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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; memoria</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Memoria</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 19:54:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Noi non dimenticheremo&#8221;.
Ma quante palle.
Il punto non è ricordare, non è mai stato quello il punto. La memoria, la storia, è indispensabile per capire gli errori del passato. Ma da sola non serve a niente, mancano la comprensione e l&#8217;atto.
Posso essere il maggiore storico dei lager, conoscere perfettamente ogni segreto dei campi di sterminio e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/01/auschwitz.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1506" title="auschwitz" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/01/auschwitz-300x243.jpg" alt="auschwitz" width="300" height="243" /></a>&#8220;Noi non dimenticheremo&#8221;.</p>
<p>Ma quante palle.</p>
<p>Il punto non è ricordare, non è mai stato quello il punto. La memoria, la storia, è indispensabile per capire gli errori del passato. Ma da sola non serve a niente, mancano la comprensione e l&#8217;atto.</p>
<p>Posso essere il maggiore storico dei lager, conoscere perfettamente ogni segreto dei campi di sterminio e dare loro il mio consenso informato.</p>
<p>In questo istante uomini stanno morendo in luoghi del tutto simili a quelli in cui si stanno tenendo tante belle celebrazioni. Uomini uccisi dalla fame e dagli stenti. Uomini imprigionati per quello che sono, non per quello che possono avere fatto. Ma sono affari interni di quel paese, troppo importante commercialmente o politicamente, ed in ogni caso troppo distante. O troppo vicino.</p>
<p>Posso ricordare; posso sapere; posso onestamente pensare che sia stato tutto un male; ma ancora non agire, ancora non cambiare, perché non mi lascio ferire da quanto conosco. A mio figlio hanno fatto imparare &#8220;Auschwitz&#8221;, di Guccini, una canzone che ho amato. Quando impareremo a vivere senza ammazzare, si domanda la cenere. Ma la risposta al quesito del bambino nel vento è &#8220;mai&#8221;, perchè non è uno sforzo, non è un progresso, non è la storia che possono cambiare le cose.</p>
<p>Come può un uomo uccidere un suo fratello? Eppure accade: non solo quando non lo considera un fratello, ma anche quando fratello lo è davvero. Messo davanti alla decisione tra il giusto e l&#8217;ingiusto, l&#8217;uomo sceglierà il proprio vantaggio.</p>
<p>Non ce la faccio a fare a lungo il giusto. Anche quando generosamente mi muovo, finisco per ripetere lo stesso errore che sono venuto ad eliminare. Uccido l&#8217;uccisore, stermino lo sterminatore, giustizio il giustiziere.C&#8217;è una sola forza che può cambiare il mondo, a cominciare dal mondo che è la persona, che sono io, che siamo ognuno di noi. E si chiama misericordia.</p>
<p>Una virtù che raramente abbiamo la forza di applicare, tanto è divina, tanto è difficile, tanto noi siamo quello che siamo. E non so se oggi la sentirete altrove, sussurrata nel vento.</p>
<p>Tratto dal blog <a href="http://berlicche.splinder.com/" target="_blank">Berlicche</a></p>
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		<title>Aharon Appelfeld</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 16:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Come si salva un uomo quando ha visto l’inferno in terra?
 di MARINA CORRADI &#8211; Da Avvenire del 7/3/2009
Aharon Appelfeld, grande scrittore ebreo sfuggito da bambino ai lager, in un incontro al Centro Culturale di Milano ha parlato di memoria. Non intesa come Shoah: semplicemente la memoria degli uomini.
Appelfeld era stato un bambino molto felice nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> <img class="alignleft size-full wp-image-284" title="image_14" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/03/image_14.jpg" alt="image_14" width="55" height="66" />Come si salva un uomo quando ha visto l’inferno in terra?</strong></p>
<p> di MARINA CORRADI &#8211; Da <a href="http://www.avvenire.it">Avvenire</a> del 7/3/2009<br />
Aharon Appelfeld, grande scrittore ebreo sfuggito da bambino ai lager, in un incontro al Centro Culturale di Milano ha parlato di memoria. Non intesa come Shoah: semplicemente la memoria degli uomini.<br />
Appelfeld era stato un bambino molto felice nella sua famiglia, nella prima infanzia; poi, i nazisti, la madre uccisa, la fuga in boschi dove gli unici che hanno pietà del piccolo fuggiasco sono dei delinquenti, una banda di predoni che, pur insegnandogli il &#8216;mestiere&#8217;, lo adotta.<br />
 Una storia terribile dunque alle spalle di questo signore di 77 anni. Che tuttavia è emigrato in Israele, si è messo a scrivere, ha intensamente vissuto e oggi si dice un ebreo osservante. Ora, la questione della memoria per Appelfeld è necessariamente centrale: come sopravvivere ai ricordi?<br />
 Tacerli anche a se stessi, o lasciarli filtrare ferendo come una lama la coscienza?<br />
 Eppure censurare del tutto quella massa che preme, non si può. «Fermarsi a ricordare – dice lo scrittore – significa vivere se stessi». Per chi non è credente, aggiunge, «la memoria è forse l’unica via per sentire, seppure in limitata misura, che la nostra vita non è solo una esperienza frammentaria».</p>
<p>Così che, a fronte della sua giovinezza devastata, Appelfeld dice di avere trovato conforto prima di tutto nella memoria viva dei suoi primi sette anni di bambino amato e felice. Ma dei ricordi più atroci, quelli che paralizzano anche solo al loro riaffacciarsi, di quelli, che farne? È la domanda degli scampati dai lager e dai gulag, ma anche, oggi, dei bambini soldato delle guerre civili africane, o delle vittime di sconosciuti massacri negli angoli bui del mondo. Come si salva un uomo, se pure è rimasto vivo, quando ha visto le foibe, o i camini di Auschwitz levare al cielo il loro fumo?</p>
<p>Alcuni, è vero, sopravvivono, ma quasi solo in apparenza; interiormente annichiliti e quindi cinici, oppure in cerca della morte come unico possibile abbraccio di salvezza, come Primo Levi. Altri, invece, tornano a vivere.<br />
Qualcosa li ha salvati. Aharon Appelfeld testimonia a una platea raccolta, in una sera di pioggia nel cuore di Milano, che ciò che ha graziato lui e altri è un «barlume di luce intravisto nella fitta tenebra». Chi è scampato, spiega, deve la vita a chi gli ha aperto la porta di casa nascondendolo, o gli ha allungato un pezzo di pane, o lo ha tenuto in piedi quando sfinito stava per crollare a terra. E chi ha fatto questo non ha salvato solo la vita di un uomo, ma anche la sua fiducia negli uomini: «Tra i mostri attorno ansiosi di divorarlo, nella memoria di ogni sopravvissuto della Shoah ci sono anche mani tese, sguardi solidali». Angeli.</p>
<p>Appelfeld lo dice espressamente: «Angeli apparsi nelle ore in cui una tenebra fitta copriva cielo e terra». E a noi ascoltandolo è venuto in mente l’Angelus di domenica, dove nel commento al racconto evangelico di Gesù tentato nel deserto dal demonio il Papa ha detto: «Di fronte a questa figura oscura e tenebrosa che osa tentare il Signore, appaiono gli angeli, figure luminose e misteriose». Angeli, ha aggiunto, «i quali annunciano la presenza di Dio fra di noi, e ne sono un segno».</p>
<p>Oh certo, gli angeli di cui parla il Papa non sono certo quei poveri uomini impauriti, affamati, minacciati che pure nel vertice del male allungarono un pezzo di pane, o aprirono la porta della loro casa, e spesso di un convento: «Entra, nasconditi». E tuttavia, qualcosa hanno in comune: anch’essi sono annuncio, e segno. «Barlume di luce», come dice il vecchio scrittore ebreo: luce piccola nelle tenebre, eppure bastante a sperare, e a continuare il cammino.</p>
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