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	<title>Sicomoro Giulianova</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Se 500 cristiani macellati non fanno notizia</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 08:40:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sui mass media la censura delle persecuzioni contro i cristiani continua in modi nuovi. E non parlo solo delle persecuzioni dei regimi comunisti o di quelli islamici.
Nei giorni scorsi, per esempio, in India, quindi in uno dei pochi stati democratici dell’Asia, sono stati arrestati centinaia di cristiani e addirittura tre vescovi cattolici, rei di aver [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/nigeria.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1690" title="nigeria" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/nigeria-300x300.jpg" alt="nigeria" width="300" height="300" /></a>Sui mass media la censura delle persecuzioni contro i cristiani continua in modi nuovi. E non parlo solo delle persecuzioni dei regimi comunisti o di quelli islamici.</p>
<p>Nei giorni scorsi, per esempio, in India, quindi in uno dei pochi stati democratici dell’Asia, sono stati arrestati centinaia di cristiani e addirittura tre vescovi cattolici, rei di aver promosso una marcia pacifica di 800 chilometri per sensibilizzare le autorità contro le discriminazioni ai danni dai “dalit” cristiani.</p>
<p>I “dalit”, cosiddetti “fuori casta” o “intoccabili”, sono quei 300 milioni di indiani che in base alla teologia induista da secoli sono considerati nulla e non hanno diritti.</p>
<p>Ebbene, i dalit convertiti al cristianesimo sono ancora più diseredati e discriminati degli altri, proprio perché cristiani. Alla pacifica richiesta di giustizia e uguaglianza da parte della Chiesa le autorità rispondono col pugno di ferro.</p>
<p>Questa vicenda però non buca le pagine delle cronache. Bisogna che scorra sangue cristiano – come l’anno scorso, proprio in India, nello stato dell’Orissa, con i feroci pogrom di fondamentalisti indù contro i cristiani – perché i perseguitati cristiani possano essere un po’ considerati dai nostri mass media.</p>
<p>Ma anche in questo caso c’è modo e modo. Ieri, per esempio, dalla Nigeria è arrivata la notizia di 300 cristiani (perlopiù donne e bambini) ammazzati da islamici a colpi di machete nel villaggio di Dogo Nahawee (poi si è appreso che le vittime sono almeno 500).</p>
<p>Su alcuni giornali – compreso il Corriere della sera – la notizia del massacro è stata data per quello che è, in quanto da qualche anno si è cominciato ad aprire gli occhi: ricordo che quando, dieci anni fa, pubblicai il mio libro-denuncia sul martirio in corso dei cristiani (“I nuovi perseguitati”, edizioni Piemme), molti colleghi, anche autorevoli direttori (ricordo  in particolare Paolo Mieli), mi confessarono il loro stupore per un fenomeno che neanche avevano mai immaginato.</p>
<p>Ma c’è chi continua a disinteressarsene e privilegia la propria ostilità pregiudiziale. Così l’Unità ieri ha dedicato al massacro Doko Nahawee una breve e remota notiziola presentandola con questo titolo: “Nigeria. Oltre 100 morti in disordini tra musulmani e cristiani”.</p>
<p>Una mattanza di cristiani, perpetrata a freddo, diventa un generico “disordine” dove non sembrano esserci né vittime né carnefici.</p>
<p>In questo modo ovviamente non si comprende nulla nemmeno del quadro geopolitico generale, dove un vasto tentativo di islamizzazione dell’Africa da parte dei Paesi arabi trova spesso un sorprendente alleato nella Cina interessata al petrolio. Connubio evidente in Sudan.</p>
<p>Ma anche il genocidio del Sudan, dove il regime islamista del Nord per venti anni ha massacrato le popolazioni cristiane e animiste del Sud per imporre la sharia, facendo circa due milioni di vittime, può essere rappresentato come un generico scontro fra cristiani e musulmani, in quanto i cristiani col tempo hanno organizzato una loro resistenza al genocidio.</p>
<p>E in effetti talora si è rappresentata la situazione sudanese così, come un’interminabile serie di scontri fra musulmani e cristiani.</p>
<p>In realtà, per capire cos’è il Sudan basti riportare una dichiarazione di Peter Hammond, direttore di Frontline Fellowship, intervistato da WorldNetDaily (27.5.2001): “Qualche tempo fa, la Corte Suprema sudanese ha stabilito che la crocifissione degli apostati, cioè di persone che erano musulmane praticanti e che si sono convertite al cristianesimo, è costituzionale. E questo (sudanese) è lo Stato che ha rimpiazzato quello statunitense nella Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite”</p>
<p>Ma – per tornare alla Nigeria – ieri c’è pure chi ha fatto peggio dell’Unità. La Repubblica, addirittura in prima pagina, ha titolato alla maniera dell’Unità, confondendo vittime e carnefici: “Nigeria, massacro infinito tra cristiani e musulmani”.</p>
<p>Poi l’articolo di Guido Rampoldi, che stava sotto, ha superato l’Unità, perché non si è limitato a scolorire il macello del giorno, contro i cristiani, in una indefinita sequela di disordini e di scontri. Ha fatto molto di più. Ha realizzato un reportage dove si rappresentano i cristiani (soprattutto loro) nella parte dei feroci carnefici.</p>
<p>E com’è possibile, visto che le 300 vittime di Dogo Nahawee sono cristiane? Semplice. Rampoldi non fa un reportage da lì, dov’è la notizia del giorno, ma da Kuru Karama, dove due mesi fa vi è stato un assalto di cristiani con vittime musulmane.</p>
<p>Ora, che la Nigeria sia un paese diviso a metà fra cristiani e musulmani e che molti cristiani abbiano cominciato a rispondere alla violenza con la violenza, è purtroppo vero. E le violenze sono tutte egualmente da condannare: i vescovi cattolici infatti non si stancano di implorare i fedeli di non rispondere agli attacchi con le armi.</p>
<p>Ma la scelta di Repubblica è davvero singolare, perché il fatto del giorno, secondo le più elementari leggi del giornalismo, è l’eccidio di cristiani avvenuto a Doko Nahawee.</p>
<p>E fa una certa impressione che il reportage di Rampoldi liquidi il massacro, ancora caldo, di trecento o “forse cinquecento” cristiani in tre righe tre, rappresentando poi per tutta la pagina i cristiani come sanguinari sterminatori.</p>
<p>In genere sui mass media quello che si vuole evitare di vedere e di riferire è che in tutti i paesi islamici i cristiani e le altre religioni sono discriminate e perseguitate, mentre da nessuna parte i cristiani perseguitano i musulmani.</p>
<p>Dove sta il problema? Nell’establishment intellettuale dell’Occidente che pretende di vedere i cristiani sempre sul banco degli accusati e che non sopporta di riconoscerli come vittime.</p>
<p>E’ il pregiudizio anticristiano – soprattutto anticattolico – che ha impedito finora di accorgersi di una clamorosa e dolorosa verità: che, cioè, i cristiani (e specialmente i cattolici), negli ultimi 50 anni, sono stati e sono il gruppo umano più discriminato del pianeta, perché sono perseguitati sotto tutti i regimi e a tutte le latitudini, mentre loro non perseguitano alcuna religione o ideologia, ma, anzi, con un esercito pacifico di missionari e opere di carità, aiutano tutti i sofferenti e i diseredati, dovunque, di qualsiasi credo o idea o etnia, senza nulla chiedere in cambio.</p>
<p>Solo per amore. Chi altro predica e testimonia l’amore e l’amore anche per i nemici?</p>
<p>Uno dei pochi coraggiosi intellettuali a denunciare questa assurda situazione dei cristiani è stato lo scrittore ebreo-americano Michael Horowitz in un suo memorabile scritto nel libro di Paul Marshall e Lela Gilbert, Their Blood cries out (Dallas 1997).</p>
<p>Horowitz afferma che per governi e mass media l’idea che i Cristiani siano oggi delle vittime “semplicemente non è concepibile. Armati della conoscenza dei peccati commessi nel nome della Cristianità e orrendamente inconsapevoli del ruolo fondamentale della Cristianità nella storia dell’Occidente, le élite dei giorni nostri sono indotte a pensare ai Cristiani come coloro che perseguitano, non come le vittime”.</p>
<p>Così “un’élite intellettuale che nei suoi interventi ha avuto a cuore i Buddisti del Tibet, gli Ebrei della passata Unione Sovietica e i Musulmani di Bosnia, trova facile respingere l’idea che i Cristiani possano essere egualmente vittime”.</p>
<p>E quando nella cronaca tracima il loro sangue, si può sempre parlar d’altro o confondere le acque. Perché in fondo nemmeno i cattolici conoscono veramente le dimensioni della persecuzione alla Chiesa. E difficilmente si attivano per aiutare i propri perseguitati.</p>
<p>Alla fine però resta sempre in sospeso un  inquietante interrogativo: perché, nel mondo, tanto odio contro i cristiani?</p>
<p>E perché, in Italia, la Sinistra giornalistica e politica è così acrimoniosa contro la Chiesa e ostile ai cattolici, se poi pretende di avere il loro consenso e il loro voto?</p>
<p><a href="http://www.antoniosocci.com" target="_blank">Antonio Socci</a></p>
<p>Da Libero, 9 marzo 2010</p>
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		<title>Francia</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 08:02:15 +0000</pubDate>
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Da oltre vent’anni gli aborti in Francia non diminuiscono, rimanendo sui 200mila l’anno. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/arton458.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1686" title="arton458" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/arton458.jpg" alt="arton458" width="200" height="194" /></a>L’Inspection général des affaires sociales (Igas, organismo dipendente dal Ministero della Salute francese) nel suo rapporto annuale (2 febbraio 2010) recita: «Il contesto francese rimane paradossale: la diffusione della contraccezione di massa non ha fatto diminuire il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza».</p>
<p>Da oltre vent’anni gli aborti in Francia non diminuiscono, rimanendo sui 200mila l’anno. Scrive Nicoletta Tiliacos (“Il Foglio” del 6 febbraio): «Nonostante l’educazione sessuale sempre più precoce, nonostante un accesso alla contraccezione che più facile non si può, compresa la variante “d’emergenza” –la pillola del giorno dopo è fornita alle ragazzine gratis e senza ricetta nelle farmacie e da poco si è aggiunta quella dei “cinque giorni dopo” (ElleOne, invenzione francese, ndr)– nonostante uno dei tassi di diffusione della contraccezione medica (pillola e spirale) più alti del mondo, nonostante le martellanti campagne sul sesso sicuro (…) il 72% delle igv sono effettuate su donne sotto contraccezione».</p>
<p>Ma, nonostante la «scoperta dell’acqua calda», i «rimedi proposti, come al solito, vanno nella direzione del rafforzamento ulteriore di politiche che finora si sono rivelate fallimentari. Così, alle ragazzine e ai ragazzini alle prese con i dilemmi amorosi e con quel mistero necessario che è il sesso, si indicano il distributore di preservativi e si consegna sui banchi di scuola la brochure sulla contraccezione d’emergenza».</p>
<p>Un intero capitolo del rapporto è dedicato all’inesistente incidenza della pillola del giorno dopo -così diffusa e facile da ottenere- sulla diminuzione degli aborti. «Al contrario: nel confronto tra il 2002 e il 2006, il tasso di abortività tra le quindici-diciassettenni è passato da 8,9 a 11,5 per mille». La Ru486 (nata anch’essa in Francia) è in crescita costante, anche perchè «l’aborto chirurgico è poco attraente a livello finanziario per il personale sanitario». Eggià: «nata ufficialmente per offrire una maggiore “scelta” alle donne, la Ru486 si è rapidamente trasformata in opzione obbligata, perché è quella preferita dai medici».</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.rinocammilleri.com/" target="_blank">Rino Cammilleri</a></p>
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		<title>Invictus</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 07:43:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/invictus.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1683" title="invictus" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/invictus.jpg" alt="invictus" width="150" height="215" /></a>Doveva chiamarsi Il fattore umano, come il romanzo di Graham Greene. Alla fine si è optato per Invictus, mai domo, mai sconfitto come gli eroi antichi che nemmeno davanti agli dei crudeli e invidiosi piegavano la testa. E Clint Eastwood è uno che la testa non la piega mai. Sempre più anziano, sempre più grande, sempre più venerabile il vecchio Clint (quest’anno le primavere sono ottanta) incarna da solo più mezzo secolo di cinema americano e non solo. E’ il più grande regista vivente e anche il più umile, acclamato dalla critica e amato dal pubblico (Gran Torino, il suo ultimo capolavoro ha incassato qualcosa come 270 milioni di dollari in tutto il mondo) ed è anche un uomo che a mettersi in discussione e stupire, prendendo in contropiede un po’ tutti. A inizio anni ’70, smessi i panni del cowboy con due espressioni due, ha dato il via a una lunga serie di polizieschi duri e realistici. Era l’ispettore Callaghan e la critica lo prese per un personaggio reazionario di dubbio gusto. Poi la carriera da regista: tanti western, thriller e gialli come gavetta e poi un capolavoro dietro l’altro negli ultimi 20 anni, da Gli spietati a Million Dollar Baby passando per Un mondo perfetto e Mystic River. Film tragici eppure con al centro personaggi indomiti, uomini capaci di guardare in faccia al destino cattivo della vita e a tutte le promesse spezzate e prenderlo a pugni o pistolettate. Sembrava destinato Clint a rimpolpare la lista dei grandi registi cupi e amari e invece no. Nella vecchiaia, Eastwood trova una strada per i suoi personaggi e, chissà, forse per sé. La strada di una compagnia umana, antidoto per le sofferenze in guerra (Flags of our fathers) o in famiglia (Changeling, Gran Torino). Eroi positivi in tutto e per tutto, eroi che sperano e si sacrificano per il bene dei figli. Nelson Mandela, il protagonista dello splendido Invictus, in uscita in Italia il 12 febbraio, non è diverso da Walt Kowalski di Gran Torino. Diventato presidente del Sudafrica, trova una nazione sfasciata e divisa in due, persino nello sport. I neri che amano il soccer e vivono in povertà e il lusso dei bianchi che predilige il gioco nobile del rugby. Senza troppi discorsi e facendo valere solo il suo carico di dolore e sacrificio, il Presidente riuscirà nell’impresa di riunire intorno a sé un popolo ferito da un passato di dolore. One team, one country. Una squadra, una nazione. Una squadra imbattibile, il Sudafrica che vincerà la Coppa del Mondo contro ogni pronostico nel 1995. Il film di Eastwood segue passo dopo passo i primi anni di presidenza di Nelson Mandela, non un eroe senza macchia, separato e con una figlia diffidente, ma davvero innamorato del suo popolo, di tutto il suo popolo, bianchi e neri e ricchi e poveri. Uno di poche parole ma molti fatti. Uno che si circonda di guardie del corpo bianche e nere non per un’immagine ma per la sostanza. Perché la sua vita letteralmente possa dipendere da una nazione bianca e nera. L’uomo della riconciliazione e del perdono. Quando le sue assistenti gli chiederanno se tutta questo interesse per il rugby non nascesse da un calcolo politico, risponderà che no, non è politico ma è un calcolo umano. Il fattore umano è un uomo cambiato che cambia chi gli sta intorno. Come il vecchio di Gran Torino insegnava a un ragazzino la vita, fornendolo di attrezzi e di consigli, Mandela non si riempie la bocca di una retorica all’insegna della tolleranza o dei buoni propositi, ma invita il capitano del Sudafrica François Pienaar a bere un the. Regala al giovane il poema che gli ha fatto compagnia nei lunghi anni di prigionia accompagnandolo con un consiglio: pensa in grande, riscatta le sofferenze del popolo con una vittoria. E la vittoria arriverà, dopo una miriade di calci, pugni e spallate da tutto il mondo, terribili ultimi i neozelandesi del gigante Jonah Lamu, il gigante Golia contro il piccolo Davide, la rinnovata nazione sudafricana. “Resistere, resistere. Questo è il nostro destino”, inciterà il capitano in uno dei momenti più cruenti della battaglia sportiva. Un grande film narrato attraverso uno stile secco e sobrio che non lascia spazio al sentimento ma solo a vero struggimento e che regala un paio di sequenze memorabili: quella in cui Pienaar e compagni visitano la cella di prigionia di Mandela e la preghiera finale di ringraziamento della squadra dopo la vittoria, per la prima volta pronunciata da un nero, l’unico della squadra. Grazie, Signore, per averci fatto vincere e per essere rimasti illesi. Grazie per averci regalato qualcosa di grande.</p>
<p>Simone Fortunato tratto da <a href="http://www.sentieridelcinema.it/film.asp?ID=1142" target="_blank">Sentieri del Cinema</a></p>
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		<title>Bimbi terminali: terapia del dolore, non eutanasia</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 17:42:05 +0000</pubDate>
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In realtà, lo studio dice ben altro, ma dobbiamo fare un passo indietro per capirlo. Quale genitore, al vedere il proprio figlio che non trova per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/bambini20che20giocano.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1680" title="bambini20che20giocano" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/bambini20che20giocano-300x274.jpg" alt="bambini20che20giocano" width="300" height="274" /></a>Un’importante rivista medica riporta uno studio intitolato: «Considerazioni fatte dai genitori di bambini in fin di vita per cancro, sull’affrettarne la morte» e subito si pensa: «La gente vuole l’eutanasia».</p>
<p>In realtà, lo studio dice ben altro, ma dobbiamo fare un passo indietro per capirlo. Quale genitore, al vedere il proprio figlio che non trova per ore e giorni requie al suo dolore non spera che, se non c’è altra strada, il figlio muoia? È comprensibile. Ma attenzione: i genitori sono più inclini a chiedere di affrettare la morte se c’è dolore gravissimo – scrivono gli autori dello studio – piuttosto che se il bimbo è in coma e quelli che reclamano un miglior trattamento del dolore sono il doppio di quelli che sono portati a chiederne la morte. Questo è già un punto interessante: non si chiede di metter fine a una «vita non degna di essere vissuta» – come argomenta qualche fautore dell’eutanasia di chi ha incoscienza e mancanza di autodeterminazione –, ma di far cessare il dolore.</p>
<p>Ma se è comprensibile la richiesta di morte, la risposta non è mai l’eutanasia, non solo per motivi morali, ma anche perché un’altra strada c’è: il buon uso dei farmaci contro il dolore. Gli autori scrivono infatti a conclusione dello studio: «L’attenzione verso il dolore e la sofferenza e verso il loro trattamento possono mitigare tra i genitori di bambini con cancro le idee sull’affrettarne la morte».</p>
<p>Insomma, si chiede la morte solo se non si sa o non si vede che il dolore può essere curato. Ma talora non abbiamo buoni esempi. Un nostro recente studio mostrava come un’alta percentuale di reparti di rianimazione per neonati troppo spesso non usa abbastanza analgesia. E anche all’estero la situazione è simile. Un’altra nostra analisi in via di pubblicazione mostra addirittura come quasi non esistano studi per la cura del dolore specificamente indirizzati ai pazienti disabili mentali, nei quali la semplice vista di un ago, di un camice, o una puntura può determinare reazioni gravi.</p>
<p>Dunque bisogna curare il dolore; e conoscerlo bene per non ingannarsi. Esistono strumenti talora raffinati, come il dosaggio di ormoni nella saliva o tabelle studiate per anni: la valutazione estemporanea fatta da parenti o medici non è tante volte attendibile, un dolore insopportabile viene sottovalutato e uno che il paziente riesce a dominare genera angoscia in chi vede e sembra intollerabile.</p>
<p>Ma la vita di una persona non può dipendere dalla fatica di un’altra, sia pure un genitore che può risentire della propria ansia e paure.</p>
<p>Non curare e non riconoscere oggettivamente il dolore e passare a pensieri di morte può essere ‘comprensibile’, ma non è ‘razionale’. Ma se si tratta di trovare scorciatoie, la nostra società è all’avanguardia, certo più che nella lotta al dolore. Perché è più facile far accomodare all’uscio dell’eutanasia un anziano che impegnarsi in un cammino sia medico contro la depressione che sociale contro la solitudine. È più facile lasciare che i genitori che vedono il figlio soffrire ne chiedano la morte, piuttosto che insistere per un corretto trattamento che ci coinvolge con il paziente e la sua famiglia, non ci lascia ‘indenni’ dal contatto con chi soffre. Viviamo in una società delle scorciatoie: vale per il dolore fisico così come per quello psicologico. Vogliamo provare a creare una società della solidarietà?</p>
<p>Dal blog di <a href="http://carlobellieni.com/" target="_blank">Carlo Bellieni</a></p>
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		<title>Aborto, ecatombe in Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 17:36:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Con 2.863.649 aborti praticati e censiti ogni anno in Europa, di cui 1.207.646 nella sola Ue, nel Vecchio Continente l’aborto sta diventando la principale causa di morte. Più del cancro, più dell’infarto, e in 12 giorni viene soppresso un numero di embrioni pari a quello dei morti in incidenti stradali lungo l’intero anno. A sottolineare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/aborto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1676" title="aborto" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/aborto-300x203.jpg" alt="aborto" width="300" height="203" /></a>Con 2.863.649 aborti praticati e censiti ogni anno in Europa, di cui 1.207.646 nella sola Ue, nel Vecchio Continente l’aborto sta diventando la principale causa di morte. Più del cancro, più dell’infarto, e in 12 giorni viene soppresso un numero di embrioni pari a quello dei morti in incidenti stradali lungo l’intero anno. A sottolineare il peso che il fenomeno ha sulle società europee potrebbero bastare le nude cifre, che sono in aumento in numerosi Paesi, la Spagna in prima fila.</p>
<p>Ma dalle cifre dello studio «L’aborto in Europa e in Spagna» presentato ieri a Bruxelles dallo spagnolo Istituto di politica familiare (Ipf) si ricavano indicazioni che impressionano su vari piani: sulle tendenze in atto, sul loro impatto anche demografico per cui il numero degli aborti coincide con il deficit demografico dell’Ue, su quel che esse segnalano in termini di evoluzione complessiva nelle nostre società nei confronti di valori fondamentali.</p>
<p>E sulla cadenza incalzante degli aborti praticati nel nostro continente: uno ogni 11 secondi, 327 ogni ora, 7486 al giorno. Il tema del rispetto dei valori nella società europea è stato al centro della conferenza stampa in cui, nella sede dell’Europarlamento, è stato illustrato lo studio dell’istituto spagnolo. Aprendo la riunione Jaime Mayor Oreja, capo della delegazione spagnola nel gruppo parlamentare del Ppe, ha osservato che «la manifestazione più crudele della crisi dei valori è il diritto all’aborto».</p>
<p>Con questa espressione non aveva bisogno di chiarire quanto allarme abbia destato tra i Popolari il voto con cui il 10 febbraio scorso l’Europarlamento ha approvato su proposta di un socialista belga una risoluzione sulla parità di diritti tra uomini e donne in cui si legge che alle donne dovrebbe essere garantito «il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto», e che esse «devono godere di un accesso gratuito alla consultazione in tema di aborto», nel quadro di un generale impegno dei governi a «migliorare l’accesso delle donne ai servizi della salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili».</p>
<p>Il vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro ha approfondito il tema dei valori citando Benedetto XVI sui pericoli del fondamentalismo e del relativismo: e annoverando tra le sue conseguenze la diminuzione del numero dei matrimoni e delle nascite. «Le cifre del relativismo – ha detto – sono le cifre della decadenza del nostro continente, del fallimento dei governi europei» che tra l’altro continuano a dedicare alla politica della famiglia solo una piccola parte delle spese sociali che nell’Ue assorbono un 28% del prodotto interno lordo.</p>
<p>«Il legame tra aiuti prestati alle famiglie e numero delle nascite è chiarissimo», ha insistito Mauro condannando le tendenze che puntano a «un nuovo concetto di famiglia, che non è famiglia», e a fare dello Stato di diritto una sorta di «supermercato dei diritti». Il presidente dell’Ipf, Eduardo Hertfelder si è poi soffermato sulle preoccupazioni che si acuiscono per la tendenza sugli aborti nel suo Paese, la Spagna.</p>
<p><strong>Franco Serra tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Mondo/Aborto+ecatombe+in+Europa_201003030736315670000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a><br />
</strong></p>
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		<title>Tempo di patate o di bambini?</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 17:29:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bioetica e rispetto della vita]]></category>
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		<description><![CDATA[Invece dei bambini abortiti a milioni, molti quotidiani (  Corriere della sera, Repubblica,  Libero, Stampa, Messaggero, Riformista, Manifesto, mercoledì 3) hanno messo in prima pagina le patate transgeniche: nessuno sembra essersi accorto che a Bruxelles l’Istituto di Politica Familiare aveva presentato il suo annuale rapporto demografico con uno studio su «L’aborto in Europa», [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/fetoscopia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1673" title="fetoscopia" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/fetoscopia-300x225.jpg" alt="fetoscopia" width="300" height="225" /></a>Invece dei bambini abortiti a milioni, molti quotidiani (  Corriere della sera, Repubblica,  Libero, Stampa, Messaggero, Riformista, Manifesto, mercoledì 3) hanno messo in prima pagina le patate transgeniche: nessuno sembra essersi accorto che a Bruxelles l’Istituto di Politica Familiare aveva presentato il suo annuale rapporto demografico con uno studio su «<a href="http://www.avvenire.it/Mondo/Aborto+ecatombe+in+Europa_201003030736315670000.htm" target="_blank">L’aborto in Europa</a>», di cui ha dato notizia solo Avvenire.</p>
<p>Si sa, ai giornali piace raccontare non la normalità delle cose, ma i fatti straordinari. Hanno ritenuto, evidentemente, che 2.863.649 aborti praticati e censiti in un anno in Europa (solo quelli &#8216;ufficiali&#8217;: più di 7.800 al giorno, 327 ogni ora, uno ogni 11 secondi) costituiscano l’ordinarietà della vita nel Vecchio Continente; e che l’aborto, divenuto ormai la principale causa di morte (peggio del cancro e dell’infarto; in dodici giorni più dei decessi per incidenti stradali di un intero anno), sia, insomma, un avvenimento normale e trascurabile.</p>
<p>D’altronde nel mondo del femminismo è ormai pacifico che l’aborto volontario costituisce nemmeno più un «trauma» o «una sconfitta», bensì nient’altro che (letteralmente) «un momento» o «un aspetto fisiologico della vita femminile». È questo ciò che fa più paura. Invece di chiedersi che cosa succede quando si uccidono milioni di speranze del futuro, la &#8216;grande stampa&#8217;, il giornalismo di successo, quello che si preoccupa del gossip , cioè del pettegolezzo telefonico degli uomini del potere, si chiede «se l’uomo si fa del male» con le patate ogm o indaga su «il Paese dei figli di papà» (Repubblica, stesso giorno), ma non sui figli di mamma buttati nel lavandino; o se davvero Dell’Utri possiede il capitolo scomparso di &#8216;Petrolio&#8217; di Pasolini ( La Stampa ) e censurano le notizie sulla moderna strage degli innocenti: questo – dicevano (mercoledì 3) dodici pagine speciali di Repubblica – è «Tempo di benessere, è l’ora della vacanza­relax ». Che se ne senta il bisogno, per non vedere l’assedio di quei piccoli fantasmi che, a milioni, si aggirano per l’Europa?</p>
<p>Piergiorgio Liverani &#8211; Tratto da<a href="http://www.avvenire.it/" target="_blank"> Avvenire.it</a></p>
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		<title>Corruzione</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 17:07:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Se la corruzione è un grave danno dal punto di vista materiale e un enorme costo per la crescita economica, ancora più negativi sono i suoi effetti sui beni immateriali, legati più strettamente alla dimensione qualitativa e umana della vita sociale» (Pont. Cons. Giustizia e Pace, Lotta alla corruzione, 4).
Leggendo i giornali di questi ultimi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/Corruzione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1670" title="Corruzione" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/Corruzione-300x245.jpg" alt="Corruzione" width="300" height="245" /></a>«Se la corruzione è un grave danno dal punto di vista materiale e un enorme costo per la crescita economica, ancora più negativi sono i suoi effetti sui beni immateriali, legati più strettamente alla dimensione qualitativa e umana della vita sociale» (Pont. Cons. Giustizia e Pace, <em>Lotta alla corruzione</em>, 4).</p>
<p>Leggendo i giornali di questi ultimi giorni la prima impressione è quella di un’enorme confusione. Il lettore normale, come penso di essere, non riesce a raccapezzarsi. Che cosa è accaduto? Che cosa sta accadendo? Siamo di fronte a qualcosa di nuovo o semplicemente al ripetersi di un vizio antico e inveterato?</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo uscire da ogni visione moralistica ed entrare in un autentico giudizio morale. La storia dei popoli, da quando la conosciamo, è segnata dalla corruzione. Sant’Agostino parlava di <em>magna latrocinia</em>: «Se togliamo il fondamento della giustizia, che cosa sono gli stati se non delle grandi associazioni a delinquere?» (<em>De civ. Dei</em>, 4,4).</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure <strong>qualcosa di nuovo e di tragico sta accadendo sotto i nostri occhi.</strong> Non tanto la presenza del male, che caratterizza la vita di ogni uomo in ogni tempo. <strong>È nuovo il disorientamento che regna nel cuore di tanti uomini.</strong> Qual è la strada verso una vita buona? Quale la via verso rapporti tra gli uomini che diano la soddisfazione di vivere sulla terra?</p>
<p style="text-align: justify;">Viviamo infatti in un’epoca in cui dominano l’ansia e la paura. L’ansia di non potere avere a sufficienza, la paura che venga la morte a portarci via tutto. Tutto deve essere ottenuto in un tempo breve perché non c’è altro tempo. <em>Del doman non v’è certezza</em> scriveva Lorenzo De’ Medici all’inizio dell’età moderna. L’incertezza nei nostri tempi porta taluni a un’avidità insaziabile che acceca.</p>
<p style="text-align: justify;">L’insicurezza riguardo al proprio futuro è tipica delle età in cui viene meno la speranza. La crisi della natalità che caratterizza il nostro Occidente è un indice tragico di questa incapacità a guardare oltre la propria individualità e oltre l’attimo presente. Non ci sono più figli a cui tramandare qualcosa, non c’è una storia personale da salvare.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la povertà delle esperienze affettive, che muoiono presto e hanno bisogno subito di essere sostituite da altre esperienze, porta le persone a rischiare oltre il ragionevole pur di avere qualcosa tra le mani che giustifichi il presente. Ci si attacca al denaro come all’unica sicurezza. Già Dante ricordava che <em>superbia invidia ed avarizia sono / le tre faville ch’ hanno i cuori accesi</em> (<em>Inf</em>., VI). Abbiamo spento troppi fuochi. I fuochi della carità, della bellezza, della gioia di stare assieme, di curvarci sugli altri, di godere di una canzone, di un tramonto, di un bacio. Il freddo che ne è nato porta a rischi spaventosi. Pur di avere qualcosa da stringere.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dobbiamo tornare a riscoprire il valore sociale delle virtù cristiane</strong>, buone per chi crede e per chi non crede, capaci di fondare una convivenza ragionevolmente umana. Se Dio sparisce dall’orizzonte dell’uomo, ognuno può credere di essere dio. All’euforia succede la depressione. Le civiltà si chiudono così su se stesse e perdono ogni creatività.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sfida di oggi è assolutamente radicale. Ci porta alle radici delle questioni</strong>, ci fa vedere il percorso semplice che può aiutare a scrivere una strada di rinascita. Primo: la vita è un dono positivo per chiunque, malato o sano, povero o ricco, colto o ignorante e non va sprecata. Secondo: da soli non si va da nessuna parte. Imparare ad accogliere e ad amare è una strada essenziale per amare se stessi. Terzo: quando scopriamo di essere perdonati, diventiamo anche capaci di costruire qualcosa che rimane e sa coinvolgere altre persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Volere il bene degli altri è la strada principale per voler bene a se stessi. Badare soltanto al proprio arricchimento porta inesorabilmente all’autodistruzione e a un male generalizzato.</p>
<p>Don Massimo Camisasca</p>
<p><!-- /editoriali-full-node-page-content --></p>
<div>
<div>Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2010/3/2/Corrotti-si-nasce-o-si-diventa-/2/70136/">Il Sussidiario</a></div>
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		<title>OGM, l’unica vittima della patata amflora è la verità</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 16:52:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/patatassassinaR375_05mar10.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1666" title="patatassassinaR375_05mar10" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/patatassassinaR375_05mar10-300x204.jpg" alt="patatassassinaR375_05mar10" width="300" height="204" /></a>Nel bailamme sull’approvazione della patata Amflora della BASF da parte della commissione europea se ne sono sentite di cotte e di crude. Dalla difesa del consumatore a quella dei prodotti tipici si trovava di tutto. Peccato però che le prime vittime siano state i fatti. Nella buona scienza (così come nella vita onesta) a ognuno son concesse le proprie opinioni, ma non i propri fatti. Detto altrimenti, la buona scienza, come la vita onesta, devono fare i conti con la realtà. Proviamo allora, in sintesi, a ripartire dai dati.</p>
<p>La patata è un tubero essenzialmente fatto da amido e l’amido è uno degli costituenti più importanti della dieta, (che non vuol dire che ne possiamo mangiare quanto ne vogliamo, però). La patata produce nel tubero due tipi di amido: amilosio (20%) e amilopectina (80%). Il primo è come un filo (polimero lineare), che tende ad assumere la forma di spirale quando è sciolto in acqua. Quando è in concentrazione sufficiente tende a far gelificare la soluzione, come la gelatina appunto. Il secondo, l’amilopectina, è un polimero ramificato, come appunto i rami di un albero. È fatto sempre dallo stesso zucchero, il glucosio, per cui quando lo mangiamo alla fine dà lo stesso risultato in termini nutritivi e di calorie, ma hanno strutture lievemente diverse e quindi le loro proprietà fisiche sono diverse. L’amilopectina non tende a gelificare ma ad aumentare la viscosità e come tale viene aggiunta in tanti processi. Viene usata ad es. dell&#8217;industria cartaria e nell&#8217;industria estrattiva (perforazioni), come addensante. Visto che per molte applicazioni industriali è utile solo l&#8217;amilopectina, da molto tempo si sono cercati modi per separarla dall’amilosio. Il procedimento per via chimico-fisica costa ed è complicato, per cui vie alternative sono desiderabili. Siccome è di fatto possibile spegnere qualsiasi gene di un organismo (in effetti è una delle cose più semplici da fare), diversi ricercatori nei primi anni ’90 hanno spento il gene responsabile per la sintesi dell&#8217;amilosio nella patata in modo da ottenerne una che fa solo amilopectina.</p>
<p>Occorre sottolineare con forza che il risultato non è una “follia” accessibile solo tramite i metodi avanzati dell’ingegneria genetica (impropriamente: un OGM), ma che tale risultato &#8211; una pianta che accumula solo amilopectina &#8211; è possibile ottenerla in diversi modi o è addirittura una variante spontanea che si ritrova in natura. È già successo per i mutanti waxy di mais e frumento (per mutazione spontanea) e l&#8217;hanno fatto anche per la patata con metodi classici. Utilizzando sostanze mutagene che colpiscono a caso i geni della pianta, hanno colpito, inattivandolo, anche il gene per la sintesi dell’amilosio. La cosa stupefacente è che la patata amflora ha avuto un iter per l’approvazione di circa 15 anni, mentre la patata ottenuta per mutagenesi (che, ripeto, è la stessa cosa per quanto riguarda l’amilosio) è andata subito in coltivazione senza alcun controllo preventivo sui reali rischi che le patate comportano. E che le patate comportino rischi si sa da lungo tempo: possono essere fatali. Un lavoro “classico” del 1925 pubblicato sulla rivista Science (Hansen A. A. &#8211; 1925 &#8211; Two fatal cases of potato poisoning. Science 61:340-341) racconta di una famiglia americana intossicata da patate contenenti alte quantità di glicoalcaloidi. Due dei sette membri morirono. I glicoalcaloidi sono sostanze normalmente prodotte dalla pianta e presenti un poco dappertutto (es. nelle foglie, ma anche nei tuberi, seppure in dose minore e che normalmente non desta preoccupazioni). Ma in certe condizione (quando rinverdiscono o sono malate) o per effetto di manipolazioni genetiche (ad es. per semplice incrocio e selezione) la quantità di glicoalcaloidi può aumentare improvvisamente e diventare un rischio reale.</p>
<p>Se una patata simile ad amflora si ottiene per via convenzionale, utilizzando tecniche vecchie e molto meno precise, non è possibile che la patata transgenica sia intrinsecamente pericolosa e quella convenzionale senza pericoli. E se nessuno si lamenta della stessa patata quando prodotta per via convenzionale, è ovvio che la gente che si oppone lo fa per motivi diversi dalla difesa dell&#8217;ambiente, della salute o dei prodotti tipici. Qualcuno obbietterà che quella convenzionale non contiene geni per resistenze ad antibiotici, ma la cosa non è così semplice, perchè la mutagenesi a cui è stata sottoposta la patata “convenzionale” cambia la sequenza e la funzione di moltissimi geni ed è plausibile immaginare che un gene (ad esempio una acetilasi o una kinasi) possa trasformarsi in un gene capace di conferire resistenza ad antibiotici.</p>
<p>Le prime vittime delle patate a noi note risalgono al 1925. Le vittime più recenti (i fatti) sovrabbondano nei giornali di questi giorni.</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=71101" target="_blank">IlSussidiario.net</a></p>
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		<title>La disabilità estrema e noi</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 20:01:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Che mia figlia non viva nella casa del nonno, paralizzato e muto per una sindrome neurologica. È troppo triste, troppo afflittivo per un bambino, assistere a certe situazioni». È, in sostanza, la richiesta di un padre separato al tribunale. E non è un caso isolato.
Dunque in quel laboratorio di diritti e affetti che sono le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/nonno-bimbo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1662" title="nonno-bimbo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/nonno-bimbo.jpg" alt="nonno-bimbo" width="200" height="162" /></a>«Che mia figlia non viva nella casa del nonno, paralizzato e muto per una sindrome neurologica. È troppo triste, troppo afflittivo per un bambino, assistere a certe situazioni». È, in sostanza, la richiesta di un padre separato al tribunale. E non è un caso isolato.</p>
<p>Dunque in quel laboratorio di diritti e affetti che sono le divisioni fra coniugi, in cui vengono alla luce prima che altrove questioni che altrimenti si discutono fra le mura di casa, emerge una nuova domanda che pretende di essere affermata giuridicamente: il diritto a non vedere la malattia e la sofferenza. Qualcosa di ulteriore rispetto al «diritto a morire» teorizzato nella battaglia per l’eutanasia: la pretesa di non far vedere quegli stati di vita, che ai sani possono apparire inaccettabili.</p>
<p>O almeno questa pretesa comincia con i bambini, vestendosi di premura paterna: che la bambina non entri in quella casa dove il nonno, cui pure vuole bene, ora non risponde, non parla. Benché privo di una sofferenza fisica evidente, il silenzio degli stati vegetativi o delle sindromi analoghe è giudicato insopportabile; si va dal giudice, perché non sia mostrato ai figli e ai nipoti. Questa premura di genitori è singolare. Vuole nascondere la sofferenza di un vecchio, renderla come inesistente. Invisibile, come se quell’uomo fosse già morto.</p>
<p>Ma davvero, censurando una parte fondamentale della vita, gli adulti proteggono i figli, o invece non proteggono se stessi da ciò che agli occhi loro, e non del figlio, è intollerabile? Sembra paradossale: in un tempo in cui tutto è visibile anche ai bambini, dalla pornografia alla violenza, prende forma un ultimo tabù: la malattia, l’invalidità, e quell’area grigia dell’assenza da sé, che a molti sembra una morte da vivi. L’ultimo tabù, l’inguardabile, l’osceno, è la malattia, e tanto più quella che paralizza, allontana – ineludibile primizia della morte.</p>
<p>Eppure, chiunque non sia più un ragazzo ricorda di essere stato portato al capezzale dei nonni, di averli visti magari in agonia; di avere avuto in casa un vecchio reso assente e bisognoso di tutto dalla demenza. Veramente quel vedere ci ha danneggiato? No: ci ha mostrato che esistono anche la sofferenza e la fine, dunque ci ha spiegato qualcosa, della vita, di fondamentale. Certo, accanto ai bambini una volta c’erano adulti che sapevano stare di fronte alla sofferenza. Che, pure nella paura e nel dolore, avevano la memoria di un senso; che rendeva la fine dei vecchi, e non solo quella dei vecchi, non assurda.</p>
<p>La speranza cristiana, magari neanche pienamente confessata ma respirata da sempre, in una naturale osmosi, alleviava e faceva umanamente tollerabili le invalidità e le agonie. Dolore, ma non insensato e cieco: e dunque le stanze dei malati potevano ben essere aperte ai bambini. Che proprio da quei momenti erano, e sono ancora provocati a farsi delle domande: per che cosa si vive e si muore, e cosa ne è di un nonno amato, quando sembra addormentato per sempre, e non riconosce più chi gli è caro. Domande che ne generano altre, che bruciano, che sfidano. Che fanno diventare grandi.</p>
<p>Ma forse oggi si preferiscono figli inebetiti dal rumore, storditi dai consumi. e il più a lungo possibile ignari della sofferenza, del limite che, in quanto uomini, hanno scritto addosso. O forse sono i padri che, avendo perso la memoria di un senso, stanno atterriti davanti a certe stanze di malati. Lì dentro si è insediato, tenace, assurdo, il dolore: una faccenda che, senza speranza, è atroce. Per questo vogliono che i loro figli non entrino, che i loro figli non vedano. Porte chiuse. Tabù. Signor giudice, che mia figlia non veda quel nonno assente, lontano, muto. A cui io, signor giudice, non tollero di stare davanti.</p>
<p><strong>Marina Corradi &#8211; tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/IL+CASO_201003010811246170000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong></p>
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		<title>Storia di Shazia. Novità per aiutare…</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 20:44:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Che il Pakistan sia uno dei peggiori “buchi neri” del mondo sembra dimostrarlo anche l’uccisione del nostro eroico agente Pietro Colazzo, vicecapo dell’intelligence in Afghanistan (vedremo dopo perché).
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/pakistan.islamabad.lg.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1659" title="pakistan.islamabad.lg" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/pakistan.islamabad.lg-282x300.jpg" alt="pakistan.islamabad.lg" width="282" height="300" /></a>Che il Pakistan sia uno dei peggiori “buchi neri” del mondo sembra dimostrarlo anche l’uccisione del nostro eroico agente Pietro Colazzo, vicecapo dell’intelligence in Afghanistan (vedremo dopo perché).</p>
<p>Ne avevo parlato il 31 gennaio scorso su queste colonne, raccontando la storia di Shazia Bashir, la ragazzina cristiana entrata come serva in una casa di ricchi e potenti musulmani e uscita da lì morta.</p>
<p>La sua tragica vita è emblematica della situazione della minoranza cristiana di quel Paese, le cui figlie femmine sono costrette nelle condizioni di Shazia per poter guadagnare la miseria di 12 dollari al mese (8 euro) e far sopravvivere le loro famiglie.</p>
<p>Mi chiedevo perché nessun organismo umanitario o nessun ente cristiano o cattolico avesse lanciato un programma di adozioni a distanza per salvare queste povere bambine dall’orrore di una servitù che comporta spesso ogni tipo di violenza.</p>
<p>Tanti lettori di Libero mi hanno scritto desiderosi di far qualcosa. Oggi finalmente sono in grado di informare che qualcuno – dopo aver conosciuto la tragedia di Shazia – ha trovato il modo di lanciare un primo salvagente.</p>
<p>Non si tratta di organizzazioni femministe inorridite per la condizione delle giovani donne cristiane. E non si tratta neanche dei tanti “progressisti”, no global o robe simili che amano sciacquarsi la bocca con il Terzo mondo, gli immigrati, la solidarietà e via dicendo.</p>
<p>Nossignori. A rimboccarsi le maniche per aiutare queste sventurate ragazzine e le loro famiglie cristiane, che sono i più poveri dei poveri, è l’ “Umanitaria padana onlus” (per avere notizie su internet si veda <a href="www.umanitariapadanaonlus.net" target="_blank">www.umanitariapadanaonlus.net</a>).</p>
<p>Sì, avete capito bene, un’organizzazione umanitaria nata dal popolo della Lega Nord (precisamente dall’ “Associazione donne padane”). Del resto non c’è troppo da stupirsi se si pensa che il Nord Italia e specialmente la Lombardia hanno letteralmente riempito il mondo di missionari.</p>
<p>L’anima e il motore dell’Umanitaria padana è Sara Fumagalli, una donna straordinaria, ardente di fede cristiana, piena di dinamismo, di coraggio e di umiltà, che ha portato aiuto – anche rischiando fisicamente – negli angoli più disperati del mondo, dal Darfur (in Sudan), all’Etiopia, da Haiti all’Iraq, quindi in Kosovo, in Kenia, Libano, Sri Lanka, in Terra Santa e appunto in Afghanistan.</p>
<p>Ieri Sara mi ha scritto: “Da anni la mia Associazione è venuta in contatto col problema della discriminazione o persecuzione dei Cristiani nel mondo (non solo quello islamico). Noi abbiamo deciso di muoverci sul piano pratico”.</p>
<p>Mi racconta di contatti con il Vescovo di Faisalabad,  Monsignor Joseph Coutts, per aiutare i Cristiani perseguitati del Punjab e di borse di studio per alcuni seminaristi pakistani.</p>
<p>“Dopo di allora”, mi racconta Sara “ho mantenuto contatti stabili con il Pakistan attraverso un giovane docente pakistano della Pontificia Università Lateranense, professor Mobeen Shadid, che mi aveva informato anche del caso di Shazia. Mi diceva che capita spesso, anche senza arrivare alla tragedia della piccola, che le famiglie musulmane non restituiscano le bimbe alle famiglie cristiane d’origine e impongano loro conversioni e matrimoni forzati”.</p>
<p>Si pensava – dice Sara – a iniziative di sensibilizzazione  sul piano culturale, politico e diplomatico: “La grande idea, bella pratica come piace a me, è arrivata leggendo il tuo articolo. Mi sono subito attivata. Ho chiamato Mobeen e attraverso di lui ho saputo che un suo direttore spirituale, padre Edward Thuraisingham, Oblato di Maria Immacolata, si occupava già di un progetto per garantire un’istruzione e un futuro a bambini cattolici in condizioni a vario titolo disagiate”.</p>
<p>“L’ho subito contattato” prosegue Sara “e così, in una serie di messe a punto successive, è nato il progetto: ‘Borse di studio Shazia Bashir -adotta una bambina con la sua famiglia’. Si tratta di un progetto di sostegno a distanza che consente di far studiare bambine o ragazze di famiglie cristiane povere”.</p>
<p>Ma – attenzione – “l’obiettivo non è solo quello di mandare a scuola le bambine, magari togliendole alla famiglia per mandarle in collegio – cosa che risolverebbe sì il problema della ragazzina, ma non della famiglia – bensì quello di mandarle a scuola facendole continuare a vivere, ogni qualvolta sia possibile, nella loro famiglia”.</p>
<p>Come è possibile? Tramite i missionari. “La gestione di un progetto così è più difficile per il missionario che se ne occupa, ma ha una ricaduta sociale a favore della comunità Cristiana, molto superiore. Il costo per ogni ragazzina adottata è di 500 euro l’anno e comprende la retta scolastica, l’uniforme (fondamentale per evitare differenze), i libri di testo, il materiale didattico e di consumo e un piccolo sostegno alla famiglia (coprendo di fatto il sostentamento della figlia e il mancato guadagno avendola mandata a scuola invece che a lavoro)”.</p>
<p>L’operazione (a cui partecipano anche le “Donne padane”) inizia con 10 borse di studio, ma – aggiunge Sara – “se vediamo che il progetto va bene e se la gente ci aiuta, più avanti  si potrà pensare di aumentare il numero delle borse di studio, per riscattare sempre più bambine all’amara condizione di Shazia”.</p>
<p>A giudicare dalle mail che mi sono arrivate saranno certamente tanti a contribuire. A tutti costoro giro un ulteriore chiarimento della Fumagalli: “Mi preme dirti che, com’è nostro costume, l’intera quota di 500 euro andrà a Padre Thuraisingham per le bambine e le loro famiglie, senza perder neppure un centesimo in costi di struttura o propaganda, grazie al fatto che l’associazione vive di solo volontariato e ama fare le cose in piccolo, ma concreto e verace (come piace alla Madonna)”.</p>
<p>Naturalmente sarà difficile vedere e ascoltare in televisione persone straordinarie come Sara Fumagalli (gli eroi del nostro tempo sono altri: Morgan, per esempio, alle cui gesta sono stati dedicati addirittura due talk show di informazione).</p>
<p>Ma sono queste eroiche formichine quelle che cambiano la storia. E da cambiare in Pakistan c’è moltissimo, cominciando dai diritti umani e dalla libertà religiosa come accadde con i Paese dell’Est. Proprio ieri i vescovi pakistani hanno lanciato un appello: “nessuno ci protegge”.</p>
<p>I cristiani sono le prime vittime del fondamentalismo islamico che infierisce su di loro – scrive Avvenire – con “rapimenti, violenze e uccisioni nelle aree sotto l’influenza taeban”.</p>
<p>I vescovi accusano il governo pakistano di lasciare “mano libera ai taleban”, che opprimono i cristiani con la “jazija” (imposta richiesta ai non musulmani sottomessi) e con ogni sorta di violenza.</p>
<p>Inoltre i vescovi chiedono al governo pakistano di abolire le leggi più odiosamente discriminatorie, come quella orrenda sulla blasfemia, e promuovere tolleranza e uguaglianza davanti alla legge.</p>
<p>Un sogno per ora remotissimo. Gli stessi sviluppi giudiziari del “caso Shazia”, per esempio, fanno temere che non sarà fatta giustizia.</p>
<p>Non si creda che il Pakistan sia solo un remoto e insignificante paese del Terzo Mondo. E’ anzitutto una potenza nucleare di 180 milioni di abitanti e ha un ruolo strategicamente decisivo per gli equilibri mondiali.</p>
<p>Nel mio articolo del 31 gennaio scrivevo che un Paese come quello non poteva essere il credibile pilastro dell’Occidente nella lotta al terrorismo islamista. E’ un inquietante buco nero atomico.</p>
<p>Lo fa pensare anche – come dicevo – l’assassinio del nostro agente Pietro Colazzo. Ieri Lucia Annunziata, con un editoriale sulla Stampa intitolato “Sacrificato dai servizi pachistani”, rivelava proprio l’inquietante retroscena che sembra emergere: “l’attacco sarebbe stato ideato e portato a termine non dai taleban, ma dai servizi segreti del Pakistan con lo scopo di inviare un pesante avvertimento all’India”.</p>
<p>Vedremo se ci saranno conferme. Ma intanto aiutiamo le ragazzine come Shazia, giovane martire cristiana. Sarà una piccola luce accesa nelle tenebre. Ma la luce prima o poi vince le tenebre. Sempre.</p>
<p><a href="http://www.antoniosocci.com" target="_blank"><strong>Antonio Socci</strong></a></p>
<p>da “Libero” 28 febbraio 2010</p>
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