papa, «l’uomo è  veramente fat­to  per ciò che è grande, per l’infinito». Come dicesse ai  figli che hanno ragione loro, a volere una vita più piena che non  quella abitudine stanca cui spesso vedono ridotti i padri. Ma dunque,  possiamo do­mandarci,  chi ha ragione? Immaginiamo di inter­rogare  i  milioni di lavoratori che ogni sera su treni e metrò rientrano a casa  nelle nostre città: allora, che ne è della vita più grande che sognavate  a quin­dici  anni? Molti risponderebbero con un sorriso a­maro:   sciocchezze, direbbero, la vita è un posto fis­so,  se sei fortunato; è  un matrimonio, routine, figli che se ne vanno, e poi, invecchiare.  Tranne maga­ri,  aggiungerebbero, che per alcuni, belli, o ricchi, e  famosi; ecco sì, direbbero, quelli sono chiamati a fare cose grandi, ma è  roba per pochi, scelti a ca­so  dal destino. (E proprio a questa  lotteria non si affidano forse i ragazzi che affollano le selezioni del  Grande Fratello? Anche questo, distorto, non è il desiderio di essere  diversi, eccezionali, salvati da un anonimo destino?).</p>
<p>Eppure,  siamo fatti davvero per una vita più gran­de.  Non è sogno né malattia  infantile la domanda degli uomini, a quindici anni. Siamo fatti per  l’in­finito,  dice il Papa: «Qualsiasi altra cosa è insuffi­ciente  ».  Difficile, dirlo a dei ragazzi che natural­mente,  e oggi più che mai,  sono portati a credere che la felicità sia una questione di roba, di  cose da possedere. Ma difficile sempre, per ogni genera­zione  di  cristiani, testimoniare, oltre la fatica e il tempo, che la vita è una  vocazione, e che il senso, e dunque la pienezza, è rispondere a quella  voca­zione  (quasi una bestemmia poi questa, nell’epo­ca  in cui gli  uomini si affermano di se stessi pa­droni).</p>
<p><span> Una vita &#8216;più grande&#8217;, cos’è? Non è fare cose ne­cessariamente   eccezionali, ma ciò a cui si è chia­mati  da un Dio vicino, che ci  conosce ciascuno, di­ce  il Salmo, «fin dalle viscere materne». Dentro a  questa certezza ha un valore infinito la vita del ca­sellante  solo nel  suo casotto, fra mille auto scono­sciute  – la vita &#8216;oscura&#8217; che  spaventa i fan del Gran­de  Fratello. Dentro a questa fedeltà, può  accadere che una donna piccola, secca, apparentemente u­na  creatura da  nulla, diventi madre Teresa di Cal­cutta.</span></p>
<p><span> Siamo fatti davvero per &#8216;la vita grande&#8217;, anche se crescendo ce lo  dimentichiamo. Vorremmo alme­no  ricordarlo, nella fatica di ogni  giorno, abba­stanza  per non sorridere dei nostri figli quindi­cenni  –  per non abbatterli a terra con la nostra a­bitudine  al poco. Non è  questo il fiato antico che manca alle città d’Occidente? Saper dire  ancora: vai, studia, lavora; innamorati, sposati, abbi dei fi­gli,  fai  fatica. L’ansia che hai addosso, è vera; par­ti,  ma vai, come si diceva  un tempo ai viandanti, con Dio – lungo la sua strada.</span></p>
<p><span><strong>Marina Corradi tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></p>
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		<title>Famiglia, il disegno di Dio per l’uomo e la donna nel sacramento del matrimonio. Il mistero nuziale e la cultura contemporanea</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 11:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
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		<description><![CDATA[FAMIGLIA – Si è tenuto a Jönköping in  Svezia, nel maggio scorso, il Congresso delle Famiglie cattoliche  promosso dalla Conferenza episcopale della Scandinavia (Svezia,  Finlandia, Danimarca, Norvegia, Islanda) sul tema “Amore e vita”. Viene  qui di seguito riproposto uno stralcio della lezione introduttiva tenuta  dal Patriarca  Angelo Scola sul tema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/08/famiglia_corteo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2356" title="famiglia_corteo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/08/famiglia_corteo-300x225.jpg" alt="famiglia_corteo" width="300" height="225" /></a>FAMIGLIA – Si è tenuto a Jönköping in  Svezia, nel maggio scorso, il Congresso delle Famiglie cattoliche  promosso dalla Conferenza episcopale della Scandinavia (Svezia,  Finlandia, Danimarca, Norvegia, Islanda) sul tema “Amore e vita”. Viene  qui di seguito riproposto uno stralcio della lezione introduttiva tenuta  dal Patriarca  Angelo Scola sul tema “Il disegno di Dio per l’uomo e la donna nel  sacramento del matrimonio. Il mistero nuziale e la cultura  contemporanea”:</p>
<p style="text-align: justify;">…</p>
<p style="text-align: justify;">La mia presenza tra voi ha per me due ragioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima è legata alla bellezza e alla  necessità che lo scambio di comunione tra le Chiese sia perseguito con  sempre maggior tenacia. La comunione tra i battezzati documenta  visibilmente quell’unità necessaria a che «il mondo creda» (Gv 17,21).</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda è una convinzione  recentemente ribadita da Benedetto XVI in occasione della Visita ad  limina Apostolorum dei Vescovi dei Paesi Scandinavi proprio con  riferimento al presente Convegno. Il Papa ha parlato della «centralità  della famiglia per la vita di una società sana» che implica un  approfondimento ed impegno per «l’istituto del matrimonio e dell’idea  cristiana di sessualità umana»1. L’uomo di oggi – il cosiddetto uomo  post-moderno – è, nello stesso tempo, confuso ed assetato. Per questo ha  bisogno di incontrare uomini e donne capaci di testimoniare  l’entusiasmo che sgorga dalla singolare bellezza del sacramento del  matrimonio.</p>
<p style="text-align: justify;">….</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. Amore, matrimonio e famiglia alla prova</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per cominciare è opportuno partire dalla  realtà che le società dell’area euroatlantica ci presentano. Il clima  culturale attuale viene ormai sinteticamente evocato dalla categoria di  post-moderno. Ovviamente questo concetto comprende una varietà di  significati e non ci è possibile riassumerli tutti qui. Mi sembra  tuttavia che alcune sue caratteristiche siano abbastanza facilmente  osservabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzitutto si impone una situazione di  secolarizzazione avanzata. Ovviamente la secolarizzazione non è la  stessa in tutti i paesi. Non si possono quindi stabilire immediati  parallelismi tra i vostri paesi e, per esempio, l’Italia. O tra l’Italia  e la Francia e la Germania. Mi pare tuttavia che un nucleo comune alla  secolarizzazione di tutte le società euro-atlantiche risieda in quella  che il filosofo canadese Taylor ha definito la secolarizzazione 3. Essa  consiste nel considerare le fede in Dio come un’opzione tra le altre. Si  è passati cioè da società in cui era «virtualmente impossibile non  credere in Dio, ad una in cui anche per il credente più devoto questa è  solo una possibilità umana tra le altre»2.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo tratto della post-modernità,  non staccato dal precedente, è che l’uomo odierno rischia di enfatizzare  a tal punto la libertà di scelta individuale da considerarla tutta la  libertà. Essa risulta in tal modo svincolata da qualsiasi bene  oggettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo dato è lo straordinario  connubio che si è realizzato negli ultimi due secoli tra la scienza e la  tecnica, in modo particolare nell’ambito della biologia e oggi sempre  più in quello delle neuroscienze. Esso ha comportato un profondo  cambiamento nella visione della realtà. Il vero non è più dato dalla  corrispondenza tra l’intelletto e la “cosa” (adaequatio rei et  intellectus), al limite neppure da ciò che è empiricamente osservabile.  Il vero è ridotto a ciò che è tecnicamente fattibile. Ciò finisce per  stabilire una pericolosa equazione: “si può, quindi si deve”3  (imperativo tecnologico).</p>
<p style="text-align: justify;">L’intreccio di questi fattori ha inoltre  radicalmente modificato il modo con cui l’uomo concepisce se stesso,  dando origine a trasformazioni e a situazioni inedite anche nell’ambito  dell’amore e della famiglia. Il divorzio, le coppie di fatto, le unioni  dello stesso sesso, la realtà dei singles, la contraccezione, l’aborto,  la procreazione medicalmente assistita, la possibilità di effettuare  diagnosi prenatali o pre-impianto, la clonazione, l’omosessualità, hanno  prodotto nella sfera dell’amore, del matrimonio e della famiglia una  serie di separazioni: tra la coppia e l’essere genitori, tra l’essere  genitori e il procreare, tra la coppia-famiglia e la differenza  sessuale4. Queste mutazioni non si arrestano alla sfera privata, ma  investono la stessa vita civile. Il legislatore infatti, anche qui in  grado diverso secondo i diversi paesi dell’area euro-atlantica, appare  sempre più disponibile a garantire norma di legge ad ogni “desiderio”  del soggetto, per giunta ampliato dalle indefinite possibilità offerte  dalla tecno-scienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un simile contesto scaturiscono per  noi una serie di domande: la differenza sessuale, l’amore e la fecondità  devono essere considerati fatti contingenti oggi superabili – e forse  già superati – o possiedono un valore assoluto? Questi tre fattori,  presi in unità, sono realmente essenziali per l’esperienza del  matrimonio e della famiglia? La loro unità merita di essere mantenuta e  consapevolmente perseguita come qualcosa che chiede alla libertà di ogni  persona di scegliere ciò che è buono in vista del suo proprio bene? La  famiglia fondata sull’unione matrimoniale fedele, pubblica e aperta alla  vita di un uomo e di una donna è veramente la strada adeguata allo  sviluppo integrale della persona? Venendo ai vostri paesi e considerando  la pluralità di mondovisioni di cui sono portatori i soggetti che li  abitano, a partire dalla differenza tra credenti e non credenti,  passando per le diverse appartenenze ecclesiali e religiose che danno  origine ad un numero elevato di matrimoni misti ed interreligiosi, come  far convivere positivamente tale pluralità all’interno della famiglia  stessa?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte queste brucianti questioni non  fanno che proporre con urgenza un’ulteriore domanda, che sintetizza  tutte le precedenti, e a cui ognuno di noi è oggi chiamato, almeno  implicitamente a rispondere: chi vuol essere l’uomo del terzo millennio?  Infatti, se fino alla caduta dei muri abbiamo assistito a una contesa  sull’essere umano (Giovanni Paolo II) in cui però l’oggetto del  contendere – l’uomo, appunto – restava, in qualche modo, identificabile,  oggi ci troviamo invece di fronte ad un forte smarrimento nel cogliere  chi sia l’uomo in se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Due sono le strade su cui l’uomo post-moderno cerca una risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la prima egli vuole essere «soltanto  il suo proprio esperimento», secondo un’espressione usata da un  filosofo tedesco della scienza. Basta con i discorsi sulla persona e  sulla sua dignità intesi come principi universali ed assoluti!</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda strada invece conduce a  pensare in modo rinnovato questi fondamenti a partire dalla natura  relazionale (comunionale) della persona.</p>
<p style="text-align: justify;">Va inoltre sottolineato il fatto che se  l’uomo di oggi si trova a questo bivio, allora, come il nostro incontro  conferma, la Chiesa è chiamata ad una nuova evangelizzazione. Essa deve  lasciar trasparire sul suo volto Gesù Cristo, Lumen gentium. Per sua  natura deve mostrare come l’evento di Gesù Cristo sia contemporaneo  all’uomo di ogni tempo nella sua unità di anima e corpo (corpore et  anima unus, GS 14). Allora tutti gli aspetti umani connessi con  l’esperienza nuziale quali l’affettività, l’amore, il matrimonio, la  famiglia, la maternità, la paternità, la fraternità, l’amicizia, ma  anche il celibato e la verginità consacrata, rappresentano un canale  attraverso il quale la Chiesa, Madre e Maestra si prende cura,  nell’attuale frangente storico, degli uomini, delle comunità e dei  popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2. Il mistero nuziale: differenza sessuale, dono di sé, fecondità</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il modo più adeguato per trattare le  problematiche fin qui descritte è quello di leggerle attraverso la lente  del mistero nuziale nelle sue tre indisgiungibili dimensioni:  differenza sessuale, dono di sé, fecondità. L’espressione mistero  nuziale infatti svela il carattere profondo dell’amore perché, nel  manifestare la sua capacità di mettere in campo l’io, l’altro e l’unità  dei due, conduce al cuore dell’esperienza umana elementare5, cioè comune  ad ogni persona di ogni tempo e luogo. Il fatto che sia un mistero non  si riferisce ad una sua assoluta inconoscibilità. Suggerisce soltanto  che essendo una delle dimensioni con cui la libertà personale di ogni  uomo entra in relazione con l’infinito, non può essere catturata una  volta per tutte in una definizione. A questo proposito scrive Evdokimov:  «Nessuno tra i poeti ed i pensatori ha trovato la risposta della  domanda: “Che cosa è l’amore?” […] Volete imprigionare la luce? Vi  sfuggirà di tra le dita»6.</p>
<p style="text-align: justify;">Esaminiamo quindi brevemente i tre  aspetti costitutivi del mistero nuziale senza tuttavia mai dimenticare  che essi non possono mai essere separati. Ognuno mette sempre in campo  anche gli altri due.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>a) Differenza sessuale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tema della differenza sessuale, prima  dimensione del mistero nuziale, è stato sviluppato dal Magistero di  Giovanni Paolo II per approfondire la forza profetica di Humanae vitae a  partire dalle sue Catechesi sull’amore umano7 e ripreso recentemente da  Benedetto XVI nella Deus caritas est8.</p>
<p style="text-align: justify;">…</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto tra maschile e femminile  chiede quindi di essere pensato simultaneamente attraverso le categorie  dell’identità e della differenza. Mentre la prima è abbastanza  facilmente riconducibile alla natura personale dell’essere umano e alla  conseguente uguale dignità tra l’uomo e la donna (entrambi parimenti  esseri umani), la seconda non è priva di problematicità, come attesta il  travaglio della cultura contemporanea nella sua radicale difficoltà a  pensare la differenza sessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">….</p>
<p style="text-align: justify;">La differenza sessuale, integralmente  intesa, si rivela come la modalità primaria con cui il singolo, uno di  anima e corpo, entra in contatto con il reale. La consapevolezza del  proprio essere sempre situato nella differenza sessuale realizza una  costante apertura all’altro e indica un cammino di conoscenza di sé. Da  qui si capisce che la differenza9 (dif-ferre: portare altrove lo stesso)  non può mai essere abolita. È infatti una insuperabile dimensione  dell’io personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>b) Apertura all’altro come dono di sé</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È proprio nella differenza sessuale  adeguatamente vissuta che l’apertura all’altro può prendere la forma del  dono di sé. Muovendo da questo dato si comprende meglio il nesso tra  mistero nuziale e sacramento del matrimonio, la cui giustificazione  ultima prende le mosse dal linguaggio nuziale della Bibbia10. La  tradizione teologica ci propone una via di riflessione nella cornice del  testo di Efesini 5,21-33. In questo testo l’esperienza umana dell’amore  fra gli sposi, basata sulla differenza sessuale, viene illuminata  dall’analogia con l’amore sponsale di Gesù Cristo per la Chiesa, del  quale proprio in virtù del sacramento del matrimonio partecipano gli  sposi cristiani. Sia chiaro: il sacramento non è un’aggiunta al dato  naturale, ma è ciò che lo spiega in profondità. Di qui l’invito di San  Paolo agli sposi perché sappiano partecipare di un amore che deve essere  totale, personale, redentore e fecondo. Ed è un dato che vale anche per  gli sposi battezzati appartenenti a tradizioni cristiane diverse, dal  momento che, «in forza del loro battesimo, sono realmente già inseriti  nell’Alleanza sponsale di Cristo, con la Chiesa e, per la loro retta  intenzione, hanno accolto il progetto di Dio sul matrimonio»11.</p>
<p style="text-align: justify;">Radicata nella differenza sessuale, per  essere all’altezza della sua vocazione l’unione tra l’uomo e la donna  deve essere fedele e aperta alla vita. Ce lo indica il Catechismo della  Chiesa cattolica quando parla dei beni-esigenze del matrimonio12. In  proposito è di decisiva importanza superare un grave equivoco. Queste  non sono proprietà che si aggiungono all’amore tra l’uomo e la donna.  Esse fanno parte dell’essenza dell’amore. Là dove non c’è fedeltà e  fecondità non c’è mai stato propriamente parlando amore13. Non si tratta  di precetti aggiunti dalla Chiesa quasi per frenare la libera  espressione dell’amore. Sono i beni che emergono dalla natura profonda  dell’amore umano. In quanto essenziali all’amore essi, benché messi  radicalmente in discussione da buona parte dei costumi e della cultura  contemporanei, sono sempre in grado di mostrare la loro attualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo brevemente in che modo.</p>
<p style="text-align: justify;">In uno dei suoi ultimi libri, il grande  filosofo cattolico Jean Guitton con molta autoironia descrive la sua  morte, i suoi funerali e il giudizio di Dio sulla sua vita. Immagina che  la sua anima, separata dal corpo, dialoghi con filosofi, poeti, papi,  politici. Nel dialogo che riguarda l’amore, in cui Guitton conversa con  sua moglie e il poeta Dante, troviamo questa geniale affermazione:  «Alcuni si sposano perché si amano, altri finiscono per amarsi perché  sono sposati. È meglio che in ogni matrimonio ci siano l’uno e l’altro.  “Perché si finisce per amarsi, una volta sposati? È forse il bisogno di  conservare la piega che abbiamo preso?”» chiede Guitton. Sua moglie  risponde: «“Ci deve essere dell’altro, se si tratta di amore”.  “Marie-Louise, qual è quest’altra cosa?”. “Deve riguardare il tempo e  l’eternità”»14. Non esiste amore che non implichi il desiderio del “per  sempre”. Ce lo dice il fenomeno dell’innamoramento, quando è ascoltato  in tutta la sua serietà. Fa parte dell’esperienza di chi ama voler  consegnare tutto se stesso senza limiti temporali. Ed è proprio  dell’esperienza di chi è amato desiderare che l’amore che lo abbraccia  non abbia mai fine. Nel mio compito pastorale mi rivolgo sempre ai  giovani in questo modo: “Vi sfido se siete autenticamente innamorati, a  dire “ti amo” senza aggiungere “per sempre”. Il “per sempre” fa parte  essenzialmente dell’amore. Il genio di Shakespeare lo ha messo in  evidenza nel versetto fulminante di un sonetto: «Amore non è amore / se  muta quando nell’altro scorge mutamenti / o se tende a recedere quando  l’altro si allontana»15.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questo è vero per ogni esperienza di  sincero innamoramento, tanto più il per sempre dovrà essere presente  nell’amore dei coniugi e dei coniugi cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">…</p>
<p style="text-align: justify;">Da quanto detto si capisce meglio cosa  intende la Chiesa quando ripropone l’ingiunzione del Signore «quello  dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19,6). Il  versetto ricorda che la decisione umana per l’amore realizza la volontà  di continuare l’opera di Dio che ci ha creati maschio e femmina. Al  contrario di quanto parte della cultura contemporanea sembra suggerire,  l’unione per sempre non è un peso inflitto alla nostra libertà, ma una  condizione per poterla mettere in atto. L’indissolubilità rappresenta  infatti la possibilità che la libertà si compia, che il desiderio di  essere amato e di amare trovi soddisfazione fino a rendere trasparente  il disegno originario del Padre sul matrimonio. Tutto questo non è il  risultato di una capacità etica superiore degli sposi. Tale pienezza è  possibile solo se marito e moglie vivono quotidianamente il proprio  rapporto come sacramento, come forma concreta del loro essere Chiesa  domestica. A questo livello si capisce quanto sia importante nella vita  dei coniugi un’intensa vita sacramentale e una continua ripresa della  consapevolezza del proprio battesimo e della propria appartenenza a  Cristo. E intorno a questo centro, è offerta la grande possibilità della  dedizione vicendevole mediante l’esperienza del perdono16.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>c) Fecondità</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per scoprire dove conduce l’amore preso  nella sua integralità occorre tornare alla sua origine. Per capire cioè  il terzo fattore del mistero nuziale, la fecondità – che è l’esito a cui  tende il dono di sé – dobbiamo ripartire dal primo fattore: la  differenza sessuale. Ricordiamo che questa dice che l’io è  strutturalmente riferito al tu. L’apertura all’altro è costitutiva  dell’identità della persona. Lo sposo e la sposa che, in virtù della  differenza sessuale, si donano reciprocamente, diventano una carne sola e  si spalancano alla procreazione del figlio. Proprio perché fin dentro  l’unione coniugale i due non si fondono in un’unità che ingloba  entrambi, ma esprimono una piena comunione pur restando persone  differenti, essi fanno posto al terzo. A questo proposito il grande  teologo svizzero Hans Urs von Balthasar ha potuto genialmente affermare  che «l’atto dell’unione di due persone nell’unica carne e il frutto di  questa unione dovrebbero essere considerati insieme saltando la distanza  nel tempo»17. Questa affermazione rende ragione della forza profetica  di Humanae vitae. La procreazione del figlio, che implica l’affascinante  avventura educativa, esprime il significato pieno del matrimonio18.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi preme aggiungere, per inciso, che  anche nei matrimoni misti e in quelli interreligiosi se gli sposi sono  resi consapevoli delle difficoltà e rispettano fino in fondo quanto  stabilito a livello canonico è possibile una profonda esperienza  dell’amore coniugale.</p>
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		<title>Genitori &#8220;incapaci&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 19:11:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
		<category><![CDATA[minori]]></category>
		<category><![CDATA[trento]]></category>
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A  Trento una giovane madre ha conosciuto il rigore della giustizia che  quando vuole sa essere rapida e inesorabile, specie con i deboli. Aveva  appena partorito ma il bambino le è stato sottratto dal Tribunale dei  minori in esecuzione di una procedura di adottabilità. Motivo? E’  povera, guadagna appena 500 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/legge-uguale-tuttiR375_16nov08.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2282" title="00004212" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/legge-uguale-tuttiR375_16nov08-300x204.jpg" alt="00004212" width="300" height="204" /></a>A  Trento una giovane madre ha conosciuto il rigore della giustizia che  quando vuole sa essere rapida e inesorabile, specie con i deboli. Aveva  appena partorito ma il bambino le è stato sottratto dal Tribunale dei  minori in esecuzione di una procedura di adottabilità. Motivo? E’  povera, guadagna appena 500 euro al mese.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva voluto il bambino, resistendo alle  pressioni di chi tra medici e assistenti sociali le aveva suggerito di  abortire, e conscia della sua situazione di difficoltà economica aveva  chiesto un affido condiviso. La risposta le è arrivata praticamente in  sala parto: via il bambino, ci pensiamo noi, la società. Che poi vuol  dire istituto e pratiche di adozione.</p>
<p style="text-align: justify;">La mamma ha cercato disperatamente di  farsi ascoltare dal giudice, che l’ha ricevuta dopo un mese (!) per  comunicarle che avrebbe avviato una perizia per valutarne la “capacità  genitoriale”; tempo previsto: otto mesi (!). Un grandioso paradosso.  Come potrà la madre dimostrare capacità di accudire un figlio in assenza  del figlio?</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso è stato reso noto da uno  psicologo che peraltro svolge consulenza tecnica per lo stesso Tribunale  che commenta: “I procedimenti con cui il Tribunale dei minori separa i  bambini dalle madri in nome dell’incapacità genitoriale sono un abuso  scientifico”. Già. A molti dirà poco, ma quella formuletta, “incapacità  genitoriale”, è l’incubo di migliaia e migliaia di famiglie.</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"></p>
<p style="text-align: justify;">Lo  dice il perito incaricato dal tribunale, e comincia il dramma. Finisci  sotto un rullo compressore che quasi mai fa marcia indietro, va sempre  avanti (del resto si è mai visto in tempi recenti un giudice ammettere  di aver sbagliato?). In Italia ci sono trentamila bambini negli  istituti, moltissimi a causa della dichiarazione che ha trasformato i  genitori in incapaci. Lo psicologo trentino afferma che la separazione  del bambino dalla famiglia dovrebbe essere perseguita per situazioni  gravissime ed eccezionali, come gli abusi sessuali e le violenze, i  quali però nell’ultimo anno in regione hanno rappresentato solo il 5%  dei casi. E il resto?</p>
<p style="text-align: justify;">Sullo strapotere dei Tribunali minorili e  dei periti tecnici (psicologi e psicoterapeuti) parlano pochi  coraggiosi, come il criminologo Steffenoni nel libro “Presunto  colpevole”, presentato qualche giorno fa alla Camera nella pressoché  totale assenza dei politici. Le storie raccontate nel libro come quella  accaduta a Trento, hanno dell’incredibile per chi è lontano da queste  vicende. Difficile accettare il fatto che gli istituti ricevano cento  euro al giorno (!) per il mantenimento dei bambini loro affidati mentre  le famiglie che fanno affido e accoglienza (soluzione di gran lunga più  felice) vengano sostenute con cinquecento euro al mese (!).</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile tollerare che un disegno cupo o  strambo di tuo figlio possa innescare il meccanismo che te lo porta  via. Difficile rassegnarsi all’idea che viviamo in una barbarie  tecnico-giuridica, e senza che la si possa chiamare come tale. Due  giorni fa su Repubblica Chiara Saraceno lamentava addirittura il fatto  che gli assistenti sociali hanno troppa attenzione per la componente  biologica del legame tra genitori e figli: per i dittatori del pensiero  unico sociale si tratta soltanto uno stupido scrupolo che andrebbe  eliminato con maggior vigore.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=101534" target="_blank">IlSussidiario.net</a> di Roberto Fontolan</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Commento dal Sicomoro</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oltre alle amenità scritte da Chiara Saraceno su Repubblica, occorre sottolineare anche la prontezza dello Stato nell&#8217;assisterti con tutti i rimborsi nel caso una donna voglia abortire. Totale assenza invece quando una donna o una famiglia decide di tenere un bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p></span></span></p>
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		<title>Famiglie disgregate? Adolescenti in tilt</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 17:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[creada]]></category>
		<category><![CDATA[divorzio]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sempre più problematici. Sempre più disorientati. E sempre più soli. È un quadro drammatico, quello del mondo adolescenziale italiano, in cui a episodi di cronaca sconvolgenti – ultimi, in ordine cronologico, i numerosi suicidi di ragazzini legati alla bocciatura a scuola – si affianca la constatazione di una conflittualità col mondo adulto ormai del tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/famiglia1.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-2233" title="famiglia1" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/famiglia1-300x239.jpg" alt="famiglia1" width="300" height="239" /></a>Sempre più problematici. Sempre più disorientati. E sempre più soli. È un quadro drammatico, quello del mondo adolescenziale italiano, in cui a episodi di cronaca sconvolgenti – ultimi, in ordine cronologico, i numerosi suicidi di ragazzini legati alla bocciatura a scuola – si affianca la constatazione di una conflittualità col mondo adulto ormai del tutto incapace di trovare sbocchi positivi. Lo sanno bene gli operatori dei quasi duecento consultori familiari di ispirazione cristiana che – disseminati sull’intero territorio nazionale – vedono crescere in modo allarmante il numero di giovani e di famiglie che vi si rivolgono: migliaia, ogni anno, in cerca di aiuto e di risposte di natura educativa.</p>
<p>Una realtà, quella dei consultori, che negli ultimi mesi ha fornito importanti spunti di ricerca sul disagio giovanile, raccolti in numerosi e diversificati progetti di ricerca dall’&#8221;Università&#8221; della famiglia, quell’Istituto di antropologia per la cultura della persona e della famiglia nato un anno fa a Milano – l’iniziativa è stata di Cattolica, Regione Lombardia, Ospedale Maggiore e, appunto, Confederazione dei consultori di ispirazione cristiana –  che negli ultimi mesi proprio sulla problematicità del rapporto tra adolescenti e adulti ha incentrato tutta la sua attenzione operativa e formativa. «Quello che stiamo cercando di mettere in campo è un approccio sempre più attento al mondo adolescenziale e delle famiglie – spiega il presidente dell’Istituto e della stessa Confederazione dei consultori, l’avvocato Goffredo Grassani –, certi che per risolvere i problemi si debbano affrontare a un livello pedagogico e valoriale, ma prima di tutto concreto».</p>
<p>Dove concretezza, per l’Istituto e per il centro di ricerca e formazione che lo affianca (il Creada), significa analizzare quel disagio a partire dai casi reali, misurati e raccolti e sul campo: quelli dei ragazzi che attraverso i consultori sono entrati a far parte di gruppi di dibattito, di laboratori di confronto con genitori e insegnanti, oppure – nei casi più difficili – quelli che sono stati presi in carico e seguiti dall’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Maggiore, dove l’équipe guidata dal direttore Antonella Costantino si occupa da vicino di monitorare i ragazzi da un punto di vista clinico e sanitario.</p>
<p>In questo senso, per esempio, si è mosso l’ultimo protocollo di studio incentrato sui casi di 511 giovani che si sono rivolti ai consultori: un progetto che ha offerto dati interessanti sulla natura del disagio adolescenziale. E da cui, tuttavia, sono arrivate anche buone notizie: come quella che nel 34,8% dei casi, ad esempio, il ragazzo si è presentato al centro da solo. «Un dato fondamentale – spiega la professoressa Maria Luisa Di Natale, prorettore della Cattolica e direttore scientifico del Creada – per comprendere come la necessità di una risposta educativa arrivi dai ragazzi stessi». In molti casi è poi la famiglia ad attivarsi: sempre nel protocollo preso in esame, per il 38,9% dei casi i ragazzi sono arrivati nei consultori con entrambi i genitori o uno dei due (quasi sempre la madre), ma c’è stato anche il frequente caso (21,5%) di genitori che si sono recati al consultorio soli per tentare di risolvere problemi relativi ai propri figli adolescenti. Infine, invece, il dato forse più allarmante, quello di un’alta percentuale di adolescenti &#8220;problematici&#8221; (il 21,1%) di ragazzi che provengono da famiglie in cui i genitori sono separati o divorziati: «Numeri che lasciano supporre – continua la De Natale – una corrispondenza tra problematicità dei figli e situazione familiare».</p>
<p>Proprio su questo aspetto, peraltro, si stanno concentrando altri due progetti di ricerca del Creada, volti a indagare da vicino come i figli di coppie separate affrontino la costruzione di una nuova famiglia. «Le istituzioni educative sono oggi chiamate non solo a mettersi in rete e a misurarsi con i ragazzi, ma anche sul mondo stesso degli adulti, su come le problematicità dell’uno si riflettano nell’altro e lo influenzino – spiega ancora Grassani –. È anche la coppia, su cui si fonderanno le famiglie di domani, che ha bisogno di essere formata, seguita, preparata».</span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Autore"><strong>Viviana Daloiso tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Cronaca/Famiglie+disgregate+Adolescenti+in+tilt_201007020810167400000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></div>
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