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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; educazione</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Educazione e famiglia</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 14:14:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da una presentazione di Berlicche

«Il tema principale, per noi, in tutti i nostri discorsi, è  l&#8217;educazione: come educarci, in che cosa consiste e come si svolge  l&#8217;educazione, un&#8217;educazione che sia vera, cioè corrispondente  all&#8217;umano». (Luigi Giussani, “Il rischio educativo”)
1-Ma cos’è l’educazione?
Jungmann diceva: “L’educazione è introduzione alla realtà totale”
Il sostantivo viene dal latino, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://berlicche.splinder.com/post/5869614/educazione-e-famiglia" target="_blank"><strong><strong></strong></strong></a><strong><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/05/Educazione_al_lavoro_300.JPG"><img class="alignleft size-full wp-image-2156" title="Educazione_al_lavoro_300" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/05/Educazione_al_lavoro_300.JPG" alt="Educazione_al_lavoro_300" width="218" height="300" /></a></strong>Da una presentazione di Berlicche</strong><em><br />
</em></p>
<p>«Il tema principale, per noi, in tutti i nostri discorsi, è  l&#8217;educazione: come educarci, in che cosa consiste e come si svolge  l&#8217;educazione, un&#8217;educazione che sia vera, cioè corrispondente  all&#8217;umano». <span style="font-size: xx-small;">(Luigi Giussani, “Il rischio educativo”)</span></p>
<p><strong>1</strong>-Ma cos’è <span style="text-decoration: underline;"><strong>l’educazione</strong></span>?<br />
Jungmann diceva: “L’educazione è introduzione alla realtà totale”<br />
Il sostantivo viene dal latino, <em>e-duco,</em> porto fuori, guido  qualcuno da quello che è a qualcosa di più ampio. <em>Duco</em> sottintende <span style="text-decoration: underline;">un’autorità</span>; un’autorità che guida il soggetto (che  comunque non è passivo, perché anche lui deve camminare).<br />
La guida, il primo punto naturale di educazione al nuovo essere che  cresce è la <span style="text-decoration: underline;">famiglia</span>.<br />
La famiglia è il primo punto di quello che si può chiamare autorità.<br />
L’autorità ha il compito di proporre quello che arriva dal passato, che  possiamo chiamare <span style="text-decoration: underline;">tradizione</span>, e far capire in quale modo questo  corrisponda <span style="text-decoration: underline;">all’esperienza</span>, cioè alla totalità dei problemi.<br />
Tanto più uno è vivo tanto più tutto è un problema.  L’esperienza è  l’impatto della realtà con una persona; la realtà, colpendo una persona,  la provoca.<br />
Si tratta insomma di paragonare quanto l’autorità ci propone con la  realtà e verificare quanto esso corrisponda.</p>
<p><strong>2</strong>-L&#8217;uomo <span style="text-decoration: underline;"><strong>dipende</strong></span>, non solo  in qualche aspetto dell&#8217;esistenza, ma in tutto: chiunque osserva la  propria esperienza può scoprire l&#8217;evidenza di una dipendenza totale da  un Altro che ci ha fatti, ci fa e continuamente ci conserva nell&#8217;essere.<br />
Se noi usassimo la nostra coscienza fino in fondo, se riflettessimo su  noi stessi, non più bambini ma adulti, quale sarebbe l&#8217;evidenza più  impressionante? Che in quel dato momento, nell&#8217;istante, io non mi sto  facendo da me. Per cui io sono &#8220;qualcosa-d&#8217;altro-che-mi-fa&#8221;, sono come  fiotto di sorgente.</p>
<p><strong>3</strong>-E’ nel bambino che questa dipendenza è più  evidente, in quanto da solo non riesce a fare niente. Possiamo dire che  dipende, appartiene ai suoi genitori.<br />
<span style="text-decoration: underline;"><strong>L’appartenenza</strong></span> è la dipendenza accettata come  tale.<br />
La prima appartenenza, fisiologicamente e socialmente parlando, è quella  del genitore, in cui è riflessa l&#8217;appartenenza all&#8217;Altro.<br />
La famiglia è il luogo dell&#8217;educazione all&#8217;appartenenza, all&#8217;esperienza  della paternità e, quindi, della maternità. Nella famiglia è evidente  che l&#8217;elemento fondamentale di sviluppo della persona sta  nell&#8217;appartenenza reciproca, coniugata, di due fattori: l&#8217;uomo e la  donna.<br />
La cultura moderna, che ha estromesso la tradizione dal proprio  orizzonte di pensiero e di azione, ha operato la distruzione del valore  di una appartenenza, sostituendo ad essa una libertà come non-adesione  al Padre, divenendo così sorgente di menzogna.<br />
Una poesia di Ciudakov, poeta clandestino russo del Samizdat, lo  definisce come incombente pericolo per tutti: «<em>Quando gridano &#8220;un  uomo in mare!&#8221; il transatlantico grande come una casa si ferma  all&#8217;improvviso e l&#8217;uomo lo pescano con le funi: ma quando fuoribordo è  l&#8217;anima dell&#8217;uomo, quando egli affoga dall&#8217;orrore e alla disperazione,  nemmeno la sua propria casa si ferma, ma si allontana</em>».</p>
<p><strong>4</strong>-Ma nella percezione dell&#8217;appartenenza di cui  parlavamo prima, in questa trasparenza di coscienza, scaturisce  l&#8217;esperienza più stimolante, più consolatrice, più affascinante della  vita: l&#8217;esperienza della <span style="text-decoration: underline;"><strong>gratuità</strong></span> totale del  fatto che ci sono. Non c&#8217;è niente di più stimolante e di più  affascinante: il fatto che ci sono implica la bontà originale,  fondamentale e ineludibile dell&#8217;Essere, e perciò l&#8217;aspetto di dono, di  ricchezza positiva, che l&#8217;Essere è per tutto ciò cui dà vita.<br />
Ecco, è dentro questa esperienza della gratuità che quel &#8220;riflesso  esemplare&#8221; può avvenire. C&#8217;è una caratteristica di gratuità nel  temperamento del padre e della madre necessaria perché l&#8217;educazione  passi.<br />
E&#8217; nell&#8217;esperienza della gratuità che il processo di educazione  all&#8217;appartenenza può realizzarsi tra  genitori e figli.<br />
Un&#8217;esperienza di gratuità che ha come due flessioni.<br />
<strong>a</strong>-La prima è <span style="text-decoration: underline;">la gratitudine verso l&#8217;essere</span>,  verso Dio; la gratitudine &#8211; si badi &#8211; verso Colui che dà la vita, verso  Colui di cui è fatta la vita, che diventa gratitudine per il figlio  concepito. Luigi Giussani:”<em>Io credo che tutti i difetti più gravi  della personalità possano dipendere dalla non gratitudine con cui una  donna o un padre hanno aspettato o ricevuto un figlio</em>”.<br />
<strong>b</strong>-La seconda flessione è lo <span style="text-decoration: underline;">stupore</span>, la  meraviglia in cui si traduce e quasi si concreta il senso della gratuità  ultima del rapporto tra l&#8217;uomo e la donna. Senza questo senso ultimo di  gratuità, perciò di stupore e di meraviglia, dell&#8217;uno verso l&#8217;altro,  l&#8217;educazione all&#8217;appartenenza diventa difficile, perché quella  trasparenza di cui abbiamo parlato non c&#8217;è. Se il rapporto fra i due è  appesantito perché privo di gratuità, se fra uomo e la donna manca  questa percezione di gratuità della presenza dell&#8217;uno all&#8217;altro, allora  il &#8220;riflesso esemplare&#8221; tarda o viene meno.<br />
Dice il Vangelo: «<em>Ama il prossimo tuo come te stesso</em>». Ora,  amare se stessi non è amare le proprie reazioni (come normalmente  accade: questo è l&#8217;egoismo); amare se stessi è amare il proprio destino.  Perciò non si può amare la propria moglie o il proprio marito, l&#8217;altro,  senza amore al suo destino (che è identico al mio).</p>
<p><strong>5-</strong> Quale <strong><span style="text-decoration: underline;">atteggiamento</span></strong> occorre avere verso il figlio?<br />
Dovremo ripetere ancora: gratuità, la parola dominante, assolutamente  non astratta, per la quale ci sopportiamo a vicenda e per la quale  godiamo nella vita.<br />
Si tratta innanzitutto di una gratitudine per la generazione, cioè  l&#8217;accettazione completa che quel figlio appartenga a sé. In secondo  luogo, della riconsegna del figlio all&#8217;Altro, a Ciò di cui il figlio è  costituito e a cui appartiene in modo totale, sì che questa appartenenza  ne costituisca la personalità. Insomma è l&#8217;atteggiamento di adesione da  parte dei genitori a ciò che costituisce la persona del figlio, il  rapporto con l&#8217;Essere, con Dio.<br />
Racconta Luigi Giussani: “<em>Ricordo sempre una delle impressioni più  grandi che provai nei primi anni di sacerdozio. Veniva una signora a  confessarsi tutte le settimane, ma poi, d&#8217;improvviso, non venne più.  Dopo un mese ritornò: «Sa, non sono venuta perché mi è nata la seconda  figlia». E, prima ancora che io potessi dirle &#8220;congratulazioni&#8221; o  &#8220;auguri&#8221;, proseguì: «Sapesse che impressione ho avuto appena mi sono  accorta che si staccava; non ho pensato &#8220;è un maschio&#8221; o &#8220;è una  femmina&#8221;, ma &#8220;ecco, incomincia ad andarsene&#8221;».”</em><br />
Il figlio se ne va, è uguale a dire: &#8220;il figlio cresce&#8221;. In questo  processo l&#8217;atteggiamento originale di gratuità può vivere la separazione  come occasione di riconoscimento del proprio figlio come qualcosa di  diverso (sempre diverso da quello che uno si immaginava, e che ogni  momento fa diventare diverso). Il figlio diverso è proprio il segno che  appartiene a un Altro.<br />
Se invece questo processo non si segue con gratuità, nasce il rancore:  man mano che il figlio se ne va, un rancore più o meno sordo pone il  genitore nella solitudine.<br />
L&#8217;appartenenza del figlio al genitore è reclamata, in modo  recriminatorio, imprigionata dentro uno schema immaginato.<br />
Il metodo per educare all&#8217;appartenenza, il metodo, che rappresenta tutto  il processo educativo, si può riassumere in una parola: <span style="text-decoration: underline;">esperienza</span>.  Che il figlio realizzi l&#8217;esperienza del vivere, del proprio io. E  l&#8217;esperienza che salva l&#8217;appartenenza ad un altro dall&#8217;essere  alienazione, ed assicura perciò l&#8217;identità, così che l&#8217;appartenenza  all&#8217;altro è la propria identità.</p>
<p><strong>6</strong>-Questa traiettoria educativa, che si chiama  esperienza, ha un <strong><span style="text-decoration: underline;">dinamismo</span></strong>:<br />
<strong>a)</strong> La proposta. Il primo aspetto dell&#8217;educazione è la  proposta, e questa è la propria tradizione assimilata.<br />
<strong>b)</strong> Il condurre per mano, cioè l&#8217;introduzione in una  realtà concreta che il figlio possa assimilare. Questo secondo punto è  certamente il più delicato, perché deve identificare l&#8217;ambito che  costituisca possibile assimilazione per il figlio.<br />
<strong>c)</strong> L&#8217;ipotesi di lavoro. Si tratta di un lavoro umano,  perciò si intende un&#8217;ipotesi di significato. È la tradizione come  ragione: tradizione non solo assimilata, ma assimilata nelle sue  ragioni, senso e valori.<br />
<strong>d)</strong> Il rischio. Che aumenta, che è destinato ad  aumentare sempre. Proprio perché l&#8217;appartenenza è legame e  responsabilità, lo spazio della responsabilità salva la santità e  l&#8217;umanità del legame.<br />
Assicura la vera appartenenza, per cui la proposta, il condurre per mano  e l&#8217;ipotesi di lavoro come significato, tutto questo deve essere  offerto e realizzato con delicatezza, o con discrezione verso la libertà  che si evolve, verso la responsabilità del figlio.<br />
Non credo che, tranne la morte, ci siano momenti così dolorosi per un  genitore, nella compagnia che dà al figlio, che lasciarlo responsabile: «<em>messo  t&#8217;ho innanzi, omai per te ti ciba</em>» (Virgilio a Dante).<br />
<strong>e)</strong> La compagnia stabile, cioè la fedeltà. Dio è fedele.  San Paolo osserva che Dio rimane fedele anche se lo tradiamo. Quindi  compagnia stabile ai figli, fedeltà ad essi, discreta, sempre pronta ad  intervenire, vigilante. Compagnia fino al perdono, all&#8217;infinito.</p>
<p>È quanto afferma ne “L&#8217;annuncio a Maria” di Claudel il vecchio padre  Anna Vercors rivolto alla figlia Violaine: &#8220;<em>L&#8217;amore del Padre non  chiede compenso e il figlio non occorre che lo conquisti o che lo  meriti. Come era con lui prima del principio, così resta: suo bene e sua  eredità, suo rifugio, suo onore, sua giustificazione</em>&#8220;.</p>
<p><strong>Fonti:<br />
</strong>Luigi Giussani:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.sensoreligioso.it/beyondengine/frontend/exec.php?id_content_element=425">La  famiglia, luogo di educazione all&#8217;appartenenza</a> ; Lezione tenuta al  corso &#8220;Una cultura per la famiglia&#8221;, organizzata dal Sindacato delle  famiglie a Milano.</li>
<li><a href="http://www.sensoreligioso.it/beyondengine/frontend/exec.php?id_content_element=231">Paternità  e appartenenza;</a> Intervento di Luigi Giussani al Convegno su  &#8220;Paternità di Dio e paternità della famiglia&#8221;, organizzato dal  Pontificio Consiglio per la Famiglia.</li>
<li><a href="http://www.itacalibri.it/Template/detailArticoli.asp?LN=IT&amp;IDFolder=144&amp;IDOggetto=23838">Il  Rischio Educativo</a>, Rizzoli</li>
<li><a href="http://www.sensoreligioso.it/beyondengine/frontend/exec.php?id_content_element=52">Realtà  e giovinezza: la sfida</a>, Sei</li>
</ul>
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		<title>Per indicare la strada verso la felicità</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 14:09:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Educare, cos’è? È suscitare la passione dell’io  per ciò che lo circonda: per l’altro, dunque, per il &#8220;tu&#8221;; per gli  uomini, per Dio – dice il Papa. Educare, è un coltivare il desiderio che  ci spinge verso il reale. È, in fondo, un contagio di passione per  l’uomo. Quella passione, dice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/05/hopper4.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2153" title="hopper4" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/05/hopper4-300x224.jpg" alt="hopper4" width="300" height="224" /></a>Educare, cos’è? È suscitare la passione dell’io  per ciò che lo circonda: per l’altro, dunque, per il &#8220;tu&#8221;; per gli  uomini, per Dio – dice il Papa. Educare, è un coltivare il desiderio che  ci spinge verso il reale. È, in fondo, un contagio di passione per  l’uomo. Quella passione, dice il Papa, che dobbiamo risvegliare fra noi.</p>
<p>Nell’Aula  del Sinodo Benedetto XVI parla ai vescovi italiani in assemblea  generale. Due anni sono passati da quando denunciò la profondità della  &#8220;emergenza educativa&#8221;. Oggi la Cei mette al centro della pastorale della  Chiesa italiana dei prossimi dieci anni l’educazione. (Come chi,  davanti a una casa che sembra instabile, decida di mettere mano alle  fondamenta; a ciò che sta sotto, a ciò che viene prima).</p>
<p>E  simmetricamente Benedetto, in un discorso che è lezione magistrale e  augurio, va alle radici di quella difficoltà opaca, che però chi ha dei  figli conosce. Quella strana resistenza a trasmettere ciò che abbiamo di  buono, e prima di tutto il senso del vivere; come se qualcosa  confusamente ci remasse contro, come se l’anello fra generazioni fosse  incrinato. Che cosa è stato, a infrangere una trasmissione, di padre in  figlio, antica, così che i padri balbettano, e i figli sembrano spesso  incapaci di continuarne la storia? Per Benedetto XVI – ma ci verrebbe da  dire per il professor Ratzinger, tale è la lucidità dell’analisi pure  in poche righe – le radici di questo male oscuro sono due. Primo, «una  falsa idea di autonomia dell’uomo», come di un «io completo in se  stesso»; secondo, «la esclusione delle due fonti che da sempre orientano  il cammino umano»: natura e Rivelazione. Se la natura non è più  creazione di Dio, e la Rivelazione è soltanto figura di un remoto  passato, vacillano gli architravi su cui poggia l’Occidente. E non c’è  da stupirsi se, in questo humus ereditato, i figli disorientati cercano,  senza trovarli, una direzione, e degli argini, come un fiume smarritosi  sulla strada del mare.</p>
<p>Ma qui il professor Ratzinger passa la  mano al padre: e sollecita a ritrovare la passione dell’educare. A  liberare l’io dalla gabbia della fasulla autonomia in cui la modernità  l’ha chiuso, e a spingerlo di nuovo al suo destino. Che è altro da sé: è  la faccia, per prima, della madre, e poi i mille volti dell’altro, e  quel Dio che sta dietro quei volti, e domanda di essere liberamente  riconosciuto. E no, «non è una didattica, o una tecnica», educare: è  abitare famiglie, scuole, parrocchie dove si incontrino facce credibili  nell’annunciare che c’è un destino per ognuno, ed è buono.</p>
<p>Poi,  la lezione di Benedetto si fa ancora più audace. Torniamo, dice, «a  proporre ai figli la misura alta e trascendente della vita, intesa come  vocazione». Vocazione al matrimonio come al sacerdozio; &#8220;vocazione&#8221;,  comunque, a significare che la vita è risposta a una chiamata, è  adesione a un disegno non nostro. E certo, questa è l’antica visione  della Chiesa; ma provate, oggi, in un crocchio di ragazzi fuori da una  scuola, ad affermare che la vita non è «autorealizzazione» ma vocazione,  adesione al disegno di Dio su ciascuno. Tanti vi guarderebbero come dei  poveri folli; perché, cresciuti nella idea dell’uomo «come un io  completo in se stesso», sono magari generosi, entusiasti, altruisti; e  però in un espandersi, comunque, di un io che si concepisce come origine  e orizzonte di ogni gesto. Poche cose sono lontane da noi, gente del  terzo millennio, come la parola &#8220;vocazione&#8221;; come l’idea che la felicità  possa essere nell’adesione ai piani di un Altro.</p>
<p>Eppure, non è  forse proprio questo il nodo più profondo della opaca fatica di educare?  Siamo &#8220;nostri&#8221;, o apparteniamo a un Padre? Siamo monadi proprietarie di  sé, o figli, e fratelli, chiamati insieme a un destino? La sfida  accolta dalla Chiesa italiana nel mettere davanti a tutto, per dieci  anni, l’educazione, è grande. A questa Chiesa il Papa indica un  orizzonte radicale. Educare cristianamente è testimoniare ai figli,  nella dittatura dell’io, nel trionfo orgoglioso dell’umana scienza e  potenza: bambino, tu sei di Dio, e quella felicità che fin dai primi  passi insegui e cerchi – come a tentoni, ostinatamente – abita, davvero,  solo in Lui.</span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><strong><span id="ctl00_MasterContent_Autore">Marina Corradi tratto da Avvenire.it<br />
</span></strong></div>
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		<title>La speranza di un legame incancellabile</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 19:50:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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		<description><![CDATA[Dagli errori dei religiosi alle polemiche sul celibato. Poi i dati  gonfiati sul fenomeno. E l’aspetto della patologia. Lo psichiatra  Eugenio Borgna spiega il peso degli attacchi alla Chiesa. Tentativi  di indebolire l’orizzonte di senso dell’uomo. Che solo nella caritas  vive ciò che lo salva dal suo male
«Credo fermamente nel potere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/04/chagall_headre-291x300.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1882" title="chagall_headre-291x300" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/04/chagall_headre-291x300.jpg" alt="chagall_headre-291x300" width="291" height="300" /></a>Dagli errori dei religiosi alle polemiche sul celibato. Poi i dati  gonfiati sul fenomeno. E l’aspetto della patologia. Lo psichiatra  Eugenio Borgna spiega il peso degli attacchi alla Chiesa. Tentativi  di indebolire l’orizzonte di senso dell’uomo. Che solo nella caritas  vive ciò che lo salva dal suo male</strong></p>
<p>«Credo fermamente nel potere risanatore dell’amore di Cristo», ha  scritto Benedetto XVI nella <em>Lettera ai cattolici d’Irlanda</em>, il  19 marzo, per gli abusi sessuali commessi da preti e religiosi, a lungo  sottovalutati da una parte dalla gerarchia ecclesiastica irlandese, a  danno di giovani. Sono le parole accorate di un padre che sa che solo  l’amore misericordioso dell’unico Padre può dare speranza e perdonare  ciò che per gli uomini è umanamente incomprensibile e imperdonabile.<br />
I  fatti sono rimbalzati su tutte le pagine dei giornali italiani ed  esteri: i reati di pedofilia di cui si sono macchiati religiosi in  Irlanda, in Germania e prima ancora negli Stati Uniti. Atti infami  condannati con fermezza dal Papa, che hanno suscitato un’alzata di scudi  da parte di opinionisti e intellettuali contro il celibato, gli ordini  religiosi, ma più radicalmente contro la Chiesa. E a proposito della  Chiesa il Papa scrive, sempre nella <em>Lettera</em>, rivolgendosi ai  giovani: «Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di  alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti  in modo speciale per guidare e servire i giovani. Ma è <em>nella Chiesa</em> che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre». In  questi mesi in tanti si sono sentiti in “dovere” di dire che cosa è la  Chiesa, come si è ridotta e cosa deve fare. Dimenticandosi delle  migliaia di religiosi che silenziosamente ogni giorno, in ogni angolo  della terra, dedicano la propria vita a chi ha bisogno e solo per amore  di Cristo e della Chiesa.</p>
<p>E il Papa, ancora una volta, ribadisce, con  tutto il dolore per quanto è successo e indicando una strada da  percorrere: è<em> solo</em> lì che c’è Cristo presente.<br />
Pochi giorni  prima dell’uscita della <em>Lettera</em> abbiamo incontrato il  professore Eugenio Borgna, primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale  Maggiore di Novara e autore di vari saggi. È nato un colloquio che, a  partire dai fatti accaduti, ha spaziato sul tema più ampio della  presenza della Chiesa nella società contemporanea.</p>
<p><strong>La  pedofilia è sicuramente uno dei reati più nefandi che si possano  commettere. Fa più scalpore se a commetterli sono stati dei religiosi.  Qual è stata la sua prima reazione?</strong><br />
Innanzitutto, che il  fenomeno da un punto di vista numerico è più circoscritto di quanto  sembri. È normale che, vista la risonanza che ha avuto sui media, sia  avvenuta un’enfatizzazione del fatto stesso che si accompagna a  improvvise testimonianze di possibili abusi, nate sulla scia di quelle  che chiamerei “illusioni della memoria”, una deformazione della memoria.  Stiamo parlando di fatti accaduti fino a trent’anni fa. Con questo non  voglio dire che la deviazione non esista. Anzi. C’è, e non è  infrequente. I sacerdoti che hanno commesso tale crimine possono essere  stati spinti da istanze patologiche. Come ogni altro uomo. E la Chiesa  li ha condannati drasticamente. In questo clima i media tendono a  indicare il sacerdozio come una delle sorgenti di questa terribile  esperienza aggressiva. Ma collegare queste due esperienze di vita &#8211; il  celibato e l’insorgenza di questi fatti &#8211; non mi sembra proprio  possibile.</p>
<p><strong>Eppure certe prese di posizione su celibato  e pedofilia mi sembra siano l’esempio di un’aperta ostilità, di un  attacco verso la Chiesa.</strong><br />
La Chiesa è oggi la sola  istituzione che difende valori che la mondanità respinge. Difende la  vita fino in fondo, si presenta  come portatrice, testimone di una  contestazione continua di tutto ciò che non è eticamente fondabile su  valori che altri invece obbiettano. Colpire la Chiesa significa  indebolire quella che è sempre stata e continua a essere la sua  straordinaria e unica forza di difesa dei valori assoluti che vanno al  di là della produttività dell’uomo: la salvaguardia della vita, il  rispetto del morire. La Chiesa è portatrice di orizzonti di senso, di  vita, inconciliabili con chi della vita abbia una concezione positivista  che esclude la libertà vera, che esclude la presenza di quella  dimensione spirituale che fa parte della vita e che entra in conflitto  con l’ideologia laicista. Cogliere la Chiesa in difficoltà, in  comportamenti orribili, offre l’occasione per affermare che non è più  attendibile. Non può essere maestra di vita.</p>
<p><strong>Non solo.  Viene messa in discussione la dimensione educativa. Gli abusi sono  avvenuti nei collegi&#8230;</strong><br />
Certo. Si interpretano questi fatti  come testimonianza della incapacità educativa della Chiesa. Colpendo al  cuore una delle grandi, indiscutibili realtà: la Chiesa vive  l’insegnamento con una passione, partecipazione emozionale,  assistenziale, che appare come più intensa, esclusiva e totale. Per la  Chiesa l’educazione è la premessa per cui fede, speranza e carità siano  vissute concretamente, storicizzate nel mondo d’oggi.</p>
<p><strong>Penso  non solo alle scuole, ma anche agli oratori, alle opere assistenziali.  Viene negata la prima dimensione evangelica della Chiesa.</strong><br />
Si  colpisce al cuore la possibilità che le giovani generazioni possano  vivere un cristianesimo sempre attuale, vivo, palpitante. Riscoprire  l’attualità vertiginosa del vangelo è uno dei compiti che ogni  educazione  dovrebbe avere: laica e cattolica. La passione  dell’insegnare è una delle grandi linee del vangelo. Pensiamo alla  frase: «Ama il prossimo tuo come te stesso» &#8211; una rivoluzione non solo  psicologica-umana, ma anche antropologica-esistenziale -; ebbene, è di  una perenne attualità perché tiene conto delle fragilità umane e delle  grandi risorse psicologiche che vivono in noi. È il concetto di <em>caritas</em>,  sottolineato da Benedetto XVI. L’amore di Dio. Quando si nega questo,  si diventa prigionieri di quell’individualismo che dilaga in tanti  ambienti e che rifiuta una Chiesa che indica sentieri di sviluppo,  riflessione, contemplazione, che oltrepassano l’immediata realizzazione  dei nostri impulsi anche sessuali, legati al piacere immediato.</p>
<p><strong>Questo  elemento dell’individualismo come rifiuto della <em>caritas</em> è  interessante. </strong><br />
L’individualismo si contrappone a ogni forma  di solidarietà, non solo in senso sociologico, ma anche solidarietà  umana che implica rispetto, stupefatta ammirazione, necessaria ricerca  di ogni forma di aiuto nei confronti di chi è più debole e ha bisogno di  aiuto, di non essere trafitto  dalla logica della produttività, che è  una delle false ragioni su cui il mondo cammina. Quanta più caritas è in  noi, tanto più diventiamo capaci di comprendere quelli che sbagliano,  chi sta male. E dà speranza, la passione della speranza. Che non è  dentro di te. Ti è data.</p>
<p><strong>In che senso?</strong><br />
La  speranza o è cristiana o si riduce a ottimismo. Come ha scritto  Benedetto XVI nell’enciclica. La speranza crea relazione: io spero per  te. È l’epifania del noi, del prossimo. Ritorniamo al giudizio di  Cristo: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Questo è il fondamento di  ogni etica e bioetica. Ci sono istanze umane incancellabili: felicità,  infinito, anche senso della colpa che fanno parte della vita di tutti i  giorni, ma sono calpestate dall’ottimismo. La speranza è una relazione  capace di aprire, dilatare. L’ottimismo dura un attimo, la speranza dà  senso all’agire. La speranza cristiana permette di non assolutizzare.  Anche il male.</p>
<p><strong>Di Paola Bergamini &#8211; tratto da <a href="http://tracce.it/default.asp?id=266&amp;id2=298&amp;id_n=15348" target="_blank">Tracce.it</a></strong></p>
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		<title>Motori</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 13:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;educazione sessuale sta ai giovani come la conoscenza del motore sta al guidare. Puoi anche conoscere tutto su cilindri e pistoni, ma ciò non ti aiuta quando sei in mezzo al traffico, ad un incrocio.
C&#8217;è bisogno di qualcuno che la tua macchina ti insegni a condurla senza incidenti; e soprattutto hai bisogno di un posto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/fiat_nuovo_motore.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1726" title="motore_educazione_sessuale" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/fiat_nuovo_motore-150x150.jpg" alt="motore_educazione_sessuale" width="150" height="150" /></a>L&#8217;educazione sessuale sta ai giovani come la conoscenza del motore sta al guidare. Puoi anche conoscere tutto su cilindri e pistoni, ma ciò non ti aiuta quando sei in mezzo al traffico, ad un incrocio.</p>
<p>C&#8217;è bisogno di qualcuno che la tua macchina ti insegni a condurla senza incidenti; e soprattutto hai bisogno di un posto dove andare ed una strada per arrivarci.</p>
<p>Tratto dal blog di <a href="http://http://berlicche.splinder.com/post/22391011/Motori" target="_blank">Berlicche</a></p>
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		<title>Educare è donare se stessi</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 14:28:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Appunti tratti dalla festa della Famiglia e della Vita svoltasi il 7 febbraio 2010 presso la Chiesa Parrocchiale &#8220;Madonna della Salute&#8221;, quartiere di Villa Mosca, Teramo sul tema &#8220;Educare è donare se stessi. Famiglia &#8211; Scuola – Parrocchia. Insieme per l’Educativo&#8221;
Intervento di don Paolo Gentili, Direttore dell’Ufficio C E I per la Pastorale della Famiglia.
Gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/festa_famiglia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1589" title="festa_famiglia" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/festa_famiglia.jpg" alt="festa_famiglia" width="195" height="288" /></a>Appunti tratti dalla festa della Famiglia e della Vita svoltasi il 7 febbraio 2010 presso la Chiesa Parrocchiale &#8220;Madonna della Salute&#8221;, quartiere di Villa Mosca, Teramo sul tema &#8220;Educare è donare se stessi. Famiglia &#8211; Scuola – Parrocchia. Insieme per l’Educativo&#8221;</strong></p>
<p>Intervento di don Paolo Gentili, Direttore dell’Ufficio C E I per la Pastorale della Famiglia.</p>
<p><strong><em>Gli appunti sono stati liberamente riadattati dall&#8217;equipe della pastorale familiare di Giulianova per consentire una maggiore fruibilità del testo</em></strong>.</p>
<p>Cos&#8217;è la persona? E&#8217; l&#8217;amore è fattore costitutivo della persona? E cos&#8217;è che rende un uomo o una donna &#8220;persona&#8221;?</p>
<p>Viviamo un tempo in cui la parola amore assume tanti significati. Il suo uso e a volte l&#8217;abus,o ne ha svilito e svuotato il contenuto. Le parole &#8220;ti amo&#8221; venivano tempo fa pronunciate raramente, in momenti importanti e quasi con pudore. Oggi dire ti amo è facilissimo, così come lo è poi il lasciarsi.</p>
<p>E&#8217; questo l&#8217;amore? Oggi l&#8217;amore ha tante facce, tanti aspetti, tanti tipi se ne possono trovare, ma quello tra uomo e donna emerge come modello di amore per eccellenza, e vi è in gioco una promessa di felicità a cui gli altri tipi di amore diventano secondi. Ma, esaminando la situazione oggi, si può dire che il mondo in cui viviamo è  un mondo senza amore?</p>
<p>Al di là dei mass media che hanno altri modelli da imporre, il quotidiano resta eroicamente pieno  di gesti di amore, ed essi danno luce al mondo. Citando Giovanni Paolo II &#8220;Anche una fiamma leggera che s&#8217;inarca, solleva il pesante coperchio della notte&#8221;. Ed ancora &#8220;L&#8217;uomo non può vivere senza amore&#8230;&#8230;è una vita priva di senso se l&#8217;uomo non lo gusta e non lo sperimenta&#8221;.</p>
<p>Il mondo in cui viviamo non è senza amore, ma esso ha bisogno di avere spazio per crescere e far crescere. L&#8217;amore rendono un uomo ed una donna realmente persone e, prendendo a prestito le parole di Santa Gianna Beretta Molla, l&#8217;amore per una coppia ma anche nella relazione quotidiana significa &#8220;non metter al centro l&#8217;io, ma passare al tu&#8221;. Restituire agli altri la tenerezza di Cristo.</p>
<p>Ci si illude oggi che l&#8217;uomo valga per ciò che possiede (lavoro, casa, status sociale, posizione, attenzione, riconoscimento) e si confonde la felicità, che è per sempre, con il piacere, sostanzialmente effimero, il bisogno con la vocazione. Anche la lettera dei Vescovi italiani ha ribadito di non confondere la riccchezza della vita con quella materiale perchè è proprio la relazione umana che dà il gusto vero alla vita.</p>
<p>A scuola, l&#8217;insegnante bravo avvicina gli alunni al senso della vita. La sinergia di questo compito, con quello della famiglia, permette all&#8217;uomo di formarsi persona. Le coppie cristiane non sono migliori di altre, ma sono per la società come è l&#8217;anima per il corpo, umanizzando e vivificando gli ambienti che frequentano. Rappresentano fisicamente l&#8217;amore di Dio per l&#8217;uomo, un continuo perdono ed un volersi bene sempre. La coppia è la prima cosa creata da Dio. Ed essere fedeli significa vivere in un continuo stato di conversione. In questo modo, la famiglia riaccende l&#8217;amore. Quello che invece che la famiglia deve evitare è il virus dell&#8217;isolamento. Per questo, la famiglia deve poggiarsiad una rete di famiglie, per evitare di assumere se stessa a metro di misura della realtà e rischiando seriamente di non farcela.</p>
<p>Cinque oggi sono gli ambiti in cui si può sviluppare un discorso pastorale per la famiglia ed un percorso:</p>
<ol>
<li>La tradizione. Il luogo dove avviene l&#8217;incontro tra le generazioni, dove si gusta la ricchezza dei padri. Oggi in effetti, se c&#8217;è una generazione incredula, è il segno che qualcosa è mancato.</li>
<li>L&#8217;affettività. La famiglia è la palestra dell&#8217;amore, dove l&#8217;affettività diventa matura grazie al confronto, al prendere sul serio le istanze, a mettersi in gioco.</li>
<li>La fragilità. Aperti sempre all&#8217;infinito ma consapevoli della fragilità umana. E non si può non pensare ai terremoti recenti che hanno evidenziato la fragilità umana, in una vita dove, è bene ricordarlo, siamo di passaggio ed è solo la realtà quella in cui noi dobbiamo muoverci e costruire cose che rimangano al di là della fragilità.</li>
<li>La cittadinanza. L&#8217;attenzione a crescere come uomini e donne, l&#8217;attenzione al domani, alla patria, alle istituzioni. Questo dona stabilità sociale perchè la famiglia è cellula costitutiva fondamentale della società.</li>
<li>Lavoro e festa. Ritornare alla umana e cristiana festività, alla convivialità e all&#8217;incontro.</li>
</ol>
<p>Il continuo stato di conversione a Cristo guida alla ricerca della verità. Scuola, parrocchia e famiglia sono chiamati a questo compito. La ricerca della verità e la verità fa pensare all&#8217;unisuono ed unisce gli spiriti (Caritas in veritate). La verità deve diventare l&#8217;obiettivo di vita. E l&#8217;amore diventa allora il fattore essenziale che predispone alla verità.</p>
<p><strong>Incontro organizzato dall&#8217; ufficio per la Pastorale della Famiglia della Diocesi di Teramo &#8211; Atri in collaborazione con:</strong></p>
<ul>
<li>Ufficio per l&#8217;Evangelizzazione della Cultura e Progetto culturale;</li>
<li>Ufficio Evangelizzazione e Catechesi;</li>
<li>Ufficio per la Pastorale scolastica;</li>
<li>Ufficio per la Scuola.</li>
</ul>
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		<title>Scuola: la prima sfida non è la riforma, ma il rapporto tra alunni e docenti</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 11:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte abbiamo una percezione improvvisa del cambiamento: un giorno dalle gite scolastiche sono sparite le chitarre, è finita l’annosa disputa tra quelli che in pullman cantavano La canzone del sole e i patiti di Alba chiara: era nata l’era del walkman e delle cuffie.
Altre volte i cambiamenti li sentiamo lenti e progressivi. È il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/01/ragazziR375_19set08.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1501" title="groupe d'adolescents" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/01/ragazziR375_19set08-300x204.jpg" alt="groupe d'adolescents" width="300" height="204" /></a>A volte abbiamo una percezione improvvisa del cambiamento: un giorno dalle gite scolastiche sono sparite le chitarre, è finita l’annosa disputa tra quelli che in pullman cantavano La canzone del sole e i patiti di Alba chiara: era nata l’era del walkman e delle cuffie.</p>
<p>Altre volte i cambiamenti li sentiamo lenti e progressivi. È il caso del far scuola. Da tempo abbiamo la percezione che qualcosa si stia sfaldando. In sala insegnanti, per spiegare questo fenomeno, si fa uso e abuso di alcuni evergreen di sicuro successo:  questi ragazzi non hanno le basi/ non seguono/sono sempre più superficiali/immaturi/fragili, le famiglie li coprono sempre, e così via fino al conclusivo: ogni anno riesco a fare sempre meno.</p>
<p>In alternativa, si nega: è sempre stato così… Intanto fuori dalle sacre mura, sulle pagine dei giornali, a scadenze stagionali, arrivano puntuali i dati sul disastro della scuola in generale e sull’ignoranza crescente degli studenti in particolare e si distribuiscono colpe e responsabilità: il sindacato, le mancate riforme, i ministri, il sistema di reclutamento degli insegnanti e così via. Poi si riparte. La campanella suona e tutti si torna in classe. Tutti a sentire che qualcosa non va, che stiamo girando a vuoto.</p>
<p>Una cosa è certa: quel patrimonio di cultura che abbiamo ricevuto, studiato, perfino amato, lo comunichiamo e spesso ci mettiamo anche della passione. Come mai allora una larga (sempre più larga) fetta di studenti sembra aver dissipato tanto rapidamente quel che ha ricevuto in anni e anni di scuola? Perché sembra che non si arrivi a un vero “apprendimento” nel senso etimologico del termine, cioè quel processo per cui quel che abbiamo studiato entra a far parte di noi, sangue del nostro sangue e carne della nostra carne?</p>
<p>Sembra quasi che quel che viene dalla scuola venga gettato dopo l’uso, sputato dopo l’interrogazione o il compito in classe, in modo che non intacchi l’organismo. Risultato? Ragazzi impermeabili alla cultura, almeno a quella che viene passata dalla scuola. E qui i negazionisti si agitano: non è vero, non sono mica tutti così. Constatazione sempre vera in ogni tempo e ad ogni latitudine. Ma gli studenti interessati e motivati, quelli che raggiungono un apprendimento interiorizzato, uno stile cognitivo efficace, insomma le cosiddette “eccellenze”, non sono sicura che debbano a noi tutto questo; è molto probabile che sarebbero bravi comunque. Non credo nemmeno che per indurre le persone a imparare, sia decisivo il ricorso a motivazioni “esterne”, cioè i premi e le punizioni, le coercizioni e le minacce (il cinque in condotta, il sei in tutte le discipline per essere ammessi all’esame di stato): il problema ha ben altre radici e va affrontato nella sua complessità.</p>
<p>Certo la scuola in questo momento si trova in una posizione di forte svantaggio: innanzitutto perché offre cultura, che non sta in cima alle hit del mondo adulto, figuriamoci di un adolescente. Mai e poi mai, per fare un esempio fra i tanti possibili, negli spot pubblicitari si vede qualcuno che legge e nel senso comune dei ragazzi la lettura e lo studio sono attività buone per chi non riscuote successo sociale (loro direbbero per gli sfigati); inoltre il titolo di studio non è garanzia per il futuro lavorativo, l’istruzione non è più una forma di riscatto sociale.</p>
<p>In secondo luogo la scuola trasmette un sapere depositato nei libri, quindi richiede al discente il duplice sforzo di interpretare i simboli linguistici e di ricostruire il testo riformulandolo in un altro testo, magari solo mentale, da padroneggiare. Lavoro faticoso, che richiede concentrazione e tempo.</p>
<p>I nostri ragazzi sul tavolo di lavoro accanto al libro di testo hanno il cellulare e molto spesso il computer, studiano e intanto tengono aperti i canali col mondo circostante, comunicano continuamente tra loro con una rapidità vertiginosa. Sono abituati a fare più cose nello stesso tempo perché chattano e ascoltano la musica, mandano un SMS e giocano alla Play, aggiornano il profilo su Facebook e cercano un volo low cost per il Capodanno a Barcellona. Non dimentichiamo che hanno imparato ad usare il cellulare, il computer e i videogiochi sicuramente senza l’ausilio del manuale delle istruzioni, ma procedendo per tentativi ed errori, con una modalità percettivo-motoria infinitamente più rapida nel ritmo e meno stancante dello studio sul libro. Il mattino dopo, a scuola, si entra in una dimensione senza tempo &#8211; la stessa dei genitori e dei nonni &#8211; di corridoi silenziosi, di cattedra, banchi e lavagne, di saperi lontani di cui poco si comprende il senso.</p>
<p>Se la scuola passa troppo lontano, se non si fa prossima a loro, noi questi ragazzi non li incontreremo e quello che offriamo non potrà mettere radici né essere utile per la vita. Ormai è urgente porsi il problema di una vera e propria “traduzione” del sapere che propone la scuola, cioè di una mediazione forte tra quel che andiamo insegnando e questa generazione che non è migliore o peggiore delle altre, semplicemente è quello che è.</p>
<p>Partiamo da loro: con il contributo delle scienze umane e le acquisizioni delle neuroscienze possiamo provare ad esplorare un po’ più in profondità il sistema con cui i ragazzi elaborano le conoscenze, le strutture archetipiche del loro immaginario; lavorare in questo modo, per orbite un po’ più larghe, contribuirebbe anche a far uscire la scuola dalla sua asfittica autoreferenzialità. Alla politica il compito di fissare gli obiettivi finali, i profili in uscita secondo i vari ordini di scuola, le indicazioni su cosa valga davvero la pena consegnare del patrimonio che abbiamo ricevuto e cosa, con dispiacere, dobbiamo lasciare. A noi il compito di riflettere sui processi della conoscenza, sui linguaggi e sui metodi. Certo per questa impresa non basteranno i soliti appelli alla buona volontà.</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=60721" target="_blank">IlSussidiario.net</a> &#8211; Un articolo di <a href="http://www.ilsussidiario.net/Autori/P/1068/Antonella-Paolillo/P#_1068" target="_blank">Antonella Paolillo</a></p>
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		<title>Rifiuto di Dio, rifiuto dell&#8217;uomo</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 15:09:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista al cardinale Camillo Ruini. Rifiutando Dio, si rifiuta l&#8217;uomo
Tratto da IlSussidiario.net &#8211; Intervista a cura di Carlo Melato

In un momento storico nel quale la Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo di Strasburgo stabilisce che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce &#8220;una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/11/CardRuini_R375.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1070" title="CardRuini_R375" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/11/CardRuini_R375-300x204.jpg" alt="CardRuini_R375" width="300" height="204" /></a>Intervista al cardinale Camillo Ruini. Rifiutando Dio, si rifiuta l&#8217;uomo</span></strong></p>
<p><span>Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/">IlSussidiario.net</a> &#8211; Intervista a cura di Carlo Melato<br />
</span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">In un momento storico nel quale la Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo di Strasburgo stabilisce che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce &#8220;una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni&#8221; è utile fare un passo indietro e interrogarsi sull&#8217;idea di educazione che viene proposta dalla società, dai media e dalle istituzioni.<br />
Da anni la Chiesa richiama l’attenzione sull’&#8221;emergenza educativa&#8221;, forse la sfida antropologica più impegnativa del nostro tempo, in cui la società sembra aver abdicato al suo compito «in nome di una sterile neutralità». A partire da questa preoccupazione è nato il Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, presieduto dal cardinale Camillo Ruini, che ci ha gentilmente concesso un&#8217;ampia intervista su questi temi.</p>
<p><strong>Eminenza, il Progetto culturale della Cei nasce dalla preoccupazione di offrire un contributo per rispondere alle sfide più urgenti delle persone e della società in Italia. Quali sono oggi le esigenze e i pericoli che interrogano maggiormente i cristiani e la Chiesa?</strong></p>
<p>Per il cristiano autentico è innanzitutto fondamentale il suo rapporto con Dio, che passa attraverso Gesù Cristo. Questa è la prima preoccupazione che deve avere, anche nel campo della cultura. La cultura contemporanea tende spesso, infatti, a lasciare Dio fuori dal proprio orizzonte e ad allontanare noi stessi da Lui.<br />
<strong><br />
A partire da questa esigenza quali obiettivi si pone il Progetto culturale? </strong></p>
<p>Il Progetto Culturale vuole tenere aperto il rapporto dell’uomo con Dio. Un rapporto che ha due direzioni: da Dio all’uomo, innanzitutto, perché Dio per primo viene in cerca di noi e, in secondo luogo, dall’uomo a Dio.<br />
Con questo Progetto la Chiesa riafferma la validità della fede in quel Dio che si rivela, concetto purtroppo scomparso dall’orizzonte della cultura contemporanea, e, in secondo luogo, lascia spazio alla ricerca di Dio. L’uomo, interrogandosi, giunge di fronte alla questione di Dio e soltanto rispondendo ad essa in maniera positiva trova un compimento del suo percorso, anche intellettuale.</p>
<p><strong>Quali sono i principali campanelli d’allarme della cosiddetta “emergenza educativa” a cui lei sta dedicando da anni molta attenzione? Chi deve sentirsi chiamato a rispondere a questa emergenza?</strong></p>
<p>Tutti devono sentirsi chiamati a rispondere: i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti, ma anche i politici, i giornalisti, il mondo dello sport, dello spettacolo e del tempo libero. Ogni persona ha responsabilità educative, compresi gli stessi ragazzi.</p>
<p><strong>Cosa intende per educazione? </strong></p>
<p>La formazione della persona, che avviene attraverso il dialogo tra due libertà, quella di colui che educa e quella di colui che viene educato. Anzi, più propriamente, di colui che cerca di educarsi attraverso l’uso positivo della sua intelligenza e della sua libera volontà, per indirizzare positivamente gli impulsi che sente dentro di sé. La responsabilità è quindi universale, anche se naturalmente ha diversi gradi di intensità.</p>
<p><strong>Nel Rapporto dal titolo “La sfida educativa” si avverte la preoccupazione antropologica della Chiesa, che interviene quando avverte il pericolo che l’uomo perda se stesso. Mettere al centro l’uomo può costituire un terreno comune per un dialogo tra cattolici e laici?</strong></span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">Il Concilio Vaticano II lo dice chiaramente: credenti e non credenti si pongono come domanda fondamentale chi sia l’uomo, anche se le risposte che danno sono diverse. In questa direzione si erano già mossi Paolo VI, Giovanni Paolo II e, oggi, Papa Benedetto XVI. La questione dell’uomo è centrale, come sempre, ma nel tempo lo sarà sempre di più.</p>
<p><strong>Per quale motivo? </strong></p>
<p>Perché oggi l’uomo in quanto tale rischia di essere ridotto al dato naturale, dissolvendo l’uomo come soggetto, che era stato al centro della cultura moderna e che, secondo la parola di Kant, deve essere considerato sempre come un fine e mai soltanto come un mezzo. Vorrei poi far notare che c’è un rapporto profondo tra la questione dell’uomo e la questione di Dio.</p>
<p><strong>Cosa intende? </strong></p>
<p>Giovanni Paolo II nella sua seconda enciclica, <em>Dives in Misericordia</em>, afferma che il teocentrismo e l’antropocentrismo non sono alternativi fra loro, come pensa spesso il pensiero non credente, ma sono intimamente congiunti, e congiunti in Cristo. Se l’uomo non fosse veramente soggetto sarebbe difficile pensare a un Dio personale e libero, allo stesso tempo se Dio non ci fosse sarebbe ben difficile non ridurre l’uomo al resto della natura. Da dove potrebbero venire infatti la sua intelligenza, la sua libertà, la sua irriducibilità in quanto soggetto, se non vi fosse una realtà originaria che abbia carattere personale?</p>
<p><strong>Con queste premesse la Chiesa rilancia il dialogo con tutti coloro che vorranno confrontarsi. Ritiene possibile la ripresa di un serio dibattito culturale, in un contesto di contrapposizione permanente e a tutti i livelli? </strong></p>
<p>Penso che questa ripresa sia già in atto. Naturalmente il dibattito culturale si articola in maniera diversa a seconda degli interlocutori. Non dobbiamo considerare i laici, nel senso di coloro che non si considerano in senso proprio appartenenti alla Chiesa, come un blocco monolitico e omogeneo. Come già sottolineava l’allora Cardinale Ratzinger, in un suo libro in dialogo con Marcello Pera, gli atteggiamenti dei laici nei confronti della fede sono molto diversi. Del resto anche coloro che si professano “credenti” non sempre hanno dentro di sé una profonda adesione di fede.</p>
<p><strong>A quali posizioni si riferisce? </strong></p>
<p>Ci sono laici, ad esempio, che intendono la loro laicità come rifiuto di ogni ruolo pubblico della Chiesa e spesso anche come rifiuto di qualsiasi possibilità dell’esistenza di Dio.</p>
<p><strong>Questo impedisce ogni possibilità di dialogo? </strong></span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">Con queste posizioni inevitabilmente il dialogo diventa un confronto critico, nel quale il terreno comune è difficile da trovare.<br />
In questi casi occorre sostenere le ragioni della fede con quella generosità, pazienza e carità, che sono richieste sempre al cristiano, ma anche con rigorosità e fermezza, secondo la prima Lettera di San Pietro: sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in noi, con dolcezza e rispetto.</p>
<p><strong>Quale posizione realmente laica rende invece possibile il dialogo? </strong></p>
<p>Esistono moltissimi laici, in Italia e nel mondo, tra le persone comuni o gli intellettuali, che hanno una posizione aperta e con cui è facile trovare dei punti di incontro, soprattutto, come dicevamo prima, riguardo alla questione dell’uomo.<br />
Molti di questi laici sono preoccupati di conservare, difendere e rilanciare il carattere umanistico della nostra civiltà, la centralità dell’uomo e la sua non riducibilità a “semplice particella della natura”, per usare un’espressione del Concilio Vaticano II, nella <em>Gaudium et Spes.<br />
</em><br />
<strong>A volte però il dibattito che lei auspica sembra difficile da realizzare. Si assiste spesso al muro contro muro e gli interventi della Chiesa, soprattutto sui temi etici, vengono bollati di intolleranza, ingerenza e integralismo. Perché avviene questo? </strong></p>
<p>A causa di un concetto troppo stretto di laicità, che comporta l’esclusione della trascendenza, di ogni apertura verso Dio, ma anche il rifiuto di una morale oggettiva, fondata sulla natura stessa dell’uomo.<br />
La Chiesa interviene su questioni che riguardano l’ordine politico e legislativo, quando questo ordine tocca problematiche che hanno innanzitutto una dimensione di etica pubblica, circostanza divenuta molto più frequente negli ultimi decenni, non per volontà della Chiesa.</p>
<p><strong>Quali sono allora le cause?</strong></p>
<p>Da una parte gli sviluppi scientifici che riguardano l’uomo, le questioni bioetiche, dall’altra i cambiamenti avvenuti nel costume, per cui ciò che per secoli, anche da parte dei laici, era accettato sebbene avesse storicamente una matrice cristiana è stato sistematicamente negato e avversato. Se non si accetta una morale oggettiva, fondata sulla natura dell’uomo, non si accetta nemmeno che la Chiesa intervenga. Se invece si riconosce che vi sono delle leggi non scritte che stanno prima del nostro libero arbitrio, viene riconosciuto anche il diritto-dovere della Chiesa di ricordare all’uomo queste verità.</p>
<p><strong>A proposito degli sviluppi scientifici, poco tempo fa Lei si è pronunciato sul dibattito tra fede e scienza, destinato a diventare sempre più attuale. Può ricordare il motivo della sua preoccupazione?</strong></p>
<p>La fede non è affatto ostile alla scienza. L’intelligenza è il grande dono che Dio ha fatto all’uomo, e la scienza è un suo prodotto insigne. La scienza moderna e contemporanea, da Galileo in poi, è una nuova tappa del percorso intellettuale dell’umanità. Ha un grande valore e non deve avere limiti. Tutti noi vogliamo che cresca. Se da un lato però non si devono mettere limiti al conoscere, dall’altro bisogna accettarne sull’uso delle capacità tecnologiche, di cui ci ritroviamo a poter usufruire.</p>
<p><strong>Quale criterio permette di stabilire i limiti appropriati? </strong></span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">Quando l’applicazione tecnologica della scienza contemporanea riguarda la vita stessa dell’uomo, il criterio in base al quale discernere sul suo impiego è quello dell’uomo come fine e non come strumento. Ciascuna persona umana è fine in sé e non può mai essere usata come mezzo per ottenere altri risultati.</p>
<p><strong>Quali conseguenze porta l’uso della persona come mezzo? Questo sta già accadendo? </strong></p>
<p>In base a questo errore di fondo si stanno distruggendo embrioni per curare malattie, una pratica che tra l’altro la scienza stessa ha scoperto di poter evitare attraverso la riprogrammazione delle cellule staminali adulte, che diventano così pluripotenti. Lo stesso errore si commette sul tema del “fine vita”. Non si tratta di ricadere nell’accanimento terapeutico, ma semplicemente di rispettare la vita umana senza strumentalizzarla per altri scopi.</p>
<p><strong>Affrontando questi temi non può non tornare alla mente il Caso di Eluana Englaro, la contrapposizione di quei giorni e la tragica conclusione della vicenda. Cosa ha significato questo fatto e quali conseguenze ha avuto? </strong></p>
<p>Al di là delle questioni sul testamento biologico, nel caso Englaro ci fu un aspetto molto grave: Eluana non aveva lasciato un tale testamento, ma questo è stato presupposto. Un fatto di una gravità enorme. L’esperienza poi insegna che bisognerebbe andare cauti sull’idea di testamento biologico.</p>
<p><strong>A quale esperienza si riferisce? </strong></p>
<p>L’uomo, quando si trova nel pericolo, normalmente vuole continuare a vivere e accetta anche condizioni inferiori e diverse, che probabilmente da sano non avrebbe pensato di poter accettare. In ogni età e condizione le nostre attese e pretese si modellano anzitutto sulla realtà, ma il desiderio fondamentale di ogni esistente rimane quello di continuare a vivere. Vorrei però sottolineare il fatto che non sono in gioco soltanto l’origine e la fine della vita, ma l’uomo in quanto tale.</p>
<p><strong>Quali pericoli intravede su questa strada? </strong></p>
<p>Fra non molti anni le biotecnologie saranno capaci di modificare profondamente il soggetto umano: c’è chi tende a una specie di superuomo, illudendosi così di fare il bene dell’umanità. È importante che le biotecnologie vengano usate per curare il soggetto umano, non per trasformarlo o per distruggerlo, secondo un disegno prometeico che si rivolgerebbe contro l’uomo stesso.</p>
<p><strong>Quale responsabilità hanno i cattolici impegnati in politica riguardo a questi temi? </strong><strong>Ultimamente in alcune formazioni sembrano non avere il diritto a una posizione dettata dalla coscienza su temi sensibili, dove prevale la linea di partito. </strong></p>
<p>Penso che l’indicazione data da Giovanni Paolo II al Convegno Ecclesiale di Palermo del 1995 sia ancora pienamente valida. I cattolici devono essere coerenti con i valori umani essenziali anche nel campo legislativo e politico. Nella misura in cui questa coerenza è esercitabile nell’una o nell’altra formazione politica, i cattolici possono svolgervi il loro compito. Se invece constatano che in una determinata formazione non ci sia più spazio, allora per coerenza dovrebbero rinunciare a quella collocazione politica.<br />
<strong><br />
Seguendo il suo ragionamento, in ogni circostanza la Chiesa rimette l’uomo al centro, questo vale anche sulle questioni economiche, come la crisi che stiamo attraversando. Anche questa crisi ha cause antropologiche? </strong></p>
<p>Certamente. Come la crisi del comunismo fu una crisi economica che aveva però profonde cause antropologiche, una visione riduttiva dell’uomo, come scriveva Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, così anche la crisi del sistema economico attuale ha come causa una visione soltanto economicistica. Il fattore umano in quanto tale, e la sua centralità non sono stati tenuti abbastanza in conto, così come la centralità dell’etica. L’etica non è qualcosa di aggiunto dall’esterno, ma un’esigenza interna alla stessa economia. Se viene meno, alla lunga non possono che arrivare risultati negativi. Questo è anche il senso profondo dell’Enciclica <em>Caritas in veritate. </em><br />
<strong><br />
Da ultimo qual è il richiamo della Chiesa invece davanti alla questione morale tornata all’ordine del giorno dopo i numerosi scandali che vedono protagonista la politica? </strong></p>
<p>Il richiamo della Chiesa è ben noto, dai 10 comandamenti in poi. La Chiesa però non deve lasciarsi coinvolgere nell’uso strumentale di queste questioni, come spesso accade nel dibattito politico.<br />
<em><br />
(Carlo Melato)</em></span></p>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 17:30:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le Choristes
Nella Francia del Dopoguerra, un timido insegnante di musica viene inviato come custode in una scuola per ragazzi difficili.
Dalla Francia un piccolo grande film sull’educazione e sull’accoglienza del diverso. Un mite e pacioso insegnante di musica finisce quasi per caso in un istituto per ragazzi disagiati. Deve fare il custode, anche il suo cuore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-846" title="choristes" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/choristes.jpg?w=211" alt="choristes" width="211" height="300" />Le Choristes</strong></p>
<p><strong>Nella Francia del Dopoguerra, un timido insegnante di musica viene inviato come custode in una scuola per ragazzi difficili.</strong></p>
<p>Dalla Francia un piccolo grande film sull’educazione e sull’accoglienza del diverso. Un mite e pacioso insegnante di musica finisce quasi per caso in un istituto per ragazzi disagiati. Deve fare il custode, anche il suo cuore batte a suon di musica e il suo sogno è quello di insegnare a cantare a quei ragazzi così difficili perché separati dalla famiglia e abbandonati a loro stessi.</p>
<p>Fedele al compito affidatogli e mai rassegnandosi di fronte alle continue marachelle di veri e propri ragazzi selvaggi, il custode, grazie a una passione inesauribile cambia e fa cambiare il mondo: i ragazzi col tempo cominciano ad affezionarsi a chi, differentemente dagli altri insegnanti, ha in mente di comunicare loro una passione e non una semplice punizione. Si affezionano e gradualmennte vengono dietro al timido insegnate.</p>
<p>Lo cominciano ad ascoltare, imitare, fino a diventare un vero e propri coro di voci indimenticabili, in grado di rendere bello e gradevole tutto, persino le anguste pareti di un ricovero per ragazzi senza futuro. Con un occhio più verso Truffaut (&#8217;I quattrocento colpi&#8217;, &#8216;Il ragazzo selvaggio&#8217;, &#8216;Gli anni in tasca&#8217;) o al recente, splendido Essere e avere di Philibert che non verso e il più spettacolare ma ambiguo cinema d’educazione d’Oltreoceano (&#8217;L’attimo fuggente&#8217; ed epigoni), Barratier dirige con delicatezza e commozione un film ad altezza di bambini e educatori: dei primi si mostra senza paura la necessità stringente di un rapporto significativo con un adulto (una “dipendenza” direbbe la Bancroft di &#8216;Anna dei miracoli&#8217;) per diventare grandi; dei secondi si sottolinea due ingredienti fondamentali nel mestiere difficile dell’insegnante: passione e gratuità.</p>
<p><strong>Simone Fortunato tratto da <a href="http://www.sentieridelcinema.it/film.asp?ID=371" target="_blank">Sentieri del Cinema</a><br />
</strong></p>
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		<title>Intervista a Fabrice Hadjadj</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 09:57:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tratto da Tempi.it
Parla il filosofo francese che invoca una nuova Mistica della carne contro ogni riduzione dei rapporti a “masturbazione assistita”: «Il tecnicismo e la morale borghese rinchiudono il desiderio sessuale nel preservativo. È la Chiesa l’unica a non aver paura di liberarlo fino in fondo»
Conversare con Fabrice Hadjadj, l’autore di Mistica della carne. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-826" title="hadjajdsessook" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/hadjajdsessook.jpg" alt="hadjajdsessook" width="300" height="225" />Tratto da <a href="http://www.tempi.it/prima-linea/007708-sesso-intervista-fabrice-hadjadj" target="_blank">Tempi.it</a></p>
<p><strong>Parla il filosofo francese che invoca una nuova Mistica della carne contro ogni riduzione dei rapporti a “masturbazione assistita”: «Il tecnicismo e la morale borghese rinchiudono il desiderio sessuale nel preservativo. È la Chiesa l’unica a non aver paura di liberarlo fino in fondo»</strong></p>
<p><em>Conversare con Fabrice Hadjadj, l’autore di Mistica della carne. La profondità dei sessi, è un’esperienza di grande piacevolezza intellettuale. Attraverso il suo linguaggio sempre lucido si ha l’impressione di sentirsi trascinati contemporaneamente nel profondo degli argomenti e verso l’alto, ben al di sopra del ronzio pseudo-pansessualista. Trentotto anni, francese, nato da genitori ebrei di origini tunisine e convinzioni maoiste, ama presentarsi come un «ebreo di nome arabo e di confessione cattolica». Al cattolicesimo è approdato dopo una giovinezza trascorsa tra l’ammirazione degli ideali rivoluzionari della Comune di Parigi e l’immersione nella lettura dei grandi nichilisti del Novecento. Ha scelto di battezzarsi e diventare cattolico alla soglia dei trent’anni e se gli domandi perché l’ha fatto replica divertito: «Sono io che mi chiedo: perché non l’ho fatto prima? ». Fabrice Hadjadj insegna in un liceo e nel seminario diocesano di Tolone, ma è soprattutto un filosofo, una specie di Nietzsche cattolico, autore di una decina di libri in forma di saggi e drammi teatrali. Ecco una sintesi della conversazione. </em><br />
«La nozione di educazione sessuale è problematica, perché la sessualità implica l’esperienza del desiderio e del suo eccesso. Il desiderio sessuale non si educa così come ci si educherebbe alla matematica: non è una semplice forma di istruzione. Si tratta di un desiderio che ci fa sentire non più padroni di noi stessi. Questa esperienza di spossessamento chiede di essere vissuta pienamente, e qui si innesta l’esigenza dell’educazione nel senso di un “accompagnamento” del desiderio. Ma non per contenerlo, spezzarlo, diminuirlo, anzi: per andare fino in fondo.</p>
<p>Invece oggi ci sono due modalità di praticare l’educazione sessuale fra loro opposte, ma entrambe sbagliate.  La prima è la presentazione della sessualità secondo una modalità tecnica, centrata sui temi del rischio per la salute e della pianificazione familiare, per cui nei licei si dice: “Guardate che attraverso il sesso si trasmettono malattie e si possono verificare gravidanze”. La gravidanza è messa da subito sullo stesso piano delle malattie a trasmissione sessuale, e perciò si consiglia il preservativo. Il dono della vita è messo sullo stesso piano di una minaccia di morte, è visto come una malattia. Di conseguenza l’educazione sessuale consiste nello spiegare come si applica un preservativo, come si prende la pillola anticoncezionale o la pillola del giorno dopo, eccetera.</p>
<p>Ma questa non più è sessualità, è qualcosa dell’ordine di una masturbazione con partner, di una masturbazione assistita. L’uomo è intrappolato dentro al suo stesso piacere, non incontra nessuno, non è in una relazione sessuale che presuppone l’apertura dell’uomo a una donna che desidera a tal punto che gli pare di vedere in lei la strada della sua vita.  La sessualità è ridotta a un atto consumistico che deve essere gestito secondo una modalità tecnica. Dicendo ai ragazzi: “Fate quel che volete, però proteggetevi”, si trasmette l’idea che il cuore della sessualità non è l’incontro, l’unione, la comunione, ma la preservazione.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-825" title="profilattici" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/profilattici.jpg?w=150" alt="profilattici" width="150" height="95" />Infatti la parola ultima è: preservativo. Ciò significa che l’amore viene pensato in termini di preservazione, che la sessualità viene pensata in termini di protezione di sé. Tutto è centrato su di sé, sul proprio piccolo piacere: ci si serve dell’altro come di una cosa. Pasolini ha ben compreso e denunciato questa distruzione della sessualità da parte del consumismo.</p>
<p>Dall’altra parte c’è un’educazione sessuale concepita secondo una modalità morale estrinseca. Cioè da una parte si colloca il desiderio sessuale, dall’altra la morale che viene a fare ostruzione. La morale borghese taglia la strada alla sessualità perché la considera come qualcosa di pericoloso in sé. E quindi cerca di controllarla. Dice che ci vuole il sentimento, il rispetto dell’altro, eccetera. Come se, appunto, la sessualità fosse pericolosa in sé e bisognasse aggiungervi qualcosa che in essa non è già presente. La morale non è pensata a partire da ciò che il desiderio sessuale in quanto tale esige per essere se stesso, ma a partire da qualcosa di esterno che viene a contenere tale desiderio.</p>
<p>Dunque da una parte abbiamo il tecnicismo, dall’altra il moralismo, ed entrambi sono inefficaci nell’educare i giovani. I quali, quando gli si dice: “Facendo sesso proteggetevi”, tendono a rispondere: “Sì, ma se tanto devo morire e dopo non c’è nulla, perché devo proteggermi? Che cos’è questo aggeggio da buon piccolo borghese, per preservarsi? Dobbiamo morire! Che ci importa dell’avvenire? Tanto vale andare al massimo, bere, ubriacarsi, farsi tante donne. Mi dite che l’Aids uccide, ma io sono comunque destinato a perire, e allora perché dovrei stare nei ranghi?”.</p>
<p>Quando gli adolescenti reagiscono al tecnicismo e al moralismo in questo modo, sono in realtà più profondi degli adulti. Dietro una rivolta come questa, anche quando non è esplicitata, ci sono una profondità e un’esigenza di senso che né il tecnicismo né il moralismo possono dare».<br />
<strong>Il contrario della repressione </strong></p>
<p>«Lo scopo di una vera educazione sessuale, a mio parere, deve essere l’affermazione del desiderio sessuale fino in fondo. E del resto è quello che dice anche la Chiesa. La Chiesa non proibisce certo il sesso, non è repressiva, al contrario: è favorevole al sesso fino alle estreme conseguenze, non con un piccolo preservativo che mi protegge, o con un lieve sfregamento che mi procura un lieve piacere e poi me ne vado di corsa. No: fate pure, ma portate l’esperienza alle sue estreme conseguenze. La morale della Chiesa non è contro il sesso, è la liberazione sessuale che è contro il sesso, perché lo riduce a un atto di consumo. La Chiesa è per la pienezza della sessualità».</p>
<p><strong>Il dualismo dell’omosessualità </strong></p>
<p>«Quando dico sessualità penso alla sessuazione: l’uomo e la donna, il maschile e il femminile. La Chiesa rigetta l’omosessualità semplicemente perché non si tratta di vera sessualità. Dire omosessualità è come dire “cerchio quadrato”: se i due hanno lo stesso sesso, viene meno l’ordinazione reciproca dei due sessi. Se la vostra sessualità non è aperta alla fecondità, di cosa state parlando? Prendete in mano il primo manuale di zoologia che trovate, e scoprirete che la sessualità è legata alla questione della fecondità, della procreazione.</p>
<p>Attenzione, quando dico che l’omosessualità non è una sessualità io non discrimino: non sto proponendo giudizi di valore, il mio intento non è prescrittivo, ma descrittivo. Anche i greci ritenevano che la pederastia non era sessualità, e proprio per questo la consideravano superiore. Per loro era una realtà spirituale, qualcosa che aveva a che fare con l’emulazione virile ed era legata alla loro visione dualista del rapporto fra anima e corpo.  Chiamare sessualità qualcosa che non lo è sarebbe una contraffazione. E questo è importante anche per coloro che vengono definiti omosessuali, chiamati a prendere coscienza che il loro desiderio non è propriamente sessuale.</p>
<p>Essi in realtà fanno un uso non sessuale delle loro parti sessuali. Non è perché le parti sessuali entrano in gioco che si è obbligati a definire ciò sessualità: io posso, se voglio, ficcare il mio pene in una porta, ma quel che faccio non è sessualità. Non sono necessariamente atti sessuali tutti gli atti che io posso fare con le mie parti sessuali. Se vivo l’amore e la comunione in opposizione al dato fisico del mio corpo, vivo una situazione schizofrenica, dualista. La Chiesa insiste sull’unità di carne e spirito, di anima e corpo. Nessuna posizione al mondo è più unitaria di quella della Chiesa. Essa dice: siete liberi di fare quel che volete, ma vi ricordiamo soltanto che se andate in quella direzione, vi sarà una rottura della vostra unità personale, questa rottura noi la chiamiamo peccato».</p>
<p><strong>L’esperto che uccide l’incontro </strong></p>
<p>«La questione centrale della sessualità è la comunione feconda entro la quale i corpi esprimono quel che le anime vivono. Di fronte a un tema del genere, come può la posizione dell’“esperto” non essere quella di uno che impone una riduzione tecnica? L’incontro umano contiene qualcosa che mi sfugge.</p>
<p>L’idea stessa che si possano fare previsioni in materia di incontro ci immette in una logica di calcolo del rischio estranea all’essenza dell’incontro. Non ci sono più l’uomo e la donna che si incontrano per vivere qualcosa di unico. È esattamente quello che troviamo in 1984 di Orwell: anche lì ci sono gli esperti che organizzano tutto. E poi c’è un momento in cui l’eroe del racconto sfugge alla presa dello Stato totalitario: è quando si trova da solo con una donna nella foresta, e lei si spoglia davanti a lui. In quel momento è fuori dalla logica degli esperti, non c’è nessuno che gli dia indicazioni e gli ingiunga come deve comportarsi.</p>
<p>Bisogna accettare che nell’ambito della sessualità non esistono gli esperti. Altrimenti si finisce nel tecnicismo e nell’ingiunzione sociale. La seconda cosa da dire riguardo agli “esperti” che entrano nelle scuole, è che questo fatto pone un altro problema: rende impossibile agli adolescenti la sessualità come scoperta. Quello che predomina è un massiccio discorso entro il quale i gesti del desiderio sono ridotti a delle pratiche. E perciò a delle tecniche: c’è la fellatio, c’è la sodomia, c’è il rischio dell’Aids. E questo è veramente terribile, perché all’essere in un incontro e nei gesti del desiderio all’interno di un incontro, si sostituisce l’induzione di comportamenti.</p>
<p>E anziché essere con l’altro e vivere con l’altro, si cerca di conformarsi a una normatività fatta di norme sessuali, o meglio pseudo sessuali, che vengono imposte alla persona: voi dovete fare così e cosà, se non fate così sbagliate. Questo è pericoloso perché non si è più nella scoperta dell’altro e nel movimento del desiderio, si è in qualcosa che è intrusione: l’intrusione di una serie di norme e inoltre l’intrusione dell’industria del lattice, dell’industria farmaceutica, eccetera. Per cui è vietato inquinare i fiumi, ma è lecito inquinare le giovani donne con prodotti chimici: devono prendere pillole, pastiglie, eccetera.</p>
<p>La tecnica interviene in tutti i rapporti, e questo distrugge completamente il desiderio. Alla fine si fa sesso ugualmente, per divertirsi un po’, ma faticosamente, con infinite reticenze, in modo meschino, cercando di rubacchiare qualche nuovo trucco dal Kamasutra. Che infelicità!</p>
<p>Il cattolico, invece, è il vero edonista. Ha la sua donna e va fino in fondo. Non passa tutto il tempo a chiedersi: “Oh, cosa succederà adesso? Che rischio sto correndo?”. E se il seme che ha immesso nella donna gli torna indietro sotto forma del viso di un figlio, la gioia è ancora più grande. Il piacere sessuale non sta solo nell’atto carnale, è anche la gioia di vedere il volto del proprio figlio: è piacere sessuale anche quello. L’atto carnale ha un’intensità di piacere molto forte e molto breve, poi c’è una caduta, tutta l’esperienza lo dice. Ma la gioia per l’arrivo di un figlio è un piacere che non si spegne».</p>
<p><strong>Il femminismo non è femmina </strong></p>
<p>«Oggi la sessualità è sempre concepita in modo fallico. La dimensione femminile della sessualità tende a scomparire. Anche il femminismo, in gran parte, si è dispiegato come rivendicazione di valori maschili da parte delle donne. Non si è ancora visto un femminismo che affermi i valori femminili contro il machismo. C’è stata piuttosto un’interiorizzazione del machismo da parte delle donne, attraverso l’idea che l’uguaglianza è tutto. Ma nell’atto carnale il tempo e lo spazio maschili non sono gli stessi del tempo e dello spazio femminili. L’uomo è in uno spazio che è quello dell’esteriorità: l’uomo penetra, genera ma fuori di sé, compie un atto all’esterno di sé. La donna, invece, è nello spazio dell’interiorità: riceve l’uomo, lo accoglie in sé ed è in grado di accogliere un essere umano intero dentro di sé.</p>
<p>La donna è abitabile, cosa che non vale per l’uomo. Perciò il femminile implica l’affermazione che nella sessualità non c’è solo la vagina, c’è anche l’utero. Nei settimanali patinati c’è tantissimo sul sesso della donna, ma non c’è niente sull’utero. La cosa interessante è questa: quando domina la concezione fallica e anche il femminismo è fallico, la donna è percepita come ridotta alla vagina o al clitoride, ma l’utero scompare. Questo è molto interessante: l’isterectomia è la condizione, per così dire, del femminismo odierno.</p>
<p>Per quanto riguarda il tempo, l’uomo si colloca in un tempo corto dentro all’atto carnale. Il suo desiderio sorge immediato, mentre nella donna, si sa, ci vuole più tempo. In seguito, il tempo dell’uomo è quello dell’eiaculazione, dell’orgasmo. Mentre per quanto riguarda il tempo della donna, c’è un tempo femminile lungo, che è quello della gestazione. Nella donna c’è un seguito all’atto sessuale. Che consiste nel portare in sé un figlio, cosa che l’uomo non può fare.</p>
<p>Oggi questo spazio dell’interiorità, questo tempo della gestazione, è stato spezzato e anche la donna vuole essere nell’esteriorità, col suo clitoride fra le gambe che tiene il posto del fallo, e nel tempo breve, che coincide con l’ossessione dell’orgasmo. Ma l’orgasmo non è essenziale per l’atto sessuale! Può esserci comunione fra i due anche senza orgasmo. Al limite, un fallimento rispetto all’orgasmo, addirittura rispetto alla penetrazione, può essere un momento di comunione più profonda fra gli sposi all’interno del dramma di quel fallimento.</p>
<p>Si tratta di richiamare l’autentica sessualità femminile per ritrovare un equilibrio. Occorre ritrovare il vero maschile e il vero femminile: il maschile che è rivolto al femminile, il femminile che è rivolto al maschile. In modo che la donna orienti anche l’uomo verso il tempo lungo e l’interiorità. Questo femminismo della femminilità è una necessità. Quel che viene chiamato educazione sessuale in realtà è l’affermazione massiccia del fallico. Non solo è distruttivo, non solo fa della donna una preda dell’uomo, ma ne fa un sotto-maschio. Una specie di maschio difettoso che squilibra tutta la società».</p>
<p><strong>Maternità, l’immagine dell’etica </strong></p>
<p>«C’è stata un’epoca in cui la maternità è stata concepita come qualcosa che non atteneva alla libertà della donna. Ella era colei che portava in sé l’erede dell’uomo, ovvero i futuri cittadini: Marianna madre in affitto, incubatrice dei cittadini. La Francia ha conosciuto un intenso natalismo dopo la sconfitta di Sedan nel 1870. Si diceva: “I tedeschi sono più numerosi di noi, fate più figli per la Francia”. Che è come dire: producete carne da cannone, fate figli per lo Stato, per la gloria della nazione.</p>
<p>Questo non è riconoscere la maternità come l’avvenimento radicale di un’accoglienza nei confronti di una nuova persona che entra nel mondo, da accogliere per se stessa. Il natalismo ha confiscato la maternità, dunque per reazione la donna ha voluto emanciparsi. Ma bisognava emanciparsi dalla confisca della maternità da parte dell’uomo e dello Stato, non dalla maternità come tale, come è invece avvenuto. Poiché la maternità è una possibilità propriamente femminile, pensare il femminile in opposizione alla maternità come fanno certe femministe è arrivare alla distruzione della donna.</p>
<p>E di conseguenza alla distruzione dell’uomo. Perché appunto noi uomini abbiamo bisogno della donna per aprirci al mistero dell’interiorità, della gestazione, della pazienza, del portare l’altro per metterlo al mondo. Quando cerca di definire che cos’è la responsabilità verso l’altro, Emmanuel Levinas propone un’espressione e un’immagine: portare l’altro. E dice: è il femminile che manifesta questo. L’etica ha la sua immagine più forte nella maternità, che è il luogo concreto della responsabilità. L’accoglienza del figlio per se stesso equivale all’espressione “fare dei figli per Dio”. Perché la sessualità in ultima analisi mira a questo: aumentare il numero degli Eletti; e il desiderio sessuale che ci trascina fuori da noi stessi è ultimamente un’astuzia di Dio. È Dio che chiama, questo è il senso profondo della sessualità. Non si fanno figli per lo Stato, o per noi stessi, o per l’autorealizzazione della donna. Si fanno figli per la vita eterna».</p>
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		<title>Polanski</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 09:30:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tratto da ilFoglio.it
Che ne facciamo di Polanski?
Nel mondo pansessualista muoiono l’eros, la paideia, l’educazione dei cuccioli 
Che ne facciamo di Roman Polanski? In trentadue anni, da quel pomeriggio del 1977 in cui la star di Hollywood fece del sesso con una Lolita tredicenne fino al suo arresto recente a Zurigo, molte cose sono cambiate. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/3606">ilFoglio.it</a></p>
<p><strong>Che ne facciamo di Polanski?<br />
Nel mondo pansessualista muoiono l’eros, la paideia, l’educazione dei cuccioli </strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-815" title="roman-polanski2" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/roman-polanski2.jpg?w=117" alt="roman-polanski2" width="117" height="150" />Che ne facciamo di Roman Polanski? In trentadue anni, da quel pomeriggio del 1977 in cui la star di Hollywood fece del sesso con una Lolita tredicenne fino al suo arresto recente a Zurigo, molte cose sono cambiate. In meglio? In peggio? Come possiamo usare questo caso, non per giudicare il ricercato della giustizia americana né i suoi giudici, ma più utilmente per capire il tempo postmoderno, che cambia le regole del gioco, le interpretazioni, ed è sempre elusivo di una verità fissa, stabile?</p>
<p>Da un lato siamo diventati in tre decenni sempre più permissivi, in materia di sessualità, di amore, di riproduzione. Il principio educativo prevalente è ormai: ragazzi, ragazze, fate quello che volete, basta che vi proteggiate da due malattie, l’Aids e la gravidanza. Per il resto fate serenamente sesso alla ricerca del piacere orgasmico, fottetevene eventualmente dei figli, date la priorità a quel che credete ma non ai ridicoli valori famigliari, e se sia il caso sposatevi tranquillamente tra maschi o tra femmine, e per i figli c’è tempo, e c’è sempre la possibilità della fecondazione familiarmente detta eterologa, della mamma single, dell’adozione gay, dell’utero in affitto. Un mutuo alla banca del seme non si nega a nessuno, un ovulo si compra, e varie prestazioni sono lì a far servizio per l’amore moderno e per la vita.</p>
<p>Dall’altro lato di questo curioso confine è cresciuto e si è solidificato, fino ad assumere tonalità e risvolti apocalittici, il tabù nero della pedofilia: siamo in una strana epoca in cui il processo di Outreau, in Francia, rivela un tormentoso linciaggio e una lunga ingiusta detenzione per persone innocenti additate al pubblico disprezzo in uno dei tanti casi di malagiustizia da ansia pedofila; a Rignano Flaminio, paesino alle porte di Roma, nasce nel tempo una inquietante caccia alle streghe che mobilita una intera comunità contro gli orchi, chiamati a pagare il fio della loro colpa sulla base di testimonianze poco credibili estratte dalle piccole anime di molti bambini da genitori poco credibili, mentre consiglia e ammaestra uno stuolo di esperti ideologizzati della lotta agli abusi sui minori, una delle tante lotte eticamente sensibili, contro il mostro, l’unico rimasto, della pederastia (ci sono lì le inchieste di Carlo Bonini di Repubblica e di Claudio Cerasa del Foglio).<br />
Insomma: siamo sempre più bambini, facciamo sesso, per dirla con il filosofo francese Fabrice Hadjadj, nella forma di una masturbazione assistita, ma giù le mani dai nostri bambini, peraltro sempre più rari, sempre meno socializzati, tremendamente liberati e tremendamente protetti. Ti può anche capitare di sbaciucchiare tua figlia sulla spiaggia e di finire subito in carcere in Brasile, avventura miserabile e grottesca capitata a un padre italiano in un paese dove la sorte dei bambini di strada è quella che è.</p>
<p>Che ne facciamo di Roman Polanski? Non è un problema giudiziario, almeno per noi che non dobbiamo decidere della sua estradizione. Il quadro è d’altra parte chiaro per quanto possa esserlo, in ordine alla ricerca della verità legale, un processo chiuso con un giudizio di colpevolezza da oltre tre decenni, e che riguarda un reo confesso. All’età di quarantaquattro anni Polanski sedusse una tredicenne di nome Samantha Gailey (oggi sposata Geimer), che lo incantava e attraeva irresistibilmente. Fu il 20 febbraio del 1977. A Hollywood, Mulholland Drive, nella casa libera del suo amico Jack Nicholson. Durante una seduta fotografica teoricamente destinata alle pagine di Vogue America (nota bene: certe cose succedevano prima della odiosa dittatura della tv e in contesti culturalmente “liberati”, anzi liberal).</p>
<p>Questo comportamento processualmente accertato era ed è contrario alla legge, e Polanski dovrebbe scontare, dopo una lunga fuga nella vecchiaia (ora ha settantasei anni), la sua pena detentiva. Sì, è un grande artista, d’accordo, ma per la legge, per il diritto eguale (senza eccezioni per gli intellettuali), tutto è in ordine, in attesa di estradizione, e il caso è definitivamente giudicato, chiuso. Nemmeno è un dilemma morale da discutere o da decidere, l’affaire Polanski, almeno non nel senso in cui si parla correntemente di etica pubblica, di standard e criteri di comportamento socialmente accettabili: il sesso degli adulti con i minori, anche consenzienti, è considerato quasi universalmente immorale tanto quanto è illegale. Tuttavia diritto e morale, come abbiamo già accennato, sono procedure, narrazioni e concetti relativizzati dal tempo. Offuscati dal tempo che scorre. Opacizzati. In certi casi addirittura rovesciati. E questa è solo la prima sorpresa culturale che si incontra a partire dal 26 settembre scorso, giorno dell’arresto in Svizzera del grande regista polacco.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-816" title="manhattan" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/manhattan.jpg?w=105" alt="manhattan" width="105" height="150" />“Una distorsione portata dal tempo”. Suona così il titolo di un onesto pezzo del New York Times, firmato da Michael Ciply, pubblicato qualche giorno fa (il 12 ottobre) dall’International Herald Tribune e dedicato alla vicenda che ci interessa. Forse il giornale, che venera la comunità dei talenti d’America e d’Europa, voleva inconsciamente disincastrare Polanski, ma il risultato indiretto è che ha inguaiato, in un certo senso, Woody Allen. L’articolo comincia infatti con una citazione maliziosa dalla celebre commedia romantica “Manhattan”, uno dei grandi hit di Woody, uscita nel 1979 (appena due anni dopo la faccenda di Mulholland Drive). Mariel Hemingway è una teen ager, una minore, che ha una storia d’amore e di sesso con lo scrittore televisivo impersonato da Allen, e alla fine del film gli dice festosa, esattamente come potrebbe avergli detto molti anni dopo sua moglie Soon-Yi Previn, già figlia adottiva in coabitazione con l’artista e la precedente moglie Mia Farrow, sedotta e impalmata qualche anno fa dal grande comico newyorkese: “Ehi, pensa un po’, l’altro giorno ho compiuto diciotto anni: ora sono in regola, ma sono ancora una bambina”.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-817" title="whatever_works" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/whatever_works.jpg?w=101" alt="whatever_works" width="101" height="150" />“Whatever works” è invece l’ultimo film di Woody Allen a deliziare le platee spontaneamente e dolcemente nichiliste della East Coast americana e delle grandi città europee. Whatever works significa: basta che funzioni ovvero l’efficienza e la piacevolezza sono l’unico criterio di ciò che fai di te stesso e del tuo rapporto con gli altri. Il sesso e le differenze di età nell’amore fisico hanno naturalmente grande parte nella commedia, un vecchio testo riadattato, battute che fanno ridere, polemica sarcastica, una punta ossessiva, contro la religione, Dio, il fanatismo bigotto, la ricerca di un significato della vita, la disciplina etica: tutte scemenze, goditela come puoi e non rompere le palle agli altri, liberati e libera, d’altra parte non bisogna forse écraser l’infâme, come predicava Voltaire?</p>
<p>Niente di così straordinariamente originale, come si vede, ma è di nuovo un buon successo misantropico, e ben dissimulato, una nuova love &amp; sex story che scalda i cuori e i cervelli pulsanti del diffuso establishment culturale, controculturale e sottoculturale nato negli anni Sessanta, insomma quelli che nel mondo contemporaneo esercitano il potere immoralista, secolarizzato, transumanista e tardoilluminista. Un nichilismo amatoriale, beato, immerso nella chiacchiera, a completa disposizione dei disincantati. Woody è fedele ai suoi ideali di gioventù, il che è in un certo senso sempre encomiabile, ma i tempi invece sono cambiati.</p>
<p>Il suo film forse non si potrebbe proiettare senza conseguenze sgradevoli a Rignano Flaminio o a Outreau, e chissà, si chiede il New York Times, se oggi si troverebbe qualcuno disposto a produrlo, quel bijoux romantico d’antan, fondato su una relazione sessuale non molto dissimile da quella intrattenuta, almeno per quel primo pomeriggio a Mulholland Drive, da Roman Polanski e dalla Gailey.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-818" title="allen" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/allen.jpg?w=150" alt="allen" width="150" height="84" />Ma se oggi destineremmo al nulla e all’oblio perpetuo un romance pedofilo scritto e interpretato da Woody Allen e accolto invece entusiasticamente e sentimentalmente trent’anni fa, non dovremmo riconsiderare alla luce di questo cambiamento la condanna radicale della personalità di Polanski che accompagna, salvo l’enclave solidale della rive gauche internazionale, il suo arresto e la prospettiva dell’estradizione? Non che il suo comportamento sia mai stato giustificato nemmeno allora, lo ripetiamo, ma la sua vittima tredicenne fu indagata nella sua storia personale e sessuale, per accertare fino a che punto la sua denuncia reggesse la prova dell’autenticità, in forme oggi inimmaginabili; e la condanna del reo confesso di sesso illegale con minori, come dice il district attorney della contea di Los Angeles, Stephen L. Cooley, fu molto leggera, molto, molto leggera, molto più leggera di qualsiasi condanna che possa essere espressa oggi in sentenza. Relativisti di tutto il mondo, svegliatevi: se non esistano verità morali accertate e definite, allora anche le furie da casa delle streghe nel castello postmoderno devono ridursi alla misura del tempo che è passato, e rifarsi, in tema di pedofilia, alle attenuanti generiche e specifiche della morale pubblica dell’epoca del delitto. Ma la domanda sul che farsene di Roman Polanski riguarda anche un’altra questione, sempre sottilmente connessa alla cultura relativista in cui si formano le presenti generazioni, ma diversamente definibile. Che fine ha fatto la paideia?</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-819" title="Antica Grecia" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/antica-grecia.jpg?w=150" alt="Antica Grecia" width="150" height="128" />Cito da Wikipedia, per fare presto:<br />
“La paideia era il modello educativo in vigore nell’Atene classica e prevedeva che l’istruzione dei giovani si articolasse secondo due rami paralleli: la paideia fisica, comprendente la cura del corpo e il suo rafforzamento, e la paideia psichica, volta a garantire una socializzazione armonica dell’individuo nella polis, ossia all’interiorizzazione di quei valori universali che costituivano l’ethos del popolo.<br />
Lo spirito di cittadinanza e di appartenenza costituivano infatti un elemento fondamentale alla base dell’ordinamento politico-giuridico delle città greche. L’identità dell’individuo era pressoché inglobata da quell’insieme di norme e valori che costituivano l’identità del popolo stesso, tanto che più che di processo educativo o di socializzazione si potrebbe parlare di processo di uniformazione all’ethos politico.<br />
L’elemento fisico dell’educazione dei giovani ateniesi si basava in una prima fase su un rigoroso addestramento ginnico, in base all’idea che un corpo sano favorisce un pensiero sano e viceversa; successivamente si aggiungeva quello bellico, essendo la guerra una fra le attività considerate più nobili e virili dell’uomo greco; per arrivare infine al completamento dell’istruzione rappresentato dalla formazione politica, vero centro della cittadinanza ateniese, e apice verso il quale era indirizzato l’intero processo educativo.<br />
E’ proprio questa paideia psichica che interessava maggiormente a Platone, ed è infatti su questa che fonderà le basi del suo progetto di rinnovamento (ma al tempo stesso anche conservazione) dell’uomo greco.<br />
Il modello della paideia venne ripreso dai Romani, e secondo vari studiosi ha influenzato in maniera determinante non solo il modo di pensare degli antichi greci, ma anche in genere dell’Occidente europeo.<br />
‘La forza educativa proveniente dal mondo greco ha caratterizzato l’Occidente a partire dai Romani; è poi più volte rinata con continue trasformazioni col sorgere di nuove culture, dapprima con il cristianesimo, poi con l’umanesimo e il rinascimento’.<br />
(Giovanni Reale)”.<br />
Fine della citazione.<br />
La mia tesi non è originale ma forse può suonare non infelicemente banale e scandalosa se applicata al caso Polanski e in genere al modo morboso, intrattabile, di affrontare la questione della pedofilia, spesso contro ogni più elementare norma di diritto, fuori da ogni temperanza, in una caotica messe di accuse verosimili o false e di emozioni psicologiche o ideologiche radicalizzate.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-820" title="giuss_primopianoR375" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/giuss_primopianor375.jpg?w=150" alt="giuss_primopianoR375" width="150" height="102" />La tesi è la seguente. Non c’è più una relazione educativa effettiva degli adulti con i fanciulli e le fanciulle, né in famiglia né, tantomeno, nella scuola. Nello scambio tra le generazioni, parole come amore e amicizia non hanno più alcun senso. Un grande pedagogo cattolico, don Luigi Giussani, che a metà dei Cinquanta fondò il movimento ciellino, parlava di “rischio educativo”. Il filosofo straussiano Allan Bloom, il “Ravelstein” di Saul Bellow, autore di memorabili saggi sulla crisi dell’educazione e della cultura contemporanea, la metteva così: “Scienza e moralismo hanno ridotto l’eros a sesso. Individualismo ed egualitarismo hanno trasformato le relazioni romantiche in materia contrattuale da negoziare. La scienza sociale avalutativa ha indotto a considerare normale ogni tipo di comportamento sessuale, inducendo noia. Nelle ore di educazione sessuale i ragazzi imparano come si usa un condom, ma non come fare i conti con le speranze e i rischi dell’intimità. Non sappiamo più come si faccia a parlare e a pensare intorno al pericolo e alla promessa contenuti nelle idee di attrazione e di fedeltà” (Love &amp; Friendship, Simon &amp; Schuster, 1993).</p>
<p>E lo psicoanalista e antropologo James Hillman, che ho già citato in altro contesto, avvertiva che ogni rapporto di patronage, ogni tutela o curiosità intergenerazionale tendono a essere letti con un meccanismo riduzionista, come rapporto genitale, come interesse sessuale (Il codice dell’anima, Adelphi, nuova edizione paperback 2009).</p>
<p>La scuola pubblica e i principi educativi correnti irrigidiscono fino a cancellarli, al di là di ogni ragionevole dubbio, il rapporto autoritativo e la maieutica dell’insegnamento. Il nostro modello educativo sottrae nel massimo grado possibile ogni forma di energia, di eros, di vero e rischioso esercizio dell’autorità, all’insegnamento, a quello che Strauss definiva l’allevamento dei cuccioli della nostra specie, che in nome di principi giudeo-cristiani, greci, romani ed umanistici dovrebbero ricevere e dare qualcosa di decisivo, appunto nel rischio dell’amore e della filìa, dell’amicizia, nell’incontro delle generazioni in vista della conoscenza, del sapere e della formazione politica.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-821" title="fedeli" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/10/fedeli.jpg?w=150" alt="fedeli" width="150" height="99" /> L’unica istituzione che lo conservi almeno in parte, questo principio, è la chiesa cattolica; e infatti il suo clero, nell’America protestante e postmoderna, è martirizzato, al di là dei casi accertati e sanzionabili, dalle furiose campagne di denuncia e dalle corrispondenti richieste di risarcimento che irrigidiscono ulteriormente, fino alla completa criminalizzazione del modello seminariale monosessuale, l’ultimo scampolo di una educazione occidentale tramandataci attraverso il medioevo dall’età classica poi cristianizzata.</p>
<p>Che cosa vuoi dire, amico? Che bisogna impedire l’estradizione di Polanski? Che in nome del modello educativo scomparso deve essere lecito attrarre e farsi attrarre per un pomeriggio di sesso da una tredicenne seduttiva di impronta nabokoviana? Chi manifestasse nel suo intimo l’intenzione di rivolgermi queste domande deve a questo punto sapere che ha perso tempo a leggere il mio qualunque invito a pensare un caso alla luce di un problema, e un problema alla luce di un caso.</p>
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