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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; Musica</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>FISTFUL OF MERCY/ &#8220;As I Call You Down&#8221;, l&#8217;album del supergruppo Ben Harper, Dhani Harrison, Joseph Arthur</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 21:25:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prendi una rock star (Ben  Harper), una cult star (Joseph Arthur) e poi anche il figlio di una  delle quattro star più popolari del Novecento (Dhani, figlio di George  Harrison). Quello che ottieni è un super gruppo, come si diceva una  volta (ricordate Crosby, Stills, Nash &#38; Young, oppure Emerson, Lake [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/FISTFUL-OF-MERCY.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2589" title="FISTFUL-OF-MERCY" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/FISTFUL-OF-MERCY-300x194.jpg" alt="FISTFUL-OF-MERCY" width="300" height="194" /></a>Prendi una rock star (Ben  Harper), una cult star (Joseph Arthur) e poi anche il figlio di una  delle quattro star più popolari del Novecento (Dhani, figlio di George  Harrison). Quello che ottieni è un super gruppo, come si diceva una  volta (ricordate Crosby, Stills, Nash &amp; Young, oppure Emerson, Lake  &amp; Palmer?).</span></p>
<p>Solo che questi non sono esattamente paragonabili a quelli degli anni  Settanta, e soprattutto volano basso. Umiltà che, si presume, arrivi  soprattutto dal figlio di George Harrison (Dhani; una somiglianza fisica  e vocale impressionante che una volta fece dire al compagno del defunto  padre, Paul McCartney: «Mentre io invecchio sempre di più, George  rimane sempre giovane!»), che dal padre ha ereditato quella filosofia  zen propria dell’anti star.</p>
<p>Ma tutti e tre ci mettono la dose giusta di semplicità, si nascondono  dietro un bel nome, i Fistful of Mercy (che si potrebbe tradurre un po’  come “per un pugno di pietà”, visto che il film di Sergio Leone “Per un  pugno di dollari”  in inglese venne intitolato “A Fistful of Dollars&#8221;) e  buttano fuori un dischetto tutt’altro che pretenzioso, fatto di umori  neo hippie, chitarre acustiche e belle armonie vocali. Certo, se si  ascolta un pezzo come <em>In Vain or True </em>senza guardarli in faccia, ci si potrà aspettare di trovarsi davanti a un inedito del compianto George Harrison.</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">Ma è un episodio, e poi che male  c’è. Più che un disco fatto e finito  questo è un disco di divertimento  puro e rilassato, finanche un tributo  ai grandi classici del passato e  perciò i Beatles non possono mancare  nella memoria collettiva di ogni  artista contemporaneo.  Sono tre amici,  questi, che si ritrovano sul  portico della loro casetta a scambiarsi  chitarre e canzoni. Ben Harper  lo conoscono tutti, uno dei musicisti più  amati degli ultimi dieci  anni, chitarrista straordinario, capace di  fare l’emulo di Jimi Hendrix  quanto l’introverso cantautore solitario.</span></p>
<p>È californiano, bello e di colore, passa il tempo fra il negozio di   strumenti vintage dei nonni e le onde delle Hawaii a fare surf, quando   naturalmente non è in concerto o in studio a registrare dischi. Joseph   Arthur viene invece da un mondo lontanissimo, il piccolo e provinciale   Ohio, per approdare a New York dove diventa il beniamino di Peter   Gabriel che gli produce l’esordio. Cantautore metropolitano e   sperimentale, dal taglio introverso e claustrofobico, Arthur qui dà   un’altra immagine di sé, a proprio agio con questa sorta di celebrazione   hippie.</p>
<p>Dhani invece. Beh, Dhani di cognome fa Harrison e tanto basta  (questo  peraltro non è il suo debutto ufficiale come musicista, ne  pubblicò già  uno alcuni anni fa passato inosservato). Ma attenzione:  hippismo sì,  ma canzoni solide, niente immaginario “peace and love” che  ha fatto &#8211;  per fortuna &#8211; il suo tempo. I nostri tre amici sono gente  realista che  meditano sulla quotidianità, i rapporti padri e figli &#8211;  ovviamente -,  la difficoltà delle relazioni affettive. E lo fanno con il  sufficiente  carico di emozioni per apparire credibili.    “As I Call  You Down”, si  intitola il cd, una manciata di brani che passano dal  country blues dai  sapori gospel con la bella slide di Harper in evidenza  della vigorosa e  bellissima <em>Father’s Son</em>, alla ballata folk che ha lo  stesso  titolo del disco, un pezzo dove l’intensità e la capacità di  creare  armonie piene di nostalgia e di sentimento si taglia a fette,  tanto i  tre riescono a trasmettere capacità espressive sicuramente al di  sopra  della norma.</p>
<p>In mezzo ci mettono pure uno strumentale dai sapori  vintage, <em>30 Bones,</em> registrato come se fossimo tra New Orleans e Baton  Rouge all’inizio  del secolo (scorso).  A sostenere il tutto  musicalmente, uno dei più  grandi batteristi di tutti i tempi, quel Jim  Keltner che suonò un po’  con tutti, da John Lennon allo stesso George  Harrison, e un sagace  violinista. Un bel disco, perfetto per l’inverno  che ormai è già  arrivato a reclamare la sua dose di tristezze e  melanconia.<br />
<strong><br />
Paolo Vites &#8211; Tratto dal <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=128566" target="_blank">IlSussidiario.net</a></strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ub06BLalx84?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/ub06BLalx84?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>La voce dell&#8217;anima nei nuovi album di Ryan Bingham e David Gray</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 12:49:45 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[david gray]]></category>
		<category><![CDATA[Ryan Bingham]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/ryanbingham_R400.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2499" title="ryanbingham_R400" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/ryanbingham_R400-300x201.jpg" alt="ryanbingham_R400" width="300" height="201" /></a>Non dev&#8217;essere roba da poco,  passare dall’anonimità delle road house, quei localacci lungo le highway  tra Mississppi e Texas, alla ribalta di Hollywood. Ancora di più, se  fino a pochi anni fa hai fatto il mandriano e il cowboy ai rodeo, in uno  di questi cadendo così malamente da spaccarti tutti o quasi i denti.  Adesso invece sei sotto le luci della ribalta, davanti alle telecamere  di mezzo mondo e ai flash di dozzine di fotografi. Sì, perché stai per  ritirare l’Oscar per la miglior canzone da film dell’anno.</span></p>
<p>E’ la bella storia di Ryan Bingham, una tipica storia tutta americana,  quella storia che dice più o meno che in America, chiunque ce la può  fare. Ma per Ryan Bingham (a proposito, la canzone vincitrice dell’Oscar  2010 è <em>The Weary Kind</em>, che appare nel film “Crazy Heart” con  protagonista Jeff Bridges, ed è compresa anche in questo suo nuovo cd)  tutto ciò, Oscar compreso, conta relativamente.</p>
<p>Lo dimostra il suo nuovo cd, “Junkie Star”. Il ragazzo del Texas rimane  fedele a se stesso, la vittoria a Hollywood non ha cambiato nulla del  suo approccio sincero e sofferto alla musica. Che anzi, in questo suo  terzo album perde certi connotati sfrontatamente rock che  caratterizzavano i due precedenti episodi e vira verso una canzone  d’autore sempre più malinconica e intimista.</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">La produzione del geniale T Bone  Burnett (insieme a Rick Rubin, oggi il  miglior produttore d’America)  fa il resto, confezionando un suono che sa  sì di “americana”, ma ricco  di sfumature. Notturne, naturalmente, E’ un  disco ricco di ballate  dalle aperture dylaniane, scritte e cantante  come trovarsi sotto la  luna davanti al Rio Grande. Una meditazione  profonda, quella che fa  Bingham in pezzi di altissimo cantautorato come  l’iniziale <em>The Poet </em>(un titolo che è un programma). </span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">La title track, poi,  altra  splendida ballata, conferma, seppur in altra locazione  geografica, le  nostre impressioni: “Sleeping on the Santa Monica Pier,  with the  junkies and the stars”, “addormentato sul molo di Santa Monica,  tra  drogati e le stelle”. Voce straordinariamente intensa, per un  ragazzo  di trent’anni scarsi, ma che lasci fuoriuscire tutta la dura  strada  fatta per arrivare fino a qui: figlio di genitori entrambi   tossicodipendenti, buon lascito di una Woodstock generation fallimentare   da ogni punto di vista, cresciuto senza un padre né una madre, Ryan   Bingham è oggi l’erede dei grandi songwriter texani degli anni 70, quel   manipolo di eroi (Guy Clark, Townes Van Zandt fra gli altri) che   riscrissero le regole stesse del songwriting nordamericano.</span></p>
<p>E titoli  impegnativi come <em>Hallelujah</em> o <em>Depression</em> sono il ritratto di Ryan  Bingham ma anche di un’America che, la faccia  sorridente di Obama a  parte, fatica a ritrovare un senso e una strada  sicura.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="640" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/VRH6DnrL-_g?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="640" height="385" src="http://www.youtube.com/v/VRH6DnrL-_g?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">Dall’altra  parte dell’Oceano,  dalla vecchia e piovosa Inghilterra, risponde David  Gray, cantautore  con più di un punto in comune con Bingham. La  differenza è che Gray è  sulle scene da più di dieci anni e ha già  raggiunto il successo  commerciale, con il disco del 1998, lo splendido “White Ladder”.  Il  primo riferimento che li accomuna è la straordinarietà della   interpretazione vocale: David Gray è una delle voci più belle e   appassionanti uscite sulla scena del cantautorato contemporaneo, se non   la più bella.</span></p>
<p>Come Bingham fa riferimento alla grande tradizione  autorale  nordamericana, Gray fa lo stesso con quella inglese. La  differenza sta  nel fatto che se “Junkie Star” è per Bingham la prova  della maturità,  “Foundling&#8221; (un titolo significativo, &#8220;trovatello&#8221;, come  un figlio di  nessuno a cui comunque si vuole troppo bene epr lascialro  andare via),  il nuovo doppio cd di Gray, è forse un momento di  smarrimento. Non che  il disco sia brutto: la classe di Gray è troppa per  smarrirsi di colpo,  ma la sensazione è quella di un disco di  transizione, dove mancano le  certezze e i punti di riferimento. Spesso  le canzoni sembrano dei  provini appena accennati, in attesa di tornarci  su per finirle. I</p>
<p>nvece lui le ha pubblicate così, coraggiosa istantanea  di un momento di  inquietudine e di ricerca. Lui stesso ne è consapevole:  “Questo disco è  destinato a sparire dalla faccia della terra”, ha  detto, opinione  secondo noi alquanto esagerata. C’è ben altro oggi nella  scena musicale  che merita di sparire dalla faccia della terra ben più  di questo suo  cd.</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">Ma non mancano le grandi canzoni, come l’iniziale <em>Only  the Wine,</em> o la metropolitana e notturna W<em>e Could Fall in Love Again  Tonight.</em> Il cd è addirittura doppio: Gray ha voluto pubblicare canzoni  che  dovevano uscire per un altro progetto, segno di un desiderio di   testimoniare comunque il suo momento di vita artistica, nel bene e nel   male. </span></p>
<p><span><strong>Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=117478" target="_blank">ilSussidiario.net</a> di Paolo Vites</strong><br />
</span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="640" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/GEPuDNX4nCM?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="640" height="385" src="http://www.youtube.com/v/GEPuDNX4nCM?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>American VI, la fede di Johnny Cash</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 20:05:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A inizio degli anni Novanta Johnny Cash, una delle grandi voci dell’America musicale del Novecento, al pari di Elvis e di Frank Sinatra, si trovava relegato in un limbo: rifiutato dalle grandi case discografiche perché non più “commerciale”, cioè invendibile per i gusti ormai annacquati degli acquirenti di country music di cui era stato il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1699" class="wp-caption alignleft" style="width: 245px"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/johnny_cash-1579.jpg"><img class="size-medium wp-image-1699" title="johnny_cash_fede_sanpaolo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/johnny_cash-1579-235x300.jpg" alt="Johnny Cash e sua moglie June Carter" width="235" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Johnny Cash e sua moglie June Carter</p></div>
<p>A inizio degli anni Novanta Johnny Cash, una delle grandi voci dell’America musicale del Novecento, al pari di Elvis e di Frank Sinatra, si trovava relegato in un limbo: rifiutato dalle grandi case discografiche perché non più “commerciale”, cioè invendibile per i gusti ormai annacquati degli acquirenti di country music di cui era stato il massimo rappresentante. È allora che avviene uno di quegli incontri sulla carta impossibili: Rick Rubin, guru e produttore di successo della scena hip-hop e metal decide di offrirgli una chance.</p>
<p>Gli fa incidere per la sua etichetta, la American Recordings, un disco per sola voce e chitarra, che Cash confesserà di aver sognato di fare per tutta la vita,ma che non gli era mai stato concesso. È l’inizio di un&#8217;avventura straordinaria e della rinascita del vecchio Uomo in Nero: rifiutato ogni stereotipo, Cash è libero di registrare qualunque tipo di canzone, dai brani della tradizione popolare americana a quelli dei nuovi eroi musicali della scena rock, gente agli antipodi da lui come Beck o Nine Inch Nails, ma anche U2 e tanti altri.</p>
<p>Quello che rende tutto incredibile è la straordinaria capacità di interprete di Cash, una voce paragonata a quella di un antico profeta della Bibbia: scura, profonda, ultraterrena, apocalittica. Johnny Cash muore nel 2003 in seguito a diversi problemi di salute, poco dopo la scomparsa dell’amata moglie June Carter. In vita, fa tempo a pubblicare quattro dischi con &#8220;Rick Rubin&#8221;, per la serie intitolata appunto American Recordings.</p>
<p>Adesso esce il secondo cd postumo, &#8220;American VI&#8221;, che raccoglie le ultime incisioni fatte prima della morte. La voce stentorea, il passo doloroso e intimo, Cash sembra non abbia voluto fare altro in attesa della morte: cantare. Se questo &#8220;American VI&#8221; non è straordinario come le precedenti pubblicazioni è solo perché alcuni dei brani qui presentati non sempre sono all’altezza del suo interprete. Ma in alcuni episodi la magia riesce, eccome. È il caso della messa in musica di un breve passo delle lettere di San Paolo, dalla prima ai Corinzi, (I Corinthians: 15: 55, è il titolo del brano).</p>
<p>Non stupisca questo: Cash era uomo dalla religiosità profondissima e in vita aveva addirittura scritto un libro, mai pubblicato in Italia, su San Paolo, personaggio in cui il musicista si identificava. Cash infatti si era “redento”, a fine anni Sessanta grazie alla moglie June, dopo una esistenza passata in corsia di sorpasso, fra eccessi di ogni tipo e consumo di sostanze stupefacenti che lo avevano portato anche in galera. In San Paolo, Cash vede se stesso, e la possibilità di redenzione per ogni uomo. Ormai consapevole della fine prossima, l’anziano cantante testimonia la sua fede: O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?» aggiungendo di suo «Oh vita, sei un sentiero splendente e la speranza fiorisce eterna quando vedo il mio redentore».</p>
<p>Racconta Rick Rubin che dopo la morte della moglie, Cash era veramente prostrato dal dolore. Allora il produttore gli chiese: «Credi di poter ancora avere fede in qualcosa?». La risposta di Cash fu decisa, la sua voce tornata improvvisamente forte e fiera: «La mia fede è incrollabile». Dice Rubin che «Cash aveva una fede tremenda, non ebbe mai paura e fu sempre in conflitto con il dolore: penso che da tempo aveva accettato tutto ciò. Quando seppe che stava per morire, era calmo e consapevole di ciò».</p>
<p>Ci sono altri momenti altrettanto toccanti: L’iniziale Ain’t No Grave, in cui Cash tratta il tema della resurrezione («Non c’è sepolcro che possa tenermi, che possa tenere il mio corpo, quando sentirò il suono della tromba mi alzerò dalla terra») a tempo di gospel nero, e il classico della musica americana Satisfied Mind. Nel resto del disco Cash passa in rassegna ancora una volta autori moderni da lui amati, da Sheryl Crow all’amico Kris Kristofferson. Il tutto prodotto come sempre splendidamente da Rick Rubin, con l’accompagnamento di alcuni dei migliori musicisti della scena, Benmont Tench, Smokey Hormel e la presenza straordinaria del duo degli Avett Brothers, talenti emergenti della scena neo folk, nell’iniziale Ain’t No Grave.</p>
<p><strong>Paolo Vites, tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=66235" target="_blank">IlSussidiario.net</a></strong></p>
<p><strong>Guarda il video di Johnny Cash Ain&#8217;t no grave</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/25EYTbrmgM8&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/25EYTbrmgM8&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Cos&#8217;è un santo?</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 08:47:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un santo è qualcuno che ha raggiunto una remota possibilità umana. Un santo non dissolve il caos. Se potesse farlo, il mondo sarebbe già cambiato tanto tempo fa. Non credo neanche che il santo possa dissolvere il caos per se stesso.
Ben lontano dal volare con gli angeli, egli traccia con la fedeltà della puntina di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/cohen.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1524" title="cohen" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/cohen-225x300.jpg" alt="cohen" width="225" height="300" /></a>Un santo è qualcuno che ha raggiunto una remota possibilità umana. Un santo non dissolve il caos. Se potesse farlo, il mondo sarebbe già cambiato tanto tempo fa. Non credo neanche che il santo possa dissolvere il caos per se stesso.</p>
<p>Ben lontano dal volare con gli angeli, egli traccia con la fedeltà della puntina di un sismografo lo stato del sanguinante orizzonte.</p>
<p>La sua casa è pericolosa e definita, ma lui si sente a casa sua nel mondo. Sa amare le varie forme dell’umanità, le belle e confuse forme del cuore. E’ una cosa bella avere in mezzo a noi tali uomini, tali mostri dell’amore che sanno come bilanciare la realtà.</p>
<p><strong>Leonard Cohen, vincitore del Special Lifetime Achievement Grammy, 30 gennaio 2010</strong></p>
<p>Tratto da <a href="http://gamblin--ramblin.blogspot.com/2010/02/che-cosa-e-un-santo.html" target="_blank">Ramblin&#8217;-Gamblin</a>&#8216;</p>
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		<title>Rock Anni Zero, i migliori dischi dei Noughties</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 14:54:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Di Paolo Vites &#8211; tratto da IlSussidiario.net
Rock Anni Zero, i migliori dischi dei Noughties
E così ci siamo appena lasciati alle spalle  la prima decade del Terzo Millennio. Una volta i decenni segnavano la storia del rock: gli anni Cinquanta in cui nacque questo genere musicale, gli anni Sessanta delle utopie, delle droghe e della canzone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/01/WilcoCover_R375.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1455" title="WilcoCover_R375" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/01/WilcoCover_R375-300x204.jpg" alt="WilcoCover_R375" width="300" height="204" /></a>Di Paolo Vites &#8211; tratto da<a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=60215" target="_blank"> IlSussidiario.net</a></p>
<p><strong>Rock Anni Zero, i migliori dischi dei Noughties</strong></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">E così ci siamo appena lasciati alle spalle  la prima decade del Terzo Millennio. Una volta i decenni segnavano la storia del rock: gli anni Cinquanta in cui nacque questo genere musicale, gli anni Sessanta delle utopie, delle droghe e della canzone di protesta, i Settanta del disimpegno e del rifugio nel privato, ma anche dell’anarchia punk. Già gli anni Ottanta con la loro pochezza hanno reso superfluo questo scandire i momenti, ma ancora ci è piaciuto definirli come il decennio del videoclip e del look ostentato.</p>
<p>Gli anni Novanta? Un grande boh, se si eccettua il sussulto grunge. Ancora più difficile è definire cosa sono stati gli anni Zero del Duemila, i <em>Noughties</em> come li chamano gli americani, che già portano nel loro computo nominativo una simbologia bella evidente: gli anni del nulla? Siti musicali e riviste internazionali in questi giorni si stanno sbizzarrendo a fornire le loro classifiche dei migliori dischi del decennio, mentre in Italia l’evento sta passando inosservato.</p>
<p>Il rock, in un certo senso, ha ormai ben poco da dire: sono stati questi gli anni del riciclaggio infinito di formule sonore sperimentate per decenni. Gruppi come i White Strips, osannati come portavoci del nuovo verbo rock, nel loro macinare riff e gridolini rubati ai Led Zeppelin, sono un simbolo di questa tendenza.</p>
<p>In Inghilterra, gruppi e gruppetti riprendono formule sonore più vicine nel tempo, gli U2 su tutti, e certo punk all’acqua di rose. È il pop, quello più innocuo, a dominare nelle classifiche, insieme a quella che un tempo si definiva black music, oggi ripetizione (anche qui) senza ritegno di quello che inizialmente era un tentativo brillante, il rap e l’hip-hop music.<br />
Anche gruppi che hanno lasciato negli anni Novanta testimonianze brillanti, come ad esempio i Radiohead o i Pearl Jam, non sono più riusciti a trovare formule espressive altrettanto valide, perdendosi nell’autoreferenzialismo.</span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">La stessa stanchezza ha conquistato anche i grandi vecchi, i superstiti della decade d’oro. Bob Dylan, Neil Young, gli Stones, Paul McCartney, vivacchiano producendo opere ricche di grande professionalità, ma spesso superflue se paragonate con quanto da loro prodotto in gioventù.<br />
Attenzione: tutti costoro, giovani e vecchi, se in studio non trovano più momento di lucidità, dal vivo si propongono ancora come ottimi performer in spettacoli trascinanti ed emotivamente vivi. Sarà per questo che i dischi non si vendono più, mentre i concerti continuano a fare il tutto esaurito?</p>
<p>Le cose più interessanti sono infine giunte da una categoria ritenuta obsoleta: i loro dischi si rivolgono a pochi cultori. Sono i songwriter (e i gruppi neotradizionalisti che si rifanno al folk pre rock’n’roll), un po’ da ogni angolo del mondo, dall’Australia agli States passando per l’Inghilterra. E’ un dato positivo, che la voce, la nuda voce con pochi abbellimenti, torni protagonista seppur lontano dagli schermi televisivi o dai network radiofonici. Ancora una volta, le emozioni, i dolori, la passione emergono a testimonianza di una esigenza viva e pulsante nel cuore dell’uomo anche negli anni Zero del Terzo Millennio.</p>
<p>Quella che segue non è certo una lista esaustiva dei migliori dischi del decennio, ma una guida molto personale ai dischi che forse sono sfuggiti ai più.<br />
<strong><br />
<a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=49641" target="_blank">1. Wilco, A Ghost is Born, 2004</a></strong><a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=49641" target="_blank"><br />
<strong>2. Wilco, Yankee Hotel Foxtrot, 2002</strong></a><br />
Due dischi della band di Chicago, a pari merito. Potrebbe essere un unico disco. Un grande, grandissimo disco. I Wilco sono la miglior rock band del terzo millennio: geniali, imprevedibili, innovativi, ma anche tradizionalisti. E a differenza di quelli degli anni Zero, loro (Jeff Tweedy) sanno scrivere grandi canzoni e, ancor di più, testi che hanno un contenuto. Totali.</p>
<p><strong>3. Bob Dylan, Love and Theft, 2001</strong><br />
Non meriterebbe di stare fra i cinque migliori dischi di Dylan, ma alla fine della fiera il grande vecchio dimostra di avere ancora una marcia in più rispetto ai suoi coetanei. L&amp;T avrebbe potuto essere suonato, cantato e prodotto meglio, ma per aver scritto un pezzo come <em>Mississipi </em>chiunque venderebbe la madre. Facendo musiche che precedono l’era del rock’n’roll, Dylan fa uno dei migliori dischi rock della decade. Onesto, come dice lui, con se stesso: <em>honest with me</em>.<br />
<strong><br />
4. Shelby Lynne, Just a Little Lovin’, 2008</strong><br />
Minimale e raffinato, suonato e registrato come 50 anni fa, con alcuni dei musicisti che lavoravano con Frank Sinatra. Una voce che spacca, impietosa e consolatoria allo stesso tempo. E alcune delle più belle canzoni del Novecento, quelle che cantava l’immortale Dusty Springfield. Per cuori infranti.</p>
<p><strong>5. Nick Cave and the Bad Seeds, No More Shall We Part, 2001</strong><br />
Il disco dove l’artista maledetto fa finalmente pace con se stesso, le donne e Dio. Caccia il diavolo via di casa, perché a casa c’è Lui: <em>God Is in the House</em>. Musicalmente, uno dei suoi più intensi e raffinati lavori di sempre, con Leonard Cohen ben fisso nel cuore. Trascendente.</span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"><strong>6. Cowboy Junkies, Trinity Revisted, 2007</strong><br />
Vent’anni dopo, la band canadese torna sul luogo del delitto, dove incisero il primo disco: una chiesa. Con loro alcuni ospiti, Natalie Merchant, Ryan Adams e Vic Chesnutt. Nel frattempo i Junkies hanno imparato a suonare (e bene) e portano il loro vecchio folk noir in aeree psichedeliche e noisy. Pauroso.<br />
<strong><br />
7. Aimee Mann, Bachelor n, 2, 2000</strong><br />
La Joni Mitchell del terzo millennio? Anche no. Americana, ma con il cuore tra Beatles ed Elvis Costello. L’incrocio tra America e Inghilterra è rischioso, ma lei ha classe da vendere: una voce affettuosa, ma anche tagliente, canzoni geometriche, tra folk ed elettronica, in cui l’amore viene psicanalizzato. Quando pop non è una parolaccia.<br />
<strong><br />
8. Bruce Springsteen, Devils &amp; Dust, 2005</strong><br />
E’ in versione songwriter intimista che il Boss del terzo millennio dà il meglio, sorpassando la roboante, ma in fondo effimera nostalgia della E Street Band. Questo è il suo disco “acustico” migliore di tutti: tra Warren Zevon e il primo Tom Waits. Desertico.</p>
<p><strong>9. Fleet Foxes, Fleet Foxes, 2008</strong><br />
Fantasmi che escono dalle foreste di Twin Peaks: il folk ritrova la sua strada nel mondo ipertecnologico e computerizzato. Chitarre acustiche e voci che armonizzano come i Beach Boys per riaffermare quello che c’è nel cuore dell’uomo: desiderio di infinito. Ancestrale.</p>
<p><strong>10. Eddie Vedder, Into the Wild, 2007</strong><br />
Il cantante dei Pearl Jam trova, da solo, la sua voce. Che è una delle più belle della storia del rock, ma finalmente ci sono anche le grandi canzoni. E Society potrebbe essere la più bella del decennio (ma non l’ha scritta lui). Se Walt Whitman fosse stato un cantante rock.<br />
<strong><br />
11. Queens of the Stone Age, Songs for the Deaf, 2002</strong><br />
Il rock del Terzo Millennio è riciclaggio del riciclaggio, White Stripes su tutti. Almeno i Queens suonano come se non dovessero insegnare niente a nessuno, ma solo per salvare se stessi. Che è quello che fa la differenza. E quando hai a bordo Dave Grohol, Mark Lanegan, Josh Homme, Dean Ween, come si fa a fare un disco brutto? Vitaminizzante.</p>
<p><strong>12. North Mississippi All Stars, Shake Hand with Shorty, 2000</strong><br />
Gli eredi della Allman Brothers Band e dei power trio anni Sessanta, con in più sentimento punk e anche hip-hop. Il Sud degli States risorge in tutto il suo orgoglio e potenza sonora. Blues del Terzo Millennio.</p>
<p><strong>13. Gov’t Mule, The Deep End, 2001</strong><br />
Mostruosi. Per tecnica e sentimento. Un disco totale che passa in rassegna tutto il meglio di quanto il rock ha prodotto in quarant’anni. Warren Haynes è senza dubbio il miglior chitarrista della decade, e qui ci sono anche un sacco di grandi canzoni. Epico.</p>
<p><strong>14. Black Crowes, Before the Frost, 2009</strong><br />
Circa un ventennio prima i Corvi Neri avevano ridato dignità e credibilità alla musica rock. Oggi tornano a rivendicare il loro ruolo di anello di congiunzione tra i 70s e l’era moderna. Biblici.<br />
<strong><br />
15. The Word, The Word, 2001</strong><br />
Metti insieme i North Mississippi All Stars, il formidabile tastierista John Medesky e l’incredibile steel guitarist Robert Randolph e avrai il più fantasmagorico disco strumentale da secoli. Blues, jazz, rock e gospel sotto la stessa bandiera: good vibrations.</span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"><strong>16. Xavier Rudd, Solace, 2004</strong><br />
Biondo, surfista, australiano. Alterna la chitarra slide suonata come se fosse Ben Harper al didgeridoo degli aborigini. Il mix è affascinante: canzone d’autore globale, tra ricordi di California anni Settanta e l’alba del mondo. Oceanico.</p>
<p><strong>17. The Tallest Man on Earth, Shallow Grave, 2008</strong><br />
L’uomo più alto del mondo è svedese, ma suona come un folksinger del Greenwich Village degli anni Sessanta. Ma a differenza di allora, le sue canzoni non hanno niente di ottimista e invece sprigionano tutta l’angoscia del Terzo Millennio. Profondo.</p>
<p><strong>18. Jakob Dylan, Seeing Things, 2007</strong><br />
Figlio di cotanto padre, si lascia alle spalle le tentazioni pop della sua band, i bravi Wallflowers, per affidarsi a voce e chitarra acustica. Lo accompagna lo stregone dei produttori, Rick Rubin. Intenso.<br />
<strong><br />
19. Lambchop, Nixon, 2000</strong><br />
“Nashville most fucked up country band”: come mettere insieme il Philly sound dei 70s e le suggestioni da alternative country. Musica schizoide, ovviamente, ma ricca di fascino. L’alternativa dell’alternativa.</p>
<p><strong>20. Ryan Adams, Heartbreaker, 2000</strong><br />
Avesse continuato a fare dischi di questo livello (esordio solista dopo la felice avventura dei Wiskeytown) avrebbe potuto diventare il miglior songwriter della sua generazione. Invece si è bruciato il cervello. O esaurito ogni talento. Peccato.<br />
<strong><br />
21. Tinariwen, Aman Iman, 2007</strong><br />
Se il blues torna alla Madre Africa. Anzi, al deserto. Loro sono gli Uomini Blu, i Tuareg del Sahara, li ha scoperti Robert Plant e cantano la fierezza e la libertà della loro razza. Cosmico.</p>
<p><strong>22. Glen Hansard &amp; Marketa Inglova, Once, 2007</strong><br />
La sorpresa del decennio. Celtic soul con nel cuore Van Morrison e la capacità di cantare l’amore, quello vero, quello al destino dell’altro, come ben pochi. Cinematografici.</p>
<p><a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=12474" target="_blank"><strong>23. Johnny Cash. American V, 2006</strong></a><br />
Non il migliore della serie American Recordings, ma il più toccante. Postumo, registrato con la consapevolezza che il proprio viaggio è giunto quasi al capolinea e nel ricordo della moglie che lo sta aspettando &#8220;up in heaven&#8221;. Un uomo solo davanti a Dio. A legend in his own time.</p>
<p><strong>24. Joe Strummer &amp; The Mescaleros, Streetcore, 2003</strong><br />
Postumo anche questo, diventa il miglior disco dello Strummer solista. Folk, rock’n’roll, reggae, dub, ma soprattutto una tensione e una onestà che non hanno pari. Gone too soon.</p>
<p><strong>25. Neil Diamond, 12 Songs, 2005</strong><br />
Neil fucking Diamond? A parte che ha scritto alcune canzoni strepitose anche quando era un poppettaro, qui con Rick Rubin &#8211; sempre lui &#8211; si racconta in completa solitudine, con una voce tra le più belle e una manciata di brani superlativi.</span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"><br />
<a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=13216" target="_blank"><strong>26. Kings of Leon, Only by the Night, 2008</strong></a><br />
Non hanno fatto un disco brutto i Kings, un padre predicatore e canzoni, come dicono loro, tra Jack Daniel’s e Spirito Santo. Io preferisco questo perché è il più divertente e al tempo stesso epico. Come se gli U2 fossero una band del Sud degli States.<br />
<a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=22615" target="_blank"><br />
<strong>27. Decemberists, Picaresque, 2005</strong></a><br />
Sono dei poeti, sono dei sognatori, sono americani, ma sembrano gli eredi della grande stagione folk inglese di fine anni Sessanta. Dream folk pop.</p>
<p><strong>28. Barzin, Notes to an Absent Lover, 2009</strong><br />
Iraniano di origine, canadese di adozione. Tra Cohen e Dylan, compone il Blood on the Tracks del Terzo Millennio. Sanguinante.</p>
<p><strong>29. The Fireman, Electric Arguments, 2008</strong><br />
Paul McCartney torna a divertirsi e a divertire come ai tempi dei Beatles più sperimentali. E ci mette anche delle gran belle canzoni. Psichedelico senza droga.</p>
<p><a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=41919" target="_blank"><strong>30. Bob Dylan, Christmas in the Heart, 2009</strong></a><br />
I dischi natalizi sono sempre orribili, a parte quelli di mezzo secolo fa. Il grande vecchio spazza via in un colpo tutta la patina mielosa e restituisce dignità a un genere, spostando le lancette indietro di cinquant’anni. Gioioso e religioso.</p>
<p><span style="font-size: small;">Link Precedenti puntate:<br />
</span><span style="font-size: x-small;"><a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=56514" target="_blank"><span style="font-size: small;">31 &#8211; 40 </span></a><span style="font-size: small;"><br />
</span><a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=55641" target="_blank"><span style="font-size: small;">41 &#8211; 50</span></a></span><span style="font-size: small;"><br />
</span></span></p>
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		<title>I migliori dischi della decade</title>
		<link>http://www.sicomorogiulianova.it/2009/12/i-migliori-dischi-della-decade/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 21:14:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal blog di Paolo Vites, Gamblin Ramblin, una bella classifica dei dischi migliori della prima decade del terzo millennio. Chicce succose che dano una scrollatina alla nostra vita raccontandoci storie nella maniera migliore. Ecco qua la carrellata direttamente dal post che ha publicato nella sezione musica de IlSussidiario.
Noughties: I migliori dischi del nuovo Millennio
 Paolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/untitled2rq.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1298" title="untitled2rq" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/untitled2rq-300x215.jpg" alt="untitled2rq" width="300" height="215" /></a>Dal blog di Paolo Vites, <a href="http://gamblin--ramblin.blogspot.com/" target="_blank">Gamblin Ramblin</a>, una bella classifica dei dischi migliori della prima decade del terzo millennio. Chicce succose che dano una scrollatina alla nostra vita raccontandoci storie nella maniera migliore. Ecco qua la carrellata direttamente dal post che ha publicato nella sezione musica de<a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Musica/2009/12/15/ROCK-ANNI-ZERO-Noughties-I-migliori-dischi-del-nuovo-Millennio/55641/" target="_blank"> IlSussidiario</a>.</p>
<h3><span id="ctl00_ContentBox_ArticleTitle">Noughties: I migliori dischi del nuovo Millennio</span></h3>
<div><a href="http://www.ilsussidiario.net/Autori/V/380/Paolo-Vites/V#_380"> Paolo Vites </a></div>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">E così, a dicembre 2009, termina la prima decade del Terzo Millennio.<br />
Una volta i decenni segnavano la storia del rock: gli anni Cinquanta in cui nacque questo genere musicale, gli anni Sessanta delle utopie, delle droghe e della canzone di protesta, i Settanta del disimpegno e del rifugio nel privato, ma anche dell’anarchia punk. Già gli anni Ottanta con la loro pochezza hanno reso superfluo questo scandire i momenti, ma ancora ci è piaciuto definirli come il decennio del videoclip e del look ostentato.</p>
<p>Gli anni Novanta? Un grande boh, se si eccettua il sussulto grunge. Ancora più difficile è definire cosa sono stati gli anni Zero del Duemila, i <em>Noughties</em> come li chamano gli americani, che già portano nel loro computo nominativo una simbologia bella evidente: gli anni del nulla? Siti musicali e riviste internazionali in questi giorni si stanno sbizzarrendo a fornire le loro classifiche dei migliori dischi del decennio, mentre in Italia l’evento sta passando inosservato.</p>
<p>Il rock, in un certo senso, ha ormai ben poco da dire: sono stati questi gli anni del riciclaggio infinito di formule sonore sperimentate per decenni. Gruppi come i White Strips, osannati come portavoci del nuovo verbo rock, nel loro macinare riff e gridolini rubati ai Led Zeppelin, sono un simbolo di questa tendenza.</p>
<p>In Inghilterra, gruppi e gruppetti riprendono formule sonore più vicine nel tempo, gli U2 su tutti, e certo punk all’acqua di rose. È il pop, quello più innocuo, a dominare nelle classifiche, insieme a quella che un tempo si definiva black music, oggi ripetizione (anche qui) senza ritegno di quello che inizialmente era un tentativo brillante, il rap e l’hip-hop music.<br />
Anche gruppi che hanno lasciato negli anni Novanta testimonianze brillanti, come ad esempio i Radiohead o i Pearl Jam, non sono più riusciti a trovare formule espressive altrettanto valide, perdendosi nell’autoreferenzialismo. </span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">La stessa stanchezza ha conquistato anche i grandi vecchi, i superstiti della decade d’oro. Bob Dylan, Neil Young, gli Stones, Paul McCartney, vivacchiano producendo opere ricche di grande professionalità, ma spesso superflue se paragonate con quanto da loro prodotto in gioventù.<br />
Attenzione: tutti costoro, giovani e vecchi, se in studio non trovano più momento di lucidità, dal vivo si propongono ancora come ottimi performer in spettacoli trascinanti ed emotivamente vivi. Sarà per questo che i dischi non si vendono più, mentre i concerti continuano a fare il tutto esaurito?</p>
<p>Le cose più interessanti sono infine giunte da una categoria ritenuta obsoleta: i loro dischi si rivolgono a pochi cultori. Sono i songwriter (e i gruppi neotradizionalisti che si rifanno al folk pre rock’n’roll), un po’ da ogni angolo del mondo, dall’Australia agli States passando per l’Inghilterra. E’ un dato positivo, che la voce, la nuda voce con pochi abbellimenti, torni protagonista seppur lontano dagli schermi televisivi o dai network radiofonici. Ancora una volta, le emozioni, i dolori, la passione emergono a testimonianza di una esigenza viva e pulsante nel cuore dell’uomo anche negli anni Zero del Terzo Millennio.</p>
<p>Quella che segue non è certo una lista esaustiva dei migliori dischi del decennio, ma una guida molto personale ai dischi che forse sono sfuggiti ai più.</p>
<p>50. <strong>Elton John, &#8220;Songs from the West Coast&#8221;,</strong> <strong>(2001)</strong></p>
<p>Non scherziamo, siamo lontani dal geniale e commovente autore di canzoni dei primi anni Settanta. Ma siamo anche lontani dalla spazzatura a cui ci aveva abituati Sir. Reginald negli ultimi vent’anni. Qui ritrova dignità e il senso del proprio lavoro. È abbastanza.</span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">49. <strong>Dixie Hummingbirds, Diamond Jubilation, </strong><strong>(2003)</strong></p>
<p>Metti insieme Levon Helm e Garth Hudson (The Band); Larry Campbell, George Receli e Tony Garnier (Bob Dylan Band). Ma soprattutto li metti ad accompagnare il più antico e rispettato gruppo vocale di colore d’America. Il risultato è purissima american music.</p>
<p>48. <strong>Lost in the Trees, All Alone in an Empty House,</strong> <strong>(2008)</p>
<p></strong> Musica classica e musica folk possono andare insieme? Assolutamente sì. Un concept album, un viaggio dentro ai misteri dell’amore, del cuore, della solitudine. Inquietante e rassicurante allo stesso tempo. </span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"><br />
<a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/emmy.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1299" title="emmy" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/emmy.jpg" alt="emmy" width="300" height="300" /></a><br />
47.<strong> Emmylou Harris, All I Intended to Be, (2008)</strong></p>
<p>Anche se ha lasciato Nashville (musicalmente) è sempre la regina. Adesso le canzoni se le scrive lei, Gram Parsons è sempre nel suo cuore, ma questa non è più musica country.</p>
<p>46. <strong>16 Horsepower, Folklore, (2002)</p>
<p></strong>Dave E. Edwards ha un dono unico: far resuscitare i morti, soprattutto quelli del vecchio West. Come mi disse lui una volta &#8220;nella mia fisarmonica ci sono fantasmi&#8221;. &#8220;Folklore&#8221; è il ritorno con vendetta del miglior gruppo di gothic country, dopo alcuni dischi così così. Se Flannery O’Connor fosse stata un musicista rock.</p>
<p>45. <strong>Ryan Bingham, Mescalito, (2007)</p>
<p></strong> Metà cowboy, metà honky tonk hero. Il Texas ritrova una voce. Produce uno che le palle le ha per davvero, l’ex Black Crowes Marc Ford, e il risultato si sente. Uno dei migliori esordi del decennio.</p>
<p>44. <strong>Steve Earle, Trascendental Blues, </strong><strong>(2000)</p>
<p></strong> Anche i fuorilegge hanno un cuore. Un cuore che trascende, come il vero amore. Smesso con la droga e gli eccessi, Steve Earle fa un disco che musicalmente rimanda ai Beatles e liricamente alle pene del cuore. Trascendentale, appunto.</span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">43. <strong>Gillian Welch, Time the Revelator,</strong> <strong>(2001)</strong></p>
<p>Purissima &#8211; e bellissima. Come la musica che fa: <em>I want to sing that rock and roll </em>è una bugia, perché lei canta il folk più ortodosso e rigoroso. Ma è anche una canzone straordinaria. Come lei.</p>
<p>42. <strong>Beth Orton, Comfort of Strangers,</strong> <strong>(2006)</strong></p>
<p>La regina della folk-tronica è diventata donna (e poco dopo questo disco anche mamma). Ha eliminato certi orpelli sonori, ma le rimane la più bella voce femminile, la più intensa, del terzo millennio, e una manciata di splendide canzoni. Still the goddess.</p>
<p>41. <strong>Josh Ritter, Hello Starling, (2003)</strong></p>
<p>Il nuovo Dylan? Forse lo crede Joan Baez che ha inciso un pezzo di questo splendido album, ma lui è un originale. Certo, guarda ai 60s e al Maestro (in questo disco però, non nei successivi), ma ha sufficiente carisma per giocare in proprio.</span></p>
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		<title>Lionel Hampton</title>
		<link>http://www.sicomorogiulianova.it/2009/12/lionel-hampton/</link>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 13:25:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia del jazzista Lionel Hampton: il talento educativo cristiano, il genio di un ragazzino e l’intuito   di una suora
di Marina Corradi tratto dal sito Gli Scritti
Una mattina di quattro anni fa l&#8217;arcivescovo di New York Edward Egan andò in visita nella scuola elementare della parrocchia di Saint Mark a Harlem, in una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/Lionel_Hampton_2001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1222" title="Lionel_Hampton_2001" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/Lionel_Hampton_2001-253x300.jpg" alt="Lionel_Hampton_2001" width="253" height="300" /></a>La storia del jazzista Lionel Hampton: il talento educativo cristiano, il genio di un ragazzino e l’intuito   di una suora</strong><br />
di Marina Corradi tratto dal sito <a href="http://www.gliscritti.it/index.html">Gli Scritti</a></p>
<p>Una mattina di quattro anni fa l&#8217;arcivescovo di New York Edward Egan andò in visita nella scuola elementare della parrocchia di Saint Mark a Harlem, in una zona del quartiere abitata da afroamericani e molto povera.<br />
In un salone gremito all&#8217;inverosimile da genitori e parenti, finita la recita dei bambini, Egan cerca di guadagnare faticosamente l&#8217;uscita. Tra la folla che si accalca per salutarlo c&#8217;è un vecchio negro dall&#8217;aria sofferente, in carrozzella, che gli allunga la mano, e quando riesce a stringere quella del cardinale lo attira a sé &#8211; come uno che debba confidare a bassa voce un segreto. Infatti all&#8217;orecchio dell&#8217;arcivescovo il vecchio sussurra con la poca voce che ha in corpo: «Madre Katharine mi pagò le lezioni di pianoforte!» Egan, capendo a stento nella calca ciò che l&#8217;uomo gli sta dicendo, non trova di meglio che esclamare: «Come è stata gentile, madre Katharine!». E poi: «E lei, signore, come si chiama?» «Mi chiamo Lionel Hampton», risponde l&#8217;anziano invalido.<br />
Il cardinale sussulta. Lionel Hampton, è una leggenda del jazz, uno fra i cinque o sei più grandi nomi del jazz di tutti i tempi. Ed era quell&#8217;uomo in carrozzella che gli stava davanti nella scuola di una parrocchia di Harlem in una mattina di primavera del 2002, all&#8217;età di novantaquattro anni. Pochi mesi dopo Hampton sarebbe morto, ma da molti è ricordato, oltre che per la sua straordinaria musica, per le centinaia di case costruite per le famiglie povere a New York. Parrocchiano della chiesa di Saint Mark, a novantaquattro anni, malato, non aveva voluto mancare alla festa dei ragazzini della scuola.<br />
Il cardinale Egan ha raccontato l&#8217;episodio al convegno sull&#8217;educazione svoltosi all&#8217;Unesco a Parigi. Ma, si è chiesto davanti all&#8217;auditorio, e quella madre Katharine, che pagò le prime lezioni di pianoforte a un bambino nero, chi era? Era, spiega, madre Katharine Drexel, nata nel 1858, una ricca ereditiera fattasi suora che fondò scuole cattoliche in tutti gli Stati Uniti per educare i figli dei più poveri, e fu proclamata santa da Giovanni Paolo II.</p>
<p>«Madre Katharine mi pagò le lezioni di pianoforte», racconta a novant&#8217;anni un grande artista, e sembra una fiaba. La santa e il genio, lei che lo incontra e lo riconosce quando è solo un bambino orfano di padre, su cui nessuno scommetterebbe una lira.<br />
Ma non è una fiaba, come spiega con serena certezza il cardinale di New York. Semplicemente, la suora che comprese che quel bambino &#8220;doveva&#8221; prendere lezioni di pianoforte era una vera educatrice. Una che non aveva solo in mente come dare a quel ragazzo le &#8220;competenze&#8221; necessarie a dargli un mestiere, ma, avendo intravisto in lui il bagliore di un singolare talento &#8211; come la luce ancora offuscata di un diamante grezzo &#8211; sapeva di doverlo coltivare.</p>
<p>Chissà, forse qualche saggio avrà detto che quella suora era matta, e che quel bambino aveva più urgente bisogno di imparare un mestiere sicuro. Ma lei, era certa. Forse perché aveva osservato come quel ragazzino guardava le dita di un pianista, durante una festa a scuola. Forse perché aveva visto come istintivamente quelle mani di bambino si muovevano sulla tastiera &#8211; come se Dio, le avesse messe al mondo apposta. Educare, è anche riconoscere, nel seme, la pianta; nel segno, la vocazione. La santa che riconobbe in un bambino un genio del jazz, è anche la storia dell&#8217;antico talento educativo cristiano.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/awJTX1NRx8s&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/awJTX1NRx8s&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
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		<title>Quanta Bibbia nel rock degli U2</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 20:59:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da un editoriale di Alessandro Beltrami su Avvenire

«How long to sing this song?». Per quanto a lungo dovremo cantare questo canto? Quanti tra i ragazzi che nel 1985 intonarono questo verso centinaia di volte al Live Aid sapevano che in 40, la canzone da cui era tratto, gli U2 avevano musicato per intero il Salmo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/11/U2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1099" title="U2" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/11/U2.jpg" alt="U2" width="190" height="190" /></a>Da un editoriale di Alessandro Beltrami su <a href="http://www.avvenire.it/Spettacoli/Quanta+Bibbia+nel+rock+degli+U2_200911260857409000000.htm" target="_self">Avvenire</a></span></strong></div>
<div></div>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto">«How long to sing this song?». Per quanto a lungo dovremo cantare questo canto? Quanti tra i ragazzi che nel 1985 intonarono questo verso centinaia di volte al Live Aid sapevano che in <em>40</em>, la canzone da cui era tratto, gli U2 avevano musicato per intero il Salmo corrispettivo? Un testo sacro in un pezzo della band irlandese non è un caso e neppure isolato. </span></div>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto">Lo dimostra Andrea Morandi nel suo <em>U2. In the name of love</em> (Arcana), un volume che passa al setaccio per la prima volta canzone per canzone i testi di Bono, portando a galla riferimenti biografici e fonti. E arrivando a risultati sorprendenti: «La presenza della Bibbia nei primi dischi era una cosa nota. Ma che continuasse in modo persistente fino all’ultimo cd è stata una vera scoperta».</p>
<p>«Quella di Bono è una scrittura molto sofisticata e spesso misconosciuta» racconta Morandi. «Bono arriva a lavorare sulla singola parola come Bob Dylan e Leonard Cohen. Ma il personaggio è tanto strabordante da aver schiacciato la dimensione autoriale. Eppure solo lui e Dylan riescono a condensare la Bibbia nei 3 minuti di una canzone».</p>
<p>Molti dei versi analizzati sono impregnati del testo sacro, dal linguaggio e dal lessico fino a un sostrato costante di immagini e temi. La Bibbia è esplorata integralmente, dalla Genesi all’Apocalisse, passando per i Vangeli e le lettere di Paolo, senza dimenticare i profeti Isaia e Abacuc. Ma i prediletti sono i Salmi. «Per Bono Davide è la prima popstar e i Salmi i primi blues» spiega Morandi. «Lo stesso Bono sembra quasi identificarsi con lui. Davide ha un rapporto difficile con Dio, i suoi sono canti di lode e di lamento, così come molti dei salmi rock degli U2». E finisci così per scoprire dei doppi fondi nelle canzoni: «Chi l’avrebbe mai detto che <em>When love comes to town</em> narra della tunica di Gesù giocata ai dadi, o che <em>Until the end of the world</em> parla del tradimento di Giuda?».<br />
<em><br />
U2. In the name of love</em> evidenzia un percorso circolare che va dalla forte religiosità dei primi dischi, passando per la notte di <em>Zooropa</em> (dove <em>The first time</em> è una riflessione sulla perdita della fede a partire dalla parabola del figliol prodigo) e <em>Pop</em>, fino al ritorno alla luce degli ultimi dischi. «Tra gli altri in <em>No line on the horizon</em> ci sono <em>Magnificent</em>, brano che fin dal titolo si rifà al <em>Magnificat</em>, a <em>Unknown caller</em>, dove il chiamante sconosciuto del titolo è il Dio che salva». Il pezzo più impegnativo è <em>Grace</em>, il brano che chiude <em>All that you can’t leave behind</em>.</p>
<p>Il tema è nientemeno che la Grazia. È forse la prima volta che un tema teologicamente così impegnativo è al centro di una canzone pop. «Bono parte dalle riflessioni di C.S. Lewis, un autore da lui molto amato: <em>Le Lettere di Berlicche</em> sono ad esempio alla base di MacPhisto, il corrosivo personaggio dello ZooTv Tour». Un’altra scrittrice cristiana che ha ispirato Bono è Flannery O’Connor: «Di lei lo affascina il modo di rappresentare il rapporto tra le persone comuni e Dio».</p>
<p>«La cosa che rende convincente la scrittura di Bono» conclude Morandi «è la sincerità con cui mette in campo una fede fatta di domande rivolte a un Dio vicino, un amico con cui si può anche litigare».</p>
<p>«Nella musica degli U2 – ha detto una volta Bono – ci sono cattedrali e strade. Le strade conducono alle cattedrali e mentre ci cammini ti senti nervoso, come se qualcuno ti seguisse. Se ti volti non c’è nessuno. Poi finalmente entri nelle cattedrali e solo allora capisci che c’era davvero qualcuno che ti seguiva: Dio».</span></div>
<div><strong><span id="_ctl0_MasterContent_Autore">Alessandro Beltrami</span></strong></div>
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		<title>Paolo Nutini</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 21:14:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una voce italo-scozzese &#8211; di Walter Muto, tratto da Tracce.it

Uno scozzese, di origine italiana che canta come un nero. Già questo basterebbe ad incuriosire, e all’ascolto la curiosità anziché sfumare, cresce. Sì, perché le canzoni di questo cantautore, nato quasi per caso, è fresca, si fanno ascoltare, stupiscono e talvolta rapiscono.
Nato per caso, dicevamo. Quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/11/nutini.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1082" title="nutini" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/11/nutini.jpg" alt="nutini" width="265" height="260" /></a>Una voce italo-scozzese &#8211; di Walter Muto, tratto da Tracce.it<br />
</strong></p>
<p>Uno scozzese, di origine italiana che canta come un nero. Già questo basterebbe ad incuriosire, e all’ascolto la curiosità anziché sfumare, cresce. Sì, perché le canzoni di questo cantautore, nato quasi per caso, è fresca, si fanno ascoltare, stupiscono e talvolta rapiscono.<br />
Nato per caso, dicevamo. Quando nella sua città natale, Paisley, in Scozia, appunto, si organizza una festa che celebri il vincitore di uno show televisivo, anche lui della stessa città. Ma la star è in ritardo e Paolo viene chiamato sul palco con la sua chitarra ad intrattenere il pubblico.</p>
<p>E proprio fra il pubblico c’è colui che poi diventerà il suo manager. Una storia d’altri tempi per un ragazzo (oggi) di 22 anni che ha le idee molto chiare sulla musica che vuole produrre. «Io approccio una canzone come una lettera, sia che voglia scriverla alla mia ragazza o al pubblico. Trovo più facile comunicare emozioni cantando, perché è come se uscissi da me stesso. La musica è un grande veicolo, sia per chi la fa che per chi la ascolta. Ho trovato in me una certa onestà, che mi piace perché mi sento di doverne un po’ a me stesso per dire quello che sento.</p>
<p>It’s ok to be wrong. In the end it’s just a song. (Va bene anche se sbaglio, alla fine è solo una canzone – in inglese per non perdere la rima…)». Così racconta sul suo sito <a title="Vai al sito" href="http://paolonutini.warnerartists.com/" target="_blank">www.paolonutini.com</a>, insieme a tante altre notizie dall’inizio della sua carriera ad oggi. Il tutto rigorosamente in inglese, però.<br />
E allora quale è la musica che fa Paolo Nutini? Difficile individuare un solo genere, anche se la matrice principale è il soul, e soul è la maniera in cui Paolo canta, con un timbro che si pone a metà fra Otis Redding e Terence Trent D’Arby, per buttare là due antenati illustri.</p>
<p>Un uso sapiente delle <em>blue notes,</em> le classiche inflessioni melodiche tipiche del Blues, insieme ad una tessitura sonora semplice, ma che suona vera. È un disco suonato con energia, in cui molta parte del lavoro compositivo è nato da molte ore passate in studio a provare e riprovare, e si sente. Alla fine gli strumenti sono semplici (chitarra, basso, batteria e una spruzzatina di organo e fiati), ma le canzoni girano bene, e viene voglia di risentirle.<br />
Le storie raccontate sono storie comuni, l’amore, l’esperienza di tutti i giorni, ma la maniera di cantare di questo ragazzo è convincente. <em>Sunny Side Up</em> si intitola il disco, ed effettivamente in tutte le tracce non c’è una sola nuvola, il clima è molto solare, soprattutto nel piccolo gioiellino <em>Tricks of the Trade</em>, che sembra uscito da un film degli anni ’40. Anche i due singoli in circolazione, <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=ccZgxmxm32k" target="_blank">Candy</a> e Coming Up Easy</em> sono canzoni davvero ben riuscite. Un piccolo tributo al folk irlandese viene concesso in <em>Chamber Music</em>, verso la fine del disco, arricchita da fisarmonica e flautini.<br />
Questo lavoro potrebbe suonare come un disco vecchio, datato, che si ispira ad un passato glorioso tentando di imitarlo. Ma perché quando ascolto le canzoni di Amy Winehouse (o dei suoi vari cloni italiani) quei pezzi mi suonano stantii e pure imitazioni, e invece qui non ho quell’effetto? Azzardo una risposta: lì si tratta di puro lavoro di marketing, tipo «facciamo una canzone che suoni come gli anni ‘60». Qui invece, in Paolo Nutini, c’è esigenza di comunicare, ispirandosi ai maestri del passato. Poi avrà una strategia anche lui, ma questa musica, lo ripeto, suona vera. Buon ascolto!</p>
<p><strong>Paolo Nutini</strong><br />
<strong>SUNNY SIDE UP</strong><br />
Atlantic<br />
€ 16,50</p>
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		<title>Cat Stevens</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Feb 2009 13:17:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dal sito Tracce, pubblichiamo una recensione di un vecchio disco di Cat Stevens, ripubblicato ultimamente.
CAT STEVENS &#8211; Il ritorno del &#8220;disco perfetto&#8221;
di Walter Muto
12/02/2009
 L’amico Paolo Vites nel suo libro su Cat Stevens lo ha definito «un disco perfetto». E in effetti se non è perfetto, Tea for the Tillerman ci va molto vicino. È il 1971 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-251" title="tree" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/02/tree.jpg?w=128" alt="tree" width="128" height="96" />Dal sito <a href="http://www.tracce.it/default.asp?id=334&amp;id_n=9051">Tracce</a>, pubblichiamo una recensione di un vecchio disco di Cat Stevens, ripubblicato ultimamente.</p>
<p><strong>CAT STEVENS &#8211; Il ritorno del &#8220;disco perfetto&#8221;</strong><br />
<em><strong>di Walter Muto<br />
12/02/2009</strong></em></p>
<p> L’amico Paolo Vites nel suo libro su Cat Stevens lo ha definito «un disco perfetto». E in effetti se non è perfetto, Tea for the Tillerman ci va molto vicino. È il 1971 e Cat Stevens, dopo una serie di successi come cantante commerciale, passa molti mesi in una clinica per aver contratto la tubercolosi. Dopo la lunga convalescenza, si accorge che i valori in cui credeva erano poca cosa. In breve, cambia vita. La sua grande capacità melodica incomincia a vestire testi più esistenziali, anche più intimi, e dà vita a dei capolavori indimenticabili.</p>
<p> Chi non ha ascoltato almeno una volta Wild World, o il dialogo impossibile fra padre saggio e figlio ribelle di Father and Son? La vocalità particolare di Cat Stevens si sposa perfettamente con arrangiamenti puliti ed essenziali, in cui le chitarre acustiche dell’artista e del fido Alun Davies la fanno da padrone. Chitarre inconfondibili, che da questo disco in poi diventano il marchio di fabbrica di Cat Stevens fino all’improvviso, inaspettato addio alle scene dopo la conversione all’islam.</p>
<p>Fra gli altri pezzi, Where do the Children Play?, sull’impossibilità a vivere bene nelle grandi città, Hard Headed Woman, singolare canzone d’amore, But I Might Die Tonight, originale parafrasi della frase evangelica «questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita». E poi la dolcissima e sognante ballata Into White e l’ambientazione quasi gospel di Longer Boats e Miles from Nowhere.</p>
<p>La nuova edizione contiene un commento dell’artista, una descrizione brano per brano del produttore Paul Samwell-Smith e alcuni commenti del già citato chitarrista Alun Davies, vero e proprio alter ego del Cat Stevens di quegli anni. Inoltre, un secondo cd con diverse versioni delle canzoni contenute nel disco, dal vivo o in studio. Come tutti i capolavori, questo lavoro è ancora attualissimo. Possibile fra l’altro rivivere l’atmosfera del concerto anche in un dvd uscito qualche tempo fa dal titolo Majikat.</p>
<p><strong>Cat Stevens<br />
Tea for the tillerman<br />
Island/Universal<br />
€ 25,50 </strong></p>
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