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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; corradi</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>L’audacia di Dio in una scelta imprudente</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 17:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/06/benedettoxvi_saluto_finestraR375.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2205" title="benedettoxvi_saluto_finestraR375" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/06/benedettoxvi_saluto_finestraR375-300x204.jpg" alt="benedettoxvi_saluto_finestraR375" width="300" height="204" /></a>Fra noi poveri cristiani, in quanti ci siamo domandati in questi mesi cosa accade sulla rotta di quella grande arca che è la Chiesa; che sta succedendo, se onde come muri si abbattono sul suo antico corpo. Colpi come schiaffi, che vengon su dai gorghi di un mare agitato. E certo, la grande arca di tempeste ne ha traversate tante; ma a noi, fedeli anonimi, questa di oggi, fatta di tradimento dei figli, ha suscitato più tristezza di ogni altra. Nell’anno dedicato al sacerdozio. Nell’anno che immaginavamo di festa.</p>
<p>Benedetto XVI ieri ha parlato ai preti e a noi. Ha detto dell’&#8221;audacia di Dio&#8221;; della amorosa audacia di un Dio che agli uomini affida se stesso, pur ben sapendone la loro fragilità. È questo dunque un sacerdote: un vaso di creta colmato di uno straripante tesoro. La chiamata non garantisce che quell’uomo sarà migliore degli altri; non impedisce – immensa essendo la nostra libertà – nemmeno che possa precipitare nel peggiore dei mali. L’audacia di Dio è proprio nel prendere degli uomini come gli altri, e sceglierli, e mandarli: a perdonare, e a consacrare il pane in nome suo. Straordinaria bellezza di una scelta imprudente: questa, ha detto il Papa, «è la cosa veramente grande che si nasconde sotto il nome di sacerdozio».</p>
<p>Ma, ha aggiunto, c’era da aspettarsi che al &#8220;nemico&#8221; la festa del sacerdozio non sarebbe piaciuta: a quel &#8220;nemico&#8221; che vorrebbe che la Chiesa, e Dio, fossero dimenticati. Ecco allora proprio in questo anno l’emergere di un male che atterrisce; quel venir su degli abissi, a minare la fiducia degli uomini. Il male che esplode e va a seminare sgomento: a insinuare dentro di noi, o a gridare sui giornali: vedete, in fondo, che di nessuno ci si può fidare. ( E da chi andremo allora, da chi manderemo i nostri figli?)</p>
<p>E certo, ha detto il Papa, «se l’anno sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da questa vicenda». Ma si trattava invece del contrario: di &#8220;diventare grati per il dono di Dio, che si nasconde in vasi di creta&#8221;. Non &#8220;bravi&#8221;, i sacerdoti, per un merito proprio, o per una severa ascesi che plasmi con la volontà le virtù; ma grati del dono ricevuto. Grati di essere stati chiamati, con le loro povere mani. Perché Dio vuole che «in un piccolo punto della storia i preti condividano le preoccupazioni degli uomini», ha detto il Papa.</p>
<p>E non l’abbiamo mai sentito così padre come oggi, quando ha riletto questo anno di tempesta. Quando ha spiegato l’ansia di ritrovare la bellezza della chiamata, e indicato l’ostilità di un &#8220;nemico&#8221; che amiamo dimenticare. Annunciando infine l’umiltà che dovrà venire da tutto questo &#8211; come distillata da tanto dolore. Il dolore dei figli traditi; e anche di quanti, improvvisamente lucidi, forse fronteggiano la disperazione.</p>
<p>Ci ha parlato un padre. Ha osato dire che &#8220;anche l’uso del bastone può essere un servizio d’amore&#8221; &#8211; e ci son venute in mente certe parole della lettera ai cattolici di Irlanda, come manrovesci. (Coraggioso dire, nel tempo che detesta autorità e maestri, che amare è anche esercitare autorità). Ma soprattutto, ieri abbiamo ascoltato una speranza. Un padre ci ha detto verso dove è la rotta; e che le onde attorno, e tutto il nostro male, non prevarranno se apriremo la mano, di Cristo mendicanti. </span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Autore"><strong>Marina Corradi &#8211; tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/LAUDACIA+DI+DIO+IN+UNA+SCELTA+IMPRUDENTE_201006120716181030000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></div>
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		<title>Davvero la vita è bella?</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 11:58:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho una amica che dice che la vita è bella. Bella comunque. Bella perché si respira. E ogni volta che mi vede, questa amica mi domanda sorridendo: allora, Marina, la vita è bella? Sono certa che lo fa, benevolmente, per farmi arrabbiare. E quando me lo dice, a me viene in mente quell’ultimo particolare che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/marinavitabella.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1539" title="marinavitabella" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/marinavitabella.jpg" alt="marinavitabella" width="300" height="208" /></a>Ho una amica che dice che la vita è bella. Bella comunque. Bella perché si respira. E ogni volta che mi vede, questa amica mi domanda sorridendo: allora, Marina, la vita è bella? Sono certa che lo fa, benevolmente, per farmi arrabbiare. E quando me lo dice, a me viene in mente quell’ultimo particolare che ho annotato, come in un segreto taccuino, insieme a tutte le slabbrature e gli squarci che ogni giorno vedo, in questa nostra vita che mi corre davanti.</p>
<p>Non è solo Haiti, pure con la sua deflagrante atrocità. Non è solo il Darfur, né le migliaia di aborti ogni giorno serenamente praticati in Occidente. Né è solo il presente. Un sito ebraico ha messo online le foto di centinaia di ebrei italiani morti nei lager. Molti bambini. Le foto li ritraggono prima della “partenza”, ben vestiti, ridenti, le bambine con le trecce e i fiocchi nei capelli. In queste foto “normali” è ancora più evidente la mostruosità. Ti immagini quei bambini uguali ai tuoi strappati alle madri, spinti come pecore, tra urla straniere caricati in treni che partono per sempre. In queste nostre stesse città, poco più di 65 anni fa.</p>
<p>La vita, Anna, era bella anche quel giorno? Ed era bella in quegli istituti per orfani e handicappati di Chisinau, in Moldavia, che a distanza di dieci anni rivedo ancora come fosse ieri – quegli occhi di bambini, grandi, attoniti, come ancora meravigliati, nella loro innocenza, di tanto dolore?</p>
<p>E, restando nel presente, di queste storie di inermi clochard bruciati o pestati a sangue così, per gioco, vogliamo parlarne? E senza andare neanche nella cronaca nera, certe sere mi restano in mente gli occhi di qualche vecchio che rincasa solo, adagio, con una magra borsa della spesa in mano; faccia anche lui di mille profonde solitudini, quiete tra le nostre case.</p>
<p>No, Anna, per me la vita non è bella, almeno non come intendi tu. A vent’anni ti avrei detto, dura, che a me stare al mondo non piaceva. Ci ho messo tanto tempo, ma ora comincio a capire dove stia la bellezza della vita, così a lungo incomprensibile.</p>
<p>La bellezza per me sta in un Dio che ora intravedo, dentro e accanto a ogni uomo, compagno di ogni passo, e curvo insieme a lui sotto a ogni sofferenza. Un Dio che si è fatto compagno, che colma di sé ogni stanza di dolore. E parallelamente la bellezza sta in una recondita ansa dell’anima, per cui anche il peggiore degli uomini, senza saperlo, tuttavia attende. Spesso non sa cosa. E però una magari infinitesima parte di lui aspetta una bellezza che si riveli.</p>
<p>Ripenso a me liceale che, arrabbiata, dicevo ai miei compagni: ma non vedete che tutto è una illusione? Non avevo completamente torto, ma parlavo come un lucido pagano dell’anno 100 a.C. Perché c’è una bellezza possente nella vita, ma è in Cristo.</p>
<p>È nell’andare, per strade pigre o banali o drammatiche, affaticati e mendicanti; magari ladri e bugiardi, magari invece facce di misericordia. In attesa però: che quella Bellezza incarnata, morta, risorta, infine pienamente si riveli. Come scrive Paolo ai Corinzi: «Oggi vediamo come in uno specchio, oscuramente; ma un giorno vedremo in modo chiaro, faccia a faccia».</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.tempi.it/opinioni/008409-davvero-la-vita-bella?page=1" target="_blank">TEMPI</a> &#8211; scritto da Marina Corradi</p>
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		<title>Da quel nodo stecchito nascerà l’iris</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 23:06:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal sito di Tempi un bellissimo articolo di Marina Corradi. Gusto nello scrivere e nell&#8217;accarezzare i sentimenti, anche quelli più nascosti. Una maniera differente di vivere la lettura.
Tre di dicembre. Giorno di autunno profondo
Tre di dicembre. Giorno di autunno profondo. Sotto al cielo basso già alle quattro e mezza viene buio. Nell’aria che sa di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/nodostecchito.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1218" title="nodostecchito" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/nodostecchito.jpg" alt="nodostecchito" width="300" height="240" /></a>Dal sito di <a href="http://www.tempi.it" target="_blank">Tempi </a>un bellissimo articolo di Marina Corradi. Gusto nello scrivere e nell&#8217;accarezzare i sentimenti, anche quelli più nascosti. Una maniera differente di vivere la lettura.</p>
<p><strong>Tre di dicembre. Giorno di autunno profondo</strong></p>
<p>Tre di dicembre. Giorno di autunno profondo. Sotto al cielo basso già alle quattro e mezza viene buio. Nell’aria che sa di pioggia la gente va in fretta. Siamo tutti pallidi, ingrigiti nelle giacche scure; e scure o nere le macchine, e l’asfalto, che alle prime gocce luccica sotto alla luce fredda dei lampioni. Tutte le gradazioni del grigio, dal ghiaccio al piombo, in questa Milano di dicembre; neanche un colore vivo. Il giallo ardente dei girasoli in campagna, lo smeraldo del mare in Sardegna, questa estate: possibile? Probabilmente hai sognato.<br />
E mentre cammino col cane – infreddolito anche lui, e con le orecchie basse – passo davanti a un vivaio. Non è tempo di fiori, scuote la testa severa la parte saggia di me, e fa per andare oltre. Ma un’idea mi accende; entro, decisa. Oltre le schiere di abeti di Natale. So dove andare. Avranno bene dei bulbi. È questo, se mi ricordo bene, il momento.<br />
Ecco qui. Come sono miseri: magre cipolle che rifiuteresti al mercato. Duri, secchi, bitorzoluti. (Non ha apparenza, il seme. Non seduce. Deve solo scendere nella terra e morire). Poi, ad aprile, ma i crocus già a marzo, nelle aiuole ancora spoglie spunteranno i primi germogli. Eccole nelle foto sui sacchetti, le promesse di aprile. Sgargianti, raggianti di tutti i rosa e i viola. Gli iris alteri, e i narcisi, e i tulipani con la corolla chiusa come una rocca: color giallo sole, o di un fucsia abbagliante, che in questo giorno buio sembra una promessa tanto audace da fare sorridere, come la smargiassata di un bambino. Via, come è possibile credere, sotto a questo cielo di piombo, che da un nodo stecchito verrà un simile fiore? E i giacinti? Quelle infiorescenze minute, da mano d’orafo, come stanno dentro a questi bulbi cinerei?</p>
<p>Eppure. Ragionevole è crederci: accade tutte le primavere. Ragionevole è, sotto a questo cielo di acciaio, credere che puntualmente fioriranno gli iris candidi e regali.<br />
Ne metto nel carrello a manciate, avidamente. Tulipani di fuoco, e narcisi. E crocus, che sono i primi a fiorire, i primi ad annunciare. Poi realizzo che ne ho presi troppi. A malincuore ne scarto un po’ – come i bambini a quei banchi del mercato con le caramelle di gomma colorate. Comunque, è un bel malloppo quello che mi porto a casa, golosa come di un bottino.<br />
Occorre scavare nella terra nera. Piccole buche discretamente profonde. Umido e freddo il terriccio sotto le dita; non è una cuccia, piuttosto una fossa. I bulbi così poveri e brutti, qualcuno con un’avventata punta verde di germe spuntata anzitempo. Il cane li annusa e li abbandona, deluso: cipolle, pare dire, roba incommestibile. «Vedrai come saranno belli», spiego ai suoi innocenti occhi nocciola. I cani non capiscono. E anche gli uomini capiscono a fatica. Perché è strano: occorre scendere nella terra morta, nei giorni più bui, perché rinasca ciò che è più bello. Perché una mattina d’aprile si apra la corolla dell’iris regale. E quel lontano giorno di dicembre sembri un sogno. E quel fiorire, un miracolo.</p>
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		<title>Tredici milioni di non nati</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 17:54:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tredici milioni di non nati, figli che mancano &#8211; Tratto da Avvenire
Ci mancano tredici milioni di figli. In Europa, e solo negli ultimi dieci anni, non sono nati tredici milioni di figli. Oltre un milione e duecentomila aborti all’anno. Tremila e trecento i figli che gli europei cancellano, ogni giorno. Le elaborazioni sono dell’Istituto europeo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span id="_ctl0_MasterContent_Titolo"><img class="alignleft size-full wp-image-856" title="aborti1" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/aborti11.jpg" alt="aborti1" width="248" height="249" />Tredici milioni di non nati, figli che mancano &#8211; Tratto da Avvenire</span></strong></p>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto">Ci mancano tredici milioni di figli. In Europa, e solo negli ultimi dieci anni, non sono nati tredici milioni di figli. Oltre un milione e duecentomila aborti all’anno. Tremila e trecento i figli che gli europei cancellano, ogni giorno. Le elaborazioni sono dell’Istituto europeo di politica familiare, sulla base di dati Eurostat.</p>
<p>I numeri, sono qualcosa di oggettivo. Non come le opinioni. I numeri stanno lì, fermi, incontestabili. E davanti a questi numeri ci si dovrebbe, crediamo, almeno fermare un momento. Anche chi non ha dubbi sul diritto all’aborto, forse davanti a questa cifra – dei soli ultimi dieci anni – potrebbe lasciarsi interpellare da qualche domanda. Perché siamo abituati a pensare all’aborto come scelta individuale, riguardante in fondo solo la donna e al massimo la sua famiglia.</p>
<p></span></div>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto"> Ma il bilancio tracciato dall’Istituto mostra l’aspetto collettivo, la somma di tutte queste scelte individuali. Che è, alla fine, quasi una generazione mancante a questa Europa. Tredici milioni che non ci sono nei banchi delle scuole, nei campi di pallone dei nostri quartieri – nelle nostre case, la sera. Nelle tabelle, nei grafici, milioni di singole e spesso solitarie scelte individuali si addizionano, si allineano, diventano un esercito: eccoli, tutti i figli che non abbiamo voluto. E non è necessario, crediamo, essere dei pro-life per guardare a queste schiere di figli non nati con dolore: come si guarda a una sconfitta, come si guarda a una bellezza perduta.</p>
<p>Tra le pieghe del rapporto si apprende che nella “vecchia” Europa dei 15, più benestante dell’Europa allargata a 27, in questi dieci anni il numero di aborti è aumentato. Che dal 2000 a oggi la Spagna ha raddoppiato gli aborti (da 63 mila a 122 mila) – e questo fa pensare che la cultura e la politica di un Paese c’entrino, e tanto, nell’influenzare la scelta fra un sì e un no. L’Italia invece risulta in leggero calo; anche se oltre un milione e trecentomila di quei tredici milioni di figli che mancano in questi dieci anni sono nostri. Ancora: in Europa una gravidanza su cinque finisce in un aborto, e un aborto su sette è di una ragazzina sotto i vent’anni.</p>
<p>Numeri. Con la asettica freddezza propria dei numeri. Milioni di private scelte rapprese in quelle file di zeri implacabili. È un fatto: tredici milioni di figli ci mancano. Mentre gli esperti si affannano a spiegare le conseguenze sociali del declino demografico, e ci descrivono una futura Europa di vecchi, e di vecchi spesso soli e spesso poveri, sarebbe leale stare a guardare questi grafici e domandarci se l’individuale “diritto” cui l’Occidente inneggia da trent’anni non mostri ora le sue drammatiche conseguenze collettive.</p>
<p></span></div>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto"> Se, invece di introdurre la pillola abortiva, o di allargare il libero aborto alle sedicenni come in Spagna, non sarebbe il caso di fermarsi un momento e di riflettere. Davvero tutto può essere solo ristretto nel “privato”, e la dimensione comunitaria è irrilevante?<br />
Pochi giorni fa ad Ars il cardinale Schönborn, arcivescovo di Vienna, alla fine degli esercizi predicati a mille preti in occasione dell’Anno Sacerdotale, ha detto: «Il dramma dell’Europa è la denatalità. L’Europa si sta suicidando nell’aborto dei suoi figli». Come un pugno nello stomaco, la diagnosi dell’arcivescovo della città che è il cuore della vecchia Europa (cuore invecchiato, dove metà degli abitanti vive da &#8220;single&#8221;). Quelle parole ci hanno ammutoliti, e quasi siamo stati tentati di dirci che erano eccessivamente severe. Ma tredici milioni in meno. Non è la stessa cosa, detta con la freddezza dei numeri?</p>
<p>Un esercito, che non c’è. Che non diventerà grande, che non ci darà dei nipoti. E che era fatto di figli: di primi passi, e primi giorni di scuola, e giochi in cortile. Vita, che non è stata. (Se, almeno, avessimo il coraggio di ammettere un collettivo dolore).</p>
<p></span></div>
<div><strong><span id="_ctl0_MasterContent_Autore">Marina Corradi</span></strong></div>
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		<title>Pensare «lungo» per tornare costruttori</title>
		<link>http://www.sicomorogiulianova.it/2009/09/pensare-%c2%ablungo%c2%bb-per-tornare-costruttori/</link>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2009 10:59:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal blog del Progetto Culturale
«Un’alleanza educativa di lungo periodo con le istituzioni e con tutti coloro che hanno responsabilità in questo settore». Nelle parole con cui il cardinale Camillo Ruini ha presentato a Roma il Rapporto-proposta ‘La sfida educativa’ c’è questa espressione, «alleanza di lungo periodo», che nell’orizzonte culturale del nostro Paese suona inconsueto.
Siamo abituati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-720" title="copertina-rapporto-proposta" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/09/copertina-rapporto-proposta.jpg?w=220" alt="copertina-rapporto-proposta" width="220" height="300" />Dal blog del<a href="http://spazioblog.progettoculturale.it/" target="_blank"> Progetto Culturale</a></strong></p>
<p>«Un’alleanza educativa di lungo periodo con le istituzioni e con tutti coloro che hanno responsabilità in questo settore». Nelle parole con cui il cardinale Camillo Ruini ha presentato a Roma il Rapporto-proposta ‘La sfida educativa’ c’è questa espressione, «alleanza di lungo periodo», che nell’orizzonte culturale del nostro Paese suona inconsueto.</p>
<p>Siamo abituati da molti anni, in Italia, a progetti, propositi, interventi, ma quasi sempre presi nel tentativo di rispondere alle emergenze che si presentano: quando non a tamponarle alla meglio, giacché del loro progressivo insorgere non ci si era accorti. Le stragi sulle strade, il flusso migratorio, magari domani il sovraffollamento nelle carceri, generano sì risposte, ma concepite nell’urgenza di controllare problemi ormai esplosi nella loro gravità.</p>
<p>Da molti anni, e indipendentemente dal colore del governo, la sensazione è che politica e cultura non dirigano la polis in una visione di lungo respiro, ma si affannino a correggerne le derive con interventi spesso pensati per il qui e ora, piuttosto che in una prospettiva futura. Per questo quell’accento, «un’alleanza educativa di lungo periodo», meraviglia chi in questo clima culturale sia cresciuto.</p>
<p>Perché, educati a un mondo in cui ogni cosa, dagli affetti al lavoro, è ‘precaria’, ci stupisce che si possa ancora concepire un progetto in una più ampia prospettiva.</p>
<p>«In una convergenza – ha aggiunto il presidente del Comitato per il progetto culturale della Chiesa italiana – che superi il variare delle situazioni, delle idee, degli interessi». Il variare così instabile in questi nostri anni di mode, ideologie, visioni del mondo che nella rappresentazione dei media si susseguono con una velocità che disorienta: come dicendo che nulla è per sempre, e che ogni morale è in fondo relativa.</p>
<p align="left">Sfidando questo moto perpetuo in cui è così difficile stare fermi, coi piedi per terra, es educare, l’ambizione del progetto educativo si allarga poi a «tutte le istituzioni» che direttamente o indirettamente educhino: quindi famiglia e scuola, ma anche media, tv, spettacolo – di questo tempo i veri potenti maestri. Un’alleanza costante, e corale (significativamente l’editore del Rapporto-proposta è il laicissimo Laterza).</p>
<p align="left">Come, nella babele nostra quotidiana affannata a inseguire l’ultima contingenza, l’alzarsi di un soggetto che osi guardare più lontano. Pensare e progettare il futuro. Per quelli che verranno. Nella coscienza di un’eredità da lasciare, mentre si vive spesso, oggi, schiacciati in un presente; come inconsciamente pensando che, finiti noi, c’è il nulla. Stupisce, questa pretesa. È qualcosa – nell’andamento ondivago e emotivo della nostra società, nell’alternarsi a ogni voto di visioni politiche opposte, per cui tutto viene rimesso in discussione – di nuovo. E anche di antico.</p>
<p align="left">È un progetto di lungo corso, come ne avevano le culture che hanno lasciato memoria di sé. Basta girare per le strade di una città storica italiana per vedere mura, palazzi, chiese millenari. Costruiti dentro a un disegno non effimero: pietre pensate, progettate, per restare nei secoli. Cattedrali di cui gli ispiratori non vedevano che le fondamenta; solo tre generazioni dopo i figli dei figli ne avrebbero scolpito le guglie.</p>
<p align="left">C’era dunque una volta, ci diciamo percorrendo quelle strade, un pensiero ‘lungo’, un pensiero per chi sarebbe venuto dopo. E affanna allora girare per le nostre periferie, anche residenziali; che spuntano disordinate e frettolose, e brutte; effimere, che già dopo pochi anni i materiali scadenti si svelano nello scrostarsi degli intonaci. Come se si costruisse solo per l’oggi; e domani, dopo di noi, che importa. Contro a questa precarietà inconscia, diffusa, respirata nell’aria, un’«alleanza di lungo periodo» per educare i figli. Il segno di una voglia di costruire, pensare, continuare la storia. Ciò che da duemila anni è caro ai cristiani.</p>
<p align="left"><strong>Marina Corradi – <em>Avvenire</em>, 24 settembre 2009</strong></p>
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		<title>Un pianeta di amazzoni con il cervello da uomo</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Aug 2009 17:32:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tratto da Avvenire.it di Marina Corradi
Il radioso mondo del prof. Veronesi
«Le donne non si fermano: la vittoria dell’approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo» . L’incipit dell’articolo del professor Umberto Veronesi su Repubblica è uno squillo di tromba; come l’annuncio di prossime certe e trionfali vittorie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-578" title="aborti1" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/08/aborti1.jpg?w=149" alt="aborti1" width="149" height="150" />Tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/Un+pianeta+di+amazzoni+con+il+cervello+da+uomo_200908110730430170000.htm">Avvenire.it</a> di Marina Corradi</p>
<p><strong>Il radioso mondo del prof. Veronesi</strong></p>
<p><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto">«Le donne non si fermano: la vittoria dell’approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo» . L’incipit dell’articolo del professor Umberto Veronesi su Repubblica è uno squillo di tromba; come l’annuncio di prossime certe e trionfali vittorie da parte di un condottiero, o un generale. Alla definizione della pillola abortiva come ulteriore tappa della liberazione femminile non erano arrivati, almeno apertamente, i più accesi fautori dell’aborto da bere. A dirla tutta, a uscir fuori al naturale, ci ha pensato il maestro di pensiero della medicina politicamente corretta.</p>
<p>La pillola dell’aborto, « metodologia meno traumatica » , come un’altra pietra d’inciampo sgomberata da un vittorioso storico cammino femminile. In cui bisognerà, dice il professore, « ridisegnare gli spazi » fra procreazione e impegno pubblico delle donne: senza dimenticare una « superiorità » femminile, quella per cui una donna può fare un figlio senza un uomo, solo con una provetta di seme. Quella per cui una donna potrà un giorno clonare se stessa, e un uomo no. È lo scenario di una egemonia femminile superomistica, quella tratteggiata da Veronesi. E in questo radioso avvenire la pillola abortiva è un passo avanti. Verso il futuro Dominio delle Donne.</p>
<p>O delle Superdonne. Fantastico. Peccato che questo disegno sia un evidente esempio di delirio di onnipotenza maschile. Pensateci: il famoso oncologo, nell’immaginare la rivoluzione femminile, altro non fa che disegnare il mondo come sarebbe, quando lo comandassero delle donne con un cervello assolutamente maschile. Donne educate da una cultura di potere, per le quali il sogno è liberarsi agevolmente di &#8216; ostacoli&#8217; quali un figlio per essere più pronte a inseguire carriera o successo. </span></p>
<p><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto">Ora, è vero che di donne così ce ne sono sempre di più; aggressive, abili, perfettamente omologate al modello socialmente vincente. Ma che questa sia davvero rivoluzione femminile, è ciò che potrebbe dire un osservatore molto superficiale. Uno che, delle donne, non conosca la radicale, spesso tacita alterità. Scritta nei geni, nel corpo, perfino in quel ritmo che ogni mese scandisce il tempo dell’età feconda, come una domanda: vuoi che un altro viva? Come una profonda vocazione all’altro, che non si contenta degli idoli o balocchi del potere maschile.</p>
<p>L’immaginazione di Veronesi di un mondo di Amazzoni autosufficienti è pura deriva di onnipotenza maschile. E solo un uomo può pensare mondi simili: clonando, con antica arroganza, la sua misura del vivere e sovrapponendola alle donne. Ma le autistiche Amazzoni che fanno figli da sole, sono fortunatamente un orizzonte futuribile e lontano. Drammaticamente attuale invece è la questione della pillola abortiva. E il messaggio dell’oncologo delle donne, del medico &#8216; democratico&#8217;, è: è un passo avanti nella vostra liberazione. Un veleno che annienta un figlio, è un pezzo di liberazione conquistata. Pare di risentire gli echi della battaglia, quando alle ragazze degli anni Settanta l’aborto legalizzato venne raccontato come una conquista e quasi una promozione sociale. Rieccoci: dai giornali giusti i maestri giusti conducono i loro corretti sermoni.</p>
<p>Mia figlia ha dodici anni: è della generazione che crescerà nella nuova vulgata. Con una pillola che educa a pensare che quel problema è, in fondo, un problema da poco. Solo una pillola: fra qualche anno sarà possibile non mancare neanche un giorno al lavoro. Così vi vogliono, bambine: produttive, efficienti, competitive. Concrete, e senza rimpianti. Dei veri uomini. È questa, la rivoluzione millantata. Dimenticarsi di sé, di una propria natura, di un’accoglienza all’altro come scritta addosso: nella generosità del grembo, nello sguardo. Dimenticarsi di sé nel radioso, livido Mondo Nuovo del professor Veronesi.</span></p>
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		<title>Rapporto sulla fecondazione assistita</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Mar 2009 09:43:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ Ma guarda, la legge «crudele» funziona
di Marina Corradi da Avvenire del 28/03/2009
I figli nati da fecondazione assistita in I­talia sono quasi raddoppiati. Secondo la relazione presentata al Parlamento e de­dicata all’attuazione della legge 40, l’in­cremento di nascite in tre anni è netto: nel 2007 sono &#8216;transitati&#8217; per le provette oltre novemila bambini, contro i meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <img class="alignleft size-full wp-image-284" title="image_14" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/03/image_14.jpg" alt="image_14" width="55" height="66" /><strong>Ma guarda, la legge «crudele» funziona</strong></p>
<p>di Marina Corradi da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/MA+GUARDA+LA+LEGGE+CRUDELE+FUNZIONA_200903280732183670000.htm">Avvenire </a>del 28/03/2009<br />
I figli nati da fecondazione assistita in I­talia sono quasi raddoppiati. Secondo la relazione presentata al Parlamento e de­dicata all’attuazione della legge 40, l’in­cremento di nascite in tre anni è netto: nel 2007 sono &#8216;transitati&#8217; per le provette oltre novemila bambini, contro i meno di cin­quemila del 2005, primo anno in cui tutti i centri italiani erano stati monitorizzati. Il primo elemento dunque nel bilancio del­la legge passata attraverso l’aspro scontro del referendum, è che non c’è stato il crol­lo di nascite e la generalizzata fuga all’e­stero delle coppie che non riescono a con­cepire.</p>
<p>Oltre frontiera &#8216;deve&#8217; andare chi vuole una diagnosi prenatale dell’em­brione, e dunque una selezione fra i figli concepiti, oppure chi ne chiede il conge­lamento, vietato dalla legge italiana. Al di fuori di queste possibilità, peraltro etica­mente critiche e non solo per i cattolici, i numeri della Relazione dicono sostan­zialmente che la legge funziona; e sem­brano anche svuotare dunque, nel meri­to, il ricorso avanzato alla Corte Costitu­zionale dai suoi avversari.</p>
<p>Due, sostanzialmente, i punti critici del­l’attuazione: il primo segnala una percen­tuale più alta di quella europea di parti trigemellari. Per i detrattori del­la legge questa è la conseguenza del­l’obbligo di impian­to dei tre embrioni prodotti in provet­ta. Dal Ministero si replica che tale è il divario di gravidan­ze trigemellari tra un centro e l’altro – dallo 0 addirittura al 13 per cento del to­tale – che è evidente come non la legge, ma la pratica operativa dei centri deter­mini questo risultato. In altre parole, nei centri migliori si seleziona l’ovocita e si ot­tengono e impiantano solo uno o due em­brioni invece che tre, come usano fare in­vece i medici meno qualificati, per au­mentare le chance di successo.</p>
<p>Di qui l’in­tenzione, importante, di arrivare a una classificazione di qualità dei centri, per­ché le donne sappiano con esattezza in quali mani si mettono, nella disparità fra strutture private e pubbliche, fra Nord e Sud. È anche questo un ordine necessario, nella ampiezza di un &#8216;mercato&#8217; comples­so e agguerrito, che almeno la legge ha il merito di avere regolamentato. L’altra criticità italiana è l’età molto eleva­ta in cui le donne si rivolgono alla fecon­dazione assistita, 36 anni di media, con un quarto di richieste oltre i 40 anni, quando le possibilità di avere un figlio si abbassa­no drasticamente.</p>
<p>Età elevata che però sembra un portato del ritardo sui tempi biologici con cui in Italia si arriva a cerca­re un figlio: lo si desidera a trent’anni, e a trentasei se non arriva si ricorre alle pro­vette. Molte gravidanze in più sarebbero fisiologiche se si riuscisse ad agire su quei fattori sociali ed economici che portano la maternità in fondo, temporalmente, a­gli obiettivi che una donna deve realizza­re. Almeno in questa accezione avrebbe significato quel &#8216;diritto al figlio&#8217; tanto de­clamato quattro anni orsono.</p>
<p>Dal referendum che ha diviso l’Italia, e che ha visto i cattolici costretti a difendere u­na legge pure idealmente non condivisa per evitare che tutto nel campo della fe­condazione artificiale fosse possibile, i nu­meri dicono che le italiane hanno acces­so alla fecondazione assistita, senza biso­gno di emigrare. Che, anzi, il divieto di con­gelamento degli embrioni ha incentivato le tecniche alternative di crioconservazio­ne degli ovociti, in cui l’Italia è all’avan­guardia.</p>
<p>La diagnosi prenatale sugli em­brioni, la selezione di quelli sani, il conge­lamento, nel nostro Paese restano inac­cessibili: la legge ha doverosamente limi­tato i &#8216;diritti&#8217; dei genitori con quelli dei fi­gli in fieri – che non sono cose. E questa mediazione, e i numeri, dicono oggi che la avversatissima legge 40, la «legge crudele», la «legge bigotta», fuori dall’ideologia e nel­la realtà naviga, e funziona.<br />
<strong>Marina Corradi</strong></p>
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		<title>Forse non tutto succede per caso</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 16:31:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tratto da Tempi.it
Per la giornalista quello di Onofri, che si è visto uccidere il figlio Tommaso e ora giace in un letto immobile come Eluana, è «un destino beffardo». Invece, nella moglie, donna del dolore, si fa strada, esitante, un dubbio
di Marina Corradi

Il padre di Tommaso Onofri, il bambino rapito e ucciso tre anni fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-293" title="corradi10" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/03/corradi10.jpg?w=128" alt="corradi10" width="128" height="84" />Tratto da <a href="http://www.tempi.it/opinioni/005826-forse-non-tutto-succede-caso">Tempi.it</a></p>
<p><strong><em>Per la giornalista quello di Onofri, che si è visto uccidere il figlio Tommaso e ora giace in un letto immobile come Eluana, è «un destino beffardo». Invece, nella moglie, donna del dolore, si fa strada, esitante, un dubbio</em></strong></p>
<p><strong>di Marina Corradi</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Il padre di Tommaso Onofri, il bambino rapito e ucciso tre anni fa a Parma, è in coma da sei mesi dopo un infarto. Una giornalista del Corriere della Sera intervista la moglie, e sonda se tiri aria o no di “staccare la spina”, come oggi si usa. L’uomo respira da solo e mangia con un sondino, come Eluana. La moglie spera ancora.</p>
<p>Riflette: «Prima che accadesse a me, sono sempre stata dalla parte di Beppino Englaro. Ma ora che sono nelle sue condizioni, è difficile decidere». La cronista al capezzale di quest’uomo così tragicamente colpito riassume: «Quaranta minuti di buio. Poi il muscolo ricomincia a pompare. Per Onofri è il tramonto della coscienza, il sipario che cala su un destino beffardo».<br />
E fin qui è tutto previsto. Del finale dell’intervista, però, una frase ti resta in mente, come qualcosa di irregolare che rompe le fila dell’ovvio. Perché alla fine la signora Onofri se ne viene fuori con queste parole: «Il mio bambino mi sta aiutando, è lui che mi dà tanta forza. Forse non tutto succede per caso».<br />
Singolari due righe, in chiusura di un pezzo come tanti ne leggiamo, dove con premura attorno a malati incoscienti si domanda: allora, che facciamo? Per la giornalista quello di Onofri, che si è visto uccidere un figlio e ora giace in un letto immobile, è «un destino beffardo». Un destino cattivo e anche irridente, traditore, un destino deragliato da ogni benevolo disegno, anzi mai nemmeno per un bene concepito (del resto, diciamolo, in tanti davanti a una vicenda simile penseremmo esattamente lo stesso).</p>
<p>E invece, invece nella moglie, di cui non si capisce come regga, nella moglie, donna del dolore, si fa strada, esitante, un dubbio. Eppure, dice, mio figlio mi sta aiutando. «Forse non tutto succede per caso».<br />
Un destino beffardo o un progetto che misteriosamente, per vie che non sono le nostre vie, trae gli uomini – non nel buio, non nel caso cieco? Un destino beffardo, o un disegno? In questa contrapposizione si alimenta il tumulto sul “diritto a morire”.</p>
<p>Ma, anche, in questa antitesi si fonda il nostro modo di stare al mondo: ribelli e in realtà disperati quando il dolore attacca e infierisce, oppure aderenti a una volontà che non comprendiamo, e di cui però ci fidiamo.<br />
La differenza in realtà è: siamo figli o orfani? Se siamo orfani la rabbia è comprensibile, così come ogni spina staccata, e ogni rivendicazione di libera buona morte. Se siamo figli, se ciò che ci accade è comunque per un bene, la rabbia s’acquieta e china il capo. Resta la sofferenza, resta il non capire, e tuttavia una speranza – come nelle parole esitanti della signora Onofri. Scrisse Manzoni di un Dio «che non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande». Ai tempi in cui lo scrisse questo era forse il comune sentire di un popolo. Ne rimane, timida, una frase quasi interrogativa in chiusa di un articolo di un quotidiano: «Forse non tutto accade per caso». Sotto ai diserbanti del nulla, il germoglio ostinato della nostra speranza.</p>
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		<title>Aharon Appelfeld</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 16:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Come si salva un uomo quando ha visto l’inferno in terra?
 di MARINA CORRADI &#8211; Da Avvenire del 7/3/2009
Aharon Appelfeld, grande scrittore ebreo sfuggito da bambino ai lager, in un incontro al Centro Culturale di Milano ha parlato di memoria. Non intesa come Shoah: semplicemente la memoria degli uomini.
Appelfeld era stato un bambino molto felice nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> <img class="alignleft size-full wp-image-284" title="image_14" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/03/image_14.jpg" alt="image_14" width="55" height="66" />Come si salva un uomo quando ha visto l’inferno in terra?</strong></p>
<p> di MARINA CORRADI &#8211; Da <a href="http://www.avvenire.it">Avvenire</a> del 7/3/2009<br />
Aharon Appelfeld, grande scrittore ebreo sfuggito da bambino ai lager, in un incontro al Centro Culturale di Milano ha parlato di memoria. Non intesa come Shoah: semplicemente la memoria degli uomini.<br />
Appelfeld era stato un bambino molto felice nella sua famiglia, nella prima infanzia; poi, i nazisti, la madre uccisa, la fuga in boschi dove gli unici che hanno pietà del piccolo fuggiasco sono dei delinquenti, una banda di predoni che, pur insegnandogli il &#8216;mestiere&#8217;, lo adotta.<br />
 Una storia terribile dunque alle spalle di questo signore di 77 anni. Che tuttavia è emigrato in Israele, si è messo a scrivere, ha intensamente vissuto e oggi si dice un ebreo osservante. Ora, la questione della memoria per Appelfeld è necessariamente centrale: come sopravvivere ai ricordi?<br />
 Tacerli anche a se stessi, o lasciarli filtrare ferendo come una lama la coscienza?<br />
 Eppure censurare del tutto quella massa che preme, non si può. «Fermarsi a ricordare – dice lo scrittore – significa vivere se stessi». Per chi non è credente, aggiunge, «la memoria è forse l’unica via per sentire, seppure in limitata misura, che la nostra vita non è solo una esperienza frammentaria».</p>
<p>Così che, a fronte della sua giovinezza devastata, Appelfeld dice di avere trovato conforto prima di tutto nella memoria viva dei suoi primi sette anni di bambino amato e felice. Ma dei ricordi più atroci, quelli che paralizzano anche solo al loro riaffacciarsi, di quelli, che farne? È la domanda degli scampati dai lager e dai gulag, ma anche, oggi, dei bambini soldato delle guerre civili africane, o delle vittime di sconosciuti massacri negli angoli bui del mondo. Come si salva un uomo, se pure è rimasto vivo, quando ha visto le foibe, o i camini di Auschwitz levare al cielo il loro fumo?</p>
<p>Alcuni, è vero, sopravvivono, ma quasi solo in apparenza; interiormente annichiliti e quindi cinici, oppure in cerca della morte come unico possibile abbraccio di salvezza, come Primo Levi. Altri, invece, tornano a vivere.<br />
Qualcosa li ha salvati. Aharon Appelfeld testimonia a una platea raccolta, in una sera di pioggia nel cuore di Milano, che ciò che ha graziato lui e altri è un «barlume di luce intravisto nella fitta tenebra». Chi è scampato, spiega, deve la vita a chi gli ha aperto la porta di casa nascondendolo, o gli ha allungato un pezzo di pane, o lo ha tenuto in piedi quando sfinito stava per crollare a terra. E chi ha fatto questo non ha salvato solo la vita di un uomo, ma anche la sua fiducia negli uomini: «Tra i mostri attorno ansiosi di divorarlo, nella memoria di ogni sopravvissuto della Shoah ci sono anche mani tese, sguardi solidali». Angeli.</p>
<p>Appelfeld lo dice espressamente: «Angeli apparsi nelle ore in cui una tenebra fitta copriva cielo e terra». E a noi ascoltandolo è venuto in mente l’Angelus di domenica, dove nel commento al racconto evangelico di Gesù tentato nel deserto dal demonio il Papa ha detto: «Di fronte a questa figura oscura e tenebrosa che osa tentare il Signore, appaiono gli angeli, figure luminose e misteriose». Angeli, ha aggiunto, «i quali annunciano la presenza di Dio fra di noi, e ne sono un segno».</p>
<p>Oh certo, gli angeli di cui parla il Papa non sono certo quei poveri uomini impauriti, affamati, minacciati che pure nel vertice del male allungarono un pezzo di pane, o aprirono la porta della loro casa, e spesso di un convento: «Entra, nasconditi». E tuttavia, qualcosa hanno in comune: anch’essi sono annuncio, e segno. «Barlume di luce», come dice il vecchio scrittore ebreo: luce piccola nelle tenebre, eppure bastante a sperare, e a continuare il cammino.</p>
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