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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; englaro</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Perché tutto non è uguale a niente</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 20:39:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lettera ad Avvenire
Direttore  esimio e… coraggioso (meno male), sulla vicenda Fazio-Saviano, grazie a  Dio, tanto si è già detto e scritto. 
Non per questo dobbiamo smettere.  Se alcuni &#8220;signori&#8221; che gestiscono programmi televisivi non vogliono  ascoltare, è peggio per loro. A noi non è lecito tacere.
Domenica scorsa  la Liturgia ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.avvenire.it/Lettere/Perch+tutto+non+uguale+a+niente_201012070842512500000.htm" target="_blank"><strong><strong></strong></strong></a><strong><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/melazzini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2646" title="melazzini" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/12/melazzini-300x224.jpg" alt="melazzini" width="300" height="224" /></a></strong>Lettera ad Avvenire</strong></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">Direttore  esimio e… coraggioso (meno male), sulla vicenda Fazio-Saviano, grazie a  Dio, tanto si è già detto e scritto. </span></p>
<p>Non per questo dobbiamo smettere.  Se alcuni &#8220;signori&#8221; che gestiscono programmi televisivi non vogliono  ascoltare, è peggio per loro. A noi non è lecito tacere.</p>
<p>Domenica scorsa  la Liturgia ci ricordava a proposito del Battista: «Voce di uno che  grida nel deserto…», e il suo grido non scherzava: «Razza di vipere…».  Anche oggi c’è tanto deserto, soprattutto deserto nei cuori, pieni di  sabbia. Ma noi gridiamo.</p>
<p>Pure la vicenda del regista Monicelli, con la  sua morte violenta di suicidio, ha visto persone autorevoli insinuare,  subdolamente, un’esaltazione e stima per quell’atto. Ora, è chiaro che  si deve avere per l’uomo Monicelli lo sguardo misericordioso che Dio ha  su ciascuno di noi, a partire da me.</p>
<p>Ma se poi qualcuno definisce il  suicidio «manifestazione di forte personalità», «estremo scatto di  volontà», «l’ultimo colpo di teatro», «non ha voluto lasciarsi morire»,  «gesto eroico…», allora noi non possiamo tacere per evitare di giudicare  l’atto pur rispettando l’uomo.</p>
<p>Il gesto eroico è quello di mia madre e  di tante persone che con coraggio e dignità hanno affrontato una grave  malattia. Altrimenti… un giorno Englaro, un altro Monicelli, un altro la  Nannini… e tutto diventa uguale a niente. Anzi, come ti permetti di  contestare?</p>
<p>A onor del vero non capisco neppure tanti cristiani che  sostengono, scrivendo o parlando, che bisogna abbassare i toni, che non  bisogna fare clamore, che la fede è una testimonianza silenziosa… ma  dai!</p>
<p>Dobbiamo amare l’uomo e fino in fondo, nella sua verità ultima. È  quello che fa il Papa, con instancabile tenacia: «Guai a me se non  evangelizzassi!». La storia del cristianesimo è ricca di testimoni e di  santi. Certo parlava la loro vita, ma quanto usavano anche la parola.</p>
<p>E,  se non li lasciavano parlare, parlavano lo stesso e anche forte.  Direttore, non smettiamo! (Se no cambio quotidiano… scherzo, dove lo  trovo un altro così?).</p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"></p>
<p align="right"><strong><em>don Eligio Ciapparella, Monza</em></strong></p>
<p></span><br />
<em>Lo  ammetto,caro don Eligio, la sua lettera pacificamente esplosiva è  riuscita a farmi arrossire.Ma soprattutto mi ha fatto pensare e poi – me  ne sono reso conto pian piano – mi ha messo allegria. Grazie di cuore. </em></p>
<p><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><em>Ha proprio ragione: «Tutto non è uguale a niente». E questo è un tempo  buono per dirlo. Come si può, dove si può, e certamente su Avvenire. Con  la libertà, la carità e la speranza di chi ascolta e parla a tutti e  non si fa tentare dalle sirene della distrazione e dell’accomodamento né  spaventare da irose maldicenze e da melliflui agguati.</em></span></p>
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		<title>Gli indiscutibili sanno disinformare</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 21:32:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se a parlare è Roberto Saviano,  le «orazioni» sono «civili» e i monologhi «potentissimi»: lo  asseriscono i comunicati di Rai 3 e tutte le agenzie di stampa  devotamente rimbalzano. E chi oserebbe dissentire? Nemmeno chi non ha  mai letto una sola riga di Saviano se la sentirebbe più di mettere in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/SavianoFazio.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2592" title="SavianoFazio" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/SavianoFazio.jpg" alt="SavianoFazio" width="300" height="273" /></a>Se a parlare è Roberto Saviano</strong>,  le «orazioni» sono «civili» e i monologhi «potentissimi»: lo  asseriscono i comunicati di Rai 3 e tutte le agenzie di stampa  devotamente rimbalzano. E chi oserebbe dissentire? Nemmeno chi non ha  mai letto una sola riga di Saviano se la sentirebbe più di mettere in  dubbio le sue verità assolute: <strong>perché Saviano è Saviano, un po’ come Sanremo</strong>. E così, di guru in guru, se un Saviano e un Fazio uniscono le sapienze, il risultato non può che essere indiscutibile.</p>
<p>La tecnica è antichissima, valida ai tempi delle Catilinarie come a  quelli del tivucolor: se passa l’assunto che l’oratore non solo non può  mentire ma nemmeno sbagliare, ciò che dice è sempre «indiscutibilmente»  vero e chiunque lo metta in dubbio sarà esposto al pubblico ludibrio.  Raggiunto tale risultato, non sarà più nemmeno necessario fingere di  rispettare le regole minime del dibattito e della ricerca di una verità:  largo ai tribuni e ai loro monologhi, senza mai un contraddittorio. E  il pubblico (del foro come del piccolo schermo) si berrà tutto come  vero: «L’ha detto la tivù!».</p>
<p>Anche la Rai di Fabio Fazio è (o dovrebbe essere) servizio pubblico,  anche la sua è pagata da tutti gli italiani (almeno quelli che versano  il canone), eppure l’uso che ne fa, in compagnia dei suoi ospiti, è di  un salotto privato dal quale diffondere e inculcare quelli che ritiene  «valori» e «princìpi di civiltà» (è suo diritto), ma che per la gran  parte degli italiani sono disvalori gravissimi (e tener conto di questo è  invece suo preciso dovere).</p>
<p>Anche l’altra sera, com’è suo costume, la tribuna l’ha quindi  concessa, senza contraddittorio alcuno, oltre che a Saviano anche a  Beppino Englaro e a Mina Welby, chiamati a recitare ognuno il suo  &#8220;elenco&#8221; di verità inoppugnabili. Nessuno toglie loro il diritto di  avere certezze e convinzioni, più o meno fondate, ma nessuno può nemmeno  imporle a noi come fossero Vangelo, eppure questo è stato fatto ancora  una volta ai milioni di telespettatori seduti davanti a &#8220;Vieni via con  me&#8221;. Togliere la vita a Eluana è stata cosa buona e giusta? Basta che lo  dicano Fazio, e Saviano, ed Englaro che è pure suo padre (come potrebbe  sbagliare?), non occorre ascoltare con onestà intellettuale le voci  opposte. Nessuno spazio alla sacralità della vita e al rifiuto di una  pratica spaventosa come l’eutanasia, sebbene questa agiti ancora nella  nostra coscienza memorie recenti e colpe incancellabili, e nel nostro  Paese sia un reato punito alla stregua di un omicidio.</p>
<p>Si gioca con le parole, si evita accuratamente di pronunciare il  termine &#8220;eutanasia&#8221; (salvo invocarla in altre sedi e occasioni), la si  sostituisce con «principio di diritto sancito dalla Cassazione in  seguito alla vicenda Englaro». Non si dice, però, che dal giorno in cui  la Cassazione stessa spianò la strada all’eutanasia di Eluana, e quindi  di chiunque volesse seguire le orme di quel padre, nessuno lo ha fatto.  Né si racconta la verità su Eluana, perché farlo lascerebbe attoniti gli  italiani, ancora convinti che fosse malata, che fosse terminale, che  vivesse attaccata a macchine, che soffrisse, e magari pure che la sua  volontà fosse morire.</p>
<p>E come mai ne sono convinti? Lo raccontarono all’epoca i Saviano e i  Fazio&#8230; Di una Eluana condannata a «farsi tenere in vita per decenni  dalle macchine» scrisse Saviano nel febbraio 2009, alimentando l’errore  (speriamo in buona fede, forse non conosceva la materia); di lei parlò  come di un «viso deformato, smunto, gonfio, le orecchie callose» e  addirittura «senza capelli» (di nuovo lo giustifichiamo: a differenza  nostra, la descriveva senza averla vista). E Fazio? Prima e dopo la  morte della giovane invitò Englaro nel suo salotto privato di Rai 3,  senza confronto, senza dibattito. Eluana fu spenta il 9 febbraio 2009,  il 21 febbraio Fazio in diretta abbracciava Englaro: «Grazie a nome di  tutti gli italiani per ciò che ha fatto». Di tutti gli italiani. È  questo il suo stile, questo il giornalismo dei Fazio e dei Saviano. «Il  giornalista non deve omettere fatti o dettagli essenziali alla completa  ricostruzione dell’avvenimento. Non deve intervenire sulla realtà per  creare immagini artificiose» (Carta dei doveri del giornalista, 8 luglio  1993).</p>
<p><strong><em>Lucia Bellaspiga &#8211; Avvenire<br />
</em></strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em>Articoli correlati:</em></span><br />
Fazio &amp; Saviano: il ritorno della Telecrazia &#8211; <a href="http://www.radioformigoni.it/index2.php?option=com_mgmedia2&amp;mode=popup&amp;playerid=39200d0fc27fa7a6e284ea646c41dbd8&amp;no_html=1" target="_blank">Radioformigoni</a><br />
Notizie su Saviano e Caterina… &#8211; <em>Antonio Socci</em> &#8211; <a href="http://www.antoniosocci.com/2010/11/notizie-su-saviano-e-caterina/" target="_blank">Libero</a><br />
Caro Saviano, vieni visitare &#8220;gli invisibili&#8221; &#8211; <em>Nerella Buggio</em> &#8211; <a href="http://www.radioformigoni.it/index2.php?option=com_mgmedia2&amp;mode=popup&amp;playerid=b067bc5476dae81bd464a36497640ab2&amp;no_html=1" target="_blank">Radioformigoni</a><br />
&#8220;Vivi &#8211; Storie di uomini e donne più forti della malattia&#8221; &#8211; <a href="http://www.fabiocavallari.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=122:vivi&amp;catid=38:libri&amp;Itemid=58" target="_blank">Fabio Cavallari</a><br />
Nel nuovo tempio un antichissimo livore &#8211; Davide Rondoni &#8211; <a href="http://www.mascellaro.it/node/46793?quicktabs_1=1" target="_blank">Avvenire</a><br />
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Fazio e Saviano? Avvenire li spegne &#8211; <a href="http://www.miradouro.it/node/46814" target="_blank">Palazzo Apostolico</a></p>
<div>
<div>Source link</div>
</div>
<div><a rel="nofollow" href="http://www.avvenire.it/Commenti/editoriale+bellaspiga+tv+tribunizia+eutanasia_201011170817032800000.htm" target="_blank">Avvenire </a></div>
<div><a rel="nofollow" href="http://www.samizdatonline.it/node/9502" target="_blank">via Samizdat on line<br />
</a></div>
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		<title>L&#8217;inganno culturale di Fazio, Saviano e di chi vuole la par condicio sulla vita</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 21:19:44 +0000</pubDate>
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C&#8217;è un inganno culturale dietro i discorsi di questi giorni su Fazio,  Saviano, malati, disabili, Welby ed Englaro, vero o presunto fine vita,  par condicio.Già, la par condicio. Adesso sembra quasi che il problema  vero sia quello di bilanciare l&#8217;imbarazzante e vergognoso spot pro  eutanasia lanciato lunedì scorso da Fazio e [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/faziosaviano.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2585" title="faziosaviano" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/faziosaviano-300x65.jpg" alt="faziosaviano" width="300" height="65" /></a>C&#8217;è un inganno culturale dietro i discorsi di questi giorni su Fazio,  Saviano, malati, disabili, Welby ed Englaro, vero o presunto fine vita,  par condicio.Già, la par condicio. Adesso sembra quasi che il problema  vero sia quello di bilanciare l&#8217;imbarazzante e vergognoso spot pro  eutanasia lanciato lunedì scorso da Fazio e Saviano con la presenza in  studio, a &#8216;Vieni via con me&#8217;, di persone malate o disabili che la  pensino diversamente da Fazio, Saviano, Mina Welby o Beppino Englaro.</p>
<p>Come dire: loro credono che sia giusto fare A, sentiamo anche chi  vuole fare B.</p>
<p>Cioè: si mettono sullo stesso piano A e B, la morte e la  vita. E&#8217; l&#8217;apoteosi della deriva nichilistica, è la vittoria dei cultori  (anche in buona fede, per carità) della morte: non esiste una verità,  esistono solo le opinioni, tutte rispettabili.</p>
<p>Invece no, una verità c&#8217;è.  E non lo scrivo da presuntuoso e intollerante &#8216;ultra&#8217; della vita. Lo  scrivo da povero e dubbioso mendicante che ogni giorno, di fronte al  mistero di due occhi che possono chiedere aiuto, pietà, compassione e  condivisione, compagnia e misericordia, non sa quasi mai cosa fare, come  comportarsi, Ma prova a starci dentro quel mistero, non si tappa gli  occhi, prova a viverlo quel mistero.</p>
<p>Ecco, lo scrivo: hanno torto marcio  Fazio, Saviano, Mina Welby ed Englaro. E&#8217; un fatto, non un&#8217;opinione. Non  vanno soltanto bilanciate le loro dichiarazioni pro eutanasia. Vanno  cancellate, dall&#8217;umanità che c&#8217;è in ogni essere umano, nel mio cuore e  nel tuo che leggi, confusi e un po&#8217; smarriti di fronte a questa  ideologia che fa sembrare buono ciò che buono non è. Perchè se un malato  o un disabile grave (mettiamo Pier Giorgio Welby ed Eluana Englaro, con  i rispettivi familiari) a un certo punto non ce la fa più, dice che non  ha più senso vivere così, vuole farla finita, chiede che lo Stato  consenta loro di farla finita, anzi metta pure un timbro di legalità su  questa sua volontà, la risposta vera di una società civile, la risposta  vera di un uomo, la risposta vera di ognuno di noi, è semplice: dobbiamo  cercare di aiutare chi non ce la fa più, trovare la maniera di dar lui  un senso, un significato a un&#8217;esistenza che ad un certo punto sembra  solo piena di nebbia, inutile.</p>
<p>Dobbiamo restituirgli il sole, non  diventare i notai di una volontà, quasi che l&#8217;uomo, quasi che ognuno di  noi, sia sempre certo di tutto e di tutti e non ci sia mai  consentito cambiare idea. Cambiare idea perchè qualcuno sta con noi, ci  sorride, ci accarezza, oppure piange, oppure&#8230;. chissà perchè ma la  vita è fatta così: si cambia idea.   Questa è una testimonianza  ragionevole che può e deve fare chiunque, non soltanto un prete. Non è  questa una partita fra preti e laici. E&#8217; una partita fra uomini.</p>
<p>Perchè  se tanti testimoni (e allora sì che in questa ottica è giusto dar voce a  loro: non come contraltari, ma come testimoni, appunto!) dimostrano che  si può vivere ed essere felici anche in situazioni estreme, ecco  dobbiamo partire da loro per contagiare tutti, col sorriso fra le  labbra, senza puntare l&#8217;indice contro nessuno, ma sporcandoci le mani  alla ricerca di una chiave che può restituire a chiunque (sì, a  chiunque!) il gusto della vita.Anche se sei attaccato a un respiratore  24 ore su 24, anche se non parli più, anche se sei paralizzato, anche se  mi guardi negli occhi e sei un Mistero. Un uomo è fatto così.</p>
<p><a href="http://www.massimopandolfi.it/">www.massimopandolfi.it</a></div>
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		<title>I nuovi (strapagati) preti</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 21:10:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/Fazio_Saviano_FC_0159-343x500.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2581" title="Fazio_Saviano_FC_0159-343x500" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/Fazio_Saviano_FC_0159-343x500-205x300.jpg" alt="Fazio_Saviano_FC_0159-343x500" width="205" height="300" /></a>Perché Saviano nella sua filippica su rai tre senza contraddittorio pro Englaro e pro eutanasia come diritto ha dimenticato di dire che nessuno tra i moltissimi familiari di malati come Eluana non hanno seguito l&#8217;esempio di Beppino Englaro, non hanno seguito la sua strada di procedura legale per staccare la spina? Forse che quel diritto tanto sbandierato è lontano dalla realtà e invece vicinissimo alla tv da predicatori dei Fazio e dei Saviano medesimo?</p>
<p>E perché non ha parlato di nessuno dei malati che combattono per la vita? E il visino strapagato di Fazio commosso per il sermone di Saviano perché lo dobbiamo pagare con i soldi pubblici?</p>
<p>E non solo vuole essere mister legge, vuole anche essere il detentore della coscienza della Chiesa, e si mette a cianciare di Giordano Bruno, di Pinochet, di Welby. Questi boriosi insopportabili -che parlano ormai come preti- cosa vogliono, con la loro strapagata commozione, cosa vogliono con il potere dei media, cosa vogliono davvero? Una tv lacrimevole e untuosa, piena di luoghi comuni e di frasi fatte buone con tutti eccetto che con la Chiesa.</p>
<p>Forse è questo che vogliono: andare contro l&#8217;unica cosa che si oppone al loro &#8220;<em>luogocomunismo</em>&#8220;. Come se ci fosse qualcosa che non si piega a questa dittatura del luogo comune, a questa lacrimevole strapagata predicatoria banalità. E naturalmente hanno voluto il sigillo di don Gallo, un prete che parla e dice letteralmente che se si fa cilecca coi comandamenti almeno si rispetti la Costituzione. Più qualche barzelletta idiota.</p>
<p>Ecco a questa farsa strapagata dai soldi pubblici. Tutti preti questi, ma finti, eccetto il vanitosissimo don Gallo. Una bella ammucchiata.</p>
<p><strong>Tratto da <a href="http://www.clandestinozoom.it" target="_blank">ClandestinoZoom.it</a></strong></p>
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		<title>Storia di Rudd che voleva morire e fatto fragile chiese di restare vivo</title>
		<link>http://www.sicomorogiulianova.it/2010/07/storia-di-rudd-che-voleva-morire-e-fatto-fragile-chiese-di-restare-vivo/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 13:18:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La notizia non avrebbe nulla di eccezionale se  non fosse che la volontà di vivere è stata espressa da un uomo – un  inglese di 43 anni – a cui stavano per staccare il respiratore che lo  teneva in vita. E se non fosse che la Bbc è riuscita a catturare le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/respirazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2271" title="respirazione" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/respirazione-300x225.jpg" alt="respirazione" width="300" height="225" /></a>La notizia non avrebbe nulla di eccezionale se  non fosse che la volontà di vivere è stata espressa da un uomo – un  inglese di 43 anni – a cui stavano per staccare il respiratore che lo  teneva in vita. E se non fosse che la Bbc è riuscita a catturare le  immagini del fatto, accaduto nove mesi fa nel reparto neurologico  dell’ospedale Addenbrooke di Cambridge, mentre una troupe stava  realizzando un documentario. La diffusione del servizio televisivo ha  avuto grande risonanza su tutti i quotidiani inglesi di ieri e ha  impressionato l’opinione pubblica della Gran Bretagna, riportando alla  ribalta la delicatezza delle decisioni di fine vita.</p>
<p>Il caso è  veramente da manuale. Richard Rudd era stato investito con la moto il 23  ottobre 2009, in seguito all’incidente era rimasto completamente  paralizzato, con le ulteriori complicanze di una polmonite e di un  blocco renale. Il padre aveva autorizzato i medici a interrompere la  respirazione artificiale, perché quando un incidente simile era accaduto  a un suo amico Richard aveva espresso la volontà di non vivere  attaccato a una macchina. Giunti al momento decisivo i medici hanno però  notato che Richard per la prima volta aveva sbattuto gli occhi.  Ovviamente gli hanno chiesto se volesse rimanere in vita e lui per tre  volte ha mosso gli occhi verso sinistra, per dire il suo sì, la sua  volontà di vivere.</p>
<p>La vicenda fa riflettere: innanzitutto, sulla  grande incertezza e sulla variabilità della volontà personale di  sospendere le terapie. Dovremmo sapere molto bene che un conto è la  volontà espressa quando si è in piena salute o sotto l’influsso doloroso  della difficile condizione esistenziale di un amico o un parente, tutto  un altro è decidere di se stessi nel momento in cui si diventa  fragilissimi e appesi alla vita con un filo. Si scopre, allora, che non  desideriamo affatto spezzare questo filo, per quanto sottile esso sia.  Una simile mutevolezza delle decisioni nei confronti del proprio vivere,  seppure in condizioni precarie, dovrebbe rendere più attenti rispetto  alla vincolatività che si vuole attribuire alle direttive da lasciar  scritte nei cosiddetti testamenti biologici. Per la salvaguardia di un  valore essenziale, quale è quello della vita umana, è certamente meglio  che tali direttive siano solo orientative e che i medici possano  decidere il miglior bene per il malato.</p>
<p>In secondo luogo  bisognerebbe spazzar via tutti i veri o presunti &#8220;ricordi&#8221; di parenti e  amici, che appaiono con regolarità nelle cronache su episodi simili: da  essi infatti può scaturire un danno irreparabile per la persona  impossibilitata a esprimersi. La forma scritta – per quanto incapace di  tener conto dell’evoluzione di una persona – è il solo modo affidabile  per eventualmente manifestare le proprie volontà. Essa è un mezzo  necessario di protezione della vita di fronte a malintesi,  sentimentalismi, o interessi di terzi. Il <em>favor vitae</em>, poi, è  un principio cardine di ogni ordinamento davvero civile. Purtroppo,  però, in più Paesi si sta scivolando nella direzione di un’aperta  superficialità nei confronti della vita, per cui tutti i casi limite  vengono considerati nient’altro che vite inutili: di fronte a esse ogni  appiglio sembra sufficiente per dare la morte, giustificandosi col dire  che così si sta semplicemente realizzando la libertà del morente. Chi si  oppone a questo scivolamento nel disimpegno nei confronti degli esseri  umani più fragili viene persino accusato di essere attaccato  materialisticamente alla vita.</p>
<p>Richard Rudd vuole vivere.  Speriamo che ora nessuno lo accusi di «vitalismo».</span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Autore">Michele Aramini &#8211; Tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/STORIA+DI+RUDD+CHE+VOLEVA+MORIRE+E+FATTO+FRAGILE+CHIESE+DI+RESTARE+VIV_201007150644272670000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a> &#8211; Sicomoro Giulianova<br />
</span></div>
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		<title>Una speranza più forte delle macerie umane</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 18:29:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/05/BeneMaleFantasy.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2089" title="BeneMaleFantasy" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/05/BeneMaleFantasy-249x300.jpg" alt="BeneMaleFantasy" width="249" height="300" /></a>Sono giorni drammatici</strong>: quello che accade, sia per la responsabilità dell’uomo, sia per l’agire della natura, sembra rendere la vita in qualche modo più instabile. Le notizie – da qualunque fonte provengano – non ci lasciano tranquilli. Dalla crisi economica (dove quanto accade sembra rispondere ad una occulta regia) alle catastrofi della natura violata (le cui conseguenze comunque sembra che dobbiamo pagarle solo noi, mai i veri responsabili); dall’odio anticristiano ai comportamenti immorali da cui neppure alcuni vescovi vanno esenti. Ma la serie di tragedie morali ed umane non sembra mai finire (mi rimangono davanti agli occhi il caso di quel neonato abortito lasciato morire – in ospedale – di una lunga agonia, e di quel bambino appena nato lanciato dalla madre dalla finestra, per nascondere la relazione adulterina da lei vissuta). E tutto questo sembra non generare una riscossa di cambiamento, almeno a guardare alcuni mezzi di comunicazione sociale.</p>
<p>Sembra che le «icone del male» abbiano purtroppo il sopravvento, e che la speranza sia destinata a morire, o ad essere relegata ad una nostalgia impotente. Peggio ancora, <strong>sembra che si voglia dare spazio al male</strong> individuando nel passato cristiano non la radice di un bene, di una vera civiltà, ma la ragione di quanto di negativo succede. E alcuni siti sembra proprio che sappiano comunicare solo questo disprezzo per il cristianesimo, per la sua storia, per la Chiesa (questa neppure nominata, se non come sigla).</p>
<p><strong>Noi siamo forti delle «icone del bene» e in tutti i modi vogliamo dare voce a quanto, sia nel presente che nel passato, possa contribuire a ridare energia all’uomo e al suo cuore ferito</strong>.<br />
Tra noi avranno sempre spazio le testimonianze di chi «vince il male con il bene», come ricordava san Paolo. Di chi non si arrende di fronte allo sfascio generale. Di chi sceglie di essere testimonial della vita piuttosto che della morte. E non smetteremo neppure di chiamare male il male, ancorché non «politically correct».</p>
<p>Così, di fronte a chi esalta la scelta di Beppino Englaro di dare la morte alla figlia come atto di rispetto della libertà, ricorderemo l’eroismo di <strong>Lucrezia ed Ernesto Tresoldi</strong>, che hanno permesso al figlio Massimiliano di ricominciare a vivere (e ringrazieremo per nome chi ci ha fatto conoscere questa storia, sia Fabio Cavallari, su Tempi, sia <a href="http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=125&amp;id_n=17880">Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola</a> con il libro dell’Ancora-Avvenire).</p>
<p>E di fronte a chi ci presenta la figura di Ipazia come segno, come icona della “Chiesa contro la donna e la scienza”, continueremo a ricordare la grande <a href="http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=199&amp;id_n=5549"><strong>Ildegarda di Bingen</strong></a> (che i tanti professori di storia si accaniscono a dimenticare): medico, filosofo, badessa, scienziata, artista, naturalista, poetessa e musicista…</p>
<p>E a chi vuole farci pensare alla Chiesa cattolica come la multinazionale del vizio, continueremo ad indicare i<strong> tanti sacerdoti educatori</strong> che hanno saputo fare crescere centinaia di giovani nel gusto della vita, nel culto della verità, nella capacità di servizio. Anche se continueranno a non fare notizia. Ma lo <strong>sono già &#8211; «buona notizia» &#8211; nei nostri cuori</strong>.</p>
<p><strong>C’è solo una speranza: che le «icone del bene» abbiano, insieme alla forza straordinaria della bontà e della bellezza, uomini e donne che le sappiano valorizzare nella loro innata forza culturale</strong>. Mi ha sempre confortato quanto diceva tempo fa <a href="http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=431&amp;id_n=17552">don Giussani</a>: «Mi apparve allora chiaro che una tradizione, o in genere un’esperienza umana, non possono sfidare la storia, non possono sussistere nel fluire del tempo, se non nella misura in cui giungono ad esprimersi ed a comunicarsi secondo modi che abbiano una dignità culturale».</p>
<p>E Giovanni Paolo II aggiungeva: «<em>Una fede che non diviene cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta</em>». A noi questo insegnamento è chiaro!</p>
<p><a href="http://www.culturacattolica.it/">Tratto da Cultura Cattolica.it</a></p>
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		<title>Lettera aperta a Beppino Englaro.</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 12:08:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lettera aperta a Beppino Englaro.
In margine all’intervista del 2 febbraio 2010, festa della Presentazione del Signore, concessa a La Stampa. «Il mio calvario non è finito»
Bene sia per la sua coscienza, signor Beppino. Peccato che sia forse a senso unico! Ricordo di avere ospitato sul sito che curo (per cui sono stato da lei chiamato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/eluana011.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1544" title="ENGALRO BEPPINO" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/eluana011-225x300.jpg" alt="ENGALRO BEPPINO" width="225" height="300" /></a>Lettera aperta a Beppino Englaro.</strong></p>
<p><strong>I</strong><strong>n margine all’intervista del 2 febbraio 2010, festa della Presentazione del Signore, concessa a La Stampa. «Il mio calvario non è finito»</strong></p>
<p>Bene sia per la sua coscienza, signor Beppino. Peccato che sia forse a senso unico! Ricordo di avere ospitato sul sito che curo (per cui sono stato da lei chiamato in causa) parole di comprensione di fronte a un dolore grande e grave. Erano nate da un appassionato dialogo tra me e un collaboratore del sito, Fabio Cavallari, non credente, che diceva: «Non è facile affrontare l’argomento dopo la sentenza di un giudice. Non lo è perché, la vita e la morte non possono essere “giudicate”.</p>
<p>Non sto parlando di morale, della legge di Dio o della pietà. Vorrei che tutti noi fossimo più parsimoniosi di parole, che non alzassimo l’indice per giudicare a nostra volta. Penso al padre di Eluana e non posso esimermi dal guardare l’amore di un padre. Credo nella genuinità che esprime, nella sua ricerca di pace, in quel tentativo di ridare libertà alla figlia. Non spetta a noi e mai dovremmo farlo entrare nella dimensione intima e personale tra un padre ed una figlia. Penso alla solitudine di quest’uomo, tra un consiglio scientifico ed uno legale, penso al suo “bene” che lo ha portato a chiedere le estreme conseguenze. Non possiamo giudicare, non dobbiamo alzarci dalla sedie pronunciando il nostro “se fossi”. Mai. E’ nostro compito però, inserirsi in una discussione che parla a tutti noi di vita. Di vita e di morte».</p>
<p>Mi sono sembrate parole dettate da pietà e compassione. Peccato però che ha prevalso un’altra logica, forse un calcolo, che ha fatto di questo dramma una tragedia. Ho letto la sua intervista a La Stampa. Mi hanno colpito in particolare due cose.</p>
<p>Lei afferma di avere deciso per la sorte di sua figlia. Certo, in mancanza di una legge che fosse secondo il suo criterio, ha voluto farsi legge a se stesso, creando così un precedente per una legge che, lei afferma, sarà «decente [perché consentirà] ai cittadini di poter decidere per loro stessi». La cara Eluana è stata strumento di questo progetto, lei, che non «c’è più dal giorno dell’incidente».</p>
<p>L’altra affermazione che mi ha fatto pensare è stata: «Io, che mi batto per la libertà di scelta, figuriamoci se blocco quella di un artista». Penso però che il suo pensiero vada completato così, perdoni la franchezza: «purché affermi, canti o esprima quello che io ritengo giusto». Libertà a senso unico, appunto!</p>
<p>Eluana non è morta, è stata fatta morire. Non mi interessa ora affermare il diritto di farlo, comunque questa è l’azione.</p>
<p>Quando è entrata in ospedale per la prima volta, dopo il gravissimo incidente, forse lei, signor Englaro, avrà chiesto ai medici di farla vivere, guarendola. Ora, che non è guarita, ha chiesto di farla morire. Tutto qui. Ma denunciare chi definisce questa azione come «omicidio legalizzato» mi sembra proprio che contraddica quella libertà di pensiero che tanto afferma, e vada anche contro la logica e il buon senso. Questo infatti sul sito abbiamo detto, e in maniera che non ha voluto offendere nessuno. Con una infinita pietà, con un dolore immenso, con la speranza che cose così non accadano mai più.</p>
<p>Capisco il suo dolore, non condivido la sua scelta. E come lei rivendica il diritto di renderla legge, io – con lo stesso diritto – mi batterò perché questo non accada. Senza crociate. Senza isteria. Ma certo senza paura.</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=3&amp;id_n=17354" target="_blank">Cultura Cattolica.it</a> &#8211; scritto da don Gabriele Mangiarotti</p>
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		<title>Lettera aperta</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 19:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bioetica e rispetto della vita]]></category>
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		<description><![CDATA[29 Marzo 2009
Il direttore risponde &#8211; Avvenire
Eluana continua ad alimentare interrogativi
Caro Direttore,
voglio dire qualcosa anch’io sul caso di Eluana, io, tracheotomizzata per 13 mesi per l’imperizia di un medico. So cosa significhi «pulizia del muco» nel tubino nel collo, ma non ricordo che Eluana sia stata tracheotomizzata; io sì, perché ho rischiato di morire soffocata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-164" title="eluana" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/02/eluana.jpg" alt="eluana" width="80" height="120" />29 Marzo 2009<br />
<strong>Il direttore risponde &#8211; </strong><a href="http://www.avvenire.it"><strong>Avvenire</strong></a><br />
<strong><em>Eluana continua ad alimentare interrogativi</em></strong></p>
<p>Caro Direttore,</p>
<p>voglio dire qualcosa anch’io sul caso di Eluana, io, tracheotomizzata per 13 mesi per l’imperizia di un medico. So cosa significhi «pulizia del muco» nel tubino nel collo, ma non ricordo che Eluana sia stata tracheotomizzata; io sì, perché ho rischiato di morire soffocata per il blocco dei due nervi ricorrenti che hanno a loro volta bloccato le due corde vocali, semichiuse. E così non si respira. Eluana sì, Eluana respirava da sola; ma in ogni caso – se ben fatto – grazie a un veloce colpetto dato col tubicino e al conseguente colpo di tosse, si pulisce tutto; oppure lo si fa con un apparecchio aspiratore: non sono pratiche invasive.</p>
<p>So cosa significhi il «sondino naso-gastrico»: sotto shock per l’intervento disastroso, non riuscivo a inghiottire e sono stata a mezzo passo dal doverlo usare. Nel terzo ospedale in cui sono stata ricoverata ricordo almeno due donne, sui trenta/quarant’anni che lo avevano fisso e con quello camminavano, spostandosi tranquillamente a chiacchierare da una stanza all’altra: è un sottilissimo sondino che attraverso il naso giunge allo stomaco. A quanto ne so, Eluana inghiottiva da sola; sua madre l’aveva imboccata per alcuni mesi, e poi lo avevano fatto le suore che solo in un secondo tempo avevano dovuto ripiegare sull’uso del sondino. Ne ho sentito parlare in tv da tanti come se si trattasse di un tubo da lavatrice. Capisco la paura che si può avere per tutto ciò che è estraneo al proprio corpo, ma si arriva a convivere con ben altro!</p>
<p>Chi ne deve parlare (giornalista per esempio) ed è in buona fede, prima vada in ospedale a vedere, ad accertarsi di persona. L’accanimento terapeutico è ben altro! Credo possa esserlo se questo tipo di alimentazione provoca vomito, ma non è il caso di Eluana.</p>
<p>Altra cosa è successa a mia suocera: il suo cervello – così ci spiegò un medico – «aveva staccato la spina» e nel giro di tre mesi questo la portò a vomitare, non solo dopo la flebo di sacca alimentare, ma anche dopo quella di pura idratazione. Lei avrebbe voluto, ma il suo cervello e il suo corpo no, rifiutavano tutto. Lei mi diceva che il vomitare «la disturbava» e la dottoressa optò per la sola flebina di acqua, e molto lenta. Eluana no, Eluana non vomitava – a quanto si è saputo – né sostanze nutritive, né i liquidi, ed Eluana digeriva; il suo cervello e il suo corpo erano vivi, anche se il papà sicuramente era straziato e tanto stanco. Ma Eluana era viva.</p>
<p>Eluana è stata uccisa, come? Può essere stato fatto in tanti modi, tutti semplici: credo non lo sapremo mai. Ne cito solo due. Il primo: durante il trasporto in ambulanza: potrebbe esserci stato un finestrino non ben chiuso, oppure Eluana poteva non essere ben coperta: da ciò le complicazioni polmonari che in breve l’hanno trasformata in una morente. Il secondo: potrebbe essere successo quello che è avvenuto a mia suocera, alla quale è stata praticata l’eutanasia senza che ce ne rendessimo conto, se non dopo parecchio tempo dal decesso. Come? Fu necessaria la sosta in una seconda casa di cura, dove era previsto rimanesse per due settimane prima dell’ultimo trasferimento in una casa per anziani, nella quale, pian piano, si sarebbe spenta come una candela. In quanto tempo? Forse un anno, o più. Morì invece nelle ventiquattro ore successive, a causa della somministrazione repentina, al posto della flebina d’acqua infusa lentamente, del contenuto di una enorme sacca nutrizionale rossa. Il suo organismo scoppiò, letteralmente, e lei rantolava – pur essendo lucida – dopo solo poche ore.</p>
<p> Sì, l’abbiamo capito da poco, in quella casa di cura da anni fanno fuori i vecchietti in questo modo. Questa è eutanasia operata attraverso somministrazione forzata di sacca alimentare, che diventa accanimento terapeutico: credo lo si possa affermare, da cattolici, serenamente.</p>
<p>Ma per Eluana, la cosa era diversa, più squallida in realtà. Perché tu, papà, non hai permesso alle suore di continuare ad accudirla? Tu non ce la facevi più, ed è umanamente comprensibile. Il resto no. In ogni caso, hai permesso – e non potevi non saperlo – che il caso di tua figlia venisse strumentalizzato per faccende che non avevano nulla a che vedere con Eluana. Nessuno di noi, ora – ancora e molto più di prima – vorrebbe essere nei tuoi panni, perché solo tu, quaggiù, sai cosa hai ora nella mente e nel cuore.<br />
<strong>Lettera firmata</strong></p>
<p><strong>Risponde Dino Boffo</strong><br />
Se la vicenda terrena di Eluana si è chiusa e la giovane donna riposa in pace nel cimitero di Paluzza, gli interrogativi sollecitati dalla sua storia, sui quali l’opinione pubblica si è tanto lacerata, sono viceversa ancora tutti aperti. Eluana continua a interrogare, a scavare dentro le coscienze di chi non riesce a dare per scontato che il vivere e morire siano solo una voce di spesa per il Ssn o il risultato di un metabolismo organico, da spegnere arbitrariamente, con la definitività con cui la lapide ha sigillato la tomba.</p>
<p> La sua lettera, gentile signora, è da questo punto i vista emblematica. Non contiene infatti vaticini, ma pone in relazione quello che è stato detto su Eluana con la concretezza della sua storia personale e di quella di persone a lei vicine. Vicende che le hanno fornito un metro per misurare la plausibilità di ciò che veniva riferito su Eluana, traendone delle ipotesi; se qualcuna è molto pesante, non dipende da un suo assecondare dietrologie e complottismi, ma dalla realtà tangibile sperimentata, dinanzi alla quale avrei avuto anch’io le medesime reazioni.</p>
<p> È la prova che le persone si pongono e sanno guardare in faccia anche gli interrogativi più crudi quando si sentono toccate nel profondo. Ciò che lei dice, contribuisce ad accostarci ancora di più alla nostra sorella Eluana, a immaginare concretamente com’era la sua vita. Sì, vita, perché tutte le evidenze ci confermano che nulla è stato più abusivo e fuorviante dell’affermazione: &#8216;Eluana è morta 17 anni fa&#8217;.</p>
<p>Pur certi che non conosceremo mai la verità sulle sue ultime ore, restiamo convinti che si sia compiuto un arbitrio di enorme proporzione. Sapere che nei nostri ospedali tacitamente si pratica l’eutanasia non ci consola, né ci aiuta a ridimensionare la vicenda di Eluana. Ci fa viceversa persuasi che si è tentato di ufficializzare, di pretendere dignità e visibilità per qualcosa che resta intollerabile. Per questo continueremo a scavare sotto a tutte le &#8216;verità&#8217; che ci vengono propinate per svelarne i retroterra, sia quelli dichiarati ed espliciti, sia quelli occulti e forse inconfessabili.</p>
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		<title>Ivan Cameron</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 20:19:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bioetica e rispetto della vita]]></category>
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		<description><![CDATA[Il valore di una vita senza valore
 
È passata purtroppo inosservata la lettera che David Cameron, leader dei Conservatori inglesi, ha inviato via mail a tutti coloro che hanno espresso solidarietà a lui e a sua moglie Samantha dopo la morte del figlio Ivan, di sei anni.
Ieri solo il Corriere della Sera l’ha riportata, a pagina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-322" title="cameron" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/03/cameron.jpg" alt="cameron" width="121" height="104" />Il valore di una vita senza valore</strong></p>
<p> </p>
<p><strong></strong>È passata purtroppo inosservata la lettera che David Cameron, leader dei Conservatori inglesi, ha inviato via mail a tutti coloro che hanno espresso solidarietà a lui e a sua moglie Samantha dopo la morte del figlio Ivan, di sei anni.</p>
<p>Ieri solo il Corriere della Sera l’ha riportata, a pagina 19. Peccato, perché quella lettera ha molte risposte da dare a quanti in queste settimane hanno avanzato dubbi sul valore della vita di persone gravemente handicappate, oppure in coma.</p>
<p> «Ma è vita, quella?», si chiedono in molti, dando per scontata la risposta: no, non è vita. «Vivere così non ha senso», dicono. Il piccolo Ivan era, dalla nascita, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia.<br />
Era destinato a una morte certamente prematura, come infatti è avvenuto, e non ha potuto godere nulla delle gioie dell’infanzia: né giochi né corse, né parole né pensieri, almeno nel senso che intendiamo noi per pensieri.</p>
<p>Ma quale «senso» abbia avuto la sua breve vita l’ha scritto suo padre, in quella mail, con parole commoventi:</p>
<p>«Abbiamo sempre saputo &#8211; ha scritto &#8211; che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all’improvviso». La sua morte, per i genitori, non è stata affatto quella «liberazione» invocata da altri genitori che hanno vissuto drammi simili. «Lascia un vuoto nella nostra vita &#8211; ha scritto ancora David Cameron &#8211; così grande che le parole non riescono a descriverlo. L’ora di andare a letto, l’ora di fare il bagno, l’ora di mangiare: niente sarà più uguale a prima».<br />
Vado avanti: «Ci consoliamo sapendo che non soffrirà più, che la sua fine è stata veloce, e che è in un posto migliore. Ma, semplicemente, manca a noi tutti disperatamente. Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di luima almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi &#8211; Sam, io, Nancy ed Elwen(la moglie e gli altri figli,ndr) &#8211; a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo».<br />
«Ricevere»: in questo verbo semplice e straordinario c’è tutto il mistero della potenza di uno dei più grandi &#8211; forse il più grande &#8211; tabù del nostro tempo, la sofferenza. In queste settimane in cui mi sono dovuto occupare del caso di Eluana Englaro, ho ascoltato attentamente le argomentazioni di tutti, politici e filosofi e prelati, ma quella che mi ha convinto di più è contenuta nelle pochissime,scarne parole che mi ha detto, durante una chiacchierata sotto la sede del Giornale, un nostro collega, Felice Manti: «Eluana è stata eliminata perché era Cristo in croce. Era un segno visibile e tangibile dell’ineluttabilità, nella nostra vita, della sofferenza».<br />
La sofferenza è lo scandalo supremo, e di fronte ad essa reagiamo cercando (invano) di espungerla dal nostro orizzonte. Ma David Cameron ci dice ora quello che molti altri hanno sperimentato: e cioè che la sofferenza (oserei dire: forse nulla più della sofferenza) può avere il potere di renderci migliori, più attenti al dolore degli altri; di scoprirci capaci di amare e di sentirci amati.</p>
<p>Chi vive situazioni del genere fa spesso esperienza di una fraternità che mai, prima, avrebbe immaginato possibile. Ecco «a che cosa serve» una vita come quella di Ivan Cameron. Una vita lontana anni luce dai criteri di felicità e benessere del nostro tempo: eppure capace di produrre una catena di amore che chissà quando cesserà di dare frutti. Una vita breve.<br />
Ma che cosa è breve e che cosa durevole? «Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo» (Seconda lettera di Pietro, 3,8).</p>
<p>PS: Ne approfitto per rispondere ai molti lettori che mi hanno criticato, e spesso coperto di insulti che non fanno onore alla causa pro-life, per aver io scritto di essere contrario alla denuncia per omicidio volontario contro il papà di Eluana. Spero capiscano che è con le testimonianze alla David Cameron, e non con la richiesta di mettere in galera chi non ce la fa, che si può rendere un servizio alla vita e all’amore.</p>
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<em>Di Michele Brambilla da Il Giornale – 03/03/2009</em></p>
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