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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; benedetto xvi</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Insisto: bisogna rispondere al Papa e ai vescovi che chiamano all’impegno (e anche alla nostra vocazione di cristiani, come c’insegna la nostra storia)</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 09:02:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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L’appello del Papa e del presidente dei vescovi italiani ai  cattolici per l’impegno in politica (in tutte le sue accezioni sociali,  culturali e civili) è insistente e accorato.
Possibile che associazioni, parrocchie e movimenti lo lascino cadere nell’indifferenza?
Possibile che si disperda un secolo di storia del movimento cattolico  che ha letteralmente salvato la [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/06/dg.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2893" title="dg" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/06/dg-227x300.jpg" alt="dg" width="227" height="300" /></a>L’appello del Papa e del presidente dei vescovi italiani ai  cattolici per l’impegno in politica (in tutte le sue accezioni sociali,  culturali e civili) è insistente e accorato.</p>
<p>Possibile che associazioni, parrocchie e movimenti lo lascino cadere nell’indifferenza?</p>
<p>Possibile che si disperda un secolo di storia del movimento cattolico  che ha letteralmente salvato la libertà in Italia, ha ricostruito il  Paese, la sua coesione sociale e l’ha reso uno dei più prosperi e civili  del mondo?</p>
<p>Eppure anche oggi ci sarebbe bisogno di buona politica e buone classe  dirigenti: la Germania è tornata ad essere la locomotiva dell’Europa,  il paese leader, grazie al governo cristiano-democratico (che l’aveva  anche portata alla riunificazione).</p>
<p>Da noi la Dc non c’è più, ma i cattolici sì.</p>
<p>A volte sembra quasi che manchi loro la coscienza di una storia. <strong>Mi  sono chiesto, per esempio, perché nessuno si sia indignato quando – nel  programma cult di quest’anno, davanti a dieci milioni di persone –  Fazio e Saviano hanno avuto la faccia di presentare, come i depositari  dei “valori” del futuro, il (post) fascista e il (post) comunista</strong>.</p>
<p>Al di là di Fini e Bersani – che, poverini, non hanno nemmeno le spalle per portare quelle terribili storie – <strong><span style="text-decoration: underline;">le due ideologie che hanno devastato questo Paese meritano il marchio d’infamia</span></strong>, non possono certo essere proposte come il positivo della storia italiana.</p>
<p>Eppure tale condanna morale oggi sembra toccare invece a chi ha salvato e ricostruito questo Paese.</p>
<p>Sembra che un certo De Gasperi sia stato del tutto dimenticato. Pure  nelle celebrazioni del 150° anniversario dell’Italia unita nessuno ha  ricordato che si deve a lui (e all’impegno dei cattolici del 18 aprile  1948, in primis Pio XII e Luigi Gedda) se l’Italia è rimasta, dal  dopoguerra, un Paese libero, indipendente e unito. Tutto questo è stato  censurato e rimosso.</p>
<p><strong>Ma la colpa è anzitutto di noi cattolici che forse, negli  ultimi anni, ci siamo ritirati nelle sacrestie, che abbiamo cancellato  una memoria e una presenza sociale e che – come dimostrano anche le  recenti elezioni e il referendum – rischiamo di tornare alla  subalternità degli anni Settanta, quando il mondo cristiano, frantumato,  disperso e impaurito, era succube di ogni vento di dottrina, come ebbe a  dire il cardinale Ratzinger</strong>.</p>
<p>Eppure proprio lo stesso Ratzinger, da Papa, ha pronunciato parole  chiare. La sua chiamata all’impegno – per i credenti – è stata accorata.</p>
<p>Cito solo uno dei suoi ultimi discorsi, quello del 7 maggio, ad Aquileia:</p>
<p><strong><em>“Raccomando anche a voi, come alle altre Chiese che sono  in Italia, l’impegno a suscitare una nuova generazione di uomini e donne  capaci di assumersi responsabilità dirette nei vari ambiti del sociale,  in modo particolare in quello politico. </em></strong></p>
<p><strong><em>Esso ha più che mai bisogno di vedere persone,  soprattutto giovani, capaci di edificare una ‘vita buona’ a favore e al  servizio di tutti. </em></strong></p>
<p><strong><em>A questo impegno infatti non possono sottrarsi i  cristiani, che sono certo pellegrini verso il Cielo, ma che già vivono  quaggiù un anticipo di eternità”.</em></strong></p>
<p>Il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, il 23 maggio, nella sua prolusione all’assemblea dei vescovi italiani, ha ribadito:</p>
<p><strong><em>“La politica che ha oggi visibilità è, non raramente,  inguardabile, ridotta a litigio perenne, come una recita scontata e – se  si può dire – noiosa. </em></strong></p>
<p><strong><em>È il dramma del vaniloquio, dentro – come siamo – alla spirale dell’invettiva che non prevede assunzioni di responsabilità. </em></strong></p>
<p><strong><em>La gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più… </em></strong></p>
<p><strong><em>La nostra opzione di fondo, anche per il conforto dei  ripetuti appelli del Papa resta quella di preparare una generazione  nuova di cittadini che abbiano la freschezza e l’entusiasmo di votarsi  al bene comune, quale criterio di ogni pratica collettiva. Più che un  utopismo di maniera, serve una concezione della politica come ‘complessa  arte di equilibrio tra ideali e interessi’ (Benedetto XVI, 21 maggio  2010), concezione che per questo, cioè per il suo saper evitare  degenerazioni ciniche, si fa intelligenza amorosa della realtà e  cambiamento positivo della stessa”. </em></strong></p>
<p>Bagnasco ha poi aggiunto:</p>
<p><strong><em>“Quale che sia l’ambito in cui si collocano −  professionale, associativo, cooperativistico, sociale, mediatico,  sindacale, partitico, istituzionale… − queste persone avvertono il  dovere di una cittadinanza coscienziosa, partecipe, dedita all’interesse  generale. </em></strong></p>
<p><strong><em>Affinché l’Italia goda di una nuova generazione di  politici cattolici, la Chiesa si sta impegnando a formare aree giovanili  non estranee alla dimensione ideale ed etica, per essere presenza  morale non condizionabile”.</em></strong></p>
<p>Alla conclusione dell’assemblea dei vescovi, il Papa, presiedendo la  preghiera di affidamento dell’Italia alla Madonna, ha ripreso il tema  (tanto gli sta a cuore) e ha affermato:</p>
<p><strong><em>“Incoraggiate le iniziative di formazione ispirate alla  dottrina sociale della Chiesa, affinché chi è chiamato a responsabilità  politiche e amministrative non rimanga vittima della tentazione di  sfruttare la propria posizione per interessi personali o per sete di  potere. </em></strong></p>
<p><strong><em>Sostenete la vasta rete di aggregazioni e di associazioni che promuovono opere di carattere culturale, sociale e caritativo”.</em></strong></p>
<p>Perché questo pressante appello sembra cadere nel vuoto? Eppure è  reso urgente dalla situazione del Paese, da una crisi economica e  sociale che sembra diventare drammatica, dalla confusione di una classe  politica che appare spesso inadeguata.</p>
<p>Cerchiamo di capire allora cosa significhi in concreto questo appello della Chiesa.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Certamente esso non  significa cercare individualmente una candidatura (ovvero una poltrona)  mettendosi il distintivo di “cattolico”.</span></strong></p>
<p>Tanto è vero che da Vendola a Forza nuova, il panorama politico è  pieno di singoli politici che si dicono cattolici e che si  contrappongono gli uni agli altri, con contenuti antitetici. No.</p>
<p><strong>L’impegno dei cattolici è sempre fiorito da un “noi”, da  un’appartenenza ecclesiale e da realtà di popolo che vivono la dottrina  sociale della Chiesa.</strong></p>
<p>Nella storia del cattolicesimo del Novecento il punto di partenza è  sempre stato anzitutto l’educazione alla fede, che si riceve nelle  parrocchie, nei movimenti, nelle associazioni e che – se è autentica –  spinge a dare giudizi culturali, a fare iniziative sociali, educative e  caritative, a proporre una concezione della città e del Paese in cui si  vive.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">I cattolici  arrivano alla politica insieme, non individualmente, attraverso realtà  prepolitiche dove – fra l’altro – si impara uno sguardo cristiano sulla  realtà, si rende la dottrina sociale della Chiesa un giudizio sul  presente e si comincia ad assumersi delle responsabilità pubbliche,  vivendole come servizio.</span></strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Così è stato dagli anni Settanta il Movimento popolare</span></strong> che raggruppava non solo ciellini, ma persone provenienti da altre  realtà cattoliche come Azione cattolica, Cisl, Acli, cooperative  bianche. Per certi versi è stato un tentativo che ha anticipato il  pontificato di Giovanni Paolo II. Oggi la situazione è simile a quella  degli anni Settanta e quell’esperienza merita di essere ripensata e  ripresa.</p>
<p>Nei giorni scorsi, su “Tempi”, ho lanciato (anzitutto ai miei amici di CL) <strong><span style="text-decoration: underline;">l’idea di riprendere il cammino del Movimento popolare</span></strong>, proprio perché mi pare che possa essere la via giusta per cominciare a realizzare quanto ci chiede la Chiesa.</p>
<p>Oltre alla risposta cordiale di Formigoni – che del Mp fu uno dei fondatori – <strong>ho  ricevuto centinaia e centinaia di mail e telefonate entusiastiche di  persone comuni, padri, madri, insegnanti, intellettuali, studenti,  imprenditori. </strong></p>
<p><strong>Tanti di loro mi hanno detto: era ora, è quello che stavamo aspettando.</strong></p>
<p>Ci sono molti altri argomenti a sostegno di questa proposta e li ho elencati nella mia lettera a “Tempi”.</p>
<p>Ovviamente si può ritenerla sbagliata, ma – se si è cattolici – si ha il dovere di spiegarne le ragioni e di dire <strong><span style="text-decoration: underline;">in quale altro modo si pensa di rispondere alla “chiamata” della Chiesa</span></strong>.</p>
<p>Perché in questo momento i cattolici mancano all’appello.</p>
<p><strong>Antonio Socci</strong></p>
<p><strong>Da “Libero”, 12 giugno 2011</strong></div>
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		<title>Quella radice che dà forza</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 19:51:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I  cristiani non devono avere paura, ha detto il Papa parlando alle  Pontificie Opere Missionarie. Non devono avere paura di proclamare il  Vangelo, anche se «sono attualmente il gruppo religioso che soffre il  maggior numero di persecuzioni», ha ricordato. E basta pensare alle  cronache dall’Iraq all’Egitto, al Pakistan, all’Orissa, al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/05/Cristo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2877" title="Cristo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/05/Cristo-300x298.jpg" alt="Cristo" width="300" height="298" /></a>I  cristiani non devono avere paura, ha detto il Papa parlando alle  Pontificie Opere Missionarie. Non devono avere paura di proclamare il  Vangelo, anche se «sono attualmente il gruppo religioso che soffre il  maggior numero di persecuzioni», ha ricordato. E basta pensare alle  cronache dall’Iraq all’Egitto, al Pakistan, all’Orissa, al Sudan, e  avere anche una vaga memoria della ferocia subita, per domandarsi  istintivamente: non aver paura? </span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">E come si fa, in certi posti, a non  avere paura? Perfino lontano dagli scenari sanguinosi, nel civile sicuro  orizzonte occidentale, non ci vuole un po’ di coraggio forse  semplicemente per palesarsi cristiani in un mondo secolarizzato? (Nelle  scuole, nei luoghi di lavoro, quella tacita pressione a richiudere la  fede in una camera privata, interiore, a non portarla nell’arena del  vivere comune).</p>
<p>Non dobbiamo avere paura, dice Benedetto XVI, e  le sue parole riecheggiano quel &#8220;non abbiate paura&#8221; di Giovanni Paolo II  la cui eco è risonata il primo maggio in una piazza San Pietro gremita e  commossa. Già, non dobbiamo; ma, come si fa a non avere paura? Come  fanno i cristiani in vaste zone del mondo a vivere, e a restare e a  testimoniare il Vangelo, nella minaccia che incombe? E come facciamo più  modestamente noi, a non trovare più comodo e conveniente allinearci,  omologarci al conformismo della cultura dominante?</p>
<p>Non bisogna  avere paura, già; ma, come diceva Manzoni, il coraggio uno non se lo può  dare. E allora un ascoltatore distratto potrebbe pensare a un  imperativo morale che ci venga comandato, cui con le nostre forze  dobbiamo aderire; come soldati, ai quali sia stato inculcato un senso  militare dell’onore, e non ne possano venire meno.</p>
<p>Ma c’è un  passaggio nel discorso di Benedetto XVI che di quel &#8220;non abbiate paura&#8221; è  la chiave di volta, e che nella sintesi dei titoli dei giornali rischia  forse di non essere abbastanza notato. «Condizione fondamentale per  l’annuncio è lasciarsi afferrare completamente da Cristo», dice il Papa:  in questo essere afferrati è la &#8220;linfa vitale&#8221; del cristiano e  dell’annuncio cristiano. Affermazione che, a guardarla dalla platea di  un cristianesimo formalmente e distrattamente ereditato – come è per non  pochi in Occidente – è un capovolgimento radicale della questione.  Perché la vulgata appresa da molti della nostra generazione – forse per  colpa anche nostra, noi alunni svogliati – sembrava insistere sul  cristianesimo come un &#8220;dover essere&#8221;, un dovere aderire a una morale,  uno sforzarci di virtù.</p>
<p>E invece la condizione fondamentale per  vivere la fede e annunciarla, ricorda Benedetto, è «lasciarsi afferrare  completamente da Cristo». Un essere presi, conquistati, abitati; non un  doverismo, un ferreo imporsi una legge da osservare. Come Benedetto XVI  ha scritto nell’incipit della <em>Deus caritas est</em>, «all’inizio  dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea,  bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona». E dunque quel  &#8220;non abbiate paura&#8221; che da Giovanni Paolo II a Benedetto ci viene  ripetuto non è l’ordine di aderire a un imperativo sia pure superiore,  ma è l’esortazione a lasciarsi semplicemente afferrare da Cristo.</p>
<p>Certo,  anche questo comporta una paura, in uomini educati al culto di sé  stessi, e di sé padroni; è un abbandonarsi, e anche questo richiede  coraggio. Certo, ognuno può obiettare di essere inadeguato e incapace,  non assolutamente all’altezza di quel compagno. Ma il nostro Dio,  ricorda il Papa, è uso a mettere il suo tesoro in &#8220;vasi di creta&#8221;. E la  creta è terra, comune, e fragile. Però nella forma del vaso è fatta per  accogliere. «L’anima non è che una cavità che egli riempie», ha scritto  Clive Staples Lewis – l’autore di <em>Cronache di Narnia</em> – con  l’intuizione folgorante del poeta. E dunque noi vasi di creta, materia  da poco; ma, colmati, capaci anche di un’appartenenza più grande della  paura.</span></div>
<div><strong><span id="ctl00_MasterContent_Autore">Marina Corradi tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/QUELLA+RADICE+CHE+D+FORZA_201105160804428300000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a><br />
</span></strong></div>
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		<title>LA SANTITA&#8217; &#8211; Udienza generale di mercoledì 13 aprile 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 16:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ 
 
 Cari fratelli e sorelle
nelle Udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti Santi e Sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/papa.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-2834" title="papa" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/papa-300x265.gif" alt="papa" width="300" height="265" /></a> </p>
<p> Cari fratelli e sorelle</p>
<p>nelle Udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti Santi e Sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (<em>Gal</em> 2,20). Seguire il loro esempio, ricorrere alla loro intercessione, entrare in comunione con loro, “ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla Fonte e dal Capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso del Popolo di Dio” (Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. <a href="http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html"><em>Lumen gentium</em></a> 50). Al termine di questo ciclo di catechesi, vorrei allora offrire qualche pensiero su che cosa sia la santità.</p>
<p><strong>Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti.</strong> San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (<em>Ef</em> 1,4). <strong>E parla di noi tutti.</strong> Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (<em>Col</em> 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr <em>Gv</em> 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. <strong>La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. </strong>[…]</p>
<p>Ma rimane la questione: <strong>come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze? <strong>La risposta è chiara: una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni</strong>, </strong><strong><strong>perché è Dio, il tre volte Santo (cfr <em>Is</em> 6,3), ch</strong>e ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma</strong>. […]</p>
<p>Ma Dio rispetta sempre la nostra libertà e chiede che accettiamo questo dono e viviamo le esigenze che esso comporta, chiede che ci lasciamo trasformare dall’azione dello Spirito Santo, conformando la nostra volontà alla volontà di Dio.</p>
<p>Come può avvenire che il nostro modo di pensare e le nostre azioni diventino il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo? Qual è l’anima della santità? Di nuovo il Concilio Vaticano II precisa; ci dice che la santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta. “«Dio è amore; chi rimane nell&#8217;amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (<em>1Gv</em> 4,16). Ora, Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr <em>Rm</em> 5,5); <strong>perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui.</strong> Ma perché la carità, come un buon seme, cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l&#8217;aiuto della grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all&#8217;Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all&#8217;abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all&#8217;esercizio di ogni virtù. La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr <em>Col</em> 3,14; <em>Rm</em> 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Forse anche questo linguaggio del Concilio Vaticano II per noi è ancora un po&#8217; troppo solenne, forse dobbiamo dire le cose in modo ancora più semplice. <strong>Che cosa è essenziale?</strong> <strong>Essenziale è non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell&#8217;Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l&#8217;esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni.  Mi sembra che questa sia la vera semplicità e grandezza della vita di santità: l’incontro col Risorto la domenica; il contatto con Dio all’inizio e alla fine del giorno; seguire, nelle decisioni, gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato, che sono solo forme di carità. Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza per la carità verso Dio e verso il prossimo” (</strong><a href="http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html"><strong><em>Lumen gentium</em></strong></a><strong>, 42). Questa è la vera semplicità, grandezza e profondità della vita cristiana, dell&#8217;essere santi. </strong></p>
<p>Ecco perché sant’Agostino, commentando il capitolo quarto della <em>Prima Lettera di san Giovanni</em>, può affermare una cosa coraggiosa: “<em>Dilige et fac quod vis</em>”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”. E continua: <strong>“Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell&#8217;amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene”</strong> (7,8: <em>PL</em> 35). Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Dio, perché Dio è amore. Così vale questa parola grande: “<em>Dilige et fac quod vis</em>”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”.</p>
<p>Forse potremmo chiederci: possiamo noi, con i nostri limiti, con la nostra debolezza, tendere così in alto? La Chiesa, durante l’Anno Liturgico, ci invita a fare memoria di una schiera di Santi, di coloro, cioè, che hanno vissuto pienamente la carità, hanno saputo amare e seguire Cristo nella loro vita quotidiana. Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. <strong>In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità.</strong></p>
<p>Nella comunione dei Santi, canonizzati e non canonizzati, che la Chiesa vive grazie a Cristo in tutti i suoi membri, noi godiamo della loro presenza e della loro compagnia e coltiviamo la ferma speranza di poter imitare il loro cammino e condividere un giorno la stessa vita beata, la vita eterna.</p>
<p>Cari amici, come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! <strong>Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana</strong>. Ancora una volta san Paolo lo esprime con grande intensità, quando scrive: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (<em>Ef</em> 4,7.11-13). Vorrei invitare tutti ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. <strong>Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore.</strong> Grazie.</p>
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		<title>Il libro del Papa. Pagine di un uomo innamorato</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 11:41:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A Milano, l'esegeta Rainer Riesner e il teologo Stefano Alberto presentano il testo di Benedetto XVI. Testimone di «un'intima amicizia con Gesù», il Pontefice racconta come «solo se Lui è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo»]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/03/libro-Papa.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2769" title="libro Papa" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/03/libro-Papa.jpg" alt="libro Papa" width="150" height="243" /></a><strong>Rainer Riesner</strong> è un esegeta protestante della scuola di Tubinga. È un  docente di Scienze Umanistiche all’Università della tecnica di Dortmund,  che ha dedicato la sua vita allo studio del Nuovo Testamento e della  teologia protestante. Ed è amico del Santo Padre.</p>
<p><strong>Don Stefano Alberto</strong> insegna, invece, Introduzione alla Teologia all’Università Cattolica del  Sacro Cuore.</p>
<p>Sono loro, nell’auditorium stracolmo di largo Mahler, a  Milano, a presentare il nuovo libro di Benedetto XVI: <em>Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione</em> (Libreria Editrice Vaticana).</p>
<p>Ad  accomunare i due relatori non è l’entusiasmo sterile di certi studiosi,  spesso «scettici, perché pensano di potersi riferire solo a loro  stessi, senza fare riferimento a Dio o senza compiere un ulteriore  passo, quello dell’apertura», come dirà Riesner durante il suo  intervento. A metterli insieme è la passione per il racconto di un uomo  vivo. Gesù, il Nazareno.</p>
<p>«<strong>Queste pagine sono scritte, scaturiscono  dal cuore di un uomo innamorato</strong>», dice don Stefano Alberto, descrivendo  «l’entusiasmo, la gioia, la forza, la sapienza e l’apertura» di cui il  Papa ha intriso il suo racconto. La narrazione si concentra sul periodo  più doloroso e insieme più glorioso della vita di Cristo: la passione,  la morte e la risurrezione. La risurrezione con la minuscola, come nel  titolo del libro. Perché indica <strong>un fatto documentabile &#8211; storicamente  documentabile &#8211; e <em>per</em> tutti</strong>.</p>
<p>«<strong>Il libro del Papa è un dono  non solo per i credenti, ma per chiunque cerchi la verità</strong>», dice  Riesner. Per scriverlo, Benedetto XVI non si è basato solo su testi di  studiosi cattolici, ma ha valorizzato ogni contributo anche per la  minima parte di verità che può portare al racconto della vita di Cristo.  Una vita che, per la sua natura divina, viene spesso contestata dal  punto di vista storico; e una risurrezione che viene negata dal punto di  vista scientifico e filosofico.</p>
<p>Eppure Riesner spiega che il Papa  mostra Gesù sul Monte degli Ulivi in tutta la sua «vulnerabile impaurita  umanità» di fronte alla morte. E che la preghiera sacerdotale del  Vangelo di Giovanni può essere compresa solo se si guarda a quella  ebraica dello <em>Yom Kippur</em> (la preghiera dell’espiazione). Così  come le parole dell’ultima cena, che molti vorrebbero impensabili in un  contesto ebraico, sono invece piene di riferimento all’Antico  Testamento, che preannunciava una nuova alleanza.</p>
<p>Ecco che Gesù è  pienamente uomo del suo tempo e pienamente in accordo con il Padre. E a  tutti gli scettici, Riesner risponde con la lettura di una pagina  stupenda del libro: «<strong>Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di  veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo. Allora  Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poiché  allora Dio si è veramente manifestato. Per questo, nella nostra ricerca  sulla figura di Gesù, la risurrezione è il punto decisivo. Se Gesù <em>sia soltanto esistito</em> nel passato o invece <em>esista</em> anche nel presente &#8211; ciò dipende dalla risurrezione</strong>. Nel “sì” o “no” a  questo interrogativo non ci si pronuncia su di un singolo avvenimento  accanto ad altri, ma sulla figura di Gesù come tale» (pag. 270). Nel  dire questo, il Papa è accompagnato dall’apostolo Paolo, che nella <em>Prima Lettera ai Corinzi</em> scrive: «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra  predicazione, vuota anche la nostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi  testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha  resuscitato Cristo». (<em>1Cor</em> 15,14-15).</p>
<p>La parola passa a Stefano Alberto. Legge un Salmo molto caro a don Luigi Giussani. «Il Tuo volto, Signore, io cerco» (<em>Sal </em>26).  E affonda subito sulle riduzioni di un’esegesi che spesso è più  ideologia che scienza, sulla mentalità moderna che ha reso  drammaticamente incerta la fede degli uomini, perché ha reso incerto il  suo nucleo e cioè quell’«intima amicizia con Gesù» di cui papa Benedetto  sempre parla.</p>
<p>Come nella <em>Deus caritas est</em>, quando ricorda che  <strong>all’inizio dell’essere cristiano non v’è una decisione etica, ma  l’incontro con una Presenza in grado di dare alla vita un nuovo  orizzonte</strong>. Stefano Alberto spiega che «il libro ci porta  nell’avvenimento di Gesù». <strong>Ma per questo è necessario abbandonare un  criterio di giudizio che «è soltanto la nostra valutazione personale,  che ci abbandona a noi stessi. In un’ultima solitudine che il Signore  però riempie, in un modo imprevisto: attraverso un rapporto vivo</strong>». Così,  punta il dito contro un metodo, quello storico-critico, nato dal  desiderio di conoscere di più Cristo, ma solo sulla base di quello che  si pensava già di sapere sul Suo conto.</p>
<p>Che non tutto sia perduto lo  si evince dal «capitolo più bello» del libro, a detta dei due studiosi.  Quello sulla risurrezione. Pagine dove emerge con forza il punto da cui  tutto ha origine: la comunione con il Padre. Un rapporto senza il quale  non si può capire niente: è solo a partire da lì che «Cristo si rende  presente oggi», scrive il Papa. Per l’uomo postmoderno, questo però è  qualcosa di lontano. «<strong>I figli hanno ucciso i padri, lo abbiamo visto con  il Sessantotto, e oggi provano ad uccidere i figli</strong>», continua Stefano  Alberto: «Ma tutto può essere generato a partire dal Padre. Solo da  quello». E la cifra di tutto sta in una verità così semplice. Un figlio  che guarda al padre e un padre che guarda al figlio con un amore che va  oltre ogni immaginazione.<br />
Stefano Alberto tocca altri due punti, e  mentre lo fa si commuove. «Il Papa», dice, «non si dimentica del dolore  della Croce e delle domande che essa provoca duemila anni dopo: perché  Dio ha voluto questa espiazione? Perché fino alla morte di Suo figlio?».  Non è forse un Dio crudele? Non è un’idea indegna di Dio? «Eppure la  realtà della Croce c’è, ma è colpa nostra. Questa verità è però molto  lontana da noi. Non è Dio ad essere crudele. In suo Figlio Egli ha preso  la sofferenza su di sé. È Dio stesso che beve il calice di tutto ciò  che è terribile». Fino alla risurrezione. E la domanda di Giuda Taddeo:  «Signore, com&#8217;è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?» (<em>Gv</em> 14,22). E aggiunge il Papa: «Sì, perché non ti sei opposto con potenza  ai tuoi nemici che ti hanno portato sulla croce? &#8211; così vorremmo  domandare».</p>
<p>La risposta è, ancora una volta, nella vita stessa di  Gesù. Come spiega il Papa: «È proprio del mistero di Dio agire in modo  sommesso. S<strong>olo pian piano Egli costruisce nella grande storia  dell&#8217;umanità la <em>sua</em></strong> storia». Patisce, muore, e vuole arrivare  al mondo intero «soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si  manifesta». Ecco la responsabilità dei cristiani: portare in sé il  segreto del mondo e annunciarlo, duemila anni dopo. «Dio anche oggi è  con noi», continua Riesner: «In croce Gesù griderà <em>marana’ tha’</em>, che significa “Vieni Signore”. Oppure <em>maran ’atha’</em>, che significa “Il Signore è venuto”».<br />
«E  proprio perché è venuto», conclude Stefano Alberto, «possiamo sempre  attenderlo. <strong>Ci parla attraverso testimoni e segni</strong>. Questo libro è la  testimonianza di un amore. Vi &#8211; e mi &#8211; auguro di trovare sempre sul  nostro cammino testimoni che anticipano nel tempo e nello spazio la  venuta di Gesù. La Sua Presenza».</p>
<p><strong>Tratto dal sito di <a href="http://www.tracce.it/default.asp?id=344&amp;id_n=20876" target="_blank">Tracce.it</a>. Recensione a cura di Maria Acqua Simi</strong></p>
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		<title>Il prodigio che tutti aspettiamo</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Jan 2011 18:09:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo è l&#8217;editoriale dell&#8217;ultimo numero di Tracce, la rivista di Comunione e Liberazione, scritto da don Juliann Carron e già pubblicato sull&#8217;Osservatore Romano il 23 dicembre scorso. Bello, ricco ed attinente come sempre non solo alla realtà che viviamo ma al nostro io e alla ricerca continua di senso che non deve mai spegnersi in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/01/strada1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2735" title="strada" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/01/strada1-225x300.jpg" alt="strada" width="225" height="300" /></a>Questo è l&#8217;editoriale dell&#8217;ultimo numero di <a href="http://www.tracce.it/default.asp?id=266&amp;id2=306&amp;id_n=19519" target="_blank">Tracce</a>, la rivista di Comunione e Liberazione, scritto da don Juliann Carron e già pubblicato sull&#8217;Osservatore Romano il 23 dicembre scorso. Bello, ricco ed attinente come sempre non solo alla realtà che viviamo ma al nostro io e alla ricerca continua di senso che non deve mai spegnersi in noi.</p>
<p><strong>Il prodigio che tutti aspettiamo</strong></p>
<p>«» (<em>Luce del mondo</em>,  p. 27). Queste parole di Benedetto XVI ci lanciano una sfida: che cosa  significa essere cristiani oggi? Continuare a credere semplicemente per  tradizione, devozione o abitudine, ritirandosi nel proprio guscio, non è  all’altezza della sfida. Allo stesso modo, reagire con forza e andare  contro per recuperare il terreno perduto è insufficiente, il Papa dice  addirittura che è «insopportabile». L’una e l’altra strada &#8211; ritirarsi  dal mondo o essere contro &#8211; non sono capaci, in fondo, di suscitare  interesse per il cristianesimo, perché nessuna delle due rispetta quello  che sarà sempre il canone dell’annuncio cristiano: il Vangelo. Gesù si è  posto nel mondo con una capacità di attrarre che ha affascinato gli  uomini del suo tempo. Come dice Péguy: «Egli non perse i suoi anni a  gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli tagliò corto&#8230;  Facendo il cristianesimo». Cristo ha introdotto nella storia una  presenza umana così affascinante che chiunque vi si imbatteva doveva  prenderla in considerazione. Per rifiutarla o per accettarla. Non ha  lasciato indifferente nessuno.</p>
<p><strong>Oggi ci troviamo tutti</strong> di fronte a una «crisi dell’umano», che si documenta come stanchezza e  disinteresse verso la realtà e che coinvolge tutti gli ambiti che hanno a  che fare con la vita della gente. È una disgrazia per tutti, infatti,  che le persone non si mettano in gioco con la loro ragione e la loro  libertà. E proprio in questo momento la Chiesa ha davanti a sé  un’avventura affascinante, la stessa delle origini: testimoniare che c’è  qualcosa in grado di risvegliare e suscitare un interesse vero. «Anche  il mio cuore aspetta, / alla luce guardando ed alla vita, / altro  prodigio della primavera». Tutti noi, come il poeta Antonio Machado,  aspettiamo il miracolo della primavera, in cui vedere compiersi la  nostra vita. E se qualcuno dirà, ancora col poeta, che è un sogno,  perché lo aspettiamo? Perché questa attesa ci costituisce nell’intimo,  come scrive Benedetto XVI: «L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole  godere oltre ogni limite, anela all’infinito» (<em>Luce del mondo</em>,  p. 95). Ma l’uomo può decadere, il mondo può cercare di scalzare questo  desiderio dell’infinito minimizzandolo; può perfino prenderlo in giro  offrendo qualcosa che attira per qualche tempo, ma che non dura, e alla  fine lascia solo più insoddisfatti e più scettici. Ora, la prova della  verità di ciò che affascina e risveglia un interesse è che deve durare.  Ma anche le cose più belle &#8211; lo vediamo quando si ama una persona o  quando si intraprende un nuovo lavoro &#8211; vengono meno. Il problema della  vita, allora, è se esiste qualcosa che dura.<br />
Il cristianesimo ha la  pretesa &#8211; perché la sua origine non è umana, anche se si può vedere nei  volti degli uomini che lo hanno incontrato &#8211; di portare l’unica risposta  in grado di durare nel tempo e nell’eternità. Però un cristianesimo  ridotto non è in grado di fare questo. Sappiamo per esperienza che  esiste un modo astratto di parlare della fede che non suscita la minima  curiosità. Se il cristianesimo non viene rispettato nella sua natura,  così come è comparso nella storia, non può mettere radici nel cuore. Il  cristianesimo è sempre messo alla prova di fronte al desiderio del  cuore, e non se ne può liberare: è Cristo stesso che si è sottoposto a  questa prova. L’aspetto affascinante è che Dio, spogliandosi del Suo  potere, si è fatto uomo per rispettare la dignità e la libertà di  ciascuno. Incarnandosi, è come se avesse detto all’uomo: «Guarda un po’  se, vivendo a contatto con me, trovi qualcosa di interessante che rende  la tua vita più piena, più grande, più felice. Quello che tu non sei  capace di ottenere con i tuoi sforzi, lo puoi ottenere se mi segui». È  stato così fin dall’inizio. Quando i due primi discepoli domandano:  «Dove abiti?», Egli risponde: «Venite e vedrete». La sua semplicità è  disarmante. Dio si affida al giudizio dei primi due che Lo incontrano.  L’uomo non può evitare di paragonare continuamente ciò che accade con le  sue esigenze fondamentali.</p>
<p><strong>Qualcuno potrebbe obiettare </strong>che  all’epoca di Gesù si vedevano i miracoli, ma oggi non è più tempo di  prodigi. Non è così, perché questa esperienza continua ad avere luogo,  come il primo giorno: quando incontri persone che risvegliano in te un  interesse e un’attrattiva tali che ti obbligano a fare i conti con  quello che ti è accaduto. Come dice il Papa, «Dio non si impone. [...]  La sua esistenza si manifesta in un incontro, che penetra nella più  intima profondità dell’uomo» (<em>Luce del mondo</em>, p. 240).<br />
Alcuni  anni fa un mio amico è andato a studiare arabo a Il Cairo. Ha  incontrato un professore musulmano. L’incontro si sarebbe potuto  svolgere secondo gli stereotipi dell’uno e dell’altro. Ma è accaduta una  cosa inattesa: sono diventati amici. Il musulmano ha domandato al mio  amico perché era cristiano, e questi lo ha invitato in Italia, dove ha  conosciuto il Meeting di Rimini. Trascinato dall’incontro con una realtà  umana diversa, ha voluto realizzare il Meeting de Il Cairo,  coinvolgendo molti giovani egiziani, musulmani e cristiani.<br />
Di  recente, a Mosca, ho conosciuto persone che fino a poco tempo fa non  avevano niente a che fare con la fede. L’hanno scoperta incontrando dei  cristiani che le avevano incuriosite. Alcune erano battezzate nella  Chiesa ortodossa e si sono interessate al cristianesimo &#8211; cosa che non  avevano mai fatto prima &#8211; grazie ad amici che lo vivevano con intensità e  pienezza.<br />
Non sono storie del passato, ma qualcosa che accade ora, nel presente.<br />
Nella  sua recente visita in Spagna, Benedetto XVI ha invitato a un dialogo  tra laicità e fede. E come lo ha fatto? Indicando una presenza, un  testimone, Gaudì, che con la <em>Sagrada Família</em> «è stato capace di  creare [...] uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce  l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa». Il  Papa ha sfidato tutti rendendo contemporaneo lo sguardo di Cristo e  indicando l’esperienza nuova che Egli immette nella vita: chiunque può  interessarsene o rifiutarla. Quando Benedetto XVI ci chiama alla  conversione ci sta dicendo che per testimoniare Cristo, per farci  «trasparenza di Cristo per il mondo», dobbiamo percorrere un cammino  umano fino a scoprire la pertinenza della fede alle esigenze della  nostra vita. Non so se qualche cattolico si può sentire escluso dalla  chiamata del Papa. Io no.</p>
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		<title>Non una rivoluzione cruenta, ma una strada di luce</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 21:34:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi due, tre secoli molti hanno chiesto: &#8220;Ma realmente sei tu? O il mondo deve essere cambiato in modo più radicale? Tu non lo fai?&#8221;. E sono venuti tanti profeti, ideologi e dittatori, che hanno detto: &#8220;Non è lui! Non ha cambiato il mondo! Siamo noi!&#8221;. Ed hanno creato i loro imperi, le loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/seewald2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2690" title="Vatican Pope Book" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/seewald2-300x205.jpg" alt="Vatican Pope Book" width="300" height="205" /></a>Negli ultimi due, tre secoli molti hanno chiesto: &#8220;Ma realmente sei tu? O il mondo deve essere cambiato in modo più radicale? Tu non lo fai?&#8221;. E sono venuti tanti profeti, ideologi e dittatori, che hanno detto: &#8220;Non è lui! Non ha cambiato il mondo! Siamo noi!&#8221;. Ed hanno creato i loro imperi, le loro dittature, il loro totalitarismo che avrebbe cambiato il mondo. E lo ha cambiato, ma in modo distruttivo. Oggi sappiamo che di queste grandi promesse non è rimasto che un grande vuoto e grande distruzione. Non erano loro.</p>
<p>E così dobbiamo di nuovo vedere Cristo e chiedere a Cristo: &#8220;Sei tu?&#8221;. Il Signore, nel modo silenzioso che gli è proprio, risponde: &#8220;Vedete cosa ho fatto io. Non ho fatto una rivoluzione cruenta, non ho cambiato con forza il mondo, ma ho acceso tante luci che formano, nel frattempo, una grande strada di luce nei millenni&#8221;. ( BENEDETTO XVI)</p>
<p>Via <a href="http://annavercors.splinder.com/" target="_blank"><strong>Anna Vercors</strong></a></p>
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		<title>Luce del mondo Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Dec 2010 20:11:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un libro-intervista di Benedetto XVI con il famoso giornalista tedesco  Seewald. Un punto di vista inedito del pontefice sui temi di attualità.
&#8220;Non siamo un centro di produzione, non siamo un&#8217;impresa finalizzata  al profitto, siamo Chiesa. Siamo una comunità di persone che vive nella  fede. 
Il nostro compito non è creare un prodotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/LUCE_del_MONDO-Benedetto_XVI_1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2630" title="LUCE_del_MONDO-Benedetto_XVI_1" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/LUCE_del_MONDO-Benedetto_XVI_1-205x300.jpg" alt="LUCE_del_MONDO-Benedetto_XVI_1" width="123" height="180" /></a>Un libro-intervista di Benedetto XVI con il famoso giornalista tedesco  Seewald. Un punto di vista inedito del pontefice sui temi di attualità.</p>
<p><em>&#8220;Non siamo un centro di produzione, non siamo un&#8217;impresa finalizzata  al profitto, siamo Chiesa. Siamo una comunità di persone che vive nella  fede. </em></p>
<p><em>Il nostro compito non è creare un prodotto o avere successo nelle  vendite. </em></p>
<p><em>Il nostro compito è vivere esemplarmente la fede, annunciarla; e  mantenere in un profondo rapporto con Cristo e così con Dio stesso non  un gruppo d&#8217;interesse, ma una comunità di uomini liberi che  gratuitamente dà, e che attraversa nazioni e culture, il tempo e lo  spazio.&#8221;</em></p>
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		<title>L&#8217;antireligione e il seme forte</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 20:02:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«C’è  il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga  di avere finalmente riconosciuto ciò che è giusto e avanzi una pretesa  di totalità che è nemica della libertà. Credo necessario denunciare con  forza questa minaccia. Nessuno è costretto a essere cristiano. Ma  nessuno deve essere costretto a vivere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/seewald2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2602" title="vt" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/seewald2-300x205.jpg" alt="vt" width="300" height="205" /></a>«C’è  il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga  di avere finalmente riconosciuto ciò che è giusto e avanzi una pretesa  di totalità che è nemica della libertà. Credo necessario denunciare con  forza questa minaccia. Nessuno è costretto a essere cristiano. Ma  nessuno deve essere costretto a vivere secondo la &#8220;nuova religione&#8221;,  come fosse l’unica vera, vincolante per tutta l’umanità». Del rischio di  una dittatura del relativismo Benedetto XVI parla da tempo, ma il bello  di <em>Luce del mondo </em>è che le domande di  Peter Seewald somigliano a quelle che molti di noi farebbero, se  potessero, al Papa. </span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">La pressione perché «si pensi come tutti, si agisca  come agiscono tutti», evocata da Seewald, quanto la sentiamo, anche in  un Paese di tradizione cristiana come il nostro. È, risponde Benedetto  XVI, una «pressione di intolleranza» che si esercita presentando il  cristianesimo come un modo di pensare «sbagliato», e ridicolizzandolo;  privandolo, in nome della «ragionevolezza», dello spazio per vivere.</p>
<p>E  fin qui è la lucida analisi di qualcosa che sperimentiamo ogni giorno.  Ma provocante è la questione posta da Seewald: com’è che, anche in Paesi  in cui quasi tutti sono battezzati, «una maggioranza accetta di essere  dominata da una minoranza di opinion leader?». E il Papa, in risposta,  si domanda: in che misura queste persone sono ancora parte della Chiesa?  Da un lato, dice, non vogliono perdere questo fondamento, dall’altro «è  chiaro che sono interiormente plasmate dal pensiero moderno». Insomma,  l’avvento di una dittatura del relativismo è possibile per una  «schizofrenia» dei cristiani, un ridurre la fede a un vecchio substrato  che vive «parallelamente» alla modernità, ma non la contagia e non la  fermenta.</p>
<p></span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">A fronte di questa realtà, Benedetto XVI afferma l’urgenza  della «nuova evangelizzazione» recentemente annunciata – di un nuovo  inizio, che susciti un cristianesimo capace di distinguersi alla  &#8220;controreligione&#8221; avanzante.</p>
<p>E il denso dialogo del libro, nella  asciuttezza della forma giornalistica, interpella profondamente noi  cristiani insofferenti di tirannie mediatiche, politiche ed economiche,  giustamente ribelli al conformismo cui ci viene chiesto di allinearci.  Perché certo, le forze della «antireligione obbligatoria» sono ampie e  attrezzate; ma Benedetto XVI non guarda a loro, guarda ai suoi, e (ci)  domanda: in che cosa realmente credete, in chi davvero riponete la  vostra speranza? In un Dio che si mette da parte, finita la messa della  domenica; o in Cristo che &#8220;c’entra&#8221; con tutto, e trasforma ogni cosa?<br />
La  questione posta da Benedetto XVI dice una volta di più del suo  coraggio, quando afferma in sostanza che alla prima radice della crisi  presente c’è una fede spesso astratta, &#8220;divisa&#8221;, incapace di fecondare  di sé la realtà. Il problema, insomma, prima che gli avversari siamo noi  – e questa è sempre una cosa scomoda da dire.</p>
<p>Non si potrebbe  semplicemente pensare, domanda molto laicamente a questo punto  l’intervistatore, che dopo duemila anni il cristianesimo si è esaurito,  come è accaduto a tante altre culture? Ma qui il Papa rivela, dopo la  severa lucidità dell’analisi, un ottimismo che potrebbe apparire  illogico. Dice del germogliare di movimenti in America latina, della  fedeltà della Chiesa d’Africa ai poveri, di un &#8220;fiorire&#8221;, in Occidente,  di iniziative poco visibili, ma che nascono «dal di dentro, dalla gioia  dei giovani». Parla, il Papa, del cristianesimo come di una forza  vitale, di un seme che, apparentemente annichilito, comunque rinasce, là  dove non te lo saresti immaginato, e nuovamente cresce. Seme che,  estirpato, ritorna; perseguitato, risorge.</p>
<p></span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">Radicale differenza: le  culture e le ideologie nascono, trionfano e declinano. Ma Cristo nato  nella carne, morto e risorto, uomo e non dottrina, tenacemente resta  dentro la storia degli uomini; negato, dimenticato, ritorna.</p>
<p>E la  granitica benigna certezza di Benedetto ci solleva, larga come un gesto  di benedizione. Il destino della Chiesa è nelle mani di Cristo – non  solo nelle povere nostre.</p>
<p></span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Autore"><strong>Marina Corradi tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/antireligione+seme+forte+corradi_201011240802063930000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></div>
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		<title>Il Papa che spiazza i media</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 20:06:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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Ormai non ci sono più dubbi: questo è un Papa che spiazza i media  planetari. Il successo della visita di Benedetto XVI in Gran Bretagna  in fondo non era difficile da prevedere. Se c’è un paese che ha tutte le  caratteristiche per restare colpito dal messaggio del Papa su  relativismo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/09/BenedettoXviFolla_R375.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2435" title="PAPA, UDIENZA IN PIAZZA S.PIETRO" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/09/BenedettoXviFolla_R375-300x205.jpg" alt="PAPA, UDIENZA IN PIAZZA S.PIETRO" width="300" height="205" /></a>Ormai non ci sono più dubbi: questo è un Papa che spiazza i media  planetari. Il successo della visita di Benedetto XVI in Gran Bretagna  in fondo non era difficile da prevedere. Se c’è un paese che ha tutte le  caratteristiche per restare colpito dal messaggio del Papa su  relativismo e limiti del post-modernismo, quello è proprio il Regno  Unito.</p>
<p>Se c’è un luogo anche politicamente fertile per recepire il messaggio  del Santo Padre su un modello sociale basato sulla sussidiarietà, è la  Gran Bretagna di David Cameron e del suo progetto di Big Society. Eppure  per settimane i media britannici (e in parte anche quelli italiani)  hanno continuato a dipingere questo viaggio come l’arrivo di un Papa  complice dei pedofili, contro il quale la Gran Bretagna – a loro dire –  era pronta a scendere in piazza in massa e che doveva addirittura temere  di essere arrestato.</p>
<p>Non e’ ovviamente avvenuto niente del genere, e i britannici, anche  quelli critici con il papato, hanno accolto con grande interesse (come  ha spiegato il Telegraph) un personaggio che è risultato avere cose  interessanti da dire alla loro società. Niente di nuovo: era accaduta  esattamente la stessa cosa con il viaggio del Papa nel 2008 negli Usa, e  qualcosa di simile con la sua visita in Turchia.</p>
<p>E’ utile però, in uno spazio come questo dedicato al futuro  dell’informazione, interrogarsi sui motivi per cui i media non capiscono  Benedetto XVI. Con Giovanni Paolo II tutto era più facile: era un Papa  perfettamente mediatico e le sue uscite erano, tutto sommato,  prevedibili. Ratzinger, invece, spiazza il mondo dell’informazione  globale. Non offre frasi ad effetto sintetizzabili e digeribili nel  frenetico ciclo delle news “H-24″. Parla “difficile”. Dice cose scomode  che sembrano fuori luogo nel mondo di oggi.</p>
<p>Ecco allora che per i quotidiani alla disperata ricerca di nuovi  modelli di business e di un loro ruolo nell’era digitale che minaccia lo  status e la sopravvivenza stessa dei giornali, diventa più semplice  attaccare Benedetto XVI, che non cercare di capirlo. E’ quello che ha  fatto per esempio negli ultimi mesi il New York Times, che degli affondi  contro Ratzinger sembra aver fatto una ragione sociale.</p>
<p>C’è un motivo dietro, e non c’entrano niente le teorie cospirative o i  complotti “sionisti” contro il Vaticano. Me lo ha spiegato quest’estate  Michael Wolff, celebre critico dei media americano e biografo “scomodo”  di Rupert Murdoch. Il suo blog su Newser.com è uno dei più virulenti  del pianeta nei confronti di Ratzinger, che Wolff accusa apertamente di  ogni nefandezza. “Perche” lo fai?”, ho chiesto candidamente a Michael,  durante un pranzo al Festival dell’Economia a Trento. “E” semplice”, mi  ha replicato con la sua consueta franchezza. “Non c”è niente che faccia  schizzare in alto il traffico sul web come gli attacchi al Papa”.</p>
<p>Meglio insultare che cercare di capire, quindi. Salvo poi restare  sorpresi, come è accaduto ai colleghi britannici, quando Benedetto XVI  si rivela per quello è, spiazzando i suoi critici. Come fa la gente a  fidarsi di noi e a ritenerci credibili?</p>
<p>Di Marco Bardazzi &#8211; tratto dal suo blog <a href="http://blog.marcobardazzi.com/" target="_blank">MarcoBardazzi</a></div>
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		<title>Ciascuno di noi è chiamato a cambiare il mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 19:57:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[John Herny Newman]]></category>
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		<description><![CDATA[18 settembre Hyde Park &#8211; Le parole del Papa ad Hyde Park, stasera, dovremmo tenercele sempre davanti agli occhi.
Due estratti:
[…]   L’esistenza di Newman, inoltre, ci insegna che la passione per la verità, per  l’onestà intellettuale e per la conversione genuina comportano un  grande prezzo da pagare. La verità che ci rende liberi non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;"><span style="font-size: 12px;">1<span style="color: #000000;">8 settembre Hyde P</span></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;"><a href="../wp-content/uploads/2010/09/papa_tir.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2431" title="papa_tir" src="../wp-content/uploads/2010/09/papa_tir-255x300.jpg" alt="papa_tir" width="255" height="300" /></a></span></span></span><span style="color: #000080;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;"><span style="font-size: 12px;"><span style="color: #000000;">ark</span></span></span></span></span></strong><span style="color: #000000;"><em></em></span><em> &#8211; </em><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;">Le parole del Papa ad Hyde Park, stasera, dovremmo tenercele sempre davanti agli occhi.</span></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;">Due estratti:</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;">[…]   L’esistenza di Newman, inoltre, ci insegna che la passione per la verità, </span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;">per  l’onestà intellettuale e per la conversione genuina comportano un  grande prezzo da pagare. La verità che ci rende liberi non può essere  trattenuta per noi stessi; esige la testimonianza, ha bisogno di essere  udita, ed in fondo la sua potenza di convincere viene da essa stessa e  non dall’umana eloquenza o dai ragionamenti nei quali può essere  adagiata. Non lontano da qui, a Tyburn, un gran numero di nostri  fratelli e sorelle morirono per la fede; la testimonianza della loro  fedeltà sino alla fine fu ben più potente delle parole ispirate che  molti di loro dissero prima di abbandonare ogni cosa al Signore.</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;"><strong>Nella  nostra epoca, il prezzo da pagare per la fedeltà al Vangelo non è tanto  quello di essere impiccati, affogati e squartati, ma spesso implica  l’essere additati come irrilevanti, ridicolizzati o fatti segno di  parodia</strong>. E tuttavia la Chiesa non si può esimere dal dovere di  proclamare Cristo e il suo Vangelo quale verità salvifica, la sorgente  della nostra felicità ultima come individui, e quale fondamento di una  società giusta e umana.</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;">[…]Una delle più amate meditazioni del Cardinale contiene queste parole: <strong>“Dio mi ha creato per offrire a lui un certo specifico servizio. Mi ha affidato un certo lavoro che non ha affidato ad altri”</strong> (Meditations on Christian Doctrine). Vediamo qui il preciso realismo  cristiano di Newman, il punto nel quale la fede e la vita  inevitabilmente si incrociano. La fede è destinata a portare frutto  nella trasformazione del nostro mondo mediante la potenza dello Spirito  Santo che opera nella vita e nell’attività dei credenti. Nessuno che  guardi realisticamente al nostro mondo d’oggi può pensare che i  cristiani possano continuare a far le cose di ogni giorno, ignorando la  profonda crisi di fede che è sopraggiunta nella società, o semplicemente  confidando che il patrimonio di valori trasmesso lungo i secoli  cristiani possa continuare ad ispirare e plasmare il futuro della nostra  società.</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;">Sappiamo  che in tempi di crisi e di ribellioni Dio ha fatto sorgere grandi santi  e profeti per il rinnovamento della Chiesa e della società cristiana;  noi abbiamo fiducia nella sua provvidenza e preghiamo per la sua  continua guida. Ma ciascuno di noi, secondo il proprio stato di vita, è  chiamato ad operare per la diffusione del Regno di Dio impregnando la  vita temporale dei valori del Vangelo. <strong>Ciascuno</strong> <strong>di noi ha una missione, ciascuno è chiamato a cambiare il mondo</strong>,  ad operare per una cultura della vita, una cultura forgiata dall’amore e  dal rispetto per la dignità di ogni persona umana. Come il Signore ci  insegna nel Vangelo appena ascoltato, la nostra luce deve risplendere al  cospetto di tutti, così che, vedendo le nostre opere buone, possano dar  gloria al nostro Padre celeste (cfr Mt 5,16).</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;"><a href="http://www.avvenire.it/Dossier/Benedetto+XVI/Discorsi/NELLA+VEGLIA+DI+PREGHIERA+IN+HYDE+PARK_201009181245118370000.htm"><strong>Qua il discorso completo, da assaporare parola per parola.</strong></a></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: georgia,serif;"><strong>Tratto dal blog di <a href="http://annavercors.splinder.com/post/23328428/ciascuno-di-noi-e-chiamato-a-cambiare-il-mondo" target="_blank">Anna Vercors</a> via <a href="http://www.stranocristiano.it/" target="_blank">StranoCristiano</a><br />
</strong></span></span></span></p>
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