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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; Ryan Bingham</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>La voce dell&#8217;anima nei nuovi album di Ryan Bingham e David Gray</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 12:49:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/ryanbingham_R400.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2499" title="ryanbingham_R400" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/10/ryanbingham_R400-300x201.jpg" alt="ryanbingham_R400" width="300" height="201" /></a>Non dev&#8217;essere roba da poco,  passare dall’anonimità delle road house, quei localacci lungo le highway  tra Mississppi e Texas, alla ribalta di Hollywood. Ancora di più, se  fino a pochi anni fa hai fatto il mandriano e il cowboy ai rodeo, in uno  di questi cadendo così malamente da spaccarti tutti o quasi i denti.  Adesso invece sei sotto le luci della ribalta, davanti alle telecamere  di mezzo mondo e ai flash di dozzine di fotografi. Sì, perché stai per  ritirare l’Oscar per la miglior canzone da film dell’anno.</span></p>
<p>E’ la bella storia di Ryan Bingham, una tipica storia tutta americana,  quella storia che dice più o meno che in America, chiunque ce la può  fare. Ma per Ryan Bingham (a proposito, la canzone vincitrice dell’Oscar  2010 è <em>The Weary Kind</em>, che appare nel film “Crazy Heart” con  protagonista Jeff Bridges, ed è compresa anche in questo suo nuovo cd)  tutto ciò, Oscar compreso, conta relativamente.</p>
<p>Lo dimostra il suo nuovo cd, “Junkie Star”. Il ragazzo del Texas rimane  fedele a se stesso, la vittoria a Hollywood non ha cambiato nulla del  suo approccio sincero e sofferto alla musica. Che anzi, in questo suo  terzo album perde certi connotati sfrontatamente rock che  caratterizzavano i due precedenti episodi e vira verso una canzone  d’autore sempre più malinconica e intimista.</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">La produzione del geniale T Bone  Burnett (insieme a Rick Rubin, oggi il  miglior produttore d’America)  fa il resto, confezionando un suono che sa  sì di “americana”, ma ricco  di sfumature. Notturne, naturalmente, E’ un  disco ricco di ballate  dalle aperture dylaniane, scritte e cantante  come trovarsi sotto la  luna davanti al Rio Grande. Una meditazione  profonda, quella che fa  Bingham in pezzi di altissimo cantautorato come  l’iniziale <em>The Poet </em>(un titolo che è un programma). </span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">La title track, poi,  altra  splendida ballata, conferma, seppur in altra locazione  geografica, le  nostre impressioni: “Sleeping on the Santa Monica Pier,  with the  junkies and the stars”, “addormentato sul molo di Santa Monica,  tra  drogati e le stelle”. Voce straordinariamente intensa, per un  ragazzo  di trent’anni scarsi, ma che lasci fuoriuscire tutta la dura  strada  fatta per arrivare fino a qui: figlio di genitori entrambi   tossicodipendenti, buon lascito di una Woodstock generation fallimentare   da ogni punto di vista, cresciuto senza un padre né una madre, Ryan   Bingham è oggi l’erede dei grandi songwriter texani degli anni 70, quel   manipolo di eroi (Guy Clark, Townes Van Zandt fra gli altri) che   riscrissero le regole stesse del songwriting nordamericano.</span></p>
<p>E titoli  impegnativi come <em>Hallelujah</em> o <em>Depression</em> sono il ritratto di Ryan  Bingham ma anche di un’America che, la faccia  sorridente di Obama a  parte, fatica a ritrovare un senso e una strada  sicura.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="640" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/VRH6DnrL-_g?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="640" height="385" src="http://www.youtube.com/v/VRH6DnrL-_g?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">Dall’altra  parte dell’Oceano,  dalla vecchia e piovosa Inghilterra, risponde David  Gray, cantautore  con più di un punto in comune con Bingham. La  differenza è che Gray è  sulle scene da più di dieci anni e ha già  raggiunto il successo  commerciale, con il disco del 1998, lo splendido “White Ladder”.  Il  primo riferimento che li accomuna è la straordinarietà della   interpretazione vocale: David Gray è una delle voci più belle e   appassionanti uscite sulla scena del cantautorato contemporaneo, se non   la più bella.</span></p>
<p>Come Bingham fa riferimento alla grande tradizione  autorale  nordamericana, Gray fa lo stesso con quella inglese. La  differenza sta  nel fatto che se “Junkie Star” è per Bingham la prova  della maturità,  “Foundling&#8221; (un titolo significativo, &#8220;trovatello&#8221;, come  un figlio di  nessuno a cui comunque si vuole troppo bene epr lascialro  andare via),  il nuovo doppio cd di Gray, è forse un momento di  smarrimento. Non che  il disco sia brutto: la classe di Gray è troppa per  smarrirsi di colpo,  ma la sensazione è quella di un disco di  transizione, dove mancano le  certezze e i punti di riferimento. Spesso  le canzoni sembrano dei  provini appena accennati, in attesa di tornarci  su per finirle. I</p>
<p>nvece lui le ha pubblicate così, coraggiosa istantanea  di un momento di  inquietudine e di ricerca. Lui stesso ne è consapevole:  “Questo disco è  destinato a sparire dalla faccia della terra”, ha  detto, opinione  secondo noi alquanto esagerata. C’è ben altro oggi nella  scena musicale  che merita di sparire dalla faccia della terra ben più  di questo suo  cd.</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">Ma non mancano le grandi canzoni, come l’iniziale <em>Only  the Wine,</em> o la metropolitana e notturna W<em>e Could Fall in Love Again  Tonight.</em> Il cd è addirittura doppio: Gray ha voluto pubblicare canzoni  che  dovevano uscire per un altro progetto, segno di un desiderio di   testimoniare comunque il suo momento di vita artistica, nel bene e nel   male. </span></p>
<p><span><strong>Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=117478" target="_blank">ilSussidiario.net</a> di Paolo Vites</strong><br />
</span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="640" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/GEPuDNX4nCM?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="640" height="385" src="http://www.youtube.com/v/GEPuDNX4nCM?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>I migliori dischi della decade</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 21:14:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dal blog di Paolo Vites, Gamblin Ramblin, una bella classifica dei dischi migliori della prima decade del terzo millennio. Chicce succose che dano una scrollatina alla nostra vita raccontandoci storie nella maniera migliore. Ecco qua la carrellata direttamente dal post che ha publicato nella sezione musica de IlSussidiario.
Noughties: I migliori dischi del nuovo Millennio
 Paolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/untitled2rq.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1298" title="untitled2rq" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/untitled2rq-300x215.jpg" alt="untitled2rq" width="300" height="215" /></a>Dal blog di Paolo Vites, <a href="http://gamblin--ramblin.blogspot.com/" target="_blank">Gamblin Ramblin</a>, una bella classifica dei dischi migliori della prima decade del terzo millennio. Chicce succose che dano una scrollatina alla nostra vita raccontandoci storie nella maniera migliore. Ecco qua la carrellata direttamente dal post che ha publicato nella sezione musica de<a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Musica/2009/12/15/ROCK-ANNI-ZERO-Noughties-I-migliori-dischi-del-nuovo-Millennio/55641/" target="_blank"> IlSussidiario</a>.</p>
<h3><span id="ctl00_ContentBox_ArticleTitle">Noughties: I migliori dischi del nuovo Millennio</span></h3>
<div><a href="http://www.ilsussidiario.net/Autori/V/380/Paolo-Vites/V#_380"> Paolo Vites </a></div>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">E così, a dicembre 2009, termina la prima decade del Terzo Millennio.<br />
Una volta i decenni segnavano la storia del rock: gli anni Cinquanta in cui nacque questo genere musicale, gli anni Sessanta delle utopie, delle droghe e della canzone di protesta, i Settanta del disimpegno e del rifugio nel privato, ma anche dell’anarchia punk. Già gli anni Ottanta con la loro pochezza hanno reso superfluo questo scandire i momenti, ma ancora ci è piaciuto definirli come il decennio del videoclip e del look ostentato.</p>
<p>Gli anni Novanta? Un grande boh, se si eccettua il sussulto grunge. Ancora più difficile è definire cosa sono stati gli anni Zero del Duemila, i <em>Noughties</em> come li chamano gli americani, che già portano nel loro computo nominativo una simbologia bella evidente: gli anni del nulla? Siti musicali e riviste internazionali in questi giorni si stanno sbizzarrendo a fornire le loro classifiche dei migliori dischi del decennio, mentre in Italia l’evento sta passando inosservato.</p>
<p>Il rock, in un certo senso, ha ormai ben poco da dire: sono stati questi gli anni del riciclaggio infinito di formule sonore sperimentate per decenni. Gruppi come i White Strips, osannati come portavoci del nuovo verbo rock, nel loro macinare riff e gridolini rubati ai Led Zeppelin, sono un simbolo di questa tendenza.</p>
<p>In Inghilterra, gruppi e gruppetti riprendono formule sonore più vicine nel tempo, gli U2 su tutti, e certo punk all’acqua di rose. È il pop, quello più innocuo, a dominare nelle classifiche, insieme a quella che un tempo si definiva black music, oggi ripetizione (anche qui) senza ritegno di quello che inizialmente era un tentativo brillante, il rap e l’hip-hop music.<br />
Anche gruppi che hanno lasciato negli anni Novanta testimonianze brillanti, come ad esempio i Radiohead o i Pearl Jam, non sono più riusciti a trovare formule espressive altrettanto valide, perdendosi nell’autoreferenzialismo. </span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">La stessa stanchezza ha conquistato anche i grandi vecchi, i superstiti della decade d’oro. Bob Dylan, Neil Young, gli Stones, Paul McCartney, vivacchiano producendo opere ricche di grande professionalità, ma spesso superflue se paragonate con quanto da loro prodotto in gioventù.<br />
Attenzione: tutti costoro, giovani e vecchi, se in studio non trovano più momento di lucidità, dal vivo si propongono ancora come ottimi performer in spettacoli trascinanti ed emotivamente vivi. Sarà per questo che i dischi non si vendono più, mentre i concerti continuano a fare il tutto esaurito?</p>
<p>Le cose più interessanti sono infine giunte da una categoria ritenuta obsoleta: i loro dischi si rivolgono a pochi cultori. Sono i songwriter (e i gruppi neotradizionalisti che si rifanno al folk pre rock’n’roll), un po’ da ogni angolo del mondo, dall’Australia agli States passando per l’Inghilterra. E’ un dato positivo, che la voce, la nuda voce con pochi abbellimenti, torni protagonista seppur lontano dagli schermi televisivi o dai network radiofonici. Ancora una volta, le emozioni, i dolori, la passione emergono a testimonianza di una esigenza viva e pulsante nel cuore dell’uomo anche negli anni Zero del Terzo Millennio.</p>
<p>Quella che segue non è certo una lista esaustiva dei migliori dischi del decennio, ma una guida molto personale ai dischi che forse sono sfuggiti ai più.</p>
<p>50. <strong>Elton John, &#8220;Songs from the West Coast&#8221;,</strong> <strong>(2001)</strong></p>
<p>Non scherziamo, siamo lontani dal geniale e commovente autore di canzoni dei primi anni Settanta. Ma siamo anche lontani dalla spazzatura a cui ci aveva abituati Sir. Reginald negli ultimi vent’anni. Qui ritrova dignità e il senso del proprio lavoro. È abbastanza.</span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">49. <strong>Dixie Hummingbirds, Diamond Jubilation, </strong><strong>(2003)</strong></p>
<p>Metti insieme Levon Helm e Garth Hudson (The Band); Larry Campbell, George Receli e Tony Garnier (Bob Dylan Band). Ma soprattutto li metti ad accompagnare il più antico e rispettato gruppo vocale di colore d’America. Il risultato è purissima american music.</p>
<p>48. <strong>Lost in the Trees, All Alone in an Empty House,</strong> <strong>(2008)</p>
<p></strong> Musica classica e musica folk possono andare insieme? Assolutamente sì. Un concept album, un viaggio dentro ai misteri dell’amore, del cuore, della solitudine. Inquietante e rassicurante allo stesso tempo. </span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"><br />
<a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/emmy.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1299" title="emmy" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/emmy.jpg" alt="emmy" width="300" height="300" /></a><br />
47.<strong> Emmylou Harris, All I Intended to Be, (2008)</strong></p>
<p>Anche se ha lasciato Nashville (musicalmente) è sempre la regina. Adesso le canzoni se le scrive lei, Gram Parsons è sempre nel suo cuore, ma questa non è più musica country.</p>
<p>46. <strong>16 Horsepower, Folklore, (2002)</p>
<p></strong>Dave E. Edwards ha un dono unico: far resuscitare i morti, soprattutto quelli del vecchio West. Come mi disse lui una volta &#8220;nella mia fisarmonica ci sono fantasmi&#8221;. &#8220;Folklore&#8221; è il ritorno con vendetta del miglior gruppo di gothic country, dopo alcuni dischi così così. Se Flannery O’Connor fosse stata un musicista rock.</p>
<p>45. <strong>Ryan Bingham, Mescalito, (2007)</p>
<p></strong> Metà cowboy, metà honky tonk hero. Il Texas ritrova una voce. Produce uno che le palle le ha per davvero, l’ex Black Crowes Marc Ford, e il risultato si sente. Uno dei migliori esordi del decennio.</p>
<p>44. <strong>Steve Earle, Trascendental Blues, </strong><strong>(2000)</p>
<p></strong> Anche i fuorilegge hanno un cuore. Un cuore che trascende, come il vero amore. Smesso con la droga e gli eccessi, Steve Earle fa un disco che musicalmente rimanda ai Beatles e liricamente alle pene del cuore. Trascendentale, appunto.</span></p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody">43. <strong>Gillian Welch, Time the Revelator,</strong> <strong>(2001)</strong></p>
<p>Purissima &#8211; e bellissima. Come la musica che fa: <em>I want to sing that rock and roll </em>è una bugia, perché lei canta il folk più ortodosso e rigoroso. Ma è anche una canzone straordinaria. Come lei.</p>
<p>42. <strong>Beth Orton, Comfort of Strangers,</strong> <strong>(2006)</strong></p>
<p>La regina della folk-tronica è diventata donna (e poco dopo questo disco anche mamma). Ha eliminato certi orpelli sonori, ma le rimane la più bella voce femminile, la più intensa, del terzo millennio, e una manciata di splendide canzoni. Still the goddess.</p>
<p>41. <strong>Josh Ritter, Hello Starling, (2003)</strong></p>
<p>Il nuovo Dylan? Forse lo crede Joan Baez che ha inciso un pezzo di questo splendido album, ma lui è un originale. Certo, guarda ai 60s e al Maestro (in questo disco però, non nei successivi), ma ha sufficiente carisma per giocare in proprio.</span></p>
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