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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; famiglia</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Noi e il dolore dei giovani ai tempi di Facebook</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 18:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È  un peccato che i giornali non seguano la discussione in corso in  Internet sui giovani e il dolore. Ci sono cose importanti da capire.
Anzitutto,  la rivelazione­ choc che i ragazzi lanciano: quando hanno qualcosa che  li fa soffrire, si rivolgono più volentieri agli amici di Facebook che  ai genitori. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/facebook.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2814" title="facebook" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2011/04/facebook.png" alt="facebook" width="256" height="256" /></a>È  un peccato che i giornali non seguano la discussione in corso in  Internet sui giovani e il dolore. Ci sono cose importanti da capire.</p>
<p>Anzitutto,  la rivelazione­ choc che i ragazzi lanciano: quando hanno qualcosa che  li fa soffrire, si rivolgono più volentieri agli amici di Facebook che  ai genitori. E questo la dice lunga sia sui rapporti di amicizia che sui  rapporti famigliari. Quando uno sta male e cerca conforto, si rivolge  alla persona che conta di più. E gli amici contano più del padre e della  madre. Non in tutte le famiglie, naturalmente, ma in molte,  rassegniamoci, è così. Dobbiamo cercare di capire perché, se vogliamo  capire i nostri ragazzi, che sono lo scopo della nostra vita.</p>
<p>Chi  cerca conforto, confida un dolore nascosto, scopre un segreto della sua  vita. E i giovani si scoprono più volentieri con gli amici che con i  famigliari. Tra loro, parlano molto, su Facebook è un continuo botta e  risposta, e bisogna riconoscere che se uno ha un problema angosciante,  tanti accorrono in aiuto.</p>
<p>Seguendo la loro discussione in  Internet ho trovato questo bisogno di confessione spiegato con un verso  del Pascoli che non conoscevo: «Perché dolore è più dolor, se tace». I  giovani non lo sanno, ma è su questo principio che funziona la  psicanalisi: la psicanalisi è un allenamento all’espressione. Parlare fa  bene. Confidarsi, confessarsi libera.</p>
<p>C’è stato un grande  psicanalista cattolico che ha fatto funzionare insieme psicanalisi e  religione, psicanalisi e fede, si chiamava Viktor Frankl: Frankl  racconta che una volta è venuta da lui una donna angosciata che subito  s’è messa a raccontare i suoi problemi a perdifiato, concludendo: «Ora  mi sento meglio». «Ma io, commenta Frankl, non avevo capito nulla,  perché parlava una lingua a me sconosciuta». È il semplice parlare che  fa bene. Se i figli parlano più tra loro che con i genitori, è ingiusto,  se commettono qualche atto condannabile, prendersela con i genitori.  Maso veniva dal bar, i genitori tornavano da Messa.</p>
<p>Perché i  ragazzi, nelle nostre case, si parlano tanto via Internet? Perché si  scambiano messaggi per ore? Perché confidare i propri problemi a un  amico vuol dire coinvolgerlo, quei problemi diventano anche suoi, non  sei più solo a patirli, si è in due. Anche questo è un principio della  psicanalisi: chi va in analisi ci va perché da solo non ce la fa, ma  appena entra in transfert con l’analista sente che può farcela, perché  l’altro lo aiuta. E dunque, cos’è questo dialogo sterminato che i nostri  figli intrattengono ogni giorno con la rete dei loro amici di Facebook?  Questo evento che non fa notizia, ma è l’evento più importante che si  svolge nelle loro giornate e nelle nostre case? È una «selvaggia analisi  collettiva».</p>
<p></span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto">Se uno ha un dolore insopportabile, lo disperde in tutta  la rete, ogni socio della rete ne riceve una porzione, e quella porzione  è sopportabile, forse addirittura inavvertibile. Noi abbiamo le case  piene di elettrodomestici, qualche elettrodomestico potrebbe andare in  cortocircuito, e la nostra colf potrebbe fulminarsi: perché non succeda,  i nostri elettrodomestici sono &#8220;messi a terra&#8221;, hanno un filo che  scendendo dagli appartamenti finisce sotto terra: in caso di scarica, la  scarica si disperde nel mondo, e nessuno la avverte. Facebook è questa  &#8220;messa a terra&#8221;.</p>
<p>Le tre w di www significano «rete grande quanto  il mondo». Disperdendosi nella rete grande quanto il mondo, anche il  dolore estremo, la perdita di un compagno, viene disperso. Corre un  detto tra i soci di Facebook: «In Facebook non si muore mai». Facebook  non è un nostro nemico, di noi genitori e insegnanti. È un nostro  rivale. Dobbiamo guidare a usarlo, non impedirlo. Per guidare a usarlo,  dobbiamo prima capirlo.</p>
<p></span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><span id="ctl00_MasterContent_Autore"><strong>Ferdinando Camon &#8211; tratto da <a href="http://www.avvenire.it/" target="_self">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></div>
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		<title>Le cose dietro</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2010 12:41:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
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		<description><![CDATA[Fabio potrebbe guardarti dall&#8217;alto verso il basso, perché è  altissimo, un vero spilungone. Laureato in matematica, l&#8217;informatica è  il suo mestiere. Ma sogna di adattare l&#8217;antica casa in un paesino  piemontese per allargare ulteriormente la sua famiglia sui generis. Si è  seduto con noi per spiegarci perché.
D: Raccontami di te e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/homeprincipale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2544" title="amore" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/11/homeprincipale-300x219.jpg" alt="amore" width="300" height="219" /></a>Fabio potrebbe guardarti dall&#8217;alto verso il basso, perché è  altissimo, un vero spilungone. Laureato in matematica, l&#8217;informatica è  il suo mestiere. Ma sogna di adattare l&#8217;antica casa in un paesino  piemontese per allargare ulteriormente la sua famiglia sui generis. Si è  seduto con noi per spiegarci perché.</em></p>
<p><strong>D:</strong> <em>Raccontami di te e della tua famiglia: quanti siete?</em><br />
<strong>R:</strong> Per adesso siamo in sette. Tra un mese diventeremo  otto, perché arriverà Simone, il nostro terzogenito. Ci siamo io; mia  moglie Alessia; mia figlia Maria Chiara di sei anni; il secondo figlio  naturale Mattia di quasi due anni; una bambina accolta dal 2006 che  adesso ha circa dieci anni, e poi una mamma in difficoltà con la sua  figlia di un anno.<br />
In passato abbiamo accolto due infanti, due bambine, una piccolissima  per breve tempo, l&#8217;altra da quando aveva quattro mesi fino a 1 anno e  due mesi. Poi questo progetto è terminato perché è andata in adozione.  Siamo ancora in contatto e siamo felicissimi di questo.<br />
<strong>D:</strong> <em>Come nasce questa desiderio di accoglienza? Da dove arriva?</em><br />
<strong>R: </strong>E nato tutto da&#8230; mia moglie. Spesso, secondo me, le mogli <a href="http://www.tempi.it/evidenza/0010178-udienza-papa-la-donna-aiuta-rendere-il-matrimonio-un-cammino-di-santit" target="_blank">sono quelle che tirano</a>.  Se la moglie è convinta di una cosa e il marito è abbastanza aperto, si  possono portare avanti si possono portare avanti delle cose grandi, dei  progetti grandi. Quindi in questo caso è stata mia moglie a premere  sull&#8217;acceleratore. Adesso è a casa che fa la mamma ma era assistente  sociale, e nel suo lavoro era comunque vicino a quella parte della  società che sono le persone più povere.<br />
Quindi è nata in noi questa voglia di non fare solamente le abituali  cose che fanno in tanti, di stare in parrocchia e quindi di andare noi  dai poveri; ma di portare invece un po&#8217; di questi poveri da noi, in casa  nostra. Abbiamo poi trovato una grande assonanza con la comunità di cui  ora facciamo parte, cioè la <a href="http://www.apg23.org/" target="_blank">Papa Giovanni XXIII</a> che è nata da don Oreste Benzi. Piano piano ci siamo avvicinati a  questo mondo che punta proprio sull&#8217;accoglienza all&#8217;interno delle nostre  case.<br />
Abbiamo iniziato il percorso di verifica vocazionale della comunità  Papa Giovanni nel 2006, quando abbiamo iniziato la nostra prima  accoglienza. E da lì questo desiderio, che prima era solamente di  accogliere qualcuno all&#8217;interno della nostra famiglia e per noi di  continuare a fare la nostra vita: avere figli naturali, il lavoro, le  vacanze, e tutte quelle cose che la classica famiglia fa qua in Italia,  questa voglia di accoglienza si è ampliata sempre di più. Si è ampliata  fino a voler diventare, come sta diventando in questi ultimi anni,  diciamo, una voglia di fare proprio dell&#8217;accoglienza la parte  preponderante della nostra vita. E quindi di arrivare a vivere per  l&#8217;accoglienza. Vivere, ovviamente, all&#8217;interno del rapporto grande che  c&#8217;è tra marito e moglie, nell&#8217;amore che bisogna dare ai propri figli.  Ma, tolte queste due grandi priorità, subito dopo viene l&#8217;accoglienza  dei poveri.<br />
<strong>D:</strong> <em>Ma perchè?</em><br />
<strong>R: </strong>Perché ovviamente &#8211; no, &#8220;ovviamente&#8221; non si può si  può dire &#8211; per noi vi è tutto il discorso cristiano. Il discorso che,  per noi, secondo quello che è il percorso di vita nella nostra Comunità,  il motivo per cui si fanno determinate accoglienze è perche Dio ha  visto in noi persone che potevano portare avanti questo suo progetto. E  quindi tutta l&#8217;accoglienza che noi facciamo è rivolta non tanto al dare  una mano a loro quanto al rispetto del progetto di Dio su di noi. Il  vivere all&#8217;interno di una comunità riconosciuta dalla Chiesa ci ha  permesso di essere sicuri di questo; abbiamo tutta una serie di  strumenti per capire effettivamente dov&#8217;è che il Signore ci vuole e  quindi essere sicuri di dove spendere la nostra vita, o come si dice in  comunità &#8220;di non correre invano&#8221;. Di non fare delle cose tanto per farle  ma non per il motivo reale. Che non è quello dell&#8217;accoglienza in sé, ma  quello di seguire il progetto di Dio, che ama tutti noi. Noi dobbiamo  essere strumento di quest&#8217;amore.<br />
Quello che ho descritto è la via tramite la quale io e Alessia siamo sicuri di cosa il Signore vuole per noi.<br />
<strong>D:<em> </em></strong><em>Sono provocatorio. Tu dici sicuri, ma  sicuri di che? Chi vi da questa sicurezza, visto che potrebbe essere  un&#8217;idea che vi siete fatti o che cercano di imporvi?</em><br />
<strong>R:</strong> Bella domanda. Infatti questo è il più grande  problema. Ovviamente nella fede cristiana non c&#8217;è niente di sicuro, di  tangibile. Tutto è lasciato, come dire, alle possibili diverse  interpretazioni, tutto è lasciato non tangibile, nessuno ci dà la  sicurezza che quello che chiamiamo fede sia reale. Il fatto di vivere  all&#8217;interno di una comunità ci permette di avere vicino altre persone  che stanno scommettendo, anche loro, la vita in questo. E&#8217; allo stesso  modo si potrebbe dire ad un cristiano &#8220;perché sei cristiano, che  sicurezza ti dà? Non è che perché sei cristiano ti stanno inculcando  qualcosa che non è reale?&#8221;. Certo che il dubbio ce l&#8217;avremo fino alla  fine. La forza però c&#8217;è, il fatto di essere in tanti ad avere la stessa  fede, questo ci aiuta. Non ci dà la sicurezza, perché ad esempio i  nostri genitori non sono assolutamente d&#8217;accordo. Infatti ci hanno detto  in diverse occasioni che loro avrebbero fatto diversamente. Speravano  per i loro figli, io e Alessia, una vita diversa, una vita tranquilla,  in cui si lavora, bisogna lavorare perché è importante, puntare molto  sul lavoro e sull&#8217;avere dietro qualcosa di tangibile, avere dietro delle  cose. Invece noi non cerchiamo delle cose, cerchiamo degli affetti e di  portare l&#8217;amore di Dio alle persone che incontriamo. E&#8217; questo ci rende  felici. Perché prima di tutto noi vogliamo essere felici e non vediamo  la possibilità per noi di esserlo fuori da questa realtà e fuori  dall&#8217;essere totalmente disponibili verso gli altri. L&#8217;unica cosa che ci  rende felici è questa: il fatto di donarci completamente.<br />
Ovvio che siamo agli inizi e quindi siamo molto entusiasti. I passi da  fare sono tantissimi, però l&#8217;idea di essere totalmente per gli altri e  nulla per noi ci spinge molto a fare ciò che facciamo. Ci spinge e siamo  felici; quando ci riusciamo siamo felici.<br />
<strong>D: </strong><em>Quindi siete felici?</em><br />
<strong>R:</strong> Sì.</p>
<p><strong>D:</strong> <em>Quindi ne vale assolutamente la pena?</em><br />
<strong>R:</strong> Assolutamente.</p>
<p><strong>D:<em> </em></strong><em>Vuoi parlare di altri progetti?</em><br />
<strong>R:</strong> Noi siamo nell&#8217;ottica di chiedere un impegno anche  ad altre persone, e questo significa mettersi in discussione. Spesso  cerchiamo fondi anche perché molte delle attività che noi facciamo come  Comunità sono fuori dall&#8217;Italia, in paesi di missione e lì le risorse  non sono mai abbastanza.<br />
Sabato abbiamo fatto una raccolta fondi, &#8220;<a href="http://www.unpastoalgiorno.org/" target="_blank">Un pasto al giorno</a>&#8220;,  in cui diamo la possibilità a più persone di rendersi partecipi  dell&#8217;aiuto che la comunità dà nei luoghi di missione, in cui i poveri  sono alla porta. Portando sempre l&#8217;ottica dell&#8217;accoglienza, del portare i  poveri in casa nostra, in questo caso nelle missioni, per renderli  autonomi, per dare loro aiuti &#8211; nello specifico anche solo per  permettere a loro di continuare a vivere.<br />
E&#8217; proprio questo lo stimolo grande che don Oreste Benzi ci ha dato nel  momento in cui ha aperto la Comunità al mondo intero. Il 20% della  popolazione mondiale vive per sé stessa e consuma l&#8217;80% delle risorse  del pianeta. L&#8217;ottica dell&#8217;andare verso il povero ci deve essere a 360  gradi, in Italia come altrove.<br />
Questo accogliere, questo andare nei posti di missione è un qualcosa che  aiuta certamente le persone africane, ma aiuta soprattutto noi, a  diventare un po&#8217; più consapevoli del mondo in cui viviamo. Permette a  loro di sopravvivere e di non essere più miseri, aiuta noi ad  avvicinarci a Dio perché, come diceva Don Oreste &#8220;l&#8217;unica condizione per  avvicinarci a Dio è il fatto di essere poveri. Il ricco ha davanti a sé  il denaro, quello è il suo dio, il misero non ha tempo di pensare a  Dio, perché non riesce a soddisfare neanche i bisogni primari. Il povero  ha davanti a sé Dio; dobbiamo diventare tutti poveri.&#8221;</p>
<p><strong>D:</strong> <em>Con i figli tuoi com&#8217;è, loro patiscono il vostro condividere il tempo con altri?</em><br />
<strong>R:</strong> Il tempo che tu dai a queste accoglienze in teoria è  tempo che tu togli ai tuoi figli e questo è vero, perché il tempo alla  fine bisogna pur suddividerlo tra le persone.<br />
Noi pensiamo che il tempo che viene passato a far capire ai tuoi figli  che è importante vivere per gli altri non sia buttato. Si passano dei  valori in questo modo che sono assai più importanti di quei 5-10 minuti  magari condivisi con altre persone. Noi cerchiamo di stare a casa il più  possibile, di passare il più tempo possibile con i nostri figli. Far  capire loro che anche i figli degli altri non sono diversi da loro, è  giusto che tutti abbiano una famiglia. Questo è uno delle profezie più  importanti di Don Oreste, che chiunque ha bisogno di una famiglia, non  solo il minore, anche l&#8217;adulto in difficoltà, anche la ragazza di  strada, chiunque.<br />
Ha bisogno di sentirsi in famiglia, la famiglia è l&#8217;unico modo per  superare tutta una serie di problematiche anche passate che uno può aver  vissuto. Questo sentimento è una delle cose, se non l&#8217;unica, che  dobbiamo trasmettere ai nostri figli, per farli diventare dei veri  adulti. Tutti strumenti per affrontare il mondo. Insegnando che la  felicità non è data dall&#8217;avere tutto subito.<br />
L&#8217;altro aspetto fondamentale che noi viviamo è quello del vivere in  povertà. Limitarsi alle cose che noi abbiamo: le vacanze si fanno nel  posto in cui si possono fare, si spendono i soldi necessari per vivere,  per la scuola, per fare un po&#8217; di sport; ma il lusso si cerca di  rimuoverlo e restituire alle persone che ne hanno più bisogno. Ci sono  diverse famiglie &#8211; compresa la mia &#8211; in cui si tiene solo la parte di  stipendio che serve e tutto il resto lo si dona alla comunità, che lo  utilizza per i bisognosi.<br />
Questo è quanto vogliamo passare ai nostri figli. Poi loro faranno le  loro scelte, seguiranno la nostra strada oppure no, ma va benissimo  così. Avranno imparato, quando saranno adulti, che non bisogna vivere  solamente per sè stessi.</p>
<p><strong>Tratto dal blog di <a href="http://berlicche.splinder.com/" target="_blank">Berlicche</a></strong></p>
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		<title>Rifiutare i bambini? “Verde” ma senza speranza</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 10:44:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quest’estate sulla famiglia e più in generale sulla denatalità in Italia, su giornali italiani e stranieri, sono stati pubblicati molti articoli, statistiche, interviste.
L’Italia spende per la famiglia l’1,4% (cioè sui 22-23 miliardi di euro) del Prodotto interno lordo, lontana dal 2,1% di media nella Ue a 15 e dal 2% della complessiva Unione a 27; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/famiglia1.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-2460" title="famiglia1" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/famiglia1-300x239.jpg" alt="famiglia1" width="300" height="239" /></a>Quest’estate sulla famiglia e più in generale sulla denatalità in Italia, su giornali italiani e stranieri, sono stati pubblicati molti articoli, statistiche, interviste.</strong></p>
<p><strong>L’Italia spende per la famiglia l’1,4% </strong>(cioè sui 22-23 miliardi di euro) del Prodotto interno lordo, lontana dal 2,1% di media nella Ue a 15 e dal 2% della complessiva Unione a 27; la Germania e l’Austria spendono il 2,8%, la Francia il 2,5% ed <strong>i paesi scandinavi oltre il 3%</strong>. L’Italia è uno dei paesi col più basso tasso di natalità del mondo e che spende meno per maternità e famiglia. <strong>Spesso si afferma l’equazione: pochi soldi per le famiglie uguale scarsa natalità. Ma non tutti la pensano così</strong>. Studiosi seri e riconosciuti come tali hanno commentato la situazione italiana diversamente. In particolare Ettore Gotti Tedeschi, professore emerito dell’Università Cattolica e neopresidente dello IOR, ha avuto il coraggio di affermare che <strong>la denatalità è legata soprattutto ad un aspetto culturale</strong>.</p>
<p><strong>Da decenni la cultura laicista occidentale</strong>, appoggiata da giornali e da gruppi economici e scientifici, <strong>va invece affermando l’equazione che meno si è numericamente, più si è ricchi</strong>.</p>
<p>Per Gotti Tedeschi, e noi condividiamo, <strong>questa idea e cultura si sono dimostrate perdenti sotto tutti i punti di vista: economico, sociale, finanziario</strong>. La bassa natalità aumenta la proporzione della popolazione che invecchia e quindi le spese sociali, alimenta la crisi abbassando risparmi e consumi, con conseguente aumento delle tasse che senza un aumento della popolazione non possono diminuire, e causa secondo Gotti Tedeschi i presupposti per la crisi economica.</p>
<p><strong>Inoltre una popolazione che invecchia ha meno propensione al rischio, è meno orientata al futuro</strong>, a produrre, a cambiare e migliorare la società, a spendere ed a investire. Ciononostante da anni c’è chi predica la denatalità e addirittura la decrescita e, adesso che questo si sta verificando, ci si rende conto che tutto ciò non è affatto meglio, e che invece la società deve puntare sulla crescita demografica ed economica che per secoli sono state alla base dello sviluppo occidentale. La conferma la si può vedere guardando ai paesi asiatici o ai paesi emergenti, o andando a ripercorrere la storia economica dell’Europa, in cui la crescita si è verificata con il contemporaneo aumento della popolazione e della qualità della vita, creando un circolo virtuoso.</p>
<p>Bisogna tornare ad avere il coraggio di guardare al futuro, di rischiare sia dal punto di vista economico che culturale che demografico, puntando all’aumento della natalità.</p>
<p>C<strong>hi pensa che per poter fare figli sia necessario uno standard economico di garanzia</strong>, pur essendo il fattore economico importante, <strong>in verità antepone un discorso un po’ egoistico</strong>, che teme che l’aumento dei figli diminuisca il tenore di vita. Esemplare quanto apparso recentemente sull’inserto IO Donna del più importante e diffuso giornale italiano, dove vengono riportate diverse testimonianze che suggeriscono un elogio alla vita senza bambini, cosa non certo nuova, come sottolinea lo stesso inserto che cita libri e film che hanno avuto ampio successo e diffusione.</p>
<p>C’è addirittura chi sostiene che il non procreare non è solo un diritto, che non solo ci si risparmiano problemi e spese, ma che è una scelta “verde”. Preoccupanti i dati riportati che evidenziano una tendenza culturale presente nel mondo occidentale; secondo una ricerca citata dalla Hymas, nel 2002 il 59 % degli adulti americani negavano che una vita senza figli fosse vuota (nell’88, erano il 39 %), e solo il 41 %, nel 2007, pensava che i figli fossero centrali nel matrimonio (erano 65 su cento nel ’90). Sempre i bambini e i giovani sono stati il futuro delle nazioni e delle civiltà, allora per evitare che si avveri la previsione un po’ catastrofista del Washington Post, che ha intitolato un articolo “Italy R.I.P” (requiescat in pace) in cui si prevede che nel giro di qualche decennio gli Italiani saranno solo 10 milioni, <strong>serve un cambio di politica veramente a favore della famiglia e soprattutto un cambiamento a livello culturale</strong>.</p>
<p><strong>Tratto da <a href="http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&amp;id_n=19356" target="_blank">Cultura Cattolica</a> &#8211; di Paolo e Luca Tanduo a cura di Enrico Leonardi</strong></p>
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		<title>Crescita demografica, difesa della famiglia e difesa della vita per uscire dalla crisi</title>
		<link>http://www.sicomorogiulianova.it/2010/10/crescita-demografica-difesa-della-famiglia-e-difesa-della-vita-per-uscire-dalla-crisi/</link>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 10:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[famiglia]]></category>

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		<description><![CDATA[Mettendo da parte tutti i personalismi,cambiare si può, ma bisogna fare presto,  ha detto monsignor Bagnasco nella prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana, se si ritardano le decisioni vitali, se non si accoglie integralmente la vita, il nostro Paese rischia molto, il cardinale si riferiva alle riforme urgenti del nostro Paese, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/incredibles.photo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2455" title="incredibles.photo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/incredibles.photo-300x232.jpg" alt="incredibles.photo" width="300" height="232" /></a>Mettendo da parte tutti i personalismi,cambiare si può, ma bisogna fare presto,  ha detto monsignor Bagnasco nella prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana, se si ritardano le decisioni vitali, se non si accoglie integralmente la vita, il nostro Paese rischia molto, il cardinale si riferiva alle riforme urgenti del nostro Paese, e tra queste non può mancare una seria politica familiare che aspetta da troppi anni, di partire.</p>
<p>Il tema della famiglia è stato da sempre tra le preoccupazioni della Chiesa, mi ricordo quando negli anni 70, io giovanissimo redattore del giornale parrocchiale “Il Campanile”,insieme ad altri volenterosi giovani con articoli mirati lanciavamo già allora l&#8217;allarme di una mancanza di politiche familiari e soprattutto mettevamo in risalto il pericolo della cultura sessantottina che mirava a distruggere e cancellare l&#8217;istituzione familiare.</p>
<p>Oggi a distanza di quarant&#8217;anni, <strong>la famiglia, forse, non viene vista più come un peso, un costo, un rischio, un vincolo, ma una risorsa</strong>, e forse, si è finalmente capito che per uscire dalla crisi bisogna rafforzarla, incentivarla e promuoverla, ma bisogna fare in fretta, prima che sia troppo tardi.</p>
<p>Mentre scrivo a Zagabria sono riuniti i presidenti delle conferenze episcopali d&#8217;Europa per discute proprio sul tema “Demografia e Famiglia in Europa”, in particolare ci si interroga come contrastare l’inverno demografico che sta colpendo e spaventando l’Europa e soprattutto quali misure e quale cultura sono necessarie per rinnovare la speranza cristiana nel vecchio continente.</p>
<p>Il crollo demografico europeo solleva gravissime preoccupazioni nei diversi ambiti sociali, sanitari, politici ed economici. <strong>Il crollo delle nascite sta suscitando problemi seri all’intera organizzazione sociale e civile delle nazioni</strong>. La Chiesa non ha la pretesa di proporre soluzioni magiche per risolvere un problema così complesso, ma ha il compito di far risplendere la luce di Dio e suscitare la speranza cristiana tra gli uomini affinché questi riescano ad affrontare seriamente i problemi con fiducia ed entusiasmo.</p>
<p>Interessante l&#8217;intervista del 29 settembre di Antonio Gaspari su Zenit.org, quotidiano online, a padre Duarte da Cunha, segretario Generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d&#8217;Europa,  “<strong>la Chiesa cattolica attraverso i suoi Vescovi sta cercando di svegliare le genti scacciando i fantasmi, vincendo le paure, cercando di infondere fiducia e speranza nella crescita delle famiglie e delle nascite</strong>. (…) l’evoluzione demografica è una questione che coinvolge direttamente la vita delle persone, che implica la decisione di mettere al mondo dei figli, che determina l’impegno per far nascere e sostenere la famiglia, che determina quindi l’evoluzione sociale della civiltà.</p>
<p><strong>La sfida è grande perché, la cultura e la mentalità dominanti sembrano essere condizionate dal consumismo e da una pratica utilitaristica non favorevole alla famiglia ed alla vita nascente.</strong> Nello stesso tempo i timori per il futuro dell’economia non favoriscono la creazione di famiglie con molti figli. La Chiesa è ben consapevole che la famiglia è la cellula fondamentale della società, e per questo motivo vuole affrontare il problema demografico legato alla famiglia. In questo contesto è evidente, e la Chiesa lo sostiene da sempre, che la promozione della natalità deve essere accompagnata dal sostegno alla famiglia. Crescita demografica, difesa della famiglia e difesa della vita, sono intrinsecamente collegate.</p>
<p>Recentemente a Bologna in un seminario promosso dal sociologo professore Pierpaolo Donati, direttore scientifico dell&#8217;Osservatorio nazionale sulla famiglia, s<strong>i è messo in risalto la mancanza di efficaci politiche familiari in tutta la comunità europea, si è fatto poco per aiutare veramente la famiglia</strong>. Il lungo inverno demografico del vecchio continente e in particolare dell&#8217;Italia potrà finire solo se, finalmente, si attiveranno politiche familiari alternative alle attuali forme di welfare, obsolete e ideologiche. Donati auspica per la famiglia quantomeno la stessa dignità che l&#8217;Europa ha per il gender delle pari opportunità. Senza questa scelta di campo l’aria nuova che si respira in Europa sulla famiglia rischierebbe di essere velleitaria.  In Europa da tempo ormai siregistriamo fenomeni di“aumento dei single, delle famiglie senza figli, della monogenitorialità che si accompagna ad un calo dei matrimoni, sono dovuti proprio ad un deficit relazionale”. Esiste un “un progressivo indebolimento delle reti parentali insieme a una perdita del capitale sociale rappresentato dalla famiglia”. “Notiamo – spiega Donati – che n<strong>ei paesi dell’Ue c’è un bisogno insoddisfatto di famiglia perché i governi continuano a considerarla un costo (e quindi un rischio), un vincolo (e non una risorsa)</strong>”. (Stefano Andrini, “Famiglie povere costrette a a pagare più tasse”, 28.9.2010 Avvenire).</p>
<p>Per uscire dalla crisi occorre un radicale cambiamento, un welfare comune per l&#8217;unione europeache aumenti i beni relazionali della famiglia. Bisogna sottolineare, l&#8217;aspetto generativo della famiglia. Occorre una politica ad hoc  che abbia come mission il &#8216;fare famiglia&#8217; ovvero «il creare le condizioni perché sia possibile generare e rigenerare i beni relazionali». <strong>Una ricetta che riguarda da vicino anche l’Italia dove, secondo il sociologo,«le politiche familiari sono deboli e dove chi si prende la responsabilità di una famiglia rischia l’anticamera della povertà perché, ad esempio, paga più tasse dei single e di chi non ha figli</strong>».</p>
<p>E non bastano le iniziative di qualche Paese come quelle del microcredito o del quoziente familiare, per Donati,  sono ancora insufficienti e talvolta inefficaci. Per cambiare rotta, ci vuole un Piano nazionale nel segno della sussidiarietà e della solidarietà che restituisca cittadinanza sociale alla famiglia ponendosi come obiettivo, tra gli altri, una valutazione dell’impatto familiare dei provvedimenti legislativi.</p>
<p>Rozzano MI, 1 Ottobre 2010</p>
<p>Festa di S. Teresa di Gesù Bambino</p>
<p>DOMENICO BONVEGNA                                                                                          <a href="domenicobonvegna@alice.it" target="_blank">domenicobonvegna@alice.it</a> via <a href="http://annavercors.splinder.com/" target="_blank">Anna Vercors</a></p>
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		<title>Famiglia, il disegno di Dio per l’uomo e la donna nel sacramento del matrimonio. Il mistero nuziale e la cultura contemporanea</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 11:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[scola]]></category>

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		<description><![CDATA[FAMIGLIA – Si è tenuto a Jönköping in  Svezia, nel maggio scorso, il Congresso delle Famiglie cattoliche  promosso dalla Conferenza episcopale della Scandinavia (Svezia,  Finlandia, Danimarca, Norvegia, Islanda) sul tema “Amore e vita”. Viene  qui di seguito riproposto uno stralcio della lezione introduttiva tenuta  dal Patriarca  Angelo Scola sul tema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/08/famiglia_corteo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2356" title="famiglia_corteo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/08/famiglia_corteo-300x225.jpg" alt="famiglia_corteo" width="300" height="225" /></a>FAMIGLIA – Si è tenuto a Jönköping in  Svezia, nel maggio scorso, il Congresso delle Famiglie cattoliche  promosso dalla Conferenza episcopale della Scandinavia (Svezia,  Finlandia, Danimarca, Norvegia, Islanda) sul tema “Amore e vita”. Viene  qui di seguito riproposto uno stralcio della lezione introduttiva tenuta  dal Patriarca  Angelo Scola sul tema “Il disegno di Dio per l’uomo e la donna nel  sacramento del matrimonio. Il mistero nuziale e la cultura  contemporanea”:</p>
<p style="text-align: justify;">…</p>
<p style="text-align: justify;">La mia presenza tra voi ha per me due ragioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima è legata alla bellezza e alla  necessità che lo scambio di comunione tra le Chiese sia perseguito con  sempre maggior tenacia. La comunione tra i battezzati documenta  visibilmente quell’unità necessaria a che «il mondo creda» (Gv 17,21).</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda è una convinzione  recentemente ribadita da Benedetto XVI in occasione della Visita ad  limina Apostolorum dei Vescovi dei Paesi Scandinavi proprio con  riferimento al presente Convegno. Il Papa ha parlato della «centralità  della famiglia per la vita di una società sana» che implica un  approfondimento ed impegno per «l’istituto del matrimonio e dell’idea  cristiana di sessualità umana»1. L’uomo di oggi – il cosiddetto uomo  post-moderno – è, nello stesso tempo, confuso ed assetato. Per questo ha  bisogno di incontrare uomini e donne capaci di testimoniare  l’entusiasmo che sgorga dalla singolare bellezza del sacramento del  matrimonio.</p>
<p style="text-align: justify;">….</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. Amore, matrimonio e famiglia alla prova</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per cominciare è opportuno partire dalla  realtà che le società dell’area euroatlantica ci presentano. Il clima  culturale attuale viene ormai sinteticamente evocato dalla categoria di  post-moderno. Ovviamente questo concetto comprende una varietà di  significati e non ci è possibile riassumerli tutti qui. Mi sembra  tuttavia che alcune sue caratteristiche siano abbastanza facilmente  osservabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzitutto si impone una situazione di  secolarizzazione avanzata. Ovviamente la secolarizzazione non è la  stessa in tutti i paesi. Non si possono quindi stabilire immediati  parallelismi tra i vostri paesi e, per esempio, l’Italia. O tra l’Italia  e la Francia e la Germania. Mi pare tuttavia che un nucleo comune alla  secolarizzazione di tutte le società euro-atlantiche risieda in quella  che il filosofo canadese Taylor ha definito la secolarizzazione 3. Essa  consiste nel considerare le fede in Dio come un’opzione tra le altre. Si  è passati cioè da società in cui era «virtualmente impossibile non  credere in Dio, ad una in cui anche per il credente più devoto questa è  solo una possibilità umana tra le altre»2.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo tratto della post-modernità,  non staccato dal precedente, è che l’uomo odierno rischia di enfatizzare  a tal punto la libertà di scelta individuale da considerarla tutta la  libertà. Essa risulta in tal modo svincolata da qualsiasi bene  oggettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo dato è lo straordinario  connubio che si è realizzato negli ultimi due secoli tra la scienza e la  tecnica, in modo particolare nell’ambito della biologia e oggi sempre  più in quello delle neuroscienze. Esso ha comportato un profondo  cambiamento nella visione della realtà. Il vero non è più dato dalla  corrispondenza tra l’intelletto e la “cosa” (adaequatio rei et  intellectus), al limite neppure da ciò che è empiricamente osservabile.  Il vero è ridotto a ciò che è tecnicamente fattibile. Ciò finisce per  stabilire una pericolosa equazione: “si può, quindi si deve”3  (imperativo tecnologico).</p>
<p style="text-align: justify;">L’intreccio di questi fattori ha inoltre  radicalmente modificato il modo con cui l’uomo concepisce se stesso,  dando origine a trasformazioni e a situazioni inedite anche nell’ambito  dell’amore e della famiglia. Il divorzio, le coppie di fatto, le unioni  dello stesso sesso, la realtà dei singles, la contraccezione, l’aborto,  la procreazione medicalmente assistita, la possibilità di effettuare  diagnosi prenatali o pre-impianto, la clonazione, l’omosessualità, hanno  prodotto nella sfera dell’amore, del matrimonio e della famiglia una  serie di separazioni: tra la coppia e l’essere genitori, tra l’essere  genitori e il procreare, tra la coppia-famiglia e la differenza  sessuale4. Queste mutazioni non si arrestano alla sfera privata, ma  investono la stessa vita civile. Il legislatore infatti, anche qui in  grado diverso secondo i diversi paesi dell’area euro-atlantica, appare  sempre più disponibile a garantire norma di legge ad ogni “desiderio”  del soggetto, per giunta ampliato dalle indefinite possibilità offerte  dalla tecno-scienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un simile contesto scaturiscono per  noi una serie di domande: la differenza sessuale, l’amore e la fecondità  devono essere considerati fatti contingenti oggi superabili – e forse  già superati – o possiedono un valore assoluto? Questi tre fattori,  presi in unità, sono realmente essenziali per l’esperienza del  matrimonio e della famiglia? La loro unità merita di essere mantenuta e  consapevolmente perseguita come qualcosa che chiede alla libertà di ogni  persona di scegliere ciò che è buono in vista del suo proprio bene? La  famiglia fondata sull’unione matrimoniale fedele, pubblica e aperta alla  vita di un uomo e di una donna è veramente la strada adeguata allo  sviluppo integrale della persona? Venendo ai vostri paesi e considerando  la pluralità di mondovisioni di cui sono portatori i soggetti che li  abitano, a partire dalla differenza tra credenti e non credenti,  passando per le diverse appartenenze ecclesiali e religiose che danno  origine ad un numero elevato di matrimoni misti ed interreligiosi, come  far convivere positivamente tale pluralità all’interno della famiglia  stessa?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte queste brucianti questioni non  fanno che proporre con urgenza un’ulteriore domanda, che sintetizza  tutte le precedenti, e a cui ognuno di noi è oggi chiamato, almeno  implicitamente a rispondere: chi vuol essere l’uomo del terzo millennio?  Infatti, se fino alla caduta dei muri abbiamo assistito a una contesa  sull’essere umano (Giovanni Paolo II) in cui però l’oggetto del  contendere – l’uomo, appunto – restava, in qualche modo, identificabile,  oggi ci troviamo invece di fronte ad un forte smarrimento nel cogliere  chi sia l’uomo in se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Due sono le strade su cui l’uomo post-moderno cerca una risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la prima egli vuole essere «soltanto  il suo proprio esperimento», secondo un’espressione usata da un  filosofo tedesco della scienza. Basta con i discorsi sulla persona e  sulla sua dignità intesi come principi universali ed assoluti!</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda strada invece conduce a  pensare in modo rinnovato questi fondamenti a partire dalla natura  relazionale (comunionale) della persona.</p>
<p style="text-align: justify;">Va inoltre sottolineato il fatto che se  l’uomo di oggi si trova a questo bivio, allora, come il nostro incontro  conferma, la Chiesa è chiamata ad una nuova evangelizzazione. Essa deve  lasciar trasparire sul suo volto Gesù Cristo, Lumen gentium. Per sua  natura deve mostrare come l’evento di Gesù Cristo sia contemporaneo  all’uomo di ogni tempo nella sua unità di anima e corpo (corpore et  anima unus, GS 14). Allora tutti gli aspetti umani connessi con  l’esperienza nuziale quali l’affettività, l’amore, il matrimonio, la  famiglia, la maternità, la paternità, la fraternità, l’amicizia, ma  anche il celibato e la verginità consacrata, rappresentano un canale  attraverso il quale la Chiesa, Madre e Maestra si prende cura,  nell’attuale frangente storico, degli uomini, delle comunità e dei  popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2. Il mistero nuziale: differenza sessuale, dono di sé, fecondità</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il modo più adeguato per trattare le  problematiche fin qui descritte è quello di leggerle attraverso la lente  del mistero nuziale nelle sue tre indisgiungibili dimensioni:  differenza sessuale, dono di sé, fecondità. L’espressione mistero  nuziale infatti svela il carattere profondo dell’amore perché, nel  manifestare la sua capacità di mettere in campo l’io, l’altro e l’unità  dei due, conduce al cuore dell’esperienza umana elementare5, cioè comune  ad ogni persona di ogni tempo e luogo. Il fatto che sia un mistero non  si riferisce ad una sua assoluta inconoscibilità. Suggerisce soltanto  che essendo una delle dimensioni con cui la libertà personale di ogni  uomo entra in relazione con l’infinito, non può essere catturata una  volta per tutte in una definizione. A questo proposito scrive Evdokimov:  «Nessuno tra i poeti ed i pensatori ha trovato la risposta della  domanda: “Che cosa è l’amore?” […] Volete imprigionare la luce? Vi  sfuggirà di tra le dita»6.</p>
<p style="text-align: justify;">Esaminiamo quindi brevemente i tre  aspetti costitutivi del mistero nuziale senza tuttavia mai dimenticare  che essi non possono mai essere separati. Ognuno mette sempre in campo  anche gli altri due.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>a) Differenza sessuale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tema della differenza sessuale, prima  dimensione del mistero nuziale, è stato sviluppato dal Magistero di  Giovanni Paolo II per approfondire la forza profetica di Humanae vitae a  partire dalle sue Catechesi sull’amore umano7 e ripreso recentemente da  Benedetto XVI nella Deus caritas est8.</p>
<p style="text-align: justify;">…</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto tra maschile e femminile  chiede quindi di essere pensato simultaneamente attraverso le categorie  dell’identità e della differenza. Mentre la prima è abbastanza  facilmente riconducibile alla natura personale dell’essere umano e alla  conseguente uguale dignità tra l’uomo e la donna (entrambi parimenti  esseri umani), la seconda non è priva di problematicità, come attesta il  travaglio della cultura contemporanea nella sua radicale difficoltà a  pensare la differenza sessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">….</p>
<p style="text-align: justify;">La differenza sessuale, integralmente  intesa, si rivela come la modalità primaria con cui il singolo, uno di  anima e corpo, entra in contatto con il reale. La consapevolezza del  proprio essere sempre situato nella differenza sessuale realizza una  costante apertura all’altro e indica un cammino di conoscenza di sé. Da  qui si capisce che la differenza9 (dif-ferre: portare altrove lo stesso)  non può mai essere abolita. È infatti una insuperabile dimensione  dell’io personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>b) Apertura all’altro come dono di sé</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È proprio nella differenza sessuale  adeguatamente vissuta che l’apertura all’altro può prendere la forma del  dono di sé. Muovendo da questo dato si comprende meglio il nesso tra  mistero nuziale e sacramento del matrimonio, la cui giustificazione  ultima prende le mosse dal linguaggio nuziale della Bibbia10. La  tradizione teologica ci propone una via di riflessione nella cornice del  testo di Efesini 5,21-33. In questo testo l’esperienza umana dell’amore  fra gli sposi, basata sulla differenza sessuale, viene illuminata  dall’analogia con l’amore sponsale di Gesù Cristo per la Chiesa, del  quale proprio in virtù del sacramento del matrimonio partecipano gli  sposi cristiani. Sia chiaro: il sacramento non è un’aggiunta al dato  naturale, ma è ciò che lo spiega in profondità. Di qui l’invito di San  Paolo agli sposi perché sappiano partecipare di un amore che deve essere  totale, personale, redentore e fecondo. Ed è un dato che vale anche per  gli sposi battezzati appartenenti a tradizioni cristiane diverse, dal  momento che, «in forza del loro battesimo, sono realmente già inseriti  nell’Alleanza sponsale di Cristo, con la Chiesa e, per la loro retta  intenzione, hanno accolto il progetto di Dio sul matrimonio»11.</p>
<p style="text-align: justify;">Radicata nella differenza sessuale, per  essere all’altezza della sua vocazione l’unione tra l’uomo e la donna  deve essere fedele e aperta alla vita. Ce lo indica il Catechismo della  Chiesa cattolica quando parla dei beni-esigenze del matrimonio12. In  proposito è di decisiva importanza superare un grave equivoco. Queste  non sono proprietà che si aggiungono all’amore tra l’uomo e la donna.  Esse fanno parte dell’essenza dell’amore. Là dove non c’è fedeltà e  fecondità non c’è mai stato propriamente parlando amore13. Non si tratta  di precetti aggiunti dalla Chiesa quasi per frenare la libera  espressione dell’amore. Sono i beni che emergono dalla natura profonda  dell’amore umano. In quanto essenziali all’amore essi, benché messi  radicalmente in discussione da buona parte dei costumi e della cultura  contemporanei, sono sempre in grado di mostrare la loro attualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo brevemente in che modo.</p>
<p style="text-align: justify;">In uno dei suoi ultimi libri, il grande  filosofo cattolico Jean Guitton con molta autoironia descrive la sua  morte, i suoi funerali e il giudizio di Dio sulla sua vita. Immagina che  la sua anima, separata dal corpo, dialoghi con filosofi, poeti, papi,  politici. Nel dialogo che riguarda l’amore, in cui Guitton conversa con  sua moglie e il poeta Dante, troviamo questa geniale affermazione:  «Alcuni si sposano perché si amano, altri finiscono per amarsi perché  sono sposati. È meglio che in ogni matrimonio ci siano l’uno e l’altro.  “Perché si finisce per amarsi, una volta sposati? È forse il bisogno di  conservare la piega che abbiamo preso?”» chiede Guitton. Sua moglie  risponde: «“Ci deve essere dell’altro, se si tratta di amore”.  “Marie-Louise, qual è quest’altra cosa?”. “Deve riguardare il tempo e  l’eternità”»14. Non esiste amore che non implichi il desiderio del “per  sempre”. Ce lo dice il fenomeno dell’innamoramento, quando è ascoltato  in tutta la sua serietà. Fa parte dell’esperienza di chi ama voler  consegnare tutto se stesso senza limiti temporali. Ed è proprio  dell’esperienza di chi è amato desiderare che l’amore che lo abbraccia  non abbia mai fine. Nel mio compito pastorale mi rivolgo sempre ai  giovani in questo modo: “Vi sfido se siete autenticamente innamorati, a  dire “ti amo” senza aggiungere “per sempre”. Il “per sempre” fa parte  essenzialmente dell’amore. Il genio di Shakespeare lo ha messo in  evidenza nel versetto fulminante di un sonetto: «Amore non è amore / se  muta quando nell’altro scorge mutamenti / o se tende a recedere quando  l’altro si allontana»15.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questo è vero per ogni esperienza di  sincero innamoramento, tanto più il per sempre dovrà essere presente  nell’amore dei coniugi e dei coniugi cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">…</p>
<p style="text-align: justify;">Da quanto detto si capisce meglio cosa  intende la Chiesa quando ripropone l’ingiunzione del Signore «quello  dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19,6). Il  versetto ricorda che la decisione umana per l’amore realizza la volontà  di continuare l’opera di Dio che ci ha creati maschio e femmina. Al  contrario di quanto parte della cultura contemporanea sembra suggerire,  l’unione per sempre non è un peso inflitto alla nostra libertà, ma una  condizione per poterla mettere in atto. L’indissolubilità rappresenta  infatti la possibilità che la libertà si compia, che il desiderio di  essere amato e di amare trovi soddisfazione fino a rendere trasparente  il disegno originario del Padre sul matrimonio. Tutto questo non è il  risultato di una capacità etica superiore degli sposi. Tale pienezza è  possibile solo se marito e moglie vivono quotidianamente il proprio  rapporto come sacramento, come forma concreta del loro essere Chiesa  domestica. A questo livello si capisce quanto sia importante nella vita  dei coniugi un’intensa vita sacramentale e una continua ripresa della  consapevolezza del proprio battesimo e della propria appartenenza a  Cristo. E intorno a questo centro, è offerta la grande possibilità della  dedizione vicendevole mediante l’esperienza del perdono16.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>c) Fecondità</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per scoprire dove conduce l’amore preso  nella sua integralità occorre tornare alla sua origine. Per capire cioè  il terzo fattore del mistero nuziale, la fecondità – che è l’esito a cui  tende il dono di sé – dobbiamo ripartire dal primo fattore: la  differenza sessuale. Ricordiamo che questa dice che l’io è  strutturalmente riferito al tu. L’apertura all’altro è costitutiva  dell’identità della persona. Lo sposo e la sposa che, in virtù della  differenza sessuale, si donano reciprocamente, diventano una carne sola e  si spalancano alla procreazione del figlio. Proprio perché fin dentro  l’unione coniugale i due non si fondono in un’unità che ingloba  entrambi, ma esprimono una piena comunione pur restando persone  differenti, essi fanno posto al terzo. A questo proposito il grande  teologo svizzero Hans Urs von Balthasar ha potuto genialmente affermare  che «l’atto dell’unione di due persone nell’unica carne e il frutto di  questa unione dovrebbero essere considerati insieme saltando la distanza  nel tempo»17. Questa affermazione rende ragione della forza profetica  di Humanae vitae. La procreazione del figlio, che implica l’affascinante  avventura educativa, esprime il significato pieno del matrimonio18.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi preme aggiungere, per inciso, che  anche nei matrimoni misti e in quelli interreligiosi se gli sposi sono  resi consapevoli delle difficoltà e rispettano fino in fondo quanto  stabilito a livello canonico è possibile una profonda esperienza  dell’amore coniugale.</p>
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		<title>Famiglie disgregate? Adolescenti in tilt</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 17:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia e coppia]]></category>
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		<description><![CDATA[Sempre più problematici. Sempre più disorientati. E sempre più soli. È un quadro drammatico, quello del mondo adolescenziale italiano, in cui a episodi di cronaca sconvolgenti – ultimi, in ordine cronologico, i numerosi suicidi di ragazzini legati alla bocciatura a scuola – si affianca la constatazione di una conflittualità col mondo adulto ormai del tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="ctl00_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/famiglia1.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-2233" title="famiglia1" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/07/famiglia1-300x239.jpg" alt="famiglia1" width="300" height="239" /></a>Sempre più problematici. Sempre più disorientati. E sempre più soli. È un quadro drammatico, quello del mondo adolescenziale italiano, in cui a episodi di cronaca sconvolgenti – ultimi, in ordine cronologico, i numerosi suicidi di ragazzini legati alla bocciatura a scuola – si affianca la constatazione di una conflittualità col mondo adulto ormai del tutto incapace di trovare sbocchi positivi. Lo sanno bene gli operatori dei quasi duecento consultori familiari di ispirazione cristiana che – disseminati sull’intero territorio nazionale – vedono crescere in modo allarmante il numero di giovani e di famiglie che vi si rivolgono: migliaia, ogni anno, in cerca di aiuto e di risposte di natura educativa.</p>
<p>Una realtà, quella dei consultori, che negli ultimi mesi ha fornito importanti spunti di ricerca sul disagio giovanile, raccolti in numerosi e diversificati progetti di ricerca dall’&#8221;Università&#8221; della famiglia, quell’Istituto di antropologia per la cultura della persona e della famiglia nato un anno fa a Milano – l’iniziativa è stata di Cattolica, Regione Lombardia, Ospedale Maggiore e, appunto, Confederazione dei consultori di ispirazione cristiana –  che negli ultimi mesi proprio sulla problematicità del rapporto tra adolescenti e adulti ha incentrato tutta la sua attenzione operativa e formativa. «Quello che stiamo cercando di mettere in campo è un approccio sempre più attento al mondo adolescenziale e delle famiglie – spiega il presidente dell’Istituto e della stessa Confederazione dei consultori, l’avvocato Goffredo Grassani –, certi che per risolvere i problemi si debbano affrontare a un livello pedagogico e valoriale, ma prima di tutto concreto».</p>
<p>Dove concretezza, per l’Istituto e per il centro di ricerca e formazione che lo affianca (il Creada), significa analizzare quel disagio a partire dai casi reali, misurati e raccolti e sul campo: quelli dei ragazzi che attraverso i consultori sono entrati a far parte di gruppi di dibattito, di laboratori di confronto con genitori e insegnanti, oppure – nei casi più difficili – quelli che sono stati presi in carico e seguiti dall’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Maggiore, dove l’équipe guidata dal direttore Antonella Costantino si occupa da vicino di monitorare i ragazzi da un punto di vista clinico e sanitario.</p>
<p>In questo senso, per esempio, si è mosso l’ultimo protocollo di studio incentrato sui casi di 511 giovani che si sono rivolti ai consultori: un progetto che ha offerto dati interessanti sulla natura del disagio adolescenziale. E da cui, tuttavia, sono arrivate anche buone notizie: come quella che nel 34,8% dei casi, ad esempio, il ragazzo si è presentato al centro da solo. «Un dato fondamentale – spiega la professoressa Maria Luisa Di Natale, prorettore della Cattolica e direttore scientifico del Creada – per comprendere come la necessità di una risposta educativa arrivi dai ragazzi stessi». In molti casi è poi la famiglia ad attivarsi: sempre nel protocollo preso in esame, per il 38,9% dei casi i ragazzi sono arrivati nei consultori con entrambi i genitori o uno dei due (quasi sempre la madre), ma c’è stato anche il frequente caso (21,5%) di genitori che si sono recati al consultorio soli per tentare di risolvere problemi relativi ai propri figli adolescenti. Infine, invece, il dato forse più allarmante, quello di un’alta percentuale di adolescenti &#8220;problematici&#8221; (il 21,1%) di ragazzi che provengono da famiglie in cui i genitori sono separati o divorziati: «Numeri che lasciano supporre – continua la De Natale – una corrispondenza tra problematicità dei figli e situazione familiare».</p>
<p>Proprio su questo aspetto, peraltro, si stanno concentrando altri due progetti di ricerca del Creada, volti a indagare da vicino come i figli di coppie separate affrontino la costruzione di una nuova famiglia. «Le istituzioni educative sono oggi chiamate non solo a mettersi in rete e a misurarsi con i ragazzi, ma anche sul mondo stesso degli adulti, su come le problematicità dell’uno si riflettano nell’altro e lo influenzino – spiega ancora Grassani –. È anche la coppia, su cui si fonderanno le famiglie di domani, che ha bisogno di essere formata, seguita, preparata».</span></div>
<div><span><br />
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<div><span id="ctl00_MasterContent_Autore"><strong>Viviana Daloiso tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Cronaca/Famiglie+disgregate+Adolescenti+in+tilt_201007020810167400000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></div>
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		<title>Fantastic Mr.Fox</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 20:07:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Piccolo grande film girato dall’estroso, geniale Wes Anderson, davvero uno dei registi contemporanei dallo stile più riconoscibile. Anderson (attenzione alle omonimie: Paul Thomas è un grandissimo, autore di Magnolia e  Il Petroliere; Paul W.S. Anderson è un discreto regista di genere) ha alle spalle opere non sempre perfette ma decisamente bizzarre.
Rushmore era il racconto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/04/mrfox.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1936" title="mrfox" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/04/mrfox-210x300.jpg" alt="mrfox" width="210" height="300" /></a>Piccolo grande film girato dall’estroso, geniale Wes Anderson, davvero uno dei registi contemporanei dallo stile più riconoscibile. Anderson (attenzione alle omonimie: Paul Thomas è un grandissimo, autore di <em>Magnolia</em> e  <em>Il Petroliere</em>; Paul W.S. Anderson è un discreto regista di genere) ha alle spalle opere non sempre perfette ma decisamente bizzarre.</p>
<p><em>Rushmore</em> era il racconto stralunato di formazione di un quindicenne; <em>I Tenenbaum</em>, la vicenda coloratissima e surreale di una famiglia un po’ folle; <em>Le avventure acquatiche di Steve Zissou</em> e <em>Il treno per il Darjeeling</em>, altre avventure all’insegna della bizzarria, meno compatte dal punto di vista narrativo.</p>
<p>Con <em>Fantastic Mr. Fox</em>, Anderson mette in scena un racconto di Roald Dahl nel quale inserisce tutti gli elementi tipici del proprio cinema, quasi delle vere e proprie ossessioni. E il risultato, assai poetico e leggero, è la creazione di un vero e proprio altro mondo, tecnicamente realizzato in modo impeccabile, dove a dominare è il segno della diversità. Una diversità innanzitutto fisica e in questo senso il figlio di Mr. Fox non è così lontano dai fratelli de <em>Il treno per il Darjeeling</em> o dai figli di Tenenbaum; una diversità che viene vista come disagio ma anche come risorsa: anche perché, davvero, nel mondo di Anderson non c’è nessuno e niente di “normale”.</p>
<p>Così <em>Fantastic Mr. Fox</em> è un racconto di formazione, dagli accenti malinconici e autobiografici, in cui il regista americano non nasconde tutte le proprie paure, fragilità, incertezze di fronte a una realtà in cui si sente come un corpo estraneo. Anzi: amplifica tutte le difficoltà e le condensa in personaggi unici e irripetibili in cerca di legami certi, di un centro di gravità permanente a cui affidare la propria esistenza in un mondo caotico. Esemplare in questo senso la caratterizzazione della volpe protagonista, divisa tra le responsabilità dettate dalla famiglia (e da una bella moglie, paradigma della concretezza e sapienza femminile) e un istinto selvaggio che la porterebbe a rapine e a una libertà avventurosa e solitaria; così come è interessante e ben centrato il rapporto intenso e contraddittorio tra la volpe e il figlio con il complesso di inferiorità, certo di essere sempre un passo indietro nei confronti dell’impavido padre.</p>
<p>Si diventa grandi in un rapporto, sembra dirci Anderson assieme al suo sceneggiatore di fiducia, Noah Baumbach, e in una casa, anche se la famiglia non è proprio un modello e gli adulti spesso hanno più imparare dai figli che viceversa. Si diventa grandi affrontando le proprie paure, conoscendo i propri limiti, tanto più se questi difetti sono accettati e amati dagli altri, dai “grandi”, dagli adulti. Davvero una bella storia, coloratissima, positiva, caratterizzata da una perizia tecnica davvero inconsueta, sia dal punto di vista registico, sia dal punto di vista della sceneggiatura, ricca di svolte e di sorprese e carica di un umorismo mai pesante. Del resto l’umorismo, quello vero, non la battuta di grana grossa, si addice a grandi autori. E Wes Anderson è un grande umorista.</p>
<p><strong>Simone Fortunato tratto da<a href="http://www.sentieridelcinema.it/film.asp?ID=1169" target="_blank"> Sentieri del Cinema</a></strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/EX3spkFOR8A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/EX3spkFOR8A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Memoria corta, divorzio breve</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 11:12:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lentamente ma inesorabilmente, nota La Stampa, in commissione Giustizia alla Camera avanzano le proposte per il cosiddetto divorzio breve, per il quale si prevede “di arrivare a un testo unico su cui raggiungere un accordo entro aprile”. Si tratta di iniziative bipartisan, dal momento che tra i promotori di quella che definiscono essi stessi “semplificazione” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/parlamento.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1643" title="parlamento" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/parlamento-300x291.jpg" alt="parlamento" width="300" height="291" /></a>Lentamente ma inesorabilmente, nota La Stampa, in commissione Giustizia alla Camera avanzano le proposte per il cosiddetto divorzio breve, per il quale si prevede “di arrivare a un testo unico su cui raggiungere un accordo entro aprile”. Si tratta di iniziative bipartisan, dal momento che tra i promotori di quella che definiscono essi stessi “semplificazione” ci sono deputati Pdl. Dunque, altro che processo breve, altro che semplificazione legislativa (chi le ha più viste?): brevità e semplicità sì ma per il marito e la moglie che intendano diventare ex davanti alla legge e alla società.</p>
<p>È necessario? È indispensabile? È prioritario? È giusto? Abbiamo un Parlamento che fatica moltissimo a legiferare su temi cruciali epperò non si fa mancare nulla quanto a faccende che giacciono in fondo ai cassetti. Negli anni sono stati annunciati piani e progetti di ogni genere, dalla casa al lavoro alla formazione alle imprese alla giustizia al fisco, e si è visto ben poco. La vita politica nazionale vive sotto l’impulso di un roboante, perenne “effetto annuncio”.</p>
<p>Si ricorderà come dopo il “family day” di piazza San Giovanni due anni fa fosse scattata una fantasmagorica gara tra chi avrebbe maggiormente protetto e tutelato le famiglie, in quanto da tutti riconosciuto soggetto fondamentale e indispensabile di ogni aspetto della vita sociale, dall’educazione al welfare. Interminabili discussioni su quozienti familiari e sostegno alle mamme lavoratrici, coraggiose esaltazioni del sistema francese, impegni solenni circa incentivazioni a giovani coppie. Ne è restato poco o nulla.</p>
<p>Oggi nel Parlamento dalla memoria corta sperano di abbreviare i tempi del divorzio, per essere naturalmente “in linea con l’Europa” &#8211; mai che dal nostro caro vecchio continente riusciamo a prendere qualcosa di buono. Lo registriamo con mestizia e rassegnazione, sapendo che non è questo il primo né l’ultimo dei fendenti impartiti sul “nucleo fondante della società”. Una istituzione che occorre ulteriormente “modernizzare” (e sappiamo bene cosa questo significhi), anche perché, dicono i relatori dei vari disegni, le cause di separazione “intasano i tribunali”, dal momento che quasi un matrimonio su tre finisce davanti al giudice (sarà poi vero?). Così siamo al paradosso: l’unica strada per salvare la giustizia è la rapida dissoluzione della famiglia.</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=69240" target="_blank">IlSussidiario.net</a> di Roberto Fontolan</p>
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		<title>Educare è donare se stessi</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 14:28:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Appunti tratti dalla festa della Famiglia e della Vita svoltasi il 7 febbraio 2010 presso la Chiesa Parrocchiale &#8220;Madonna della Salute&#8221;, quartiere di Villa Mosca, Teramo sul tema &#8220;Educare è donare se stessi. Famiglia &#8211; Scuola – Parrocchia. Insieme per l’Educativo&#8221;
Intervento di don Paolo Gentili, Direttore dell’Ufficio C E I per la Pastorale della Famiglia.
Gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/festa_famiglia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1589" title="festa_famiglia" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/festa_famiglia.jpg" alt="festa_famiglia" width="195" height="288" /></a>Appunti tratti dalla festa della Famiglia e della Vita svoltasi il 7 febbraio 2010 presso la Chiesa Parrocchiale &#8220;Madonna della Salute&#8221;, quartiere di Villa Mosca, Teramo sul tema &#8220;Educare è donare se stessi. Famiglia &#8211; Scuola – Parrocchia. Insieme per l’Educativo&#8221;</strong></p>
<p>Intervento di don Paolo Gentili, Direttore dell’Ufficio C E I per la Pastorale della Famiglia.</p>
<p><strong><em>Gli appunti sono stati liberamente riadattati dall&#8217;equipe della pastorale familiare di Giulianova per consentire una maggiore fruibilità del testo</em></strong>.</p>
<p>Cos&#8217;è la persona? E&#8217; l&#8217;amore è fattore costitutivo della persona? E cos&#8217;è che rende un uomo o una donna &#8220;persona&#8221;?</p>
<p>Viviamo un tempo in cui la parola amore assume tanti significati. Il suo uso e a volte l&#8217;abus,o ne ha svilito e svuotato il contenuto. Le parole &#8220;ti amo&#8221; venivano tempo fa pronunciate raramente, in momenti importanti e quasi con pudore. Oggi dire ti amo è facilissimo, così come lo è poi il lasciarsi.</p>
<p>E&#8217; questo l&#8217;amore? Oggi l&#8217;amore ha tante facce, tanti aspetti, tanti tipi se ne possono trovare, ma quello tra uomo e donna emerge come modello di amore per eccellenza, e vi è in gioco una promessa di felicità a cui gli altri tipi di amore diventano secondi. Ma, esaminando la situazione oggi, si può dire che il mondo in cui viviamo è  un mondo senza amore?</p>
<p>Al di là dei mass media che hanno altri modelli da imporre, il quotidiano resta eroicamente pieno  di gesti di amore, ed essi danno luce al mondo. Citando Giovanni Paolo II &#8220;Anche una fiamma leggera che s&#8217;inarca, solleva il pesante coperchio della notte&#8221;. Ed ancora &#8220;L&#8217;uomo non può vivere senza amore&#8230;&#8230;è una vita priva di senso se l&#8217;uomo non lo gusta e non lo sperimenta&#8221;.</p>
<p>Il mondo in cui viviamo non è senza amore, ma esso ha bisogno di avere spazio per crescere e far crescere. L&#8217;amore rendono un uomo ed una donna realmente persone e, prendendo a prestito le parole di Santa Gianna Beretta Molla, l&#8217;amore per una coppia ma anche nella relazione quotidiana significa &#8220;non metter al centro l&#8217;io, ma passare al tu&#8221;. Restituire agli altri la tenerezza di Cristo.</p>
<p>Ci si illude oggi che l&#8217;uomo valga per ciò che possiede (lavoro, casa, status sociale, posizione, attenzione, riconoscimento) e si confonde la felicità, che è per sempre, con il piacere, sostanzialmente effimero, il bisogno con la vocazione. Anche la lettera dei Vescovi italiani ha ribadito di non confondere la riccchezza della vita con quella materiale perchè è proprio la relazione umana che dà il gusto vero alla vita.</p>
<p>A scuola, l&#8217;insegnante bravo avvicina gli alunni al senso della vita. La sinergia di questo compito, con quello della famiglia, permette all&#8217;uomo di formarsi persona. Le coppie cristiane non sono migliori di altre, ma sono per la società come è l&#8217;anima per il corpo, umanizzando e vivificando gli ambienti che frequentano. Rappresentano fisicamente l&#8217;amore di Dio per l&#8217;uomo, un continuo perdono ed un volersi bene sempre. La coppia è la prima cosa creata da Dio. Ed essere fedeli significa vivere in un continuo stato di conversione. In questo modo, la famiglia riaccende l&#8217;amore. Quello che invece che la famiglia deve evitare è il virus dell&#8217;isolamento. Per questo, la famiglia deve poggiarsiad una rete di famiglie, per evitare di assumere se stessa a metro di misura della realtà e rischiando seriamente di non farcela.</p>
<p>Cinque oggi sono gli ambiti in cui si può sviluppare un discorso pastorale per la famiglia ed un percorso:</p>
<ol>
<li>La tradizione. Il luogo dove avviene l&#8217;incontro tra le generazioni, dove si gusta la ricchezza dei padri. Oggi in effetti, se c&#8217;è una generazione incredula, è il segno che qualcosa è mancato.</li>
<li>L&#8217;affettività. La famiglia è la palestra dell&#8217;amore, dove l&#8217;affettività diventa matura grazie al confronto, al prendere sul serio le istanze, a mettersi in gioco.</li>
<li>La fragilità. Aperti sempre all&#8217;infinito ma consapevoli della fragilità umana. E non si può non pensare ai terremoti recenti che hanno evidenziato la fragilità umana, in una vita dove, è bene ricordarlo, siamo di passaggio ed è solo la realtà quella in cui noi dobbiamo muoverci e costruire cose che rimangano al di là della fragilità.</li>
<li>La cittadinanza. L&#8217;attenzione a crescere come uomini e donne, l&#8217;attenzione al domani, alla patria, alle istituzioni. Questo dona stabilità sociale perchè la famiglia è cellula costitutiva fondamentale della società.</li>
<li>Lavoro e festa. Ritornare alla umana e cristiana festività, alla convivialità e all&#8217;incontro.</li>
</ol>
<p>Il continuo stato di conversione a Cristo guida alla ricerca della verità. Scuola, parrocchia e famiglia sono chiamati a questo compito. La ricerca della verità e la verità fa pensare all&#8217;unisuono ed unisce gli spiriti (Caritas in veritate). La verità deve diventare l&#8217;obiettivo di vita. E l&#8217;amore diventa allora il fattore essenziale che predispone alla verità.</p>
<p><strong>Incontro organizzato dall&#8217; ufficio per la Pastorale della Famiglia della Diocesi di Teramo &#8211; Atri in collaborazione con:</strong></p>
<ul>
<li>Ufficio per l&#8217;Evangelizzazione della Cultura e Progetto culturale;</li>
<li>Ufficio Evangelizzazione e Catechesi;</li>
<li>Ufficio per la Pastorale scolastica;</li>
<li>Ufficio per la Scuola.</li>
</ul>
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		<title>La vita non è una variabile</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 11:21:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Crisi: la lezione del Papa a chi crede che la vita sia una variabile del Pil
di Marco Cobianchi-tratto da IlSussidiario.net
E’ molto interessante il dibattito sviluppato da ilsussidiario.net attorno all’ultimo libro di Alberto Alesina e Andrea Ichino L’Italia fatta in casa. Per riprendere il dibattito occorre, a mio avviso, entrare nel merito del libro che è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/01/famiglia_bambina_paffutaR375.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1435" title="famiglia_bambina_paffutaR375" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/01/famiglia_bambina_paffutaR375-300x204.jpg" alt="famiglia_bambina_paffutaR375" width="300" height="204" /></a>Crisi: la lezione del Papa a chi crede che la vita sia una variabile del Pil</strong><br />
di Marco Cobianchi-tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=59510" target="_blank">IlSussidiario.net</a></p>
<p>E’ molto interessante il dibattito sviluppato da<em> ilsussidiario.net</em> attorno all’ultimo libro di Alberto Alesina e Andrea Ichino <em>L’Italia fatta in casa</em>. Per riprendere il dibattito occorre, a mio avviso, entrare nel merito del libro che è tanto più interessante dopo le parole del Papa che invita a non fidarsi delle previsioni di maghi ed economisti. Vediamo perché.</p>
<p style="text-align: justify;">Sintetizzando brutalmente, la traiettoria del ragionamento dei due autori è che l’Italia cresce poco rispetto agli altri Paesi anche perché molte delle attività che in altri Paesi sono affidate al mercato (cura dei figli, dei genitori anziani, della casa, ecc…) vengono svolte dalle famiglie. E, in particolare, dalle donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si vuole ottenere, quindi, un aumento del Pil e “liberare” le donne dal lavoro domestico, bisogna defiscalizzare il salario femminile. In questo modo si ottiene l’effetto di affidare al mercato quelle funzioni che oggi sono sulle spalle di mogli e compagne dato che “quando una famiglia è unita come quella italiana diventa molto più semplice e conveniente produrre beni e servizi in casa, anche quelli che potrebbero essere acquistati sul mercato” (pag. 17).</p>
<p style="text-align: justify;">Gli autori rilevano due possibili controindicazioni al maggiore impegno femminile “fuori casa”: una possibile diminuizione della natalità e un probabile aumento dei divorzi. Ma entrambe sono poco rilevanti: “E quand’anche ci fosse un effetto negativo sulla natalità, rimane da dimostrare che questo non sia un bene data l’altissima densità di popolazione in Italia” (pag. 87). E se una maggiore indipendenza economica delle donne causasse “un aumento del tasso di divorzio non è detto che sia un male” perché sarebbero divorzi economicamente parlando, “tra pari” (pag. 88).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla obiezione che il risultato di “liberare” le donne dai lavori “forzati” in casa si otterrebbe aumentando, ad esempio, il numero degli asili nido, Alesina ed Ichino rispondono che “gli asili pubblici non sono gratis” ma vengono pagati con le tasse “quindi anche da chi il servizio non lo usa” (pag. 79). “Pensare che la posizione della donna nella forza lavoro in Italia dipenda dalla scarsezza o dall’abbondanza di certi servizi pubblici come gli asili nido è una scappatoia per non affrontare la causa vera, ovvero la cultura della famiglia” (pag. 92-93).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la famiglia ha anche altre “colpe” la più importante delle quali consiste nel fatto che impediscono una ottimale allocazione delle risorse intellettuali dei figli: “Se non esistessero i costi di mobilità e i legami familiari fossero deboli, le persone si sposterebbero dove c’è il lavoro migliore per loro e quindi gli abbinamenti (sic) tra lavoratori e imprese sarebbero ottimali” (pag. 125). E invece “i legami familiari aiutano a trovare lavoro ma perpetuano un’immobilità occupazionale intergenerazionale inefficiente ed iniqua” (pag. 21).</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è sempre la famiglia ad aver modellato (in peggio) il sistema universitario: “La maggioranza degli italiani preferisce un’istruzione magari mediocre in cambio di una famiglia geograficamente unita (da qui il proliferare di Università “vicino a casa”, ndr). Il costo di questa preferenza è la bassa qualità della didattica e della ricerca di molti atenei e del sistema universitario italiano nel suo complesso” (pag. 112).</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui le tesi del libro. Da qui in poi le mie considerazioni, le prime tre di carattere generale.</p>
<p><strong>1 -</strong> L’adorazione del feticcio del gigantismo economico è una delle cause della crisi che stiamo vivendo perciò la lezione che dovremmo trarre è che la rincorsa alla crescita del Pil a tutti i costi non è esattamente quella che si può definire una buona idea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2 -</strong> Il libro è l’ennesima dimostrazione di come per una certa scienza economica tutte le attività umane devono rientrare all’interno del mercato. Che le donne si occupino dei figli (al di là del fatto che siano o meno “costrette”) è, per gli autori, sabbia gettata nei suoi ingranaggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3 &#8211; </strong>Gli autori tralasciano di ricordare il fatto che se l’Italia ha resistito meglio di altre nazioni alla crisi lo si deve esattamente alla famiglia che ha garantito al Paese risparmio, coesione sociale e sostegno ai più deboli. Visto come è andata, prima di sostenere che la famiglia è uno dei colpevoli della scarsa crescita bisognerebbe pensarci due volte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4 -</strong> La tesi secondo la quale è ingiusto costruire nuovi asili perché graverebbero sulla fiscalità generale è semplicemente ridicola. Seguendo questo ragionamento le carceri dovrebbero essere finanziate dai reclusi, la sanità solo dagli ammalati e i costi della politica solo da chi esercita il diritto di voto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5 -</strong> Sostenere poi che sempre la famiglia sia colpevole della scarsa propensione alla meritocrazia perchè essa tende a promuovere solo chi rientra nel suo circolo a prescindere dal merito (il cosiddetto “familismo amorale”) è un’altra tesi da maneggiare con moltissima cura. Se il figlio di un avvocato ha ottime probabilità di fare l’avvocato la colpa non è del padre che lo promuove, ma nella struttura di accesso al lavoro di avvocato che non dà le stesse opportunità al figlio dell’impiegato postale. Non è la famiglia a impedire una puntuale “allocazione ottimale delle risorse”, ma l’organizzazione fatta a “caste” della società.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5 &#8211; </strong>Riguardo alle università. Gli autori sostengono che sono troppe e di scarsa qualità perché le famiglie vogliono i figli vicino e quindi votano quei politici che garantiscono l’università “sotto casa” (pag. 112). Se questo è il problema allora, abolendo il voto popolare, le università diminuirebbero e la qualità aumenterebbe. Forse il problema ha più a che fare con clientelismo e assistenzialismo, non con il “familismo amorale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6 -</strong> Solo un accenno al tema della bassa natalità che Alesina ed Ichino non vedono come un problema. E’, al contrario, uno dei problemi più drammatici con i quali l’Italia dovrà fare i conti nei prossimi decenni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7 -</strong> Resta infine un’altra tesi. Il connubio tra il reddito “certo” del padre e la disponibilità della donna a lavorare in casa fa sì che “l’attuale struttura della società italiana, con la sua particolare articolazione del rapporto tra famiglia e mercato, non è sempre efficiente” infatti “se in una famiglia italiana il padre perde la certezza di essere occupato nell’anno successivo la probabilità che i figli escano di casa aumenta di oltre il 40%” (pag. 101). Anche qui, la soluzione non può che essere quella di rendere tutti gli italiani (e soprattutto i padri di famiglia) dei precari perenni.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questo è il massimo che la cultura economica italiana può offrire al Paese mi pare che non si possa non condividere le parole del Papa.</p>
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