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	<title>Sicomoro Giulianova &#187; vita</title>
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	<description>Pastorale Familiare Giulianova</description>
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		<title>Una vita grande, una meta da non svuotare</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 19:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[« Se penso ai miei anni  di allora: semplice­mente  non volevamo perderci nella nor­malità  della  vita borghese. Volevamo ciò che è gran­de,  nuovo. Volevamo trovare la  vita stessa, nella sua vastità e bellezza». 
Nel messaggio per la  giornata mondiale della gioventù Benedetto XVI si guarda indietro e  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/09/giovaniEU_minori.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2398" title="giovaniEU_minori" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/09/giovaniEU_minori-300x300.jpg" alt="giovaniEU_minori" width="300" height="300" /></a>« S</span><span>e penso ai miei anni  di allora: semplice­mente  non volevamo perderci nella nor­malità  della  vita borghese. Volevamo ciò che è gran­de,  nuovo. Volevamo trovare la  vita stessa, nella sua vastità e bellezza». </span></p>
<p><span>Nel messaggio per la  giornata mondiale della gioventù Benedetto XVI si guarda indietro e  racconta com’era lui, a vent’anni. Certo, riconosce, la sua era una  generazione cresciuta pri­gioniera  del nazionalsocialismo e della  guerra; e però quell’ansia di vita andava oltre la contingen­za   storica: «La gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla ricerca  della vita più grande».</span></p>
<p>La vita, più grande. Non ce ne  ricordiamo anche noi, non leggiamo ancora negli occhi dei figli  quin­dicenni  quelle domande: perché si vive, per anda­re  dove? In  quell’età in cui tutto – forza, curiosità, desiderio – sembra un arco  teso per lanciare la frec­cia  lontano. Quando ancora i ragazzi portano  co­me  scritto addosso un’altra tensione, magari con­fusa,  o  utopistica; desiderio, però, di «vita più gran­de  ». E si è abituati,  nelle case borghesi, a sorridere di queste febbri adolescenziali come di  una ma­­lattia  infantile, che passa. Massì, sogna pura di vin­cere  la  fame nel mondo, o di salvare il pianeta dal­l’inquinamento.  Poi,  passa: vedrai, ne parliamo fra vent’anni.</p>
<p>Allora l’attesa della  «vita più grande» è un sogno vuoto? No, scrive il Papa, «l’uomo è  veramente fat­to  per ciò che è grande, per l’infinito». Come dicesse ai  figli che hanno ragione loro, a volere una vita più piena che non  quella abitudine stanca cui spesso vedono ridotti i padri. Ma dunque,  possiamo do­mandarci,  chi ha ragione? Immaginiamo di inter­rogare  i  milioni di lavoratori che ogni sera su treni e metrò rientrano a casa  nelle nostre città: allora, che ne è della vita più grande che sognavate  a quin­dici  anni? Molti risponderebbero con un sorriso a­maro:   sciocchezze, direbbero, la vita è un posto fis­so,  se sei fortunato; è  un matrimonio, routine, figli che se ne vanno, e poi, invecchiare.  Tranne maga­ri,  aggiungerebbero, che per alcuni, belli, o ricchi, e  famosi; ecco sì, direbbero, quelli sono chiamati a fare cose grandi, ma è  roba per pochi, scelti a ca­so  dal destino. (E proprio a questa  lotteria non si affidano forse i ragazzi che affollano le selezioni del  Grande Fratello? Anche questo, distorto, non è il desiderio di essere  diversi, eccezionali, salvati da un anonimo destino?).</p>
<p>Eppure,  siamo fatti davvero per una vita più gran­de.  Non è sogno né malattia  infantile la domanda degli uomini, a quindici anni. Siamo fatti per  l’in­finito,  dice il Papa: «Qualsiasi altra cosa è insuffi­ciente  ».  Difficile, dirlo a dei ragazzi che natural­mente,  e oggi più che mai,  sono portati a credere che la felicità sia una questione di roba, di  cose da possedere. Ma difficile sempre, per ogni genera­zione  di  cristiani, testimoniare, oltre la fatica e il tempo, che la vita è una  vocazione, e che il senso, e dunque la pienezza, è rispondere a quella  voca­zione  (quasi una bestemmia poi questa, nell’epo­ca  in cui gli  uomini si affermano di se stessi pa­droni).</p>
<p><span> Una vita &#8216;più grande&#8217;, cos’è? Non è fare cose ne­cessariamente   eccezionali, ma ciò a cui si è chia­mati  da un Dio vicino, che ci  conosce ciascuno, di­ce  il Salmo, «fin dalle viscere materne». Dentro a  questa certezza ha un valore infinito la vita del ca­sellante  solo nel  suo casotto, fra mille auto scono­sciute  – la vita &#8216;oscura&#8217; che  spaventa i fan del Gran­de  Fratello. Dentro a questa fedeltà, può  accadere che una donna piccola, secca, apparentemente u­na  creatura da  nulla, diventi madre Teresa di Cal­cutta.</span></p>
<p><span> Siamo fatti davvero per &#8216;la vita grande&#8217;, anche se crescendo ce lo  dimentichiamo. Vorremmo alme­no  ricordarlo, nella fatica di ogni  giorno, abba­stanza  per non sorridere dei nostri figli quindi­cenni  –  per non abbatterli a terra con la nostra a­bitudine  al poco. Non è  questo il fiato antico che manca alle città d’Occidente? Saper dire  ancora: vai, studia, lavora; innamorati, sposati, abbi dei fi­gli,  fai  fatica. L’ansia che hai addosso, è vera; par­ti,  ma vai, come si diceva  un tempo ai viandanti, con Dio – lungo la sua strada.</span></p>
<p><span><strong>Marina Corradi tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/" target="_blank">Avvenire.it</a></strong><br />
</span></p>
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		<title>La disabilità estrema e noi</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 20:01:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bioetica e rispetto della vita]]></category>
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		<description><![CDATA[«Che mia figlia non viva nella casa del nonno, paralizzato e muto per una sindrome neurologica. È troppo triste, troppo afflittivo per un bambino, assistere a certe situazioni». È, in sostanza, la richiesta di un padre separato al tribunale. E non è un caso isolato.
Dunque in quel laboratorio di diritti e affetti che sono le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/nonno-bimbo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1662" title="nonno-bimbo" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/03/nonno-bimbo.jpg" alt="nonno-bimbo" width="200" height="162" /></a>«Che mia figlia non viva nella casa del nonno, paralizzato e muto per una sindrome neurologica. È troppo triste, troppo afflittivo per un bambino, assistere a certe situazioni». È, in sostanza, la richiesta di un padre separato al tribunale. E non è un caso isolato.</p>
<p>Dunque in quel laboratorio di diritti e affetti che sono le divisioni fra coniugi, in cui vengono alla luce prima che altrove questioni che altrimenti si discutono fra le mura di casa, emerge una nuova domanda che pretende di essere affermata giuridicamente: il diritto a non vedere la malattia e la sofferenza. Qualcosa di ulteriore rispetto al «diritto a morire» teorizzato nella battaglia per l’eutanasia: la pretesa di non far vedere quegli stati di vita, che ai sani possono apparire inaccettabili.</p>
<p>O almeno questa pretesa comincia con i bambini, vestendosi di premura paterna: che la bambina non entri in quella casa dove il nonno, cui pure vuole bene, ora non risponde, non parla. Benché privo di una sofferenza fisica evidente, il silenzio degli stati vegetativi o delle sindromi analoghe è giudicato insopportabile; si va dal giudice, perché non sia mostrato ai figli e ai nipoti. Questa premura di genitori è singolare. Vuole nascondere la sofferenza di un vecchio, renderla come inesistente. Invisibile, come se quell’uomo fosse già morto.</p>
<p>Ma davvero, censurando una parte fondamentale della vita, gli adulti proteggono i figli, o invece non proteggono se stessi da ciò che agli occhi loro, e non del figlio, è intollerabile? Sembra paradossale: in un tempo in cui tutto è visibile anche ai bambini, dalla pornografia alla violenza, prende forma un ultimo tabù: la malattia, l’invalidità, e quell’area grigia dell’assenza da sé, che a molti sembra una morte da vivi. L’ultimo tabù, l’inguardabile, l’osceno, è la malattia, e tanto più quella che paralizza, allontana – ineludibile primizia della morte.</p>
<p>Eppure, chiunque non sia più un ragazzo ricorda di essere stato portato al capezzale dei nonni, di averli visti magari in agonia; di avere avuto in casa un vecchio reso assente e bisognoso di tutto dalla demenza. Veramente quel vedere ci ha danneggiato? No: ci ha mostrato che esistono anche la sofferenza e la fine, dunque ci ha spiegato qualcosa, della vita, di fondamentale. Certo, accanto ai bambini una volta c’erano adulti che sapevano stare di fronte alla sofferenza. Che, pure nella paura e nel dolore, avevano la memoria di un senso; che rendeva la fine dei vecchi, e non solo quella dei vecchi, non assurda.</p>
<p>La speranza cristiana, magari neanche pienamente confessata ma respirata da sempre, in una naturale osmosi, alleviava e faceva umanamente tollerabili le invalidità e le agonie. Dolore, ma non insensato e cieco: e dunque le stanze dei malati potevano ben essere aperte ai bambini. Che proprio da quei momenti erano, e sono ancora provocati a farsi delle domande: per che cosa si vive e si muore, e cosa ne è di un nonno amato, quando sembra addormentato per sempre, e non riconosce più chi gli è caro. Domande che ne generano altre, che bruciano, che sfidano. Che fanno diventare grandi.</p>
<p>Ma forse oggi si preferiscono figli inebetiti dal rumore, storditi dai consumi. e il più a lungo possibile ignari della sofferenza, del limite che, in quanto uomini, hanno scritto addosso. O forse sono i padri che, avendo perso la memoria di un senso, stanno atterriti davanti a certe stanze di malati. Lì dentro si è insediato, tenace, assurdo, il dolore: una faccenda che, senza speranza, è atroce. Per questo vogliono che i loro figli non entrino, che i loro figli non vedano. Porte chiuse. Tabù. Signor giudice, che mia figlia non veda quel nonno assente, lontano, muto. A cui io, signor giudice, non tollero di stare davanti.</p>
<p><strong>Marina Corradi &#8211; tratto da <a href="http://www.avvenire.it/Commenti/IL+CASO_201003010811246170000.htm" target="_blank">Avvenire.it</a></strong></p>
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		<title>Davvero la vita è bella?</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 11:58:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho una amica che dice che la vita è bella. Bella comunque. Bella perché si respira. E ogni volta che mi vede, questa amica mi domanda sorridendo: allora, Marina, la vita è bella? Sono certa che lo fa, benevolmente, per farmi arrabbiare. E quando me lo dice, a me viene in mente quell’ultimo particolare che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/marinavitabella.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1539" title="marinavitabella" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2010/02/marinavitabella.jpg" alt="marinavitabella" width="300" height="208" /></a>Ho una amica che dice che la vita è bella. Bella comunque. Bella perché si respira. E ogni volta che mi vede, questa amica mi domanda sorridendo: allora, Marina, la vita è bella? Sono certa che lo fa, benevolmente, per farmi arrabbiare. E quando me lo dice, a me viene in mente quell’ultimo particolare che ho annotato, come in un segreto taccuino, insieme a tutte le slabbrature e gli squarci che ogni giorno vedo, in questa nostra vita che mi corre davanti.</p>
<p>Non è solo Haiti, pure con la sua deflagrante atrocità. Non è solo il Darfur, né le migliaia di aborti ogni giorno serenamente praticati in Occidente. Né è solo il presente. Un sito ebraico ha messo online le foto di centinaia di ebrei italiani morti nei lager. Molti bambini. Le foto li ritraggono prima della “partenza”, ben vestiti, ridenti, le bambine con le trecce e i fiocchi nei capelli. In queste foto “normali” è ancora più evidente la mostruosità. Ti immagini quei bambini uguali ai tuoi strappati alle madri, spinti come pecore, tra urla straniere caricati in treni che partono per sempre. In queste nostre stesse città, poco più di 65 anni fa.</p>
<p>La vita, Anna, era bella anche quel giorno? Ed era bella in quegli istituti per orfani e handicappati di Chisinau, in Moldavia, che a distanza di dieci anni rivedo ancora come fosse ieri – quegli occhi di bambini, grandi, attoniti, come ancora meravigliati, nella loro innocenza, di tanto dolore?</p>
<p>E, restando nel presente, di queste storie di inermi clochard bruciati o pestati a sangue così, per gioco, vogliamo parlarne? E senza andare neanche nella cronaca nera, certe sere mi restano in mente gli occhi di qualche vecchio che rincasa solo, adagio, con una magra borsa della spesa in mano; faccia anche lui di mille profonde solitudini, quiete tra le nostre case.</p>
<p>No, Anna, per me la vita non è bella, almeno non come intendi tu. A vent’anni ti avrei detto, dura, che a me stare al mondo non piaceva. Ci ho messo tanto tempo, ma ora comincio a capire dove stia la bellezza della vita, così a lungo incomprensibile.</p>
<p>La bellezza per me sta in un Dio che ora intravedo, dentro e accanto a ogni uomo, compagno di ogni passo, e curvo insieme a lui sotto a ogni sofferenza. Un Dio che si è fatto compagno, che colma di sé ogni stanza di dolore. E parallelamente la bellezza sta in una recondita ansa dell’anima, per cui anche il peggiore degli uomini, senza saperlo, tuttavia attende. Spesso non sa cosa. E però una magari infinitesima parte di lui aspetta una bellezza che si riveli.</p>
<p>Ripenso a me liceale che, arrabbiata, dicevo ai miei compagni: ma non vedete che tutto è una illusione? Non avevo completamente torto, ma parlavo come un lucido pagano dell’anno 100 a.C. Perché c’è una bellezza possente nella vita, ma è in Cristo.</p>
<p>È nell’andare, per strade pigre o banali o drammatiche, affaticati e mendicanti; magari ladri e bugiardi, magari invece facce di misericordia. In attesa però: che quella Bellezza incarnata, morta, risorta, infine pienamente si riveli. Come scrive Paolo ai Corinzi: «Oggi vediamo come in uno specchio, oscuramente; ma un giorno vedremo in modo chiaro, faccia a faccia».</p>
<p>Tratto da <a href="http://www.tempi.it/opinioni/008409-davvero-la-vita-bella?page=1" target="_blank">TEMPI</a> &#8211; scritto da Marina Corradi</p>
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		<title>Le età della vita</title>
		<link>http://www.sicomorogiulianova.it/2009/12/le-eta-della-vita/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 20:54:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Romano Guardini: dall’effimero alla coscienza dell’eterno: il nostro tempo non passa invano
a cura di Laura Cioni &#8211; Tratto da IlSussidiario.net
Nel 1957 Romano Guardini scrive un breve saggio Le età della vita. Loro significato educativo e morale. Si dovrà aspettare quasi trent’anni perché l’opera venga tradotta e pubblicata in italiano, nel 1986 in una prima edizione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span id="ctl00_ContentBox_ArticleTitle"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/clessidraR375_15dic09.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1294" title="clessidraR375_15dic09" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/clessidraR375_15dic09-300x204.jpg" alt="clessidraR375_15dic09" width="300" height="204" /></a>Romano Guardini: dall’effimero alla coscienza dell’eterno: il nostro tempo non passa invano</span></h3>
<p style="text-align: justify;">a cura di Laura Cioni &#8211; Tratto da <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2009/12/16/GUARDINI-Dall-effimero-alla-coscienza-dell-eterno-il-nostro-tempo-non-passa-invano/2/55972/" target="_blank">IlSussidiario.net</a></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1957 Romano Guardini scrive un breve saggio <em>Le età della vita. Loro significato educativo e morale. </em>Si dovrà aspettare quasi trent’anni perché l’opera venga tradotta e pubblicata in italiano, nel 1986 in una prima edizione, in quella definitiva nel 1992.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore:</em> l’opera di Guardini è in fondo un commento e un aiuto a comprendere l’invocazione del salmo. Si possono leggere qui pagine scritte nel modo semplice e nitido di chi ha a lungo riflettuto sulle caratteristiche della persona umana durante le fasi della sua esistenza, dalla vita nel grembo materno, alla nascita, alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia. Ogni periodo ha un senso e un valore, le sue crisi di crescita, i suoi dinamismi e i suoi equilibri. Ogni età ha la sua singolare bellezza, che va percepita e realizzata per permettere una vita libera dall’ansia del tempo che scorre, dalla nostalgia del passato, dedita al presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla vitalità della giovinezza manca la coscienza dell’enorme ostinatezza della realtà e della resistenza che essa oppone alla volontà ed è sempre in agguato la possibilità di ingannarsi, cioè di confondere la grandezza delle idee con la possibilità di realizzarle; il compito educativo deve allora formare un carattere che abbia tra le sue doti l’amore per la verità, il senso dell’onore, della fedeltà, del coraggio e della costanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il passaggio all’età adulta attraversa una crisi che può portare a due risultati insoddisfacenti: il giovanilismo e il cinismo. In entrambi i casi il rapporto tra il dato dell’esperienza e la validità degli ideali giovanili non è corretto. Se invece la crisi viene superata positivamente si crea la stabilità interiore della persona adulta, che consiste non tanto nella rigidezza, quanto nella connessione delle facoltà attive del pensiero, del sentimento e della volontà con il proprio centro spirituale. Raggiungere l’affidabilità della persona adulta, uomo e donna, non è facile e in Guardini, sono nette la percezione dello sfaldamento della famiglia e l’impressione che la società sia governata da personalità immature.</p>
<p><span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"></p>
<p style="text-align: justify;">Anche questa fase della vita dell’uomo conosce la sua crisi, che consiste nella sensazione sempre più chiara dei limiti delle proprie energie. La serietà, la risolutezza, la volontà di costruire diventano più faticose e si aprono le possibilità del disincanto oppure di iniziative azzardate. Ma la crisi può sfociare anche in un sentimento nuovo del valore dell’esistenza, all’accettazione di se stessi e della realtà contrassegnati dal limite, ma anche dal vigore della fedeltà alle opere intraprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine giunge per ogni uomo il momento del distacco: si può distogliere gli occhi dal fatto di diventare vecchi e diventare pigri, avari e tiranni. Ma se la vecchiaia è accettata si realizza un complesso di comportamenti nobili e importanti per la totalità della vita: il discernimento, il coraggio, la pacatezza, il rispetto di sé, la saggezza di chi attende attivamente la morte, la coscienza di ciò che non passa, che è eterno.</p>
<p></span></p>
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		<title>Capovolgiamo lo sguardo</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 22:17:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Ogni giorno attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci». 

Il Papa che ha parlato ieri, nel giorno dell’Immacolata, a piazza di Spagna, mostra di ben conoscere Roma, e le altre nostre città. Di ben sapere come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto"><a href="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/tv1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1199" title="tv1" src="http://www.sicomorogiulianova.it/wp-content/uploads/2009/12/tv1-300x284.jpg" alt="tv1" width="300" height="284" /></a>«Ogni giorno attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci». </span></div>
<div></div>
<div>Il Papa che ha parlato ieri, nel giorno dell’Immacolata, a piazza di Spagna, mostra di ben conoscere Roma, e le altre nostre città. Di ben sapere come ogni mattina già dalle prime ore i giornali radio ci raccontino questa Italia di scontri, risse politiche, ricatti; di scandali, che paiono tanto diffusi da non risparmiare più nessuno; di violenze e delitti, a volte premeditati, a volte apparentemente nati per una spontanea ferocia, come dal caso.</div>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto"></p>
<p>Mostra, il Papa, di ben sapere come queste storie, che giornali e tv ripetono amplificandole mille volte – cerchio di un sasso nell’acqua, che continua a allargarsi – catturino la nostra attenzione e ci rimangano quasi oltre la soglia della coscienza, mentre andiamo avanti a lavorare. Come una musica che resti nelle orecchie; e che ripeta, un giorno dopo l’altro, che attorno a noi tutto o quasi è guasto, ferito, o corrotto, e che l’idea e la speranza di un condiviso bene comune vanno smarrendosi in questo vivere litigioso, spesso ostile, e talvolta spietato.</p>
<p>Dove al centro del circo cade magari un giorno un uomo fino a allora stimato, e improvvisamente è sommerso di vergogna; oppure più spesso uno sconosciuto – un &#8220;invisibile&#8221;, dice Benedetto XVI – che si trascina ai margini della vita altrui; e subito gli stanno addosso, come fiere, i microfoni e i riflettori, avidi di squadernare quelle vite al pubblico, quali roba da voracemente consumare. O addirittura da spiare, nei video e nelle registrazioni puntualmente diffusi; senza imbarazzo, e anzi con una pronta attitudine a farci, di quelle altrui storie, rigidi censori.</p>
<p>Come conosce bene, il Papa, le  nostre città. Sa che la dinamica del circo mediatico è «di farci sentire tutti spettatori, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero accadere». (Quegli indici tesi a accusare, come gli uomini contro l’adultera, cui Gesù disse solo: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra». La ostinata tentazione di crederci, noi, liberi dal male).</p>
<p>Invece, ci viene detto, «siamo tutti attori». Del bene e del male. Nessuno è estraneo, e nessuno può dire «non c’entro».</p>
<p>La città vive anche di quanto ognuno di noi oggi farà. Quei volti, per esempio, che ogni giorno incontriamo, oppure quelli che vediamo e rivediamo, esposti alla giostra, in tv: tutti volti di uomini. Noi, dice il Papa, «vediamo tutto in superficie». Ma dietro ogni faccia c’è una storia, un’anima, una profondità che i titoli spesso appiattiscono e annichiliscono.</p>
<p>In una povertà che avvilisce e svuota anche chi sta a guardare. (Come tacitamente chiedendoci in quale mondo abbiamo fatto nascere i nostri figli: che mai vorremmo vedere trattati così, come cose).<br />
Cosa dice Maria alla città?, si è chiesto il Papa a piazza di Spagna. Ha risposto: insegna a guardare agli altri come li guarda Dio. «A guardarli con misericordia, con tenerezza infinita, specialmente i più soli e disprezzati».</p>
<p>Che rivoluzione: dall’indice puntato, dalla &#8220;onesta&#8221; indignazione, alla coscienza di un male che tutti ci riguarda, in una comune povertà, e dunque all’abbraccio di una misericordia autenticamente materna. Alla memoria della straordinaria promessa delle lettera di Paolo ai Romani: «Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia». Che capovolgimento inaudito in quello sguardo, ogni volta che un cristiano se ne lascia prendere. Ricominciando ogni mattina. Senza astio, senza scandalo, senza grida. Più forte del clamore dei titoli dei giornali, lo sconvolgente annuncio di un Dio che largamente perdona.</p>
<p></span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_Autore"><strong>Marina Corradi &#8211; tratto da<a href="http://www.avvenire.it/" target="_blank"> Avvenire.it</a></strong><br />
</span></div>
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		<title>Socci: lo stupore, vero antidoto al “male di vivere” di tanti giovani</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 20:16:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista ad Antonio Socci tratta da IlSussidiario.net
venerdì 17 luglio 2009

In Spagna l’hanno chiamata “generación ni-ni”, una ricerca pubblicata di recente su El País dice che vi fanno parte il 54 per cento dei giovani spagnoli tra i 18 e i 35 anni. E il nostro paese, ma la cosa dopo tutto non può stupire, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img class="alignleft size-medium wp-image-530" title="gente" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/07/multiculturalismo1r375_28ago08.jpg?w=300" alt="gente" width="300" height="204" />Intervista ad Antonio Socci tratta da <a href="http://www.ilsussidiario.net/">IlSussidiario.net</a></div>
<p><span>venerdì 17 luglio 2009</span></p>
<p><span></p>
<p style="text-align:justify;">In Spagna l’hanno chiamata “generación ni-ni”, una ricerca pubblicata di recente su <em>El País</em> dice che vi fanno parte il 54 per cento dei giovani spagnoli tra i 18 e i 35 anni. E il nostro paese, ma la cosa dopo tutto non può stupire, non ne è immune. I dati, resi noti dal Corriere, del Rapporto giovani 2008 confermano che il male è anche nostro: un milione e 900mila giovani tra i 25 e i 35 anni non studia e non lavora. Non lo ritengono necessario, semplicemente. Basta loro vivere nel limbo tra studio e occupazione, senza impegnarsi seriamente con alcuna ipotesi di vita. Ma è sufficiente la sociologia a dirci perché? Ilsussidiario.net lo ha chiesto ad Antonio Socci.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Quali sono le origini storiche che hanno portato al deludente risultato di una generazione “né né”?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">In primo luogo ci tengo a precisare che personalmente sono un po’ diffidente verso le “scoperte del giorno”. La stampa vive spesso di queste invenzioni. I fenomeni sociali veri, profondi e importanti di questo genere non nascono come funghi dall’oggi al domani. Questo tipo di situazione descritta dal <em>El País</em> mi sembra un fenomeno noto e stranoto, conosciuto da anni e che riguarda la condizione giovanile tout court, anche se nei diversi decenni magari si è tradotta e declinata in differenti maniere. Sono convinto che dagli anni ’70 in poi si abbia sempre più avuto a che fare da una parte con la questione della disoccupazione o dell’impatto con il mondo del lavoro, e, dall’altra, con il fatto che le famiglie italiane sono un ammortizzatore sociale molto importante che permette una permanenza abbastanza (forse troppo) prolungata in un luogo stabile.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Però i numeri di questo fenomeno ci sono e parlano chiaro.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Io non credo che il fenomeno sia delle dimensioni denunciate. Con quale criterio si può verificare lo stato delle singole motivazioni? Però certamente la tendenza denunciata c’è. Non è una tendenza che riguarda soltanto i giovani, ma è una posizione dilagante. È quel modo di concepire l’esistenza che Teilhard de Chardin definiva «il venire meno del gusto del vivere», una posizione che ha connotati diversi ma non è che sia meno presente o meno drammatica nei ceti sociali cosiddetti “rampanti”, così desiderosi di mordere la vita che tirano di cocaina in continuazione per lavorare ancora di più. Sono due facce della stessa medaglia che hanno alla loro radice la fine della paternità, la delegittimazione di tutti coloro che propongono un senso della vita e un motivo per vivere.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Sintomi di questo modo di concepire l’impegno con la vita erano presenti anche nelle generazioni passate o quest’ultime erano affette da altre “malattie sociali”?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Trovo che tutta la generazione degli anni ’70, divenuta oggi classe dirigente, fosse minata da un tarlo, da un veleno pericoloso che ha prodotto devastazioni: il veleno dell’ideologia. Un’intossicazione che ha in qualche modo continuato a mietere vittime anche fra le fila delle generazioni successive, come ha scritto benissimo in un libro molto bello Stefano Borselli, <em>Addio a Lotta Continua</em>. Borselli fa un bilancio drammatico in cui usa parole che la generazione sessantottina non ama sentire e che ha addirittura “cancellato” dalla cultura. Parla di pentimento, di perdono e di quella generazione che ha prodotto tutto e il contrario di tutto.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>I giornali legano il fenomeno anche alla crisi economica in atto, secondo lei questa sta davvero esercitando un ruolo rilevante nello scoraggiare le ultime generazioni?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Su questa analisi non sono assolutamente d’accordo, e anche qui mi sorge il sospetto che sia funzionale a coprire il vuoto lasciato da un’assenza di spiegazioni profonde. Il primo a tirar fuori il problema di questa generazione è stato, con un’uscita alquanto infelice, il ministro Padoa Schioppa quando apostrofò i giovani in difficoltà economiche con il termine “bamboccioni”. Tra l’altro era un momento in cui da un punto di vista statistico la disoccupazione italiana era ai minimi storici.  Già allora si ricorse, da parte di chi difese l’attuale generazione, a motivi economici per giustificare il fenomeno. Giusto ma non esauriente. Perché perfino un marziano riuscirebbe ad accorgersi che i sintomi di questo atteggiamento sfiduciato nei confronti della realtà affondano nella storia sociale. Dai presupposti ideologici di cui ho parlato non si poteva che sfociare in simili reazioni.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>I giornali parlano anche di una carenza di motivazioni. Secondo lei è questione più di accidia o di ignavia?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Quando si va a toccare la sfera personale, delle delusioni, delle solitudini o anche solo delle domande, è sempre molto difficile generalizzare. Ognuno fa storia a sé. Certo anche se il non fare nulla fosse una via di fuga, occorre ricordare che la delusione e la sconfitta fanno parte anche della vita di chi non ha problemi sul lavoro, rientrano nella dimensione esistenziale di tutti. L’unica vera emergenza è l’enorme difficoltà che queste generazioni hanno ad incontrare persone che comunichino un senso per la vita e un gusto per la vita. È come se la cultura contemporanea e dominante fosse strutturata in qualche modo proprio per impedire che queste presenze siano incontrabili o per delegittimarle, renderle, se si vuole, invisibili.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Qual è stato l’errore educativo, se c’è stato, che ha causato questa reazione sociale?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">C’è al giorno d’oggi un prolungamento della vita in famiglia senza che questo implichi una qualche adesione a una serie di regole, a un codice. Ormai è da tempo che le famiglie sono molto deboli dal punto di vista educativo. In tutta questa vicenda ci sono anche fenomeni positivi, come la tenuta sociale della famiglia, che di fatto è il fattore fondamentale del welfare state gestito sul privato, una specie di sussidiarietà non riconosciuta.</p>
<p style="text-align:justify;">All’esterno, oltre ai retaggi ideologici che ho sopra descritto, c’è una carenza di proposte. Tutti parlano di emergenza educativa, ma la differenza fra chi ne parla e quello che ha insegnato Luigi Giussani consiste nel fatto che a fianco della preoccupazione educativa di questi stava una proposta che affascina e non un una teoria pedagogica o un piano pastorale.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Una studentessa intervistata dal Corriere ha ammesso di essere una nullafacente aggiungendo la</strong> <strong>frase “io sto bene così”. Le sembra possibile essere soddisfatti di una simile posizione umana?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Se non sbaglio quella ragazza ha un figlio. Secondo me molto spesso la coscienza che una persona ha di sé non rende giustizia a quello che concretamente è. Quella ragazza vive l’esperienza di un amore e questo non significa essere una nullafacente. La vita inevitabilmente richiama all’urgenza di sé, alla propria umanità e alle proprie domande.</p>
<p style="text-align:justify;">Direi che questa categoria di nullafacenti denunciata dai media rientra a pieno titolo sotto l’accezione di una parola che oggi comprende tutta l’umanità: siamo “anestetizzati”. Per fortuna la vita per com’è continua a risvegliarci in diverse maniere, a volte drammatiche, a volte belle, ma sempre cariche di stupore. Partire dallo stupore, ossia dal domandarsi perché si è al mondo, è il primo passo per uscire dall’anestesia.</p>
<p></span></p>
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		<title>La tutela dell&#039;embrione</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jul 2009 19:50:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bioetica e rispetto della vita]]></category>
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		<category><![CDATA[legge 40]]></category>
		<category><![CDATA[persona]]></category>
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		<description><![CDATA[
L’ordinanza del 1° luglio 2008 del Tribunale di Bologna, che ha consentito la diagnosi preimpianto sugli embrioni prodotti da una coppia che dalla decisione parrebbe non sterile, prefigurando la possibilità di selezionare successivamente gli embrioni stessi, prosegue l’opera di demolizione giurisprudenziale della legge sulla fecondazione assistita e delle disposizioni di attuazione di essa (le c.d. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span></p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-517" title="bambini_provetta_R375" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/07/bambini_provetta_r375.jpg?w=300" alt="bambini_provetta_R375" width="300" height="203" />L’ordinanza del 1° luglio 2008 del Tribunale di Bologna, che ha consentito la diagnosi preimpianto sugli embrioni prodotti da una coppia che dalla decisione parrebbe non sterile, prefigurando la possibilità di selezionare successivamente gli embrioni stessi, prosegue l’opera di demolizione giurisprudenziale della legge sulla fecondazione assistita e delle disposizioni di attuazione di essa (le c.d. linee guida).</p>
<p>Nel caso specifico, il Tribunale del capoluogo emiliano ha eluso la legge in due punti: laddove essa prevede che la sterilità o l’infertilità della coppia sia condizione di accesso alla fecondazione assistita (art. 4, 1° comma) e laddove essa implicitamente esclude la diagnosi preimpianto, il cui divieto è ben chiaro dal sistema della legge 40 e dai lavori preparatori della stessa. Il Tribunale di Bologna ha deciso in via di urgenza un caso nel quale la donna che richiedeva la fecondazione assistita è affetta da una grave patologia, geneticamente trasmissibile: la diagnosi preimpianto ed il successivo impianto dei soli embrioni privi di tale patologia sono finalizzati ad escludere tale trasmissione.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel ragionare sulla decisione bolognese occorre evitare di essere avvolti nella spirale dei casi drammatici, usati sistematicamente come apripista per la demolizione delle leggi e, in questo caso, per giustificare il “far west procreatico” e l’inutile creazione e selezione di migliaia di embrioni cui la legge n. 40 ha inteso porre fine nel 2004. La regolazione legislativa della fecondazione artificiale si ispira infatti all’idea che tali forme di fecondazione siano consentite come rimedio alla sterilità, ma vadano rigorosamente circoscritte a ben precise condizioni e procedimenti, la cui finalità consiste nella tutela “di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”. Con il diritto di quest’ultimo devono essere contemperati i diritti degli aspiranti genitori, e fra essi dell’aspirante madre, anche per quanto concerne il suo diritto alla salute.</p>
<p style="text-align:justify;">Tutte le decisioni giurisdizionali finora susseguitesi (dapprima il Tribunale di Cagliari, poi quello di Firenze, quindi il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, ed infine la stessa Corte costituzionale, con la sentenza n. 151/2009) hanno tentato di rispondere a pur comprensibili esigenze di coppie desiderose di accedere alla fecondazione assistita al di fuori dei casi in cui essa è legislativamente consentita, mediante l’attenuazione, se non proprio la elusione, del principio di tutela del concepito, pur affermata – sia pure non in maniera incondizionata – da meno recenti decisioni della stessa Corte costituzionale (si v. in vario modo le sent. 27/1975 e 35/1997).</p>
<p style="text-align:justify;">Ma nessuna delle decisioni relative alla legge 40 si è misurata con le istanze poste da questo principio: esse insistono piuttosto sulla tutela delle aspirazioni e dei bisogni degli aspiranti genitori, vedendo solo un lato della medaglia. E, negando o non comprendendo tale principio fondante della legge 40 (del resto già previsto – sia pure solo come omaggio del vizio alla virtù – dall’art. 1 della legge n. 194/1998, secondo il quale “Lo Stato… tutela la vita umana sin dal suo inizio”), finiscono per ritenere irragionevoli le limitazioni che la legge n. 40 prevede proprio per garantire tutela all’embrione.</p>
<p style="text-align:justify;">Sicché, questa ultima vicenda, se non sorprende affatto (data la tendenza di non pochi giudici a prendere partito nella “lotta di classe” ingaggiata contro gli embrioni da un consistente e potente filone culturale nel nostro Paese e in buona parte dell’Occidente), pone in realtà una sola essenziale questione di fondo: quella dell’attuale statuto costituzionale dell’embrione.</p>
<p style="text-align:justify;">Del resto, la stessa sentenza n. 151 del 2009 della Corte costituzionale, pur limitando con attenzione l’ambito delle sue dichiarazioni di incostituzionalità e riaffermando la vigenza dei principi di fondo della legge n. 40 (ad es. laddove afferma che rimane salvo “il principio secondo cui le tecniche di produzione non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario” e laddove sembra concepire l’attenuazione del divieto di creare più di tre embrioni per ogni ciclo di fecondazione assistita come non incompatibile con la tutela generale fornita al concepito dalla stessa legge 40), tralascia proprio questa opera essenziale: quella di definire forme e limiti della tutela dell’embrione, anche alla luce della precedente giurisprudenza sull’interruzione volontaria di gravidanza.</p>
<p style="text-align:justify;">Ne risulta un clima di incertezza del diritto, con la tendenza ad accogliere le più varie istanze, pur spesso provenienti da situazioni dolorose. Ma ciò non deve far dimenticare il dato di fondo: il soggetto più debole, l’embrione, si vede negata dai giudici la tutela riconosciutagli dalla legge, che consiste nel diritto a essere trattato come parte della specie umana e non come un animale o una cosa.</p>
<p style="text-align:justify;">Via <a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=29314">IlSussidiario.net</a></p>
<p></span></p>
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		<title>Bono Vox alla Sagrada Familia</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 19:25:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il leader degli U2 in visita alla cattedrale catalana. A fargli da guida, Etsuro Sotoo e un gruppetto di amici. Cronaca di un pomeriggio fuori dall&#8217;ordinario
 
Barcellona, prima domenica d’estate. Tra le navate della Sagrada Familia cammina un gruppetto di persone. A guidarle c’è un personaggio che i lettori di Tracce conoscono bene: Etsuro Sotoo, lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5><img class="alignleft size-medium wp-image-513" title="bono" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/06/bono.jpg?w=225" alt="bono" width="225" height="300" />Il leader degli U2 in visita alla cattedrale catalana. A fargli da guida, Etsuro Sotoo e un gruppetto di amici. Cronaca di un pomeriggio fuori dall&#8217;ordinario</h5>
<div> </p>
<div>Barcellona, prima domenica d’estate. Tra le navate della Sagrada Familia cammina un gruppetto di persone. A guidarle c’è un personaggio che i lettori di <em>Tracce</em> conoscono bene: Etsuro Sotoo, lo scultore e architetto giapponese che ha consacrato la vita a proseguire l’opera di Gaudí. Ma la sorpresa gli cammina a fianco, camicia jeans e occhiali da sole a lente ampia. Quelli che porta anche quando sale sul palco, davanti a migliaia di persone. Il nome? Paul David Hewson. Ma il mondo lo conosce come Bono Vox, voce e leader degli U2.</div>
<div>
Che cosa ci faceva una delle rockstar più famose di tutti i tempi in mezzo alle colonne del tempio catalano con un gruppo di amici di Sotoo?<br />
Pochi giorni prima John Waters, giornalista irlandese, aveva accettato di fare da tramite per invitare l’amico cantante: Bono si sarebbe trovato già a Barcellona per il concerto di apertura del tour europeo &#8211; che porterà gli U2 anche a Milano il 7 e 8 luglio -, magari poteva essere un’occasione per incontrarlo. «Si può fare. Ma la settimana prima del concerto del 30», risponde l’assistente di Bono agli spagnoli che chiamano per una conferma.<br />
Così ecco un piccolo gruppetto di amici con Sotoo ad aspettare all’appuntamento la rockstar: «Non ci credevamo, finché non è arrivato davvero», racconta Diego Giordani, responsabile della comunità di Cl di Barcellona. Bono è con un amico d’infanzia, Gavin Friday, un altro artista.</div>
<div>La visita comincia. «Ci aspettavamo una star, e invece è arrivato un uomo vero. Pieno di domande, di stupore, capace di lasciarsi sorprendere e toccare da quello che vede», racconta ancora Giordani. Il dialogo con Sotoo è serrato. Bono è curioso, lui che proprio alla Sagrada si è ispirato per le scenografie del suo concerto, come ha detto in un’intervista pochi giorni prima: «Gaudí ha progettato un luogo per l’adorazione. E la musica è adorazione. A volte di Dio, a volte della persona che ami, a volte della gente che ti sta attorno&#8230;».</div>
<div> Il giapponese spiega, indica, racconta di Gaudí. Bono lo incalza tra le guglie: «Barcellona è la città del surrealismo&#8230; Miró, Dalí. In questi c’è un dinamismo che ritrovo nel realismo di Gaudí. Qual è l’origine di questo realismo?». Sotoo indica il gruppetto di amici: «Qualcosa che accomuna tutti noi: la fede». Bono ha un sussulto e sorride: «<em>Hey man&#8230;</em>». Accidenti. «Da lì in poi è come se si fosse sentito più tranquillo, come a casa», cerca di spiegare Giordani. La visita prosegue, tra spiegazioni di Etsuro e domande di Bono, che richiama l’amico ad ascoltare bene le parole del giapponese: un dialogo fitto, su Creazione, Trinità, Incarnazione, con l’irlandese che colpisce tutti citando a memoria il vangelo di Giovanni. Poi si ferma a guardare la cupola: «Vorrei essere toccato da tutta questa bellezza», e fa prendere per mano tutti e li fa pregare in cerchio. E ancora, quando scendono nella cripta: davanti alla tomba di Gaudí, Bono intona<em> Amazing Grace</em>: «Grazia straordinaria, com’è dolce l’annuncio che ha salvato un miserabile come me&#8230;».<br />
Si risale, sono passate più di due ore. Bono si rivolge ancora una vota a Etsuro: «C’è una frase che amo di un filosofo che non amo: Nietzsche. “Perché una cosa diventi grande ha bisogno di una grande obbedienza nella stessa direzione”». E la stessa cosa la dice Sotoo: «Per capire Gaudí occorre guardare ciò che Gaudí guardava, stare dove Gaudí stava, e questo luogo è la fede».<br />
Poi i saluti, e il regalo (una copia di <em>The Religious Sense</em>) e Bono abbraccia uno a uno i suoi compagni di questo straordinario pomeriggio: «Vi aspetto al concerto».</div>
<div>Via <a href="http://www.tracce.it/default.asp?id=371&amp;id_n=11134">Tracce</a></div>
</div>
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		<title>Pensieri</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 20:40:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non si può parlare male di un&#8217;altra persona, senza pensarne male.
Non si può pensare male di qualcuno, senza disprezzarlo.
Non si può disprezzare qualcuno, senza ritenersi abbastanza bravi.
Disprezzare qualcuno e ritenersi bravi è esattamente il quadro descritto nella parabola della preghiera del fariseo e del pubblicano.
Sappiamo dunque che il fariseo non esce giustificato.
Perchè?
Perchè non si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può parlare male di un&#8217;altra persona, senza pensarne male.<br />
Non si può pensare male di qualcuno, senza disprezzarlo.<br />
Non si può disprezzare qualcuno, senza ritenersi abbastanza bravi.<br />
Disprezzare qualcuno e ritenersi bravi è esattamente il quadro descritto nella parabola della preghiera del fariseo e del pubblicano.<br />
Sappiamo dunque che il fariseo non esce giustificato.<br />
Perchè?<br />
Perchè non si è implorata per sè la Misericordia di Dio.<br />
Perchè non si è interiormente concessa la propria misericordia all&#8217;altro.<br />
Quindi si è totalmente cancellata la parte del Pater che dice &#8216;rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori&#8217;.<br />
Quindi restiamo con i nostri debiti: è una condizione atroce, non c&#8217;è nessuna speranza di salvezza.<br />
Che lo si faccia per la politica, che lo si faccia per divertirsi, è un modo proprio stupido di perdersi.</p>
<p>Tratto dal blog <a href="http://filosofiaefede.blogspot.com/2009/06/dopo-tanta-filosofia-e-teologia-un.html">Filosofia e fede</a></p>
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		<title>Forse non tutto succede per caso</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 16:31:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sicomoroequipe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bioetica e rispetto della vita]]></category>
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		<description><![CDATA[Tratto da Tempi.it
Per la giornalista quello di Onofri, che si è visto uccidere il figlio Tommaso e ora giace in un letto immobile come Eluana, è «un destino beffardo». Invece, nella moglie, donna del dolore, si fa strada, esitante, un dubbio
di Marina Corradi

Il padre di Tommaso Onofri, il bambino rapito e ucciso tre anni fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-293" title="corradi10" src="http://sicomorogiulianova.files.wordpress.com/2009/03/corradi10.jpg?w=128" alt="corradi10" width="128" height="84" />Tratto da <a href="http://www.tempi.it/opinioni/005826-forse-non-tutto-succede-caso">Tempi.it</a></p>
<p><strong><em>Per la giornalista quello di Onofri, che si è visto uccidere il figlio Tommaso e ora giace in un letto immobile come Eluana, è «un destino beffardo». Invece, nella moglie, donna del dolore, si fa strada, esitante, un dubbio</em></strong></p>
<p><strong>di Marina Corradi</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Il padre di Tommaso Onofri, il bambino rapito e ucciso tre anni fa a Parma, è in coma da sei mesi dopo un infarto. Una giornalista del Corriere della Sera intervista la moglie, e sonda se tiri aria o no di “staccare la spina”, come oggi si usa. L’uomo respira da solo e mangia con un sondino, come Eluana. La moglie spera ancora.</p>
<p>Riflette: «Prima che accadesse a me, sono sempre stata dalla parte di Beppino Englaro. Ma ora che sono nelle sue condizioni, è difficile decidere». La cronista al capezzale di quest’uomo così tragicamente colpito riassume: «Quaranta minuti di buio. Poi il muscolo ricomincia a pompare. Per Onofri è il tramonto della coscienza, il sipario che cala su un destino beffardo».<br />
E fin qui è tutto previsto. Del finale dell’intervista, però, una frase ti resta in mente, come qualcosa di irregolare che rompe le fila dell’ovvio. Perché alla fine la signora Onofri se ne viene fuori con queste parole: «Il mio bambino mi sta aiutando, è lui che mi dà tanta forza. Forse non tutto succede per caso».<br />
Singolari due righe, in chiusura di un pezzo come tanti ne leggiamo, dove con premura attorno a malati incoscienti si domanda: allora, che facciamo? Per la giornalista quello di Onofri, che si è visto uccidere un figlio e ora giace in un letto immobile, è «un destino beffardo». Un destino cattivo e anche irridente, traditore, un destino deragliato da ogni benevolo disegno, anzi mai nemmeno per un bene concepito (del resto, diciamolo, in tanti davanti a una vicenda simile penseremmo esattamente lo stesso).</p>
<p>E invece, invece nella moglie, di cui non si capisce come regga, nella moglie, donna del dolore, si fa strada, esitante, un dubbio. Eppure, dice, mio figlio mi sta aiutando. «Forse non tutto succede per caso».<br />
Un destino beffardo o un progetto che misteriosamente, per vie che non sono le nostre vie, trae gli uomini – non nel buio, non nel caso cieco? Un destino beffardo, o un disegno? In questa contrapposizione si alimenta il tumulto sul “diritto a morire”.</p>
<p>Ma, anche, in questa antitesi si fonda il nostro modo di stare al mondo: ribelli e in realtà disperati quando il dolore attacca e infierisce, oppure aderenti a una volontà che non comprendiamo, e di cui però ci fidiamo.<br />
La differenza in realtà è: siamo figli o orfani? Se siamo orfani la rabbia è comprensibile, così come ogni spina staccata, e ogni rivendicazione di libera buona morte. Se siamo figli, se ciò che ci accade è comunque per un bene, la rabbia s’acquieta e china il capo. Resta la sofferenza, resta il non capire, e tuttavia una speranza – come nelle parole esitanti della signora Onofri. Scrisse Manzoni di un Dio «che non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande». Ai tempi in cui lo scrisse questo era forse il comune sentire di un popolo. Ne rimane, timida, una frase quasi interrogativa in chiusa di un articolo di un quotidiano: «Forse non tutto accade per caso». Sotto ai diserbanti del nulla, il germoglio ostinato della nostra speranza.</p>
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